Galileo Galilei
La vita - Le opere
Il primo interrogatorio a Galilei
Il pensiero
Scienza e cultura al tempo di Galileo
Pochi uomini hanno lasciato un segno così duraturo nella
storia dell'umanità quanto il Maestro di Pisa, colui che
rivoluzionò i metodi di ricerca.
Tutto il Seicento fu profondamente influenzato dai suoi
insegnamenti. Non soltanto in Italia, ma nel mondo intero.
Quindici anni dopo la morte di Galileo nacque a Firenze
l'Accademia del Cinto, la prima società scientifica sorta in
Italia, che scelse come motto «Provando e riprovando»,
un'espressione che assume il metodo galileiano, fondato sul
riscontro sperimentale. Era lui - l'uomo che aveva dato
solidità scientifica alle teorie di Copernico, che aveva
scoperto i quattro satelliti di Giove, studiato le macchie
solari, la legge dell'accelerazione di caduta e il moto
parabolico dei proiettili - il punto di riferimento fisso di
tutti gli scienziati del tempo. Era considerato da tutti il
fondatore della nuova scienza. Ma era anche un maestro e un
pilastro della cultura italiana. Un filosofo, un uomo di
lettere, un saggista di prim'ordine. Le sue Considerazioni d
Tasso e le Postille all'Ariosto dimostrano (come le
successive postille a un'edizione delle Rime e dei Trionfi
del Petrarca) una profonda conoscenza delle opere dei
principali scrittori italiani. A Firenze tenne due lezioni
Circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante.
Scriveva in un eccellente italiano, e fu il primo scienziato
a impiegare la nostra lingua (e non il latino) per
comunicare le scoperte scientifiche.
Scriveva anche in rima, come nel pamphlet intitolato Contro
il portar le toghe, nel quale esercitava il suo pungente
sarcasmo contro i pregiudizi del mondo accademico di allora:
«Mi fan patir costoro il grande stento, / che vanno il sommo
bene investigando, / e per ancor non v'hanno dato drento. /
E mi vo col cervello immaginando, che questa cosa solamente
/ avviene perché non è dove lo van cercando. / Questi dottor
non l'han mai intesa bene, / mai son entrati per la buona
via, / che gli possa condurre al sommo bene».
La satira andava di moda, nel XVII secolo. Soprattutto in
Toscana: i poeti di questo genere provenivano in maggioranza
da quella regione (Jacopo Soldani, Niccola Villani,
Benedetto Menzioni, Pier Solvetti, Giambattista Ricciardi) o
trovarono a Firenze l'ambiente propizio (Salvator Rosa). In
generale, il Seicento, in Italia, fu piuttosto deludente
quanto a produzione letteraria. Scrittori mediocri che non
hanno lasciato un'impronta rilevante nella storia, a
differenza di quanto era accaduto nel secolo precedente (con
Machiavelli, Guicciardini, il Tasso, l'Ariosto, Pietro
Aretino, Pietro Bembo, Baldassar Castiglione, per citarne
soltanto alcuni). Galileo fu un'eccezione, anche in questo
campo, che non era il suo proprio. Il Dialogo sopra i due
massimi sistemi del mondo, i Discorsi intorno a due nuove
scienze e il Discorso intorno alle cose che stanno in su
l'acqua o che in quella si muovono sono opere di
indiscutibile valore letterario, forse le migliori (da
questo punto di vista) scritte in Italia nel Seicento. Franz
Brunetti (un critico che ha studiato a fondo i testi di
Galilei) sostiene che il dominio che lui esercita sulla
parola «gli consente un uso ampio, vario ed elegante, che
non ha nulla di sfarzoso o di stucchevole, proprio perché il
realismo, la vivacità e la spontaneità del pensiero
galileiano meglio si acconciano a forme espressive chiare e
precise, che dicano cose e non vuote parole». E Bruno
Migliorini (uno dei più autorevoli linguisti italiani, per
molti anni presidente dell'Accademia della Crusca)
sottolineò come la scelta di Galileo di scrivere in volgare
testimoniasse il processo di emancipazione delle scienze
dalla tradizione scolastica.
Anche per questo Galileo può essere considerato un colosso.
Oltre ad essere un grande scienziato, ebbe le doti del
divulgatore: l'astronomia, con lui, divenne popolare se non
proprio presso l'opinione pubblica (che, oltretutto, non
esisteva) almeno nei circoli intellettuali e nelle sfere del
potere. Nel 1610 piazzò il suo telescopio in cima al
campanile di San Marco, a Venezia, per mostrare al Doge e ai
senatori le meraviglie del cielo. Per stupirli maggiormente,
puntò lo strumento in orizzontale, inquadrando la chiesa di
Santa Giustina di Padova (lontana una trentina di chilometri).
Gli astanti, uno per uno, incollarono l'occhio al telescopio,
abbandonandosi a esclamazioni di meraviglia. Capirono anche
che la visione del cielo che veniva loro offerta era
miracolosa ancor più della sagoma di una chiesa.
Pochi mesi dopo - nello stesso anno - si recò a Firenze per
mostrare al granduca Cosimo de' Medici i quattro satelliti
di Giove che, in suo onore, aveva battezzato Medicei. Cosimo
apprezzò moltissimo l'omaggio riservato alla sua famiglia. E
non si curò affatto della diserzione di alcuni professori
universitari che, benché invitati, non si presentarono
all'appuntamento: non per invidia, ma semplicemente perché
erano rimasti affezionati alla visione aristotelica
dell'universo e non volevano vedere qualcosa che li avrebbe
costretti a mutare le proprie opinioni consolidate. Qualche
mese più tardi, uno di loro morì. E Galileo commentò ironico:
«Non ha voluto guardare i pianeti e le stelle dal
cannocchiale: mi auguro per lui che l'abbia visti ora, di
passaggio, andando in cielo».
Era capace di trasmettere entusiasmo, Galileo, anche se
questo gli costò la condanna del Santo Uffizio, che ha
pesato per tre secoli e mezzo sulla sua memoria, fino a
quando papa Giovanni Paolo II non ha ammesso pubblicamente
l'errore compiuto dalla Chiesa. Si era macchiato della
diffusione delle teorie copernicane, secondo le quali è la
Terra che gira intorno al Sole e non viceversa, come si era
ritenuto fino ad allora. Copernico non era stato condannato
e neppure processato, perché le sue conclusioni erano
rimaste confinate nel mondo scientifico.
Quel che Galileo aveva seminato, maturò negli anni
successivi. L'Accademia del Cimento fu voluta da Ferdinando
II de' Medici, che aveva ereditato dal padre Cosimo il
Granducato di Toscana. E l'Accademia dei Lincei (che ancora
esiste), fondata da Federico Cesi, scelse il proprio nome
con un esplicito riferimento alla lince, che ha la vista
acutissima. I fondatori dimostravano in tal modo di
affidarsi all'osservazione diretta dei fenomeni naturali,
non considerando le teorie esaurienti per fissare una legge.
Era l'insegnamento di Galileo che, infatti, fu cooptato tra
i soci. L'Accademia si proponeva di promuovere e coltivare
gli studi naturalistici, con una particolare attenzione per
la botanica. Presto il raggio di azione si estese alla
fisica e all'astronomia, pubblicando anche il Saggiatore di
Galileo.
Ma l'influenza dello scienziato di Pisa si estese in tutto
il mondo, con espliciti riconoscimenti da parte della
comunità scientifica internazionale. Tutti, da allora,
s'affannarono ad allestirsi laboratori personali e a
costruire gli strumenti indispensabili per verificare le
proprie ipotesi. Come aveva fatto Galilei, con le cordicelle
di un pendolo rudimentale, i cannocchiali e i telescopi (con
i quali scrutava il cielo), la bilancia idrostatica per
saggiare i metalli a seconda del loro peso, i compassi (che,
prodotti in serie, gli fruttarono anche una buona rendita) e
i quadranti, il termometro (che chiamò termoscopio:
funzionava con un gas, che si espandeva con il calore e si
contraeva con il freddo). Altri geni, dopo di lui, avrebbero
seguito la medesima strada: Pascal, Cartesio e Newton, per
suggerire gli esempi più noti, ma anche i medici che
scoprirono i vaccini al microscopio mettendone alla prova
l'efficacia utilizzando le cavie. Galileo non era stato il
primo a fabbricarsi in casa le macchine necessarie,
affiancando la tecnica alla scienza. Leonardo da Vinci era
stato un precursore, di livello pressoché irraggiungibile,
ma non s'era preoccupato di dare rigore scientifico e ordine
logico alla ricerca. Il Dialogo delle nuove scienze,
pubblicato da Galileo negli ultimi anni di vita, propone un
metodo di ricerca. In quel libro fissò il primo principio
del galleggiamento dei corpi nell'acqua e annunciò le
scoperte sulla propagazione del suono; offrì ai musicisti la
prova sperimentale della base matematica del tono e degli
armonici, lasciò in eredità agli ingegneri la sua conoscenza
degli sforzi e delle sollecitazioni, inaugurando la fisica
dinamica.
Il Seicento fu il secolo della scienza (come il Cinquecento
era stato il secolo delle arti). In tutti i Paesi
proliferarono accademie e organizzazioni scientifiche, si
moltiplicarono osservatori e laboratori, nacquero periodici
di comunicazione scientifica. La matematica e la geometria (ferme
a Pitagora e ad Euclide) scoprirono nuovi confini. È persino
lecito sostenere che l'Enciclopedia francese (frutto
dell'Illuminismo) sia una diretta discendente del metodo di
Galileo. Denis Diderot, a metà del XVIII, secolo, affrontò
con Jean-Baptiste d'Alembert il compito titanico di produrre
un'opera che raccogliesse tutto il sapere umano e lo
spiegasse in un linguaggio chiaro al grande pubblico,
mettendo una pietra tombale sulle teorie aristoteliche e sui
dogmi dell'antica scienza. Nel segno di Galileo, appunto. E
figli e nipoti di Galileo furono anche Newton, Cartesio,
Pascal, Torricelli, Huygens, Cassini.
Newton sviluppò direttamente le ricerche e le intuizioni di
Galileo. La "prima legge di Newton" sul principio di inerzia,
che si applica a tutti i corpi terrestri e celesti (che, in
assenza di eventuali forze esterne, procedono con velocità
uniforme e senza deviazioni) era lo sviluppo di un'idea
abbozzata dallo scienziato di Pisa. Evangelista Torricelli,
discepolo di Galilei, inventò il barometro. A Huygens e
Cassini si devono scoperte fondamentali nel campo
dell'astronomia, con l'ausilio di strumenti come il
telescopio che, dopo la morte del maestro, subirono
perfezionamenti. Nel Saggiatore Galileo sostenne che il
Libro della Natura è scritto in caratteri matematici, e che
solo per mezzo della matematica si possono conoscere le
strutture della realtà fisica. Ed è dalla prima metà del
XVII secolo che si è affermato il concetto della "matematizzazione"
della natura, alla quale Newton e Leibniz dettero un
contributo straordinario con il calcolo differenziale e
integrale. Einstein non avrebbe mai potuto spiegare la
teoria della relatività senza ricorrere a una formula
matematica, criptica per i comuni mortali, ma immediata per
chi abbia condotto studi scientifici.
Il lascito di Galileo è dunque immenso. Pochi uomini, nella
Storia, hanno offerto come lui un punto di svolta alla
conoscenza umana. Pochi hanno pagato un prezzo paragonabile
a quello che versò lui. Una costante delle vicende umane:
chi arriva prima degli altri è fatalmente oggetto di
contestazioni, più o meno dure, in ragione del cambiamento
che propone. Qualche giorno dopo la morte di Galileo, il
tedesco Lukas Holste, umanista e bibliotecario del cardinale
Francesco Barberini, scrisse: «Oggi si è aggiunta anco la
nuova della perdita del Signor Galilei, che già non riguarda
solamente Firenze, ma il mondo universo e tutto il secolo
nostro, che da questo divin uomo ha ricevuto più splendore
che quasi da tutto il resto de' filosofi ordinarti. Ora,
cessata l'invidia, si comincierà a conoscer la sublimità di
quell'ingegno, che a tutta la posterità servirà per scorta
nel ricercare il vero, tanto astruso e seppellito tra il
buio dell'opinioni».
|