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LA FILOLOGIA NEL QUATTROCENTO

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Gli umanisti

Eredi di una "sensibilità filologica" già viva fin dall'epoca di Petrarca, gli umanisti danno inizio a una notevole stagione di studi e di ricerche filologiche. Due importanti fenomeni caratterizzano questa fase: da un lato il massiccio recupero dalle antiche biblioteche d'Europa di manoscritti contenenti sia le opere di autori che ebbero tradizione ininiterrotta (si pensi a Virgilio) sia scritti la cui conoscenza diretta era andata col tempo perduta; dall'altro l'apprendimento diffuso della lingua greca, insegnata in Italia da dotti fuggiti da Costantinopoli conquistata dai Turchi.
La lettura diretta degli auctores non comporta una rottura con la tradizione grammaticale del Medioevo, bensí offre l'opportunità di effettuare una minuziosa verifica sui testi antichi delle regole già note.
Entusiasmo della scoperta, ammirazione e imitazione improntano il ritrovato rapporto coi testi degli antichi. Le opere vengono esemplate a partire dal codice posseduto, con qualche episodica sostituzione di lezioni evidentemente guaste effettuata ope ingenii – ovvero basandosi sulla propria capacità divinatoria, frutto della personale erudizione e conoscenza delle lingue antiche – piú frequentemente che ope codicum: raramente si procede infatti alla collazione, cioè al confronto di diverse copie dello stesso testo.Tra i protagonisti di questa appassionata stagione di caccia ai manoscritti e di studio delle opere in essi contenute ricordiamo Poggio Bracciolini, Niccolò Niccoli, Guarino Veronese, Niccolò Cusano. In questo panorama due figure possono però essere ritenute veramente innovative: Angelo Poliziano e Lorenzo Valla.
L'esperienza di Poliziano può davvero considerarsi isolata nella sua rivoluzionaria «considerazione storica della tradizione manoscritta» (Timpanaro). Poliziano coglie quello che sarà un concetto base della moderna filologia: l'importanza della dimensione diacronica nella valutazione dei manoscritti. Mediante l'approccio sistematico alle fonti manoscritte, Poliziano accerta infatti l'esistenza di una storia della tradizione.Tale constatazione lo porta ad applicare il principio della eliminatio codicum descriptorum, ovvero l'esclusione, ai fini ecdotici, di codici che risultano essere copia di altra e piú antica copia conservata. Poliziano non giunge ad effettuare rilevamenti sistematici degli errori dei copisti, limitandosi al confronto delle testimonianze per sanare i luoghi guasti individuati; ma in ogni caso per primo coglie il principio della logica stemmatica (ovvero la delineazione dei rapporti genetici tra le copie del testo, comprese quelle perdute e congetturalmente ricostruite) in cui incardinare la tradizione di un testo per procedere alla sua ricostruzione.
Lorenzo Valla si dedica invece maggiormente all'attività emendatoria. Dotato di senso della diacronia della lingua e di una notevole erudizione, egli si concentra eminentemente sull'usus scribendi dell'autore, come nel caso del De falso credito et ementita Constantini donatione. Sulla base di una serrata analisi linguistica, grammaticale e stilistica Valla dimostra infatti la falsità del Constitutum Constantini, documento utilizzato per secoli dalla Chiesa per giustificare il dominio territoriale e temporale d'Italia.