Lorenzo Valla
De donatione constantiniana
- Elegantiae latinae linguae
Lorenzo Valla
Valla: La falsa donazione di Costantino
DELLA DONAZIONE DI
COSTANTINO
Scritto latino dell'umanista Lorenzo della Valle detto Valla (1407-1457),
composto nel 1440: il suo vero titolo è Della donazione di Costantino falsamente
creduta e smentita (De falso credita el ementita Constantini donatione).
L'antica tradizione del battesimo di Costantino per mano di papa Silvestro e
della guarigione dell'imperatore dalla lebbra (di cui è un'eco anche
nell'episodio dantesco di Guido da Montefeltro,) è discussa con argomenti vivaci
e serrati, allo stesso modo è mostrata la falsità dell'atto di donazione del
potere in Roma fatto dall'imperatore al pontefice.
Già il cardinale Nicola da Cusa aveva portato validi argomenti contro
l'autenticità del documento: ma lo scritto del Valla è così decisivo nella sua
polemica che raggiunge il valore di una critica storica. La profonda erudizione
dell'umanista unita agli interessi del suo signore - Alfonso d'Aragona re di
Napoli - nei confronti del papa Eugenio IV, alleato di Renato d'Angiò
pretendente al dominio nell'Italia meridionale, si affianca a un'eloquente
disamina dell'argomento: non solo viene decisamente confermata la falsa base
delle pretese papali al principato temporale, ma con accesa amarezza è
satireggiata la cupidigia di potenza e di gloria della Chiesa di Roma.
L'auspicio del ritorno del papato al solo potere spirituale e al solo amore dei
suoi figli cristiani dà all'opera il tono di una requisitoria condotta per il
bene universale, nella contemplazione delle verità eterne che non debbono mai
essere mescolate alle contingenze politiche e terrene. Lo stile è robusto e
congegnato con quella libertà di espressione e quella fermezza di indagine che
caratterizzano i trattati polemici e dottrinari dell'autore.
ELEGANZE DELLA LINGUA LATINA
Opera dottrinaria composta in latino, in sei libri, dal 1435 al 1444,
dall'umanista Lorenzo della Valle detto Valla (1407 - 1457); e divulgata contro il
volere dello scrittore fin dal 1444. È considerata il capolavoro suo, o al meno
il suo libro più rappresentativo, accanto alla polemica sulla Donazione di
Costantino.
Come già nelle Dispute dialettiche si era mostrato audace negatore della cultura
medievale di tipo aristotelico, l'umanista passa ora a discutere la natura del
latino, inteso come lingua meravigliosa che ha dominato il mondo civile e reca
ancora i segni del maggior imperio che mai civiltà presumesse di mantenere.
Opere originali, traduzioni dal greco, istituzioni di diritto, verità religiose,
tutto contribuiva a mostrare nell'austera lingua di Roma una voce incorruttibile
degna di essere sempre la maestra delle genti: di qui la necessità di ricondursi
a quello splendido esempio di lingua e di pensiero al di là della corruzione e
della confusione dei secoli di mezzo. Il Valla voleva ridare al latino la sua
antica genuinità, sgominando per sempre l'uso pedantesco di regole e di
grammatiche avulse dalla viva conoscenza dei testi e degli autori classici, e
raccomandando una norma direttamente desunta dall'esempio dei grandi scrittori.
Una parte molto acuta dell'opera è quella dedicata all'esame dei classici, con
particolare riguardo a Cicerone e a Quintiliano. Qualche ricerca che anela a una
compiutezza formale e a una meditata espressione filosofica è nell'ultimo libro,
dove sono discusse e combattute le opinioni di Varrone, di Boezio e di altri sul
significato di alcune parole latine. Importante per la distinzione dei periodi
della latinità antica, l'opera cade però nel difetto di credere il latino antico
unica norma per i secoli posteriori, tanto da fissare a sua volta nuove regole e
dettami di stile. La parte più genuina è costituita dalle note critiche in cui
viene esaminata la personalità stilistica degli antichi sia nella prosa che
nella poesia, con un metodo del tutto ignoto ai latinisti precedenti, empirici
ammiratori della latinità.
L'opera sollevò aspre discussioni: famosa è la polemica sostenuta con Poggio
Bracciolini che accusò il Valla di copiare gli antichi e di comprometterli per
giunta col frammischiarli alle sue idee libertine ed ereticali. Viva
testimonianza, questa, degli umori bizzarri degli umanisti italiani, anche per
tale qualità ben presto famosi in tutta Europa.