OMERO
Odissea
Iliade
L'identificazione di
un poeta il cui nome è stato trasmesso come Omero coinvolge
un'ampia serie di problemi e di posizioni diversamente sfumate
nella critica. Tra gli studiosi esistono molte tendenze che, di
volta in volta, identificano in Omero una persona realmente
esistita che ha scritto sia l'Iliade che l'Odissea, due persone
distinte a ciascuna delle quali è attribuita una delle due opere,
oppure un nome con il quale sono stati trasmessi due poemi che,
in realtà, sono il frutto di una lunga sedimentazione di
carattere orale.
La discussione è iniziata fin dall'antichità: più città si
contendevano i natali di Omero (Smirne, Picolo, Chio, Colofone,
Argo, Itaca, Atene) e il carisma acquisito da Chio dipende
soprattutto dalla presenza, nell'isola, di una corporazione di
cantori, gli "Omeridi", che si trasmettevano le competenze per
via ereditaria. Già in età ellenistica, i filologi alessandrini
disputavano sull'opportunità di attribuire al medesimo poeta sia
l'Iliade che l'Odissea, mentre in età moderna la cosiddetta "questione
omerica" inizia nel XVIII secolo con G. Vico (La discoverta del
vero Omero), e F. A. Wolf (Prolegomena ad Homerum, 1795), e -
volendo schematizzare degli orientamenti che sono in realtà
molto più sfumati - la critica si è orientata nel corso degli
anni intorno alla posizione "analista" e poi "neoanalitica" (più
canti autonomi poi riuniti tutti insieme, in rapporto
differenziato con il patrimonio epico) o "unitaria" (i poemi
opera di uno o due autori). A partire dagli studi di M. Parry e
A. B. Lord, condotti nella prima metà del secolo scorso, ha
preso poi campo l'ipotesi cosiddetta "oralista", che connette i
due poemi ai moduli della composizione orale (i due studiosi
stabilivano un contatto con l'epica slava a loro contemporanea):
Iliade e Odissea sarebbero state composte ed eseguite da aedi (simili
a quelli che vediamo rappresentati nell'Odissea, come Femio e
Demodoco) e avrebbero assunto la forma che oggi noi leggiamo
intorno alla fine del VII secolo, al tempo del tiranno Pisitrato.
Va tuttavia precisato che anche l'ipotesi oralista è assai più
articolata al suo interno, tra i cosiddetti "hard oralist" e
"soft oralist".
Della sedimentazione orale sarebbero testimonianza la congerie
dialettale di cui la lingua epica è composta (forme più recenti
e più arcaiche, dialetto ionico, eolico e pochi atticismi), il
vasto repertorio formulare ("Achille dal piede veloce", "l'aurora
dalle dita di rosa") che caratterizza la dizione epica, e
l'allusione a fasi di civiltà diverse e lontane nel tempo tra di
loro. Altri studiosi individuano invece serrati elementi di
continuità all'interno delle opere, con fitti rimandi interni e
esterni che ne giustificherebbero una concezione unitaria e un
valore eminentemente letterario.
Il racconto delle vicende dell'Iliade e dell'Odissea era parte
di un patrimonio (l'epica greca arcaica) assai noto, del quale
oggi ci rimane davvero molto poco. La maggior parte di ciò che è
giunto fino a noi coincide con i due poemi di cui ci stiamo
occupando. I temi narrati nell'epica greca arcaica, la lingua e
la dizione omerica vennero poi ripresi già da Esiodo, nella
lirica, nella tragedia e nell'ambito di altre forme letterarie
fino all'epica di età ellenistica (Apollonio Rodio). Un grande
influsso fu esercitato anche sulla poesia latina (Livio
Andronico, Ennio, Virgilio).
L'Iliade è il poema della guerra e racconta un episodio della
lunga guerra condotta dai Greci contro Troia. Della guerra viene
isolato un episodio (la contesa tra i due comandanti Achille e
Agamennone) e non viene raccontato né l'inizio (comunque molto
noto all'uditorio che ben conosceva il patrimonio dell'epos) né
la fine (che - con il noto episodio del cavallo di Troia -è in
realtà narrato nell'Odissea). Dopo lo scontro tra Achille e
Agamennone (dovuto alla restituzione di Briseide, parte
importante del bottino spettante al primo dei due, in ragione di
una richiesta del dio Apollo, implorato dal padre della ragazza,
sacerdote di Apollo), le sorti di Greci e Troiani procedono
alterne in ragione della mancanza di Achille dal combattimento.
Questi decide di tornare solo dopo che l'amico Patroclo è stato
ucciso dal troiano Ettore, il cui corpo sarà straziato da
Achille sotto le mura della città fino a che Zeus deciderà che
Teti, madre di Achille, dovrà convincere il figlio a restituire
il corpo. Priamo, padre dell'eroe troiano, si presenta da
Achille con un riscatto, prende il corpo di Ettore, lo porta a
Troia e dà avvio alle pratiche per i rituali funebri (lamentazioni
e cremazione del corpo) che chiudono il poema.
L'Odissea è il poema del ritorno di Odisseo da Troia a Itaca,
dove la moglie Penelope lo attende da dieci anni contrastando i
pretendenti che premono affinché il trono vacante sia preso da
uno di loro, dopo aver sposato la moglie dell'eroe del poema che
non torna. È lo stesso Odisseo a narrare le lunghe peripezie del
suo viaggio quando, rifugiatosi presso la popolazione dei Feaci,
racconta gli avventurosi episodi che l'hanno condotto, dopo un
ampio vagare nel mediterraneo (presso Calipso, Circe, i Ciclopi...),
fino ad Itaca. Giunto nella propria patria, Odisseo resta a
lungo anonimo, celandosi e poi rivelandosi prima al proprio
servo, poi al figlio, poi alla nutrice (che lo riconosce - in
una celebre scena - dalla cicatrice presente su un polpaccio),
poi alla moglie e, infine, al padre Laerte. Dopo aver fatto
giustizia dei pretendenti Odisseo riprende il trono e, dietro
sollecitazione di Atena, stringe un patto di pace con il suo
popolo.
Le
prime traduzioni latine di Omero
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