Publio Cornelio Tacito
Le
testimonianze storiche e le reminescenze su Gesù e sulla Chiesa secondo le
fonti non cristiane dei primi due secoli.
Tacito Vita: Gallia Narbonese / Terni / Roma, (55 ca.- 117 ca.
d.C.), storico romano, il maggiore dell'età postaugustea. Tutto
ciò che si conosce della sua vita è stato ricavato dai
riferimenti contenuti nelle sue opere e nelle lettere che gli
indirizzò l'amico Plinio il Giovane. Dopo aver ricoperto
numerose cariche politiche sotto gli imperatori Flavi e poi
sotto Nerva e Traiano, negli ultimi anni della sua vita si
dedicò principalmente alla redazione di opere storiche, che si
sono conservate solo in parte.

Impero romano
Tacito scrisse le sue opere storiche durante il
regno di Traiano
(98-117 d.C.), quando l'impero romano
raggiunse la sua massima estensione territoriale.
Tacito scrisse una storia di Roma in forma annalistica (gli
Annali) che partivano dalla morte di Ottaviano Augusto.
Particolarmente rilevante fu il ritratto offerto da Tacito
della tirannica gestione del potere esercitata da Tiberio
(il successore di Ottaviano): a tale realistica analisi dei
più oscuri meccanismi di governo si fa risalire la corrente
del "tacitismo", ossia quella parte della riflessione sulla
"ragion di stato" che, soprattutto nel Seicento, si collegò
a Tacito, ma pure alle figure di Machiavelli e Guicciardini.
A Tacito, fra Cinque e Seicento, si guardò pure come a un
modello di prosa latina asciutta, concisa e puntuale,
alternativa rispetto alla prosa di Cicerone, ricca ed
elaborata.
Opere:
L'Agricola:
monografia
dedicata al suocero Giulio Agricola, morto nel 93; in
quest'opera Tacito racconta le imprese di Agricola in Britannia,
la sua gioventù e gli ultimi anni di vita. Tacito elogia il
suocero in quanto è stato un ottimo cittadino e lo indica come
esempio da seguire per le generazioni future di come si vive
sotto la tirannide, affermando di identificarsi egli stesso con
la figura del suocero. Questa opera è un incrocio di vari generi:
laudatio funebris, biografia, storiografia contemporanea.
L'assetto stilistico è eterogeneo, cioè prende diversi modelli:
Sallustio (per le parti storiche), Livio (per le parti narrative
e i dialoghi), e Cicerone (per la solennità oratoria).
La Germania:
monografia
divisa in 2 parti; la prima parla in generale dei costumi dei
germani, la seconda presenta le singole tribù. Duplice finalità:
informativa, cioè far conoscere un popolo che da un paio di
secoli era entrata in contatto e conflitto con Roma, e politica,
nello spiegare l'indugio dell'imperatore Traiano, da poco eletto,
ad affrontare tali popolazioni militarmente. Altra alternativa:
intento morale, porre a confronto l'incorrotta, per quanto
primordiale, purezza dei germani con la corruzione di Roma.
Historiae:
In uno dei primi
capitoli dell'Agricola, Tacito dichiara il suo desiderio di
parlare degli anni di Domiziano, di Nerva e di Traiano. Nelle
Historiae il progetto è stato però modificato:
nell'introduzione, infatti, Tacito afferma che si occuperà
dell'età di Nerva e di Traiano solo successivamente, mentre si
occuperà prima del periodo compreso tra le guerre civili del
68-69 e il regno dei Flavii. Sono sopravvissuti soltanto i primi
quattro libri e ventisei capitoli del quinto libro, concernenti
gli anni 69 e la prima parte del 70. Il lavoro avrebbe dovuto
proseguire fino alla morte di Domiziano, avvenuta il 18
settembre 96. Il quinto libro contiene, come preludio alla
narrazione della soppressione di Tito della rivolta ebrea, un
excursus etnografico sugli ebrei, quadro inestimabile
dell'atteggiamento del Romani verso quel popolo.
Annales:
Gli Annales furono
l'ultima opera storiografica di Tacito, che copre il periodo che
va dalla morte di Augusto (il funerale dell'imperatore è il
brano di apertura degli Annales e chiarisce subito il ruolo
dell'autore nell'opera) avvenuta nel 14 d.C. fino al 68 d.C.
Scrisse almeno sedici libri, ma mancano tutti i libri dal
settimo al decimo e parti del quinto, sesto, undicesimo e
sedicesimo libro. Il sesto libro termina con la morte di Tiberio
e si presume che i libri dal settimo al dodicesimo parlassero
dei regni di Caligola e Claudio. I restanti libri dovrebbero
trattare del regno di Nerone, forse fino alla sua morte nel
giugno del 68 d.C., in modo da ricollegarsi con le Historiae. La
seconda parte del sedicesimo libro, che avrebbe dovuto terminare
con il resoconto degli eventi dell'anno 66 d.C., è andata
perduta. Non è noto se Tacito abbia completato l'opera o se si
sia dedicato alle opere che aveva pianificato di fare: è morto
prima che potesse finire le biografie di Nerva e Traiano e non
esistono prove che il lavoro su Augusto e sui primi anni
dell'Impero (con cui Tacito intendeva concludere il suo lavoro
da storiografo) sia stato effettivamente espletato
Dialogus de oratoribus
La data di composizione del Dialogus è incerta, ma fu
probabilmente scritto dopo l'Agricola e la Germania. Molte
caratteristiche lo distinguono dagli altri scritti di Tacito,
tanto che l'autenticità può essere messa in discussione,
nonostante esso, nella tradizione manoscritta, compaia sempre
con l'Agricola e la Germania.
Lo stile -oltre alla scelta del genere letterario- sembra più
vicino a Cicerone, che non al Tacito.Lo stile si presenta
elaborato ma non prolisso, secondo il canone esortava
l'insegnamento di Quintiliano; esso manca delle incongruenze che
sono tipiche delle maggiori opere storiche di Tacito. Potrebbe
risalire alla giovinezza di Tacito; la dedica a Fabiu Iustus
potrebbe così indicare soltanto la data di pubblicazione
dell'opera e non della sua stesura. Più probabilmente,
l'inusuale stile classico può essere spiegato dalla volontà di
riprendere lo stile ciceroniano, modello di riferimento per le
opere che, come questa, trattavano di retorica.Il portavoce del
pensiero di Tacito in questo dialogo è Curiazio Materno che
indica nel regime liberticida e assolutista dell'età flaviana la
causa principale della decadenza oratoria contrariamente a
quanto sosteneva Plinio(il giovane),il quale individua la causa
della decadenza dell'arte oratoria nella cattiva istruzione
della scuola, a qunto sosteneva Quintiliano, che attribuiva a
tale causa il degrado della società o a quanto sosteneva
Petronio all'interno del Satiricon.
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