Le Stanze
Poema di Angiolo Poliziano
(1454-1494), composto fra il 1475 e il 1478 (stampato la prima volta nel 1494).
Angelo Poliziano
Diviso in due libri (ma
il secondo arrestato poco più che al principio), questo poema in ottave voleva
essere la celebrazione di una giostra in cui Giuliano de'Medici, fratello del
Magnifico Lorenzo, aveva trionfato; continuava così una tradizione letteraria
iniziata dal Pulci che aveva cantato una prima giostra vinta da Lorenzo nel
1468. Ma il poema si arresta proprio all'inizio del tema delle armi, e si
esaurisce così nel preludio. Era morto infatti nel 1478 Giuliano, vittima della
congiura dei Pazzi, e come avrebbe resistito alla tragedia quella materia che
doveva essere di festa e di encomio e di amore? Né il Poliziano era poeta da
carmi epici, sia pure d'intonazione leggera e con variazioni di favola; già, chi
volesse commisurarle alla realtà, quasi che le Stanze fossero cronaca e non pura
fantasia, avvertirebbe una sproporzione fra la solennità della retorica
umanistica e l'occasione di quel carosello in cui la Firenze dei mercanti si
compiaceva di apparire esercitata a galanterie e prodezze cavalleresche. In
realtà il Poliziano era poeta idillico, di una miracolosa finezza letteraria e
di una musicale anima voluttuosa. Quel mondo della natura e dell'uomo che
l'Umanesimo aveva riscoperto sulle tracce dell'antico pensiero e dell'arte
classica, rinasceva ora, con la tenerezza delle cose intatte, ancora rugiadose
di freschezza mattutina. L'intreccio del poemetto è una breve favola amorosa. Il
bel Julo è appassionato della vita delle selve, dei giochi virili e della caccia;
disdegna e deride l'amore. Offeso, Cupido compone di lieve aere una cerva, che
il cacciatore insegue: quando la raggiunge essa diventa ninfa, si discopre per
la bella Simonetta (di una Simonetta Cattaneo era innamorato Giuliano de'Medici:
essa morì giovanissima nel 1476). Cupido lancia uno strale e Julo è ferito dalla
passione. Scompare la ninfa e, turbato da un sentimento che finora gli era
ignoto, Julo torna alla sua casa. Cupido vola trionfante dalla madre Venere alla
reggia di Cipro. E Venere decide di mandare al giovane innamorato un sogno che
lo ecciti a giostrare per la gentile Simonetta; Julo impaziente di acquistarsi
fama, supplica l'aiuto di Amore, Minerva e Gloria. Qui il canto resta interrotto.
"I fatti egregi e i gran nomi sono dimenticati. E che cosa è rimasto? le Stanze".
Così il De Sanctis. Sono rimasti numerosi tratti del poema; più di quelli dove,
sull'esempio dei classici, il Poliziano lavora una preziosa decorazione (la
reggia di Venere, le porte del palazzo), quelli dove, con ottave immacolate,
d'un incanto sereno o appena ombrato di una giovanile mestizia, egli canta il
suo vero mondo: la natura primaverile, la letizia elegantemente selvatica del
fiero cacciatore, la sua anima vergine, l'apparizione della cerva e di Simonetta
poi, in un tempo musicale che si allenta e par che resti sospeso, il turbamento
dell'amore improvviso, la notte che scende su quello smarrimento doloroso, i
compagni che agitano le fiaccole e gettan voci a chiamarlo. E numerose altre
bellezze, nate da un'ispirazione che si è voluta definir di primitivo e lo si
può, se appena ci si contenti con questo di suggerir alcunché di genialmente
puro e giovanile, ma che, ad approfondirla, si vede quant'arte la carezzi e
raffini e accordi studiosamente senza pure gualcirla.
Nelle Stanze... una fantasia ridente e una certa peregrina vaga mollezza... (Gioberti).
Nel Boccaccio è la carne che accende l'immaginazione; nel Poliziano
l'immaginazione è come un crogiuolo, dove l'oro si affina. (De Sanctis)
. .. autore di elegie e di epigrammi che si legano al sentimento delle Stanze e
hanno come queste un tremito di voluttà, non senza dolore nella sua delicatezza
e nella sua apparente serenità. (B. Croce).
Poliziano è il primo insigne mitizzatore dei fatti del giorno in senso aulico.
(F. Flora)