Tucidide
Tucidide,
La guerra del Peloponneso
Tucidide Archeologia
Tucidide (Atene 460 a.C. ca. - 400 a.C.?)
è stato uno fra i più acuti e lucidi storici ed un grande
esponente della letteratura greca. Il suo racconto della
guerra del Peloponneso
è considerato - in termini di modernità -
uno dei maggiori modelli narrativi dell'antichità, sicuramente
uno dei primi esempi di analisi degli eventi storici secondo il
metro della natura umana, con l'esclusione quindi
dell'intervento di ogni divinità.
Le miniere del
Pangeo
Cimone aveva aperto le fonti Ateniesi di oro, le miniere del
Pangeo che si trovavano nella Tracia costiera, quasi di fronte
all’isola di Taso. Taso era da tempo in possesso di quelle
miniere e ne controllava lo sfruttamento, e, appena entrata
nella lega delio-attica si accese il contrasto con Atene:
“Accadde che i Traci defezionassero venuti a contrasto per gli
empori sulla costa Tracia e per le miniere che loro
sfruttavano.” (Tucidide). Il contrasto tra Atene e Taso durò
circa tre anni e rischiò anche di espandersi poiché Taso, non
volendo cedere le miniere, aveva ottenuto l’aiuto di Sparta che
aveva promesso una repentina invasione dell’Attica. Tuttavia il
terribile terremoto nel Peloponneso colpì Sparta molto
duramente, soprattutto per la successiva rivolta degli iloti e
la terza guerra messenica. Taso fu piegata solo successivamente
da Cimone, figlio di Miliziade, che assediando l’isola riuscì a
ridare ad Atene il controllo delle miniere. Come Erodoto
racconta quelle miniere erano ricchissime, in momenti in cui il
loro sfruttamento era stato massimo avevano prodotto moltissimo
denaro, come ad esempio quello che i Tasii avevano versato come
tributo a Serse. Così le miniere furono date in appalto alla
famiglia di Cimone: a Oloro e al figlio Tucidide.
Tucidide è quindi un discendente della
famiglia di Cimone e come egli stesso racconta è l’erede della
tradizionale influenza in Tracia della famiglia di Miliziade.
Il primo dato che Tucidide fornisce
nelle sue opere su se stesso è riconducibile al quarto libro
(cap.105) dove afferma di avere influenza sui principi della
terraferma proprio a causa delle miniere. Tale era l’importanza
di Tucidide anche come principe Tracio che sarebbe stato nei
suoi poteri quello di convocare truppe ausiliari intorno a lui,
ottenendo semplicemente collaborazione dai potenti locali. E, in
effetti, la sua appartenenza alla discendenza Tracia è reale e
confermata dallo storico nel corso della sua opera dove dimostra
un’accurata conoscenza dei vari intrecci dinastici del mondo
Tracio. Inoltre una testimonianza diretta della sua conoscenza è
data dallo stesso autore nel primo e nel quarto libro dove
racconta la colonizzazione di Amfipo
Le tombe cimoniane e la
sepoltura di Tucidide
Il legame di Tucidide con la dinastia di Miliziade e Cimone è
confermato convincentemente dal possesso delle miniere di
Tracia, come fu argomentato da Didimo. Inoltre la sepoltura di
Tucidide era avvenuta tra le tombe della famiglia di Cimone come
precisa Polemone di Ilio nel trattato “Sull’acropoli”. Le
notizie più sicure su Tucidide sono giunte alla tradizione
biografica antica soprattutto per merito di un certo Liside che
fu identificato come uno dei maggiori tramiti a cui si
attribuisce anche il merito dell’identificazione della tomba.
Vita e carriera pubblica
Tucidide nacque ad Atene nel demo di Alimunte. In questo demo,
stando a quanto fino ad oggi è giunto, l’unica famiglia di
rilevanza notevole era quella di Tucidide. La data di nascita ha
da sempre suscitato varie questioni e controversie. Apollodoro
di Atene afferma che durante la guerra peloponnesiaca (431 a.C.)
Tucidide aveva quarant’anni, (akmè) stando a questo calcolo la
data di nascita dovrebbe corrispondere con il 471 a.C. Ma il
fatto stesso che si volesse collocare l’akmè dello storico
proprio all’inizio dell’importante guerra fa sorgere giustamente
qualche dubbio anche in considerazione di altre testimonianze
tra cui quella di Marcellino (vita di Tucidide, 34) secondo il
quale al momento della sua morte lo storico era più che
cinquantenne, momento della morte che egli pone nel 403 a.C.
Quindi rispetto a quest’altra opinione la nascita di Tucidide
sarebbe avvenuta non molto prima del 454 a.C. Questa è la tesi
per la quale propendono anche oggi gli studiosi moderni anche in
considerazione del fatto che nel 423 a.C. Tucidide fu uno
stratego e a quel tempo ad Atene, per accedere a quella carica,
l’età minima era quella di trent’anni anche se lo stesso
Tucidide nella descrizione di Alcibiade afferma che uno stratego
appena trentenne era considerato assolutamente troppo giovane.
Quindi la collocazione della data dovrebbe essere ulteriormente
arretrata. L’accesso alla carica di stratego (gli strateghi
erano dieci ad Atene), avveniva democraticamente per elezione.
(Era l’unica carica per la quale l’elezione avveniva per voti
oltre all’ipparchia cioè il comando della cavalleria). Perciò i
dieci strateghi erano il riflesso delle correnti politiche
predominanti ad Atene ogni anno, infatti, ogni gruppo politico
che godeva di una discreta influenza eleggeva i suoi uomini, ciò
dimostra e attesta l’importanza che Tucidide aveva nella
politica del suo tempo. Tucidide subito dopo l’elezione si fece
affidare il controllo strategico della Tracia insieme con il
collega Eukles, ribadendo così quale fosse la rilevanza
dell’attaccamento al territorio per gli strateghi greci. Eukles
e Tucidide presero posizione ad Amfipoli e a Taso, secondo
quanto era stato stabilito ad Atene durante il collegio generale
al quale ciascuno stratega arrivava avendo già deciso la sua
destinazione, come anche afferma Tucidide riferendosi ad Eukles
che era giunto ad Atene con lo scopo preciso di “curare la
difesa di Amfipoli”. Ciò avvenne nell’anno della famosa grande
campagna di Brasida, comandante valoroso, che riuscì ad attuare
quello che nessun comandante spartano aveva mai fatto: condusse,
infatti, una campagna vittoriosa in Tracia molto lunga e per
molto tempo lontano dalle basi di partenza. Lo spartano Brasida
risultò vittorioso anche perché riuscì a bilanciarsi sia sul
fronte politico sia sul fronte militare. Anche nell’assedio di
Amfipoli il condottiero si comportò in questo modo affrontando
inizialmente una marcia forzata per giungere prima del tempo, ma
poi evitando un attacco frontale e preferendo trattare con le
forze interne che erano già vicine al distacco da Atene. Le
truppe di Eukles diventarono quindi in breve esigue e rarefatte.
Tucidide, anche prendendo spunto dai resoconti degli Ateniesi
che erano fuggiti da Amfipoli, ricostruì in modo impeccabile la
defezione di Amfipoli. Tucidide in quell’occasione sopraggiunse
con la sua grande influenza solo alla fine dell’operazione
militare riuscendo a salvare il porto della città, le altre
città nelle vicinanze presto capitolarono e per Atene la perdita
della zona di Amfipoli fu di consistente peso
La tradizione biografica antica.
Tucidide in Atene
Tucidide nei mesi che succedettero quel fatto proseguì la sua
attività di stratega riportando con molta cura l’evolversi della
situazione ateniese in campo militare anche se quel periodo fu
assai povero di episodi rilevanti anche a causa della tregua
annuale. Tucidide successivamente anche stando ad Atene continuò
a seguire le vicende della guerra, tant’è che racconta la
partenza delle truppe ateniesi verso la Sicilia ed altri fatti
più o meno rilevanti. E’ inoltre preziosa la testimonianza di
Aristotele secondo la quale Tucidide assistette in Atene anche
al processo contro Antifonte, appena dopo la caduta
dell’oligarchia. Ciò in qualche modo contrasta con la diffusa
credenza secondo la quale Tucidide dopo l’insuccesso della
campagna in difesa di Amfipoli sarebbe stato mandato in esilio
presso i Peloponnesiaci per vent’anni conclusosi con un’amnistia
generale. Questa opinione è nata da un’analisi del secondo
proemio in una nota autobiografica dell’autore di discussa
autenticità. Tuttavia la tradizione colloca il luogo dell’esilio
di Tucidide nei siti più vari, escluso il Peloponneso. Lo
storico Timeo è l’unico sostenitore del viaggio in Italia di
Tucidide che, secondo questa tesi sarebbe anche morto e avrebbe
trovato sepoltura nella penisola. La teoria di Timeo tuttavia fu
contrastata mezzo secolo dopo da Polemone di Ilio con la tesi
delle tombe cimoniane. Così da quel momento il luogo dell’esilio
di Tucidide fu considerato la Tracia anche se le tesi furono
sempre le più disparate: così ad esempio Didimo immagina che
Tucidide fosse andato a trascorrere il suo esilio nei suoi
possedimenti in Tracia e che poi, ritornato ad Atene, fosse
stato ucciso da un antico nemico; altri invece, come Plutarco,
immaginano che Tucidide sia morto in Tracia sempre di morte
violenta e che le sue ossa siano state trasportate ad Atene solo
successivamente. Quindi le discordanze tra la nota
autobiografica del secondo proemio, e la tradizione nata subito
dopo Aristotele, sono molteplici anche se però rimane fisso e in
un certo senso appurato il fatto che Tucidide abbia vissuto per
un certo periodo, forse fino alla morte, a Skaptesyle, nei suoi
possedimenti in Tracia. Tuttavia questo dato toglie valore alla
tesi dell’esilio per il semplice fatto che un condannato non
avrebbe potuto correre il rischio di rimanere a gestire una
miniera, facendo affluire ad Atene regolarmente i lingotti d’oro
poiché il rischio di essere ucciso impunemente era altissimo. La
morte è collocata con il periodo dei trenta tiranni, poiché
nell’opera di Tucidide non vi è alcun cenno a quel fatto
strettamente collegato al contesto storico, e alla precedente
oligarchia della quale Tucidide invece traccia un profilo chiaro
e ben delineato. Quindi è plausibile collocare la morte dello
storico nel momento nel quale la repressione dei tiranni,
rispetto coloro che si erano schierati con la precedente
oligarchia senza timore, fu durissima.
Le “inedite carte tucididee”
L’opera tucididea è caratterizzata da un’elaborazione imperfetta
che avvalora la tesi di una scomparsa prematura ed improvvisa
dell’autore. Infatti ad alcuni passi molto elaborati e precisi
con data di inizio e di fine delle varie guerre, si alternano
altri passi nettamente più trascurati e ricchi di contraddizioni
e di imperfezioni stilistiche. Una parte che presenta molte
imperfezioni ed omissioni è quella relativa al blocco degli anni
che vanno dalla pace di Nicia (421) alla ripresa delle ostilità
in Sicilia (415) parte da ritenere tra le più incompiute. E’
presente infatti solo una stesura, una prima bozza del racconto.
Ne dà infatti notizia lo stesso Tucidide nel secondo proemio con
l’affermazione “Anche queste cose ha scritto il medesimo
Tucidide …”. E’ quindi sicuro che Tucidide avesse cominciato a
scrivere almeno una prima parte del racconto; sono infatti
molteplici le affermazioni con le quali asserisce di essere alla
costante ricerca di materiale informativo da quando gli attriti
militari e diplomatici sono iniziati. Il racconto, che si
interrompe con la provvisoria pace di Nicia, trova il suo
proseguimento nelle Elleniche di Senofonte, opera anch’essa
parzialmente incompiuta e quasi del tutto incomprensibile come
documento a se stante. E’ infatti probabile che Senofonte si sia
appropriato delle inedite carte tucididee aggiungendo anche note
e commenti personali come si deduce dal secondo proemio e
successivamente le abbia pubblicate come sue. Le Elleniche sono
da considerarsi posteriori e realizzate con gli ultimi blocchi
dell’opera tucididea.
Struttura
In seguito alla separazione dei “Paralipomeni” che sono poi
confluiti nelle Elleniche, la suddivisione attuata nell’opera
dello storico è stata quella che oggi è considerata come
moderna. L’opera venne divisa quindi in otto libri, senza
tuttavia dimenticare i criteri di classificazione precedenti
secondo i quali ad ogni anno di guerra corrispondeva un libro.
Ciò probabilmente è cambiato con la nascita della Biblioteca
Alessandrina, con la quale entrarono in uso i cosiddetti rotoli;
questi erano di dimensioni assai maggiori rispetto ai libri in
uso al tempo di Tucidide. Così quello che era contenuto in tre
volumi fu trascritto in un rotolo, ed è quindi questo il motivo
per il quale ogni libro secondo la classificazione attuale porta
memoria di tre anni di guerra. Mentre i libri II, III e IV
contengono ciascuno il racconto di tre anni di guerra i libri VI
e VII narrano interamente la campagna di Sicilia, in altre
parole la guerra di Atene contro Siracusa. In questi due libri
la suddivisione è stata attuata a prescindere dagli anni di
guerra, poiché si è preso come filo conduttore un elemento
contenutistico molto rilevante. Troviamo così vari anni di
guerra con ambientazioni differenti e varie come non troviamo
nei libri precedenti o nell’ottavo che, dal punto di vista
contenutistico è assai meno rilevante. Nonostante la campagna
siciliana sia narrata così uniformemente e in modo diverso
rispetto agli altri avvenimenti, la continuità e la
scorrevolezza del racconto è garantita da un’ordinata
numerazione progressiva degli anni di guerra. La questione che
da sempre ha affascinato gli studiosi è la seguente: come fece
Tucidide ad avere l’intuizione di inserire dopo la guerra
decennale la narrazione di un periodo di pace quasi a prevedere
l’avvento di un’altra guerra? Molto probabilmente l’intuizione
di Tucidide deriva dalla sua concezione unitaria della guerra in
generale, ed in particolare degli eterni dissidi esistenti tra
Sparta ed Atene, potenze che in nessun modo avrebbero potuto
coesistere. Da qui discende di conseguenza la concezione ampia
del conflitto in base alla quale Tucidide non vide nella pace di
Nicia lo sciogliersi delle ostilità fra le due egemonie e ciò
quasi sicuramente lo spinse a proseguire la narrazione
considerando la pace come un evento straordinario da includere
in una narrazione storica. E’ a questo punto che nella
concezione storica cominciano a prendere più importanza le cause
vere, le cause originarie dei fatti che si contrappongono a
quelle occasionali, pretestuose che ne sono solo la
concretizzazione. Di conseguenza abbiamo l’immissione nel corpo
del primo libro, originariamente dedicato ai pretesti, di una
serie di riassunti e rivisitazioni dei fatti precedenti
identificando in essi la causa di quelli attuali. Ha così
notevole importanza la crescita del dominio di Atene iniziata
dopo la guerra in Persia, che avvalora la tesi che mai nessun
altro storico prima aveva sostenuto per la quale la progressiva
crescita di Atene insopportabile per Sparta “aveva reso
inevitabile la guerra”.
La “questione tucididea”
La disputa sorse intorno alle fasi della successiva
rielaborazione dell’opera da parte di Tucidide. La questione
nacque con Franz Wolfang Ulrich i cui elementi erano già stati
presi in considerazione da Karl Wihelm Kruger la cui tesi si
basa sull’ovvietà. Secondo questi studiosi infatti era
impossibile per Tucidide prevedere che la guerra sarebbe durata
per ventisette anni. Quindi secondo gli studiosi tedeschi
nell’opera era possibile ritrovare gli strati precedenti alla
scoperta della finta pace di Nicia. Essi affermarono inoltre che
i primi libri non furono affatto riveduti da Tucidide. Questa
seconda affermazione tuttavia non è affatto accettabile, infatti
sin dai primi libri sono messi in risalto quelli che sono
soltanto i sintomi di un’impossibile coesistenza tra due
egemonie così potenti che porterà all’inevitabile crollo di una
delle due. Un elemento che dà senso a questa tesi è la frase
presente nel primo capitolo dove la guerra è definita come “un
sommovimento che ha coinvolto la gran parte degli uomini”, tale
riferimento assume un senso solo se lo si pone in relazione al
coinvolgimento di Tissaferne, Farnabazo e Ciro a sostegno di
Sparta. Quindi tale affermazione presuppone una conoscenza dei
successivi sviluppi della vicenda bellica. Inoltre l’idea della
ricerca delle cause vere è riscontrabile anche nelle
considerazioni circa le conseguenze politiche a cui la morte di
Pericle avrebbe portato, tra le quali è citata, anche se
indirettamente, la disfatta finale di Atene. Quindi è probabile,
se non certo, che la rielaborazione dell’opera avvenuta in
seguito alla scoperta della finta pace di Nicia, abbia
riguardato l’intero lavoro, a partire dai primi capitoli.
Per Ulrich il secondo proemio rappresenta il momento in cui
Tucidide riprende la stesura dell’opera dopo aver compreso che
le nuove ostilità erano la prosecuzione della guerra decennale.
Rimane però sempre la questione sull’interruzione finale
dell’opera. Infatti era ritenuto imbarazzante rendere la resa di
Atene il motivo principale della rinuncia di Tucidide nella
prosecuzione dell’opera quindi nacque la tesi secondo la quale
Tucidide, morto prematuramente, non aveva avuto il tempo di
completare la stesura della sua opera. Ma se era andata in
questo modo perché non vi erano stati ritrovamenti del materiale
raccolto da Tucidide? Riguardo a ciò l’ipotesi più avvalorata fu
quella di uno studioso delle Ellenistiche, Ludwig Breitenbach
che riteneva che Senofonte avesse trovato le stesure grezze di
Tucidide e le avesse riorganizzare per costituire il racconto
degli anni finali della guerra.
Tucidide pur avendo iniziato a scrivere molto presto non aveva
lasciato alcuno scritto per gli anni 411-404, ciò costrinse gli
studiosi ad assegnare ad un’opera fin troppo imperfetta un tempo
lunghissimo. Quindi si formò l’ipotesi secondo la quale nella
composizione di Tucidide ci fu una lunga pausa, un lungo periodo
di stasi probabilmente collocabile tra il periodo della guerra
decennale al fallimento della pace di Nicia. E’ quindi
ipotizzabile che lo storico durante la guerra decennale si sia
limitato ad una semplice raccolta di materiale anche se egli
stesso lo nega con la sua dichiarazione iniziale.
Un’altra questione che i critici più volte hanno ripreso è
quella riguardante il contrasto tra i cosiddetti libri perfetti
(VI, VII) e quelli imperfetti (V, VIII). La distinzione è nata
da un equivoco in quanto non si considerò il fatto che la
divisione in libri non risale a Tucidide, che ripete nella sua
opera, in modo quasi ossessivo, che la sua intenzione era di
suddividere l’opera secondo gli anni di guerra. Così nei libri
imperfetti sono presenti parti compiute e corrette accostate a
parti ancora da ultimare e rivedere: così si trovano passi come
la campagna di Mantinea (418-417 a.C.) elaborati e minuziosi, e
parti che, sebbene importanti, sono appena citate come il
conflitto commerciale di Megera. L’impianto dell’opera è diviso
in anni e stagioni e questo rende molto precarie le tesi dei
sostenitori della questione tucididea in quanto si trovano di
fronte ad anni perfetti con elementi imperfetti perché
appartenenti ad un altro libro. Di conseguenza i discorsi
diretti che denotano la perfezione o l’imperfezione dell’opera,
compaiono alternatamene sia negli anni perfetti sia in quelli
imperfetti non coincidendo affatto con la suddivisione in libri.
Quindi l’opera tucididea è da considerarsi molto meno articolata
e precisa di quanto abbiano voluto credere gli studiosi della
questione tucididea, risulta bensì sfumata e ricca di
rielaborazioni e ritocchi che denotano una progressiva
maturazione della coscienza storica di Tucidide che pur non
prevedendo il futuro, ma analizzando attentamente il presente ha
complessivamente raccontato un periodo di storia in modo
pressoché ineccepibile
Tucidide “erodoteo”
Dionigi di Alicarnasso fu il primo critico di Tucidide ad
ipotizzare il “riordinamento della materia” contenuta nel primo
libro. Arrivò a questa conclusione considerando la molteplicità
delle digressioni che sono presenti nell’opera partendo dalla
Pentecontetia, fino ad arrivare alle varie altre digressioni che
affrontano gli insulti diplomatici provocatori che Atene e
Sparta si scambiano prima dell’accentuarsi delle ostilità. Così
attraverso questo excursus veniamo a sapere che Sparta aveva
chiesto agli Ateniesi di allontanare dalla città gli eredi di
coloro che avevano ucciso Cilone, quindi era loro desiderio che
Pericle si allontanasse dalla città. Atene invece, avanzando una
richiesta non meno provocatoria, aveva richiesto di espiare
l’uccisione del re Pausania avvenuta per mano degli efori. La
morte di Pausania nell’opera di Tucidide richiama la violenza
della morte di Temistocle in esilio, una vicenda del tutto
estranea al contesto storico del periodo. Solo giunti a questo
punto dell’opera, cioè alla fine del primo libro, inizia la
narrazione vera e propria della guerra che trova il suo
compimento nel secondo libro. Lo stile ricco di digressioni è
tipico di Erodoto e quindi in questo senso è possibile affermare
che Tucidide seguisse lo schema dell’altro autore, tuttavia è
possibile anche affermare che la materia che Tucidide aveva
intenzione di trattare nella sua opera fosse una continuazione
di ciò che aveva narrato Erodoto, quindi secondo questa ipotesi
il fine di Tucidide sarebbe stato quello di riportare gli
avvenimenti che vanno dal 478-421 che mai nessuno storico aveva
affrontato. Tuttavia la materia che Tucidide aveva iniziato a
trattare nel primo libro fin da subito cominciò a subire
l’influenza dell’imminente guerra fino al punto che ne diventò
la storia. Quindi in definitiva la tesi che vede un Tucidide
erodoteo afferma che inizialmente lo storico avesse come
intenzione quella di proseguire ciò che Erodoto aveva narrato,
ma che poi, affascinato e distratto dai conflitti tra Sparta ed
Atene, avesse cambiato la materia della sua opera. Comunque le
analogie riscontrabili fra Tucidide ed Erodoto si riducono a
questo; sono infatti del tutto contrapposte le impostazioni che
i due storici danno alla loro opera. Mentre Tucidide mira ad una
narrazione concreta resa attraverso la constatazione e mette da
parte la mitologia e la leggenda specialmente nella descrizione
dei protagonisti ,Erodoto fa del mito parte integrante del suo
racconto riuscendo sicuramente a produrre una narrazione più
avvincente e piacevole ma perdendo una parte della verità
nell’esaltazione delle virtù dei vari eroi
L’archeologia
Per archeologia in Tucidide si intende lo studio della storia
antica, della storia di cui non si ha esperienza diretta, la
storia che si studia solo attraverso i documenti trovandosi
nella condizione di non poter analizzare reperti diretti. La
storia è quindi indiziaria, come si nota facilmente dalla
notevole introduzione presente nel primo libro dell’opera dove
Tucidide narra l’intera storia greca sintetizzata al massimo,
partendo dalla comparsa di alcune popolazioni nomadi ancora poco
sviluppate, passando attraverso il progresso economico, militare
e politico fino a giungere al grande conflitto tra le due
egemonie. Seguendo il corso della narrazione di Tucidide
l’impressione che si ha è quella di un progressivo aumento delle
dimensioni, dell’importanza delle cose via via che ci si
avvicina al presente. Così, mentre le guerre persiane,
considerate nella parte che tratta la storia antica, sono
minimizzate, ridotte ad una leggenda, alla guerra tra Sparta ed
Atene è data la massima importanza e il massimo coinvolgimento.
Si nota inoltre dall’intera opera come la storia sia storia di
guerre. In Tucidide appare quindi una concezione riassumibile
nell’espressione “la guerra è misura di tutte le cose”, secondo
la quale ogni civiltà, ogni città è valutabile se considerata
nel momento della guerra. Nella archeologia tucididea si
cominciano ad acquisire alcune importanti categorie
storiografiche. Importante è sicuramente il rapporto tra la
conoscenza dei fatti storici ed il loro significato. Infatti lo
stesso Tucidide afferma nel primo libro, alla fine
dell’archeologia di essere a conoscenza di aver dato poca
importanza ai fatti passati, per il semplice fatto di averli
affrontati direttamente; si rileva quindi una matura
comprensione del rapporto tra la dimensione dei fatti storici e
la distanza temporale che esiste tra essi ed il narratore.
Famosa è la critica che Tucidide fa nei confronti di Omero,
considerando i dati forniti dal poeta nell’Iliade riguardo
all’invasione di Troia. La sua considerazione attenta e
ragionata è tesa a dimostrare che i Greci che partirono per
Troia furono di numero esiguo. Per tale dimostrazione si avvale
degli elementi forniti dalla testimonianza poetica di Omero e,
considerando la presenza di esagerazioni poetiche (iperboli)
arriva a stabilire che anche se Omero esalta il gran numero di
Greci che erano partiti per Troia, in realtà il numero di questi
non era poi così grande. Tucidide dà i primi cenni di quella che
sarà l’archeologia del futuro, analizzando i documenti sulle
rovine di Micene che la descrivono come una piccola città
sicuramente non molto grande. Tucidide si rende conto di quante
interpretazioni errate potessero essere stilate partendo da un
sito archeologico che poteva non essere una rappresentazione
fedele di quello che era stata la città. Fa quindi l’esempio di
Sparta, forte potenza sia dal punto di vista economico, sia dal
punto di vista militare, ed immagina che essa fosse ridotta ad
un sito archeologico in base al quale fosse riconoscibile solo
la struttura della città. Ipotizza quindi che le conclusioni
degli studiosi potrebbero arrivare ad affermare che Sparta era
stata una città piccola che aveva minima influenza quando invece
la sua grandezza è ancora nota. In base a ciò Tucidide afferma
che la tradizione poetica, sebbene da considerarsi con cautela,
fornisce strumenti, a volta anche più validi dell’analisi
archeologica per lo studio di una civiltà. Tucidide molto
modernamente analizza l’evoluzione, il progresso della società
ponendo la grande contrapposizione antropologica, di grande
rilievo in seguito per tutta la storia, tra nomadi e stanziati.
Analizza quindi il progresso della sua civiltà partendo dai
nomadi fino ad arrivare al presente che identifica come
“pienezza dei tempi”. Un tale metodo d’analisi storica basato su
più fronti di studio e teso nell’insieme alla ricerca e allo
studio di prove valide e concrete, è sicuramente la strada
migliore verso la verità, è segnale di un grande progresso nella
storiografia. Si comincia, con Tucidide, ad affrontare la vera
causa di ogni azione, l’uomo diviene centro della storia e si
comincia a parlare di responsabilità.
La peste: il metodo tucidideo e
la temperie ippocratica
Sebbene l’opera di Tucidide, sia soprattutto di carattere
politico, cioè con una netta prevalenza dell’analisi dei fattori
politici nella storia, esiste anche un’amplissima descrizione
sintomatologica di quell’epidemia che colpì Atene nel secondo
anno di guerra poi definita come peste. Anche se l’apparenza
sembra smentirlo, esiste una grande affinità tra il campo
politico e quello medico. In entrambe le discipline Tucidide
applica il metodo scientifico mediante la ricerca di indizi. Lo
storico è quindi definibile un sintomatologo che trasferisce lo
studio dei sintomi dall’ambito patologico a quello umano. E’
quindi la scelta di questo metodo che induce il ricercatore ad
affrontare il problema della diversa conoscibilità di tutte le
cose, problema che Tucidide affronta ampliamente nella
“Archeologia”, nel primo libro. Partendo da questi presupposti
Tucidide quindi afferma che il suo lavoro si limita a descrivere
i sintomi della peste per quelli che a lui risultano a
prescindere da quale sia la persona contagiata. Vi è quindi una
ricerca di una regola generale in base alla quale rendersi conto
dell’insorgenza o meno dello stesso morbo in un ipotetico
futuro. Lo studio dei fenomeni basato sullo studio dei sintomi è
indice di una concezione di una fissità della natura e quindi,
di conseguenza, di una fissità del pensiero umano. Ciò è reso
particolarmente esplicito da Tucidide quando, descrivendo la
guerra civile a Corcira, afferma che le cose terribili che
avvennero sono quelle che tra gli uomini sono sempre avvenute e
sempre avverranno. Risulta quindi che il metodo
dell’osservazione dei sintomi, dei segni è applicato anche a
livello storico, prendendo come elemento di studio i documenti
scarsi o ingannevoli del passato. Sempre su base di questi segni
è possibile in teoria uno studio del futuro secondo quanto
affermato da Tucidide. La previsione (pronostico) che avviene
attraverso i segni (sintomi) costituisce l’insieme di quegli
strumenti che Tucidide adotta per lo studio dei fatti umani.
Simili erano quelli adottati dalla medicina del V secolo, la
medicina ippocratica in contrasto con quella magico-divinatoria
del passato. Questo metodo di studio è descritto nel
“Prognostico” e nelle “Epidemie”, opere nelle quali si
riscontrano diverse analogie con il metodo di Tucidide. Dopo
un’accurata lettura di tali opere si può arrivare a concludere
che il medico è qualcuno che sa dire di presente, passato e
futuro. Il suo studio infatti si basa sul presente, sull’analisi
dei sintomi di un paziente, tuttavia prende spesso spunto da
casi analoghi del passato (nelle “Epidemie” sono descritti molti
casi particolari di pazienti) e tende a dare previsioni per il
futuro. Allo stesso modo il politico che attraverso la lettura
si è occupato di fatti precedenti sa dare delle previsioni
sull’andamento futuro della situazione. Tucidide era un
sostenitore del metodo ippocratico a tal punto che vi dedicò un
lungo excursus trattante la sintomatologia della peste.
L’imperversare della peste fu una delle prime grandi sconfitte
che la medicina ippocratica subì, non riuscendo a curare affatto
questo genere di morbo. Tornò quindi in parte a prendere piede
il culto di Asclepio, dio guaritore che era il modello della
medicina magica. Ciò evidenziò il fatto che i dissidi tra le due
medicine non erano affatto cessati. Se la crisi della medicina
ippocratica fu superata, grave danno invece ebbe la pratica
medica vera e propria. I medici non avevano più alcun interesse
a stare ad Atene ormai povera sotto il profilo politico ed
economico. Non venivano pagati ed inoltre non avevano più
stimolo di alcun genere. Questa è quindi la descrizione della
perdita di influenza della pratica medica, le cui cause sono
spiegabili agevolmente. Risulta invece assai meno agevole
presentare come questa pratica medica fosse nata. E’ saputo
della grande influenza che ebbe Ippocrate, ma quello che si sa
riguardo alla sua figura è per lo più leggendario o comunque
evanescente. Le uniche due testimonianze notevoli sono quelle di
Protagora e di Fedro. In Protagora è noto l’accostamento tra
colui che chiede l’intervento di un sofista per curare i suoi
interessi e colui che chiede l’intervento di un medico, nel caso
specifico Ippocrate. In Fedro invece, ad Ippocrate si fa
risalire un pensiero che non ha tuttavia corrispondenza nel
corpus, si tratta della concezione secondo la quale non è
possibile un corretto studio della natura e del corpo
indipendentemente dalla natura del tutto. Simile concezione è
anche quella che Platone chiama col nome di dialettica secondo
cui attraverso lo studio dei particolari si giunge al concetto
unico che poi va diviso nuovamente per lo studio dei casi
specifici. Altre informazioni sulle idee di Ippocrate ci sono
pervenute verso la fine dell’Ottocento con la scoperta
dell’Anonimo Londinese, nel quale sono contenuti dei trattati di
medicina compilati da Menone. Le teorie ritrovate nell’Anonimo
tuttavia, risultarono molto deludenti perché superficiali;
infatti riguardavano solo alcune cause marginali delle malattie
del tutto trascurabili e neanche presenti nel corpus. Questo ha
spinto i critici moderni a ritenere che Menone probabilmente
avesse preso spunto da opere di falsa appartenenza a Ippocrate.
Vari furono i trattati di medicina del tempo e furono fatti
risalire ai più disparati autori, tuttavia merita una
considerazione a parte il trattato “Sulle arie, le acque, i
luoghi” poiché ha avuto un grandissimo influsso sulla successiva
etnografia greca e romana. L’intero svolgimento ruota intorno a
due tesi principali: a) le malattie sono in rapporto casuale con
le condizioni climatiche, geografiche, idriche […] dei vari
luoghi [… la molteplicità di manifestazioni patologiche dipende
dalla costituzione fisiologica dei singoli individui]. B)
L’ambiente naturale e le strutture sociali sono i fattori entro
i quali prende forma l’assetto individuale e collettivo dei vari
popoli. Mentre la prima tesi non è nuova come formulazione, in
quanto può essere fatta risalire al pensiero diErodoto, la
seconda molto importante si contrappone a quella sofistica che
vedeva nella natura l’universale, aveva una concezione unitaria
dell’ambiente. Al contrario invece l’impostazione ippocratica è
assai più concreta poiché descrive la natura come una serie di
ambienti collegati tra loro e funzionanti. Una tale concezione,
ovviamente, rischia di cadere in una sorta di predestinazione
razziale dei vari popoli le cui caratteristiche sono diversi
poiché influenzate se non addirittura determinate da ambienti
diversi, così ad esempio si giustifica la famosa indolenza degli
Asiatici addossandone la colpa all’uniformità delle stagioni
che, non presentando cambiamenti continui come quelle più
occidentali, non danno alla popolazione una sufficiente spinta
vitale.
Concezione politica e modello
statale
La caratterizzazione dell’opera che risulterebbe dando eccessiva
importanza agli argomenti marginali, se pur trattati da Tucidide
con ampie digressioni, sarebbe falsa e non corrispondente con il
vero scopo dell’opera. Tucidide infatti si era proposto di
fornire un mezzo valido per lo storico che in un ipotizzabile
futuro avrebbe potuto usufruire di uno strumento ricco di esempi
del passato da cui attingere per determinare il presente in modo
migliore. Ne è una prova la continua comparsa del problema
politico greco che ebbe vita da Solone fino ad Aristotele, cioè
quello del miglior governo. Fondamentale in questa analisi è la
figura di Pericle la cui opinione è esplicitata nell’epitafio
per i morti del primo anno di guerra ed il profilo politico e
costituzionale del ruolo di Pericle nella città moderna. Il
primo testo in un certo senso si può dire addolcito dalle
necessità celebrative che forse non rendono più di tanto le
valutazioni di Pericle rispondenti al pensiero tucidideo. Il
secondo trattato è invece la chiara espressione delle idee di
Tucidide in una fase matura, ed è un chiaro elogio al meccanismo
di equilibrio democratico che si era stabilito nella
distribuzione del potere, anche se nei fatti esso era solamente
concentrato nelle mani del primo cittadino. Tuttavia alcuni
critici hanno voluto interpretare questa visione di Tucidide
come un elogio indiretto alla monarchia, come afferma Thomas
Hobbes : “Ma ancora di più mostra di apprezzarlo [l’equilibrio]
quando regnava Pisistrato” di gran lunga più monarchico di
Pericle. Questo Tucidide che Hobbes rappresenta è tuttavia
troppo forzato, infatti lo storico non parla mai di monarchia a
proposito di Pericle. In seguito anche se mette in luce il
rapporto tra virtù e saggezza in Pisistrato il pensiero politico
tucidideo non mostra mai di muoversi in senso monarchico.
Tucidide prende una posizione ed esplicita le sue convinzioni
solo nel libro ottavo dove, analizzando gli esperimenti politici
del 441 apprezza la direttiva statale secondo cui solo
cinquemila cittadini scelti secondo un criterio di “mescolanza”
economica godono dei diritti pieni. Sebbene però Tucidide
affermi che l’oligarchia del 441 sia stata la miglior forma di
governo che Atene abbia mai avuto, non asserisce mai che essa
sia la migliore in senso assoluto, tanto meno afferma la
possibilità di una frattura nel governo democratico di Atene per
passare ad un’altra forma organizzativa diametralmente opposta.
Quindi il tentativo di riforma oligarchica del 441 riempie
Tucidide di ammirazione ma anche di incredulità poiché, anche se
con una forma di governo apparentemente ineccepibile, si era
tentato di levare ai cittadini i loro diritti cento anni dopo la
cacciata dei tiranni.
Necessità e responsabilità
Problema centrale dell’opera tucididea è quello della fine di
una grande potenza. Il mondo da cui Tucidide viene, da cui ha
preso tutta la sua esperienza, non è quello ampio e vario di
Erodoto che ha visto eserciti sgretolarsi e grandi città essere
sottomesse. Il modo di Tucidide è di gran lunga più ristretto, è
quello della sua città, questo è uno dei motivi per il quale è
giunto alla conclusione che la disfatta di Atene sia stata
dovuta ad una necessità. La stessa necessità che spinge le
grandi potenze in cerca di un dominio sempre più grande e ne
rende impossibile la coesistenza. Il concetto di necessità manda
quindi ad un qualcosa di oggettivo che allontana da qualsiasi
considerazione riguardo a ciò che questa necessità procura sia
dal punto di vista morale, sia dal punto di vista delle
conseguenze. Quindi ritornando in ambito storico è possibile
affermare che poiché è necessità di una potenza forte, quasi
invincibile, scontrarsi e produrre violenza, essa non implica
alcun responsabilità. Tale problema affiora costantemente
nell’opera Tucididea quasi si trattasse di un filo parallelo
alla narrazione. Lo storico affronta ripetutamente questo
problema, a volte esponendo le proprie considerazioni in prima
persona, a volte facendo strumenti del suo pensiero alcuni
personaggi come ad esempio i Melii, colpevoli solamente di non
essere sudditi di Atene ma comunque abitanti dell’isola, ciò
costituiva un fattore con una forte spinta disgregativa per
l’impero. Fu elemento di dibattito la questione riguardo alla
stesura dei dialoghi dei Melii, infatti essi risultano una sorta
di previsione della futura distruzione di Atene; ma è poco
probabile pensare ad una successiva stesura dei dialoghi anche
perché per ogni politico minimamente esperto e consapevole dei
fatti del momento sarebbe stato facile a intuirsi l’imminente
disfatta soprattutto dopo la pace transitoria del 421. Nei
dialoghi dei Melii la parola di questi appare meno credibile
rispetto a quella degli Ateniesi poiché gli abitanti dell’isola
dovettero difendere sofisticamente una tesi impossibile cercando
di convincere gli Ateniesi che sarebbero sconfitti comunque e
che non avrebbe avuto senso una dura ritorsione nei confronti
dei deboli abitanti dell’isola. Tucidide pone gli argomenti
degli Ateniesi secondo la tesi della necessità dicendo che essi
obbediscono al fisso ordine della natura più potente anche della
volontà degli dei e questo ordine vuole che tra potente e debole
ci sia sempre contrasto e che il potente abbia sempre e comunque
la meglio. Si conclude il dialogo con l’affermazione che è
quindi una necessità il massacro dei Melii. Il fattore
responsabilità tuttavia non è assente dalla mente calcolatrice
degli Ateniesi che, come Tucidide più volte riporta, spesso
ripensarono alla strage come si trattasse di un incubo
collettivo che li faceva temere di subire, la notte della
disfatta la stessa sorte dei Melii. E’ quindi presente in
Tucidide una concezione matura e moderna della responsabilità:
essa è il veramente utile che non coincide mai con il
necessario.
|