Plutarco
“La nascita e la
sostanza di questo universo derivano dalla mescolanza di
forze contrarie ma non di ugual potenza, dato che il
principio vincente è sempre quello buono. Ma non è del resto
possibile che la forza del male sia del tutto annientata:
essa è innata sia nella struttura fisica sia nell’anima
vitale del tutto, in un’eterna lotta contro la forza del
bene” (De Iside et Osiride, 49, 371 a).
Tu vuoi
rimuovere gli inamovibili fondamenti della nostra fede negli
dei, quando chiedi per ciascuno di loro una dimostrazione
razionale. La fede ancestrale dei nostri padri si fonda su
se stessa, non si può trovare ed escogitare prova più chiara
di essa […]. Questa convinzione è una base, un fondamento
comune posto all’origine della pietà religiosa; se in un
solo punto viene messa in discussione la sua solidità e
risulta scossa la convinzione generale, essa diventa tutta
quanta instabile e sospetta” (Amatorius, 13, 756 B)
Notizie biografiche
(gr. Ploútarchos,
lat. Plutarchus)
Plutarco nacque a Cheronea, piccola località della Beozia non
distante dal confine attico, in una data che si determina a
partire dalla notizia autobiografica secondo cui nel 66 d.C.,
durante il soggiorno dell’imperatore Nerone in Grecia, egli si
trovava a Delfi per seguire le lezioni del retore egiziano
Ammonio; poiché tale discepolato si concilia con la prima età
giovanile dello scrittore, si può ipotizzare che egli sia nato
fra il 45 e il 50 d.C. La ricchezza dei riferimenti
autobiografici contenuti nelle sue opere permette di ricostruire
in maniera circostanziata la composizione della sua famiglia:
conosciamo bene il nonno Lampria, il padre Autobùlo, i fratelli
Lampria e Timone; è certo che la sua fosse una stirpe di un
certo rango e di non poca sostanza, pur limitatamente al
contesto locale di Cheronea: lo stesso Plutarco, ancora giovane,
ebbe incarichi diplomatici presso il governatore romano della
provincia Acaia. Poco dopo i vent’anni Plutarco sposò una donna
dell’alta società beotica, Timòssena, dalla quale ebbe cinque
figli, di cui solo due raggiunsero la giovinezza, Plutarco il
giovane e Autobulo. Dalle stesse opere di Plutarco si possono
ricostruire i suoi numerosi viaggi attraverso il mondo
greco-romano, ispirati talvolta da necessità diplomatiche o
politiche, non di rado da semplice curiosità di turista
culturale: lo scrittore fu tra l’altro ad Atene (dove studiò e
di cui ottenne la cittadinanza), a Sparta, ad Alessandria, a
Sardi e più volte a Roma, nonché in diverse altre località
italiane. Ricoprì in patria numerosi ruoli politici e
amministrativi: fu arconte eponimo, magistrato addetto
all’edilizia e alla polizia, forse beotarca, cioè supremo
magistrato della Lega Beotica, ma anche membro del ceto
sacerdotale di Delfi, benché lo stesso Plutarco sottolinei la
natura meramente burocratica – non perciò immeritevole di onesta
e costante dedizione – dell’impegno politico nella più matura
età della dominazione imperiale romana; per i suoi meriti di
amministratore e di intellettuale Plutarco ottenne non solo la
cittadinanza romana, ma anche la dignità consolare
(attribuitagli dall’imperatore Traiano) e addirittura la carica
di proconsole (attribuitagli dall’imperatore Adriano). Non è
chiaro il carattere della piccola ‘accademia’ che Plutarco – non
privo di esperienze ‘internazionali’ in qualità di fortunato
conferenziere – organizzò e diresse a Cheronea: pare assodato
che tale scuola vantasse un numero considerevole di discepoli,
ma è probabile che essa abbia sempre avuto una natura in certo
modo dilettantesca, limitata per lo più ad amici e a semplici
amatori della cultura classica; certo è che alla scomparsa del
maestro la scuola poté registrare non rari fenomeni di
pseudoepigrafia (produzione di testi fatti circolare falsamente
sotto il nome di Plutarco) analoghi a quelli testimoniati per
associazioni filosofiche prestigiose come l’Accademia di Platone
o il Liceo di Aristotele. La data della morte di Plutarco rimane
incerta: sicuramente dopo il 119 d.C., perché il cronografo
Eusebio (III-IV sec. d.C.) data a quell'anno l’attribuzione
della carica proconsolare.
Opere
La produzione di
Plutarco, proprio per la natura eclettica e in certo modo
amatoriale del suo ‘umanesimo’, fu assai ampia e varia. Il
cosiddetto Catalogo di Lampria – una lista delle opere
plutarchee falsamente attribuita al figlio dello scrittore, ma
risalente alla tarda antichità, e compresa nell’enciclopedia
bizantina Suda (X d.C.) – registra ben 227 titoli, fra cui
almeno 130 devono dirsi perduti; ai titoli del catalogo vanno
però aggiunte ca. 30 opere superstiti o comunque testimoniate in
fonti diverse dal catalogo stesso. Si ottiene così la cifra
notevolissima di ca. 260 scritti, molti dei quali di non breve
estensione (e però alcuni senza dubbio apocrifi). Plutarco
risulta così non solo uno dei più fertili autori dell’antichità
greco-latina, ma anche uno dei meglio conservati, poiché sotto
il suo nome sono giunte 48 biografie (di cui 44 riunite nelle
famose coppie – formate da un personaggio greco e da uno romano
– delle cosiddette
Vite parallele)
e ben 78 trattati di vario argomento, che spaziano dall’etica
alla scienza naturale, dalla pedagogia all’erudizione
antiquaria, dalla critica letteraria alla riflessione politica,
dalla religione alla storia, e che i codici medievali denominano
con la generica designazione – adottata per comodità anche dai
moderni – di
Moralia
(gr. Ethiká, «Scritti
morali»).
Le Vite parallele
Le biografie e in particolare le Vite parallele (supremo
monumento letterario al mito dell’unità culturale greco-romana,
secondo un motivo ideologico assai diffuso fra I e II secolo
d.C.) sono l’opera plutarchea di gran lunga più fortunata e più
letta: non solo un modello per molta biografia antica e moderna,
ma anche un tesoro d’ispirazione per alcuni fra i più grandi
autori della modernità, da Shakespeare a Goethe, da Corneille e
Racine a Schiller, senza dimenticare i nostri Alfieri e Foscolo.
Plutarco stesso enuclea i principi metodologici della biografia
nel primo capitolo della Vita di Alessandro (ma anche nel quinto
capitolo della Vita di Nicia), chiarendo come essa debba
distinguersi dalla storia (intesa, con Tucidide, come storia di
fatti e di azioni militari) e mirare a far chiarezza sul
carattere dell’individuo, indagato nella sua singolarità, ma
secondo una selezione accurata del materiale che possa farne
contemporaneamente un paradigma universale di vizio o virtù.
Le biografie di Plutarco (non di rado contestate per la loro
inattendibilità) sono così una straordinaria raccolta di
testimonianze provenienti da fonti storiche per noi smarrite. È
opinione diffusa che Plutarco abbia esordito stilando alcune
biografie isolate (per esempio quelle del condottiero Arato, del
re persiano Artaserse, degli imperatori Galba e Otone) e che
solo in séguito il progetto si sia precisato secondo la forma,
poi canonizzata, delle due biografie parallele (prima quella di
un greco, poi quella di un romano), per lo più concluse da una
súnkrisis, cioè da un confronto fra i tratti caratteriali, le
vicende, la fortuna dell’uno e dell’altro personaggio (tale
confronto conclusivo manca solo in 4 coppie biografiche).
Nella maggior parte dei codici medievali le Vite sono disposte
nel seguente ordine: Teseo e Romolo, Solone e Publicola,
Temistocle e Camillo, Aristide e Catone Maggiore, Cimone e
Lucullo, Pericle e Fabio Massimo, Nicia e Crasso, Alcibiade e
Coriolano, Demostene e Cicerone, Focione e Catone Minore, Dione
e Bruto, Timoleonte e Emilio Paolo, Eumene e Sertorio,
Filopemene e Flaminio, Pelopida e Marcello, Alessandro Magno e
Cesare, Demetrio e Antonio, Pirro e Mario, Arato e Artaserse,
Agide/Cleomene e Tiberio/Caio Gracco, Licurgo e Numa, Lisandro e
Silla, Agesilao e Pompeo.
Naturalmente Plutarco non può essere considerato l’inventore del
confronto fra uomini politici e generali appartenenti a
nazionalità diverse (anticipazioni in questo senso si trovano
già nel IV a.C.), ma certo egli elevò il metodo a sistema, nel
quadro di un’ideologia imperiale che dell’unità greco-romana (si
pensi solo al filellenico imperatore Adriano) faceva uno dei
suoi capisaldi, e che trovò in Plutarco – sia
nell’intellettuale, sia nell’onesto e indefesso amministratore –
un portavoce convinto ed efficace. È stato osservato che
Plutarco, in molti casi, non riesce a nascondere la preferenza
accordata ai suoi connazionali: ma certo il proposito del
‘confronto’ rimane sempre in primo piano.
È del resto Plutarco stesso a denunciare gli intenti etici e
pedagogici della sua scrittura morale (Vita di Emilio Paolo, 1),
secondo un procedimento di ‘tipizzazione’ del personaggio che
resterà caratteristico della biografia. I moderni hanno
ipotizzato che egli sia diretto discendente dei Peripatetici
(cioè degli scrittori impegnati nel solco di Aristotele e della
sua scuola), il cui modello biografico sarebbe stato così
perfezionato e consegnato alle età future; altri sottolineano
piuttosto la continuità della tradizione biografica antica, dal
V secolo a.C. – dunque prima di Aristotele e della sua scuola –
sino al coronamento fornito appunto da Plutarco.
I Moralia
Il titolo attribuito alla raccolta dei 78 trattati giunti sotto
il nome di Plutarco è senza dubbio assai restrittivo, benché
colga l’essenziale intenzione etica e pedagogica che anima anche
questa parte della produzione plutarchea. Emergono nell’erudito
e nel filosofo, come nel biografo, le costanti di un
procedimento fondato sull’analisi minuta del singolo fatto,
aneddoto, testimonianza, quasi sempre al fine di farne emergere
la sostanza morale e paradigmatica. Nelle opere erudite o
protrettiche (‘esortative’) Plutarco non rinuncia a un artificio
che è tipico delle biografie e che costituisce per noi una
ragione di gratitudine: la citazione, specialmente da poeti
arcaici e classici (non di rado alquanto disinvolta, ma comunque
preziosa); è chiaro del resto il carattere spesso divulgativo
degli scritti filosofici, che si richiamano volentieri a Platone
– anche nella scelta non rara del dialogo – ma che molto devono
anche allo stoicismo e in generale all’eclettica koiné della
filosofia ellenistica. Ne risulta l’immagine di un pensatore
pieno di buon senso ma privo di originalità e di autentica
autonomia intellettuale; se ciò, nel giudizio dei moderni,
condanna Plutarco al ruolo di un ‘minore’, proprio tale
ragionevole eclettismo ne ha garantito la fortuna di autore
enciclopedico, buono per molti usi, sia da parte pagana che da
parte cristiana.
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