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Eusebio di Cesarea

Se Costantino è il primo imperatore cui compete l'appellativo di « bizantino » e per aver trasferito la capitale dell'impero a Bizanzio e per aver inserito il cristianesimo nella vita dell'impero, eventi che diedero un nuovo corso alla storia e iniziarono una nuova età, Eusebio di Cesarea, che nella sua opera riflette questi radicali cambiamenti, è di diritto il primo scrittore bizantino. Egli ha operato l'adattamento del pensiero storico pagano alla nuova realtà data dalla vittoria del cristianesimo, creando la « storia ecclesiastica », e ha posto i fondamenti di una teologia politica cristiana, derivata da quella pagana, che fu alla base dell'ideologia imperiale bizantina.
Eusebio, nato verso il 260 probabilmente a Cesarea di Palestina, si formò alla scuola del dotto Panfilo, di cui si sentiva figlio spirituale, come indica il genitivo « tou Pamphílou » che egli stesso faceva seguire al suo nome. Panfilo si collegava alla scuola di Alessandria attraverso l'insegnamento di Origene, che durante il suo esilio si era stabilito a Cesarea e vi aveva fondato una scuola e una biblioteca. La biblioteca ín seguito ad ampliamenti era divenuta considerevole. Dopo il martirio dì Panfilo, nella persecuzione di Massimino Daia (310), Eusebio, scampato alla morte con la fuga, tornò a Cesarea quando ai cristiani fu concessa la libertà e, allora, fu innalzato al seggio episcopale della sua città (ca. 314). Lo occupò fino alla morte avvenuta verso il 340.
Eusebio fu testimone dell'ascesa graduale del cristianesimo durante il regno dí Costantino e delle controversie dottrinali che la libertà aveva incrementato; parteggiò per gli ariani anche dopo il concilio di Nicea, pur avendo in esso votato contro Arío, forse per secondare il desiderio dell'imperatore. La sua operosità fu grandissima sía nel campo degli studi sia nella partecipazione attiva alla vita politica e religiosa del suo tempo.
E godette del favore di Costantino, che ammirò sconfinatamente come l'instauratore dei rapporti pacifici tra Stato e Chiesa, dopo il periodo di sanguinose persecuzioni che lo aveva preceduto.
Della sua abbondante produzione esegetica, dogmatica, apologetica, storica, oratoria buona parte si è salvata ed è per noi d'importanza grandissima, soprattutto perché il suo metodo di lavoro, fatto di continue inserzioni di testi e di documenti per noi altrimenti perduti, ha fatto sí che ci pervenissero testimonianze preziose di carattere storico, apologetico e dottrinale, che costituiscono per lo studioso moderno quasi il surrogato della ricchissima biblioteca di Cesarea.
Tra gli scritti apologetici di Eusebio merita soprattutto di essere ricordata la grande opera costituita da due parti che si integrano: la Preparazione Evangelica e la Dimostrazione Evangelica. La prima comprende quindici libri che ci son giunti per intero; la seconda era in venti libri, di cui ci son conservati solo i primi dieci e un notevole frammento del quindicesimo. L'apologetica di Eusebio mira alla diffusione del « kerygma » cristiano nel mondo ellenistico: seguendo le orme di Origene, Eusebio cerca un accordo tra la fede cristiana e il pensiero pagano e giunge alla costruzione di una specie di teosofia, una scienza del divino, tale da ottenere l'assoluta adesione della ragione. La confutazione dell'idolatria vien fatta con l'uso di ampie citazioni da scrittori pagani; viene ribadita l'affinità tra la dottrina platonica e la religione giudaica e si insiste sul tema — già caro all'apologetica dell'anteriorità cronologica dei profeti e di Mosè rispetto aí grandi filosofi greci: dai profeti dunque dipenderebbero le migliori idee della filosofia greca, e Platone soprattutto avrebbe attinto largamente a Mosè. Nel Cristo è da vedere colui che è venuto a insegnare a tutti gli uomini a vivere secondo le norme della filosofia. Il cristianesimo veniva cosí presentato in una nuova prospettiva storica: come l'intermediario tra l'ellenismo e il giudaismo, il punto d'incontro tra filosofia e rivelazione. Il vero Dio è comune agli Elleni, ai Giudei e ai Cristiani. E' questo un potente tentativo di sintesi tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo, che cessano di essere ritenuti termini antitetici. Per questa strada avrebbero proceduto i Padri della Chiesa del IV e del V secolo.
Ma il nome di Eusebio è particolarmente legato ai suoi scritti storici, i quali — è da dirsi subito — rispondono alle stesse esigenze di propaganda cristiana dell'opera apologetica. La Cronica (il titolo intero con cui la cita l'autore è: Canoni cronologici ed epitome della storia universale degli Eletti e dei barbari, comprendeva due parti: la prima era un rapido riassunto della storia dei Caldei, degli Assiri, degli Ebrei, degli Egizi, dei Greci e dei Romani, condotto su varie fonti che venivano ampiamente citate; la seconda conteneva tavole sinottiche delle concordanze cronologiche dei principali eventi della storia universale sacra e anche profana. L'opera si ispirava alla Cronografia di Sesto Giulio Africano, uno scrittore cristiano che al principio del III secolo aveva tentato per primo, con intenti apologetici, una sistemazione sincronica della storia universale. Il motivo apologetico che stava alla base della Cronica di Eusebio era diventato già tradizionale, Gli Elleni venivano contrapposti ai barbari, con il qual termine venivano indicate le popolazioni non greche in generale, ma anche gli Ebrei. Ma gli Elleni venivano considerati recenti, quasi dei fanciulli, rispetto ai barbari e agli Ebrei. Le loro dottrine filosofiche erano attinte ai barbari che li avevan preceduti, e particolarmente ai profeti ebraici e a Mosè, che eran giudicati privilegiati e per la loro antichità e per l'eccellenza della loro dottrina e, soprattutto, per la loro ispirazione divina (rivelazione). Il cristianesimo, dunque, che del giudaismo era la naturale continuazione, non era una novità, come obiettavano i pagani: esso si rifaceva alla piú alta antichità e alla rivelazione, cui gli Elleni stessi avevano attinto quanto nelle loro dottrine filosofiche era accettabile.
La storia assumeva cosi dimensioni veramente universali, con una visione e una interpretazione unitaria, con una « filosofia » che dava una finalità unica a tutti gli eventi del mondo, visti come svolgimento provvidenzialmente regolato di un processo continuo e coerente, tendente al fine supremo dell'attuazione del regno di Dio preordinato « ab aeterno » nella mente divina. Gli eventi storici costituivano come una rivelazione del Logos eterno manifestantesi nella realtà di istituti e di tradizioni e si collegavano fra di loro nello schema giudeo-cristiano della redenzione, della salveaza del genere umano: era questo il fine supremo a cui concorrevano tutti i popoli, quali strumenti dell'attuazione del piano della Provvidenza. E la sto
ria anteriore alla incarnazione del Logos era considerata come preparazione alla redenzione: « preparazione evangelica ».
Di tale tesi apologetica era la naturale alleata la cronologia, i sincronismi tra la storia dei barbari e quella degli Elleni. A questa esigenza, già sentita nei secoli precedenti da Taziano, da Clemente Alessandrino, da Sesto Giulio Africano, da Ippolito di Roma, rispondeva anche la cronologia comparata di Eusebio. Egli tuttavia per primo sembra che abbia presentato i fatti delle varie nazioni in colonne parallele (canoni) che dessero una visione sinottica dei sincronismi, in modo che apparisse evidente la priorità della rivelazione rispetto al pensiero ellenico. Inoltre, per dare maggior valore scientifico alla sua opera, Eusebio, a differenza dei suoi predecessori Sesto Giulio Africano e Ippolito. abbandonava i calcoli millenaristici, che costringevano la cronologia cristiana a tener conto non soltanto del principio ma anche della fine (l'escatologia era parte essenziale del cristianesimo primitivo e l'autorità dell'Apocalisse attribuita a san Giovanni sanciva la fede nel millennio), ed evitando i trabocchetti cronologici della prima parte della Genesi, assumeva come punto di partenza della sua cronologia l'anno della nascita di Abramo (2016-15 a. C.). L'opera risultava divisa in cinque periodi: 1) da Abramo alla caduta di Troia; 2) dalla caduta di Troia alla prima Olimpiade; 3) dalla prima Olimpiade al secondo anno del regno di Dario; 4) dal secondo anno del regno di Dario alla morte di Cristo; 5) dalla morte di Cristo al 303 d. C. Liberata dalle pastoie del millennio, fondata sulla base ampia delle migliori fonti, condotta con un certo vaglio critico, la Cronica di Eusebio, pur con i difetti inerenti alla sua natura oscillante tra l'opera scientifica e lo strumento di propaganda, segnava un superamento sugli scritti precedenti del genere.
Del testo originale greco non ci son giunti che frammenti ed estratti; ma ci è pervenuta della prima parte un'anonima traduzione armena del VI secolo, non sappiamo quanto fedele all'originale; della seconda parte abbiamo il rifacimento latino compiuto da san Gerolamo a Costantinopoli nel 380, il quale vi ha inserito molte notizie, specie di storia romana, e l'ha prolungato fino all'anno della morte di Valente (378).

La Cronica è un libro fondamentale per la storiografia medievale: ad essa nel mondo bizantino si collegano tutte le cronografie universali da Malala in poi; né minore è l'influenza che essa ha esercitato nell'Occidente attraverso la traduzione geronimiana. E la concezione provvidenziale della storia, ripresa e precisata da Agostino e da Paolo Orosio, sarà uno degli elementi fondamentali della spiritualità mediolatina.

Ma l'opera che costituisce il titolo di maggior gloria di Eusebio è la Storia Ecclesiastica. Di questo nuovo genere storiografico egli fu l'inventore: per primo infatti comprese che lo sviluppo della Chiesa cristiana, ricco di episodi drammatici — persecuzioni, eresie, scismi e infine la vittoria trionfale —, poteva essere materia di storia, e ne fece la narrazione dalle origini ai suoi tempi. L'opera, che ebbe per cura dello stesso autore varie edizioni rivedute, rimaneggiate e aggiornate (la prima probabilmente del 312, l'ultima posteriore al 326), è, nella forma attuale, in dieci libri e copre il periodo dalla fondazione della Chiesa alla disfatta di Licinio (324) e alla riunificazione dell'impero nelle mani di Costantino. Ma si ingannerebbe chi sperasse di trovare in Eusebio una esposizione continua e ordinata dello sviluppo della Chiesa attraverso le tappe piú salienti e significative: egli non possedeva né le qualità letterarie né la capacità di composizione che richiedeva un tale assunto. La dimostrazione della sua tesi apologetica del progresso e del trionfo finale del cristianesimo è fornita non attraverso l'eloquenza di un retore, ma mediante la citazione di testimonianze e di documenti. L'opera cosí risulta una specie di mosaico di materiale e di fonti, ma questo è pregio per noi inestimabile. Eusebio deliberatamente non segui il metodo di considerare la storia come « opus oratorium maxime », in cui vi fossero molti discorsi inventati e pochissimi documenti autentici; fece anzi il contrario: non inserí discorsi, ma diede grande quantità di documenti. Solo nell'ultimo libro, il decimo, quand'egli doveva celebrare la vittoria della Chiesa sui suoi nemici ed esaltare l'avvento di un imperatore cristiano, passò dalla semplicità dei primi libri all'enfasi del panegirico.
Eusebio era cosciente di scrivere un nuovo tipo di storia, differente dai generi storici tradizionali. Per la sua Storia Ecclesiastica cercò i precedenti da una parte nella storiografia giudeo-ellenistica, rappresentata particolarmente da Flavio Giuseppe, e dall'altra nelle storie di scuole filosofiche. La storiografia giudeo-ellenistica gli offriva il modello della storia di una particolare « nazione », diversa e contrapposta alle nazioni pagane, per la quale particolare importanza aveva l'antichità rispetto ai tempi recenti, la religione rispetto alla politica.

Di tale storiografia era proprio anche il tono apologetico e in essa si trovavano le digressioni dottrinali e l'esibizione (anche se in quantità minore) di documenti. Al modello della storiografia giudeo-ellenistica Eusebio combinò il metodo della storiografia delle scuole filosofiche, poiché la Chiesa veniva considerata un grande « didaskaleion », una scuola di pensiero. Le liste dei vescovi delle piú importanti comunità e dei maestri che avevano insegnato la parola di Dio in ogni generazione corrispondevano alle successioni degli scolarchi; e alle scuole filosofiche, così come alla Chiesa, eran proprie controversie dottrinali e questioni di autenticità. Ma, pur seguendo tali orme, Eusebio diede alla sua storia caratteristiche nuove, così come nuova era la posizione del cristianesimo rispetto alle antiche filosofie e alle istituzioni tradizionali. Parte preponderante avevano nella storia della Chiesa le eresie e le persecuzioni. Ora, l'eresia presuppone una ortodossia che poggia sulla autorità della rivelazione: concezione del tutto nuova che non poteva avere corrispondenza in nessuna scuola filosofica; la persecuzione discendeva da un conflitto del tutto nuovo tra il potere imperiale sempre piú concepito in maniera sacrale e carismatica e la professione cristiana che, postulando la realtà trascendente di un regno di Dio, tendeva a svalutare automaticamente, dal punto di vista morale e religioso, e l'organizzazione statale e le pretese divine del sovrano. E alla base di tutta l'esposizione eusebiana vi è un atteggiamento mistico del tutto nuovo: la storia della Chiesa è una specie di « dimostrazione evangelica », una prova della permanente e immanente rivelazione del Logos divino in mezzo agli uomini. È questo un altro aspetto della « filosofia della storia » di Eusebio che vede culminare l'azione provvidenziale del Logos nell'affermazione del cristianesimo, che del Logos eterno è la suprema incarnazione e realizzazione. All'esposizione storica di fatti nuovi Eusebio diede una forma nuova, e della novità si accorsero i contemporanei e i posteri che all'opera decretarono un vastissimo successo con traduzioni, continuazioni e imitazioni.

In Oriente la Storia Ecclesiastica fu tradotta in siriaco, in armeno e in copto; in Occidente fu tradotta, nel 403, in latino (con frequenti parafrasi ed errori) da Rufino di Aquileia, il quale vi aggiunse di suo due libri che narrano gli avvenimenti della Chiesa fino alla morte di Teodosio il Grande (395). E fu imitata e continuata in tutta una serie di storie della Chiesa che alla storia eusebiana si ispirarono nella struttura e nel metodo fino all'età giustinianea. Ma forse il debito della storiografia alla creazione di Eusebio è ancor piú grande, se, come ha acutamente visto il Momigliano, all'influenza della storia ecclesiastica trattata, sull'esempio eusebiano, con grande spiegamento di erudizione e con scrupolosa cura per l'analisi delle fonti, nella ripresa che essa ebbe nei secoli dal XVI al XVIII, in conseguenza della Riforma, è dovuto il passaggio dalla retorica e dal pragmatismo all'apparato erudito della moderna storiografia politica.

Accanto alle opere storiche meritano di essere ricordati particolarmente due scritti eusebiani che gettano una singolare luce sulla figura del loro autore nei panni di abile vescovo cortigiano di Costantino. Essi sono: il Triakontaeterikós, panegirico pronunciato da Eusebio in occasione dei « Tricennalia », la celebrazione del trentesimo anniversario dell'ascesa al trono del primo imperatore cristiano, il 25 luglio del 335, nel palazzo di Costantinopoli; e la Vita di Costantino, una trattazione biografico-encomiastica del sovrano cristiano composta dopo la sua morte (337), in quattro libri.
Il Triakontaeterikós, modellato sui « Logoi basilikoi » della tradizione pagana, di cui esempi notevoli son quelli rivolti a Traiano da Dione di Prusa, esalta in Costantino il sovrano ideale descritto con tratti presi al platonismo e allo stoicismo, ma soprattutto alla Scrittura e all'insegnamento cristiano: Costantino è l'interprete del Logos divino, che imita alla conoscenza di Dio e bandisce agli uomini le leggi della verità reti. giosa; è colui che mostra agli uomini, perché lo conoscano, il « segno della salvezza, il talismano della potenza romana, dell'impero universale ». Ma lo scritto è soprattutto importante perché in esso è esposta una teologia politica dell'impero cristiano, adattamento della filosofia politica ellenistica che aveva profondamente permeato l'ideologia dell'impero romano, dandogli sempre piú una prospettiva carismatica. L'impero costantiniano, secondo la visione eusebiana, è « l'imitazione del potere monarchico celeste », perché su quello celeste Costantino ha modellato deliberatamente il suo governo terreno. E come l'impero è « mimesis » del regno dei cieli così il basileus è l'« antimimos » del re celeste, di Dio. Costantino

investito com'è di un'immagine di sovranità celeste, rivolge in alto il suo sguardo e regola il suo governo terreno sul modello di quel l'archetipo divino, ricevendo forza dalla conformità con la monarchia divina. E questa conformità è concessa dal Sovrano universale soltanto all'uomo tra le creature di questa terra: perché autore del sommo potere è Lui solo, che stabili che tutto dovrà ubbidire al reggimento di uno solo. E certo la monarchia trascende ogni altra costituzione e forma di governo: poiché quella democratica forma di potere che ad essa si oppone, può essere piuttosto caratterizzata come anarchia e disordine.
(cap. 3)


Attraverso questa teologia politica lo Stato romano persecutore del cristianesimo si trasforma in una copia del regno dei cieli, mediante cui si attua la redenzione; e lo Stato (« regnum »; « basileia ») si identifica con la « Ecclesia » nel fine unitario di una universalità imperiale cristiana. In esso l'imperatore, rappresentante di Dio, unisce in sé l'autorità imperiale e il « sacerdotium » cristiano. Pur cessando cosí di essere « deus », come pretendeva la filosofia politica ellenistica, quale unico rappresentante in terra del monarca divino, l'imperatore contínua a detenere il potere supremo sugli interessi temporali e spirituali dei suoi sudditi. E la Chiesa resta inscritta nello Stato. È questa la teologia politica su cui si fonda il cosiddetto « cesaropapismo »: la teoria carismatica del potere che sarà coerentemente mantenuta per un millennio di assolutismo bizantino: in essa non c'è possibilità di una diarchia Stato-Chiesa.

La Vita di Costantino non è una biografia imperiale nel senso tradizionale, del tipo, ad esempio, delle biografie svetoniane. Composta dopo la morte di Costantino (337), essa vuole essere invece una specie di agiografia del primo imperatore cristiano, del quale non vengono narrate le imprese di guerra o le azioni politiche, ma solo quanto del suo operato aveva contribuito al trionfo del cristianesimo. Scrive Eusebio:

È mia intenzione di passare sotto silenzio la maggior parte delle imprese regali di questo principe beatissimo conflitti e guerre, gesta e vittorie, trionfi riportati sui nemici.... leggi fatte a vantaggio dei sudditi e le altre innumerevoli sue fatiche regali, che son da tutti ricordati; lo scopo per cui io scrivo questa trattazione mi spinge a dire e a scrivere soltanto di ciò che si riferisce al suo carattere religioso.

Eusebio vuol presentare la vita di Costantino, « il solo tra tutti quelli che avessero detenuto l'impero romano che fosse stato amico di Dio, sovrano dell'universo », come « un chiaro modello, per tutti gli uomini, di vita devota ». Una tale prospettiva non poteva che togliere ad Eusebio ogni possibilità di rispettare la verità. Le lodi smaccate di Costantino, che viene presentato come l'eletto di Dio, come il nuovo Mosè predestinato a condurre il popolo di Dio alla libertà, il vero benefattore dei cristiani, hanno messo sotto la costante accusa della critica quest'opera, che non ha incontrato mai favore. Già il Burckhardt vedeva in essa « menzogne e spregevoli invenzioni ». Il Pasquali vi riconosceva un'opera cui era mancata l'ultima revisione dell'autore e nel cui testo erano state inserite posteriormente varie interpolazioni e falsificazioni. Il Grégoire poi, rinnovando la questione, ha cercato di dimostrare che la Vita, nella forma a noi giunta, anche se contiene un nucleo eusebiano, non sarebbe opera di Eusebio, ma dí un compilatore piú tardo della fine del IV secolo o del principio del V, forse del vescovo ariano di Cesarea, Euzoio, erede della biblioteca di Eusebio: troppi in essa sarebbero gli errori, le falsificazioni, le inesattezze, per poterla attribuire a Eusebio che, nonostante la sua tendenziosità, è tuttavia uno storico di notevoli dimensioni. Ma altri studiosi, specie di parte cattolica, han cercato di confutare le argomentazioni contro l'autorità eusebiana della Vita (Baynes, Franchi de' Cavalieri, Palanque, Vittinghoff, Vogt, Aland). E ormai si inclina a vedere nella Vita un'opera autentica di Eusebio.
La raffigurazione di Costantino che dà la Vita è eguale a quella del Triakontacterikós, con sviluppi di tratti che nel panegirico sono solo accennati. E sia nel panegirico che nella Vita è espressa la stessa teologia politica cristiana, permeata di arianesimo, che è propria di Eusebio. Egli, anche in quest'opera, si è servito del suo consueto metodo di lavoro, utilizzando, talvolta maldestramente, sue opere precedenti e inserendo largamente documenti (ben sedici), che, se in altri tempi sono stati ritenuti falsi, ora si ha ragione di credere autentici. Un papiro londinese (Papyrus London 878), infatti, che è copia contemporanea di un editto del 324 e che è riportato alla lettera nella Vita (2, 26-29), prova l'autenticità di uno dei documenti citati « in extenso » da Eusebio e implica ragionevolmente quella degli altri.

Eusebio non limitò la sua attività all'apologetica e alla storia: egli si dedicò anche all'esegesi biblica, alla dogmatica, alla teologia, e scrisse e pronunciò discorsi, sermoni e lettere, con cui accompagnò la sua azione politica e religiosa. Degna di particolare menzione è una lettera a Costanza, sorella di Costantino, ín cui egli, anticipando le posizioni iconoclaste dell'VIII secolo, respinge come uso pagano la fabbricazione e la venerazione delle immagini.

L'opera di Eusebio, nella sua vastità, testimonia l'ampiezza dei suoi interessi, l'immensità della sua erudizione, la sua grande capacità di lavoro, che fu continua fino alla piú tarda età. La sua scienza, pur sprovvista di sottigliezze dialettiche e di voli metafisici, fu un acquisto prezioso per la nuova cultura cristiana: i suoi scritti, pieni di citazioni di autori pagani e cristiani in gran parte per noi perduti, sono una fonte inesauribile di notizie nei campi piú vari: Sacra Scrittura, storia pagana e cristiana, letteratura, filosofia, geografia, cronologia, esegesi, filologia. Ma è per noi particolarmente preziosa la sua opera di storico, appassionato alla coscienziosa compilazione di materiale documentario: senza di essa la conoscenza dei primi tre secoli del cristianesimo e dell'età costantiniana sarebbe molto piú limitata e imperfetta. Dello storico, Eusebio ebbe le qualità essenziali: la curiosità e l'amore per il documento. Gli mancarono le doti dello scrittore: appena passabile, anche se monotono, quando espone fatti, diventa verboso, affettato e carico di erudizione quando si abbandona all'eloquenza retorica di apparato; mostra di conoscere la retorica, ma di servirsene maldestramente; e gli manca il senso della composizione: non c'era ancora stata la rinascenza della metà del IV secolo che anche agli scrittori cristiani doveva far sentire il culto della forma. Valido resta ancora il giudizio che su Eusebio espresse Fozio: « Pur essendo uomo di grande erudizione, nello stile non è mai né piacevole né brillante » (Bibl., cod. 13).