Le prime traduzioni latine di Omero
La prima traduzione completa in lingua latina dei poemi omerici si deve
all'incontro di Petrarca e Boccaccio con il dotto calabrese Leonzio Pilato
(1310-65). Petrarca conobbe Leonzio nell'inverno del 1358-59, a Padova, e già in
quella circostanza dovette chiedergli una prima e parziale traduzione
dell'Iliade. L'estensione di questa «prima translatio», su cui molto si è
discusso, fu contenuta probabilmente entro i primi cinque libri del poema, come
rivela l'analisi dei frammenti di essa riportati dal Petrarca nel suo codice
della versione leontèa dell'Iliade (Paris. lat. 7880').
Nella primavera successiva Petrarca e Boccaccio affidarono a Leonzio la
traduzione completa di Omero. Mentre era in procinto di lasciare l'Italia per
cercare fortuna ad Avignone, Leonzio fu raggiunto da Boccaccio, che gli offri di
seguirlo a Firenze.
Fu sempre Boccaccio a provvedere, inizialmente, alla sua sistemazione e a
procurargli una cattedra di greco presso lo studium della città.
Come documentano alcune affermazioni di Petrarca, l'opera di traduzione dei
poemi omerici cominciò verso il principio dell'autunno del 1360 e si protrasse
fino al 1362, anno in cui Leonzio abbandonò Firenze. Delle versioni leontèe è
possibile ricostruire la storia e individuare le caratteristiche attraverso
l'esame degli autografi della Biblioteca Marciana di Venezia, scoperti dal
bizantinista Agostino Pertusi, il Ven. Marc. gr. IX 2 (contenente l'Iliade) e il
Ven. Marc. gr. IX 29 (contenente l'Odissea).
La tecnica di traduzione adottata da Leonzio non si discosta dall'uso medievale,
consistente nel trasferire un'opera «verbum de verbo» da una lingua all'altra.
Interessante, sul piano delle scelte lessicali, la presenza di volgarismi, ai
quali Leonzio ricorre ogni qual volta gli è impossibile stabilire una piena e
perfetta corrispondenza tra il termine greco e quello latino. Alcuni di questi
volgarismi risultano propri del dialetto calabrese, di Catanzaro e di Piana
Calabra (ad es.'poya', 'pitharre', 'mannara', 'picuni').
Piú fedeli che eleganti, le versioni leontèe non piacquero al Petrarca, che le
giudicò sgraziate. Ciò nondimeno esse lasciarono una traccia considerevole
nell'opera sua e del Boccaccio. Quest'ultimo nelle Genealogiae deorum gentilium
definisce Leonzio un «archivum inexhaustum» di informazioni sulla cultura e
sulla mitologia greche.
Non meno considerevole appare la fortuna delle traduzioni leontèe in ambito
umanistico: malgrado alcuni giudizi sprezzanti e ingenerosi (Decembrio, Salutati),
esse restarono un modello costante per i rifacimenti e le traduzioni successive.
Oltre ai poemi omerici, si attribuiscono a Leonzio Pilato una traduzione
dell'Ecuba di Euripide, una versione latina del trattato pseudo-aristotelico De
mirabilibus auscultationibus e la trascrizione-traduzione delle citazioni greche
inserite nel Digesto.