Niccolò Cusano
Sulla dotta ignoranza
La figura di Niccolò Cusano
In
lui, tedesco, nato nel 1401, si intrecciano le istanze della
tradizione teoogica e filosofica neoplatonica con la rinascita
degli studia humanitatis insieme alle prime intuizioni
matematiche e cosmologiche.
Partecipa al concilio di Basilea,
lotta utopisticamente per l'unità della Chiesa d'Occidente e
d'Oriente. Il sogno però fallisce con la caduta di
Costantinopoli, uno dei più grandi traumi della cultura europea.
La sua filosofia è determinata dalla riscoperta di Platone e del
platonismo. La sua riflessione teoretica parte dalla
constatazione dell'abisso tra realtà divina e ratio naturalis.
Nella sua opera De non aliud l'uno divino è essenzialmente
altro, distante dalla molteplicità creaturale. Ma Niccolò Cusano
cerca di risolvere tale aporia in questi termini: Dio, essendo
il totalmente altro, ed essendo nient'altro che sè, si riflette
nella perfetta singolarità di ogni ente, e lo fa a sua immagine.
Questo concetto di un'unità divina che è «tutto in tutti», causò
a Cusano l'accusa di panteismo, ma l'unità divina cusaniana non
si disperde nella molteplicità e non si ha perciò nessun Deus
sive natura.. Inoltre, l'idea dell'unità divina, la quale è
pensata come coincidentia oppositorum, ha una valenza non solo
logica, ma anche cosmologica.Nel De possest Cusano infatti
afferma che Dio è la totalità non degli enti dati e
rappresentabili, ma l'identità dei possibili. Non dunque un
cosmo dato ma possibili infiniti cosmi. Questa intuizione
contribuì nel Cinquecento alla rivoluzione scientifica. Nella
Docta ignorantia, inoltre, Cusano sviluppa ancora il tema
dell'assolutamente altro. La ignoranza può dirsi dotta quando
arriva a pensare l'assolutamente altro, il nome divino. Decisive
sono anche le intuizioni matematiche di Cusano sull'infinito. In
De coniecturis Cusano tratta tutte le verità come congetture.
Gli stessi dogmi possono essere letti come congetture, come
sottolinea Cusano nel De pace fidei. Non c'è però relativismo,
perchè la verità di Dio resta sempre l'infinito inattingibile.
Vita.
Nato a Kues (Cusa) nel 1401, studiò diritto e teologia nelle
università tedesche di Heidelberg e Colonia, dove fu allievo di
Eimerico da Campo, e a Padova, dove completò gli studi di
diritto canonico nel 1423. Non praticò l’insegnamento: la sua
carriera fu quella di un dignitario ecclesiastico e uomo
politico, che ricoprì importanti cariche ed effettuò missioni
diplomatiche per diversi papi. Le numerose opere che scrisse
sono per lo più brevi trattati, ben diversi come genere dagli
scritti degli autori scolastici, così come extra-scolastico è il
contesto nel quale elaborò la sua filosofia, nel vivo delle
vicende politiche più rilevanti del suo tempo: fu tra i
protagonisti del concilio di Basilea (1431-1449), e fu
ambasciatore del papa Eugenio IV a Costantinopoli (1439).
Cardinale dal 1448, vescovo di Bressanone due anni dopo,
concluse la sua carriera a Roma, dove era stato chiamato da Pio
II nel 1458. Morì nel 1464. La sua vita si colloca in un tempo
che vede sovrapporsi ‘medioevo’ ed ‘età moderna’; per quanto la
sua formazione fosse di impianto scolastico, essa presenta
alcuni elementi peculiari, in primo luogo il contatto con i
testi ermetici e con il pensiero di Raimondo Lullo, che Cusano
conobbe forse già a Padova, o durante gli studi con Eimerico da
Campo: sicuramente nel 1428, a Parigi, meditò a lungo sui
manoscritti lulliani, da cui copiò e annotò ampi estratti. Nella
sua riflessione riprende anche temi della tradizione platonica
medievale, in particolare chartriana, e della tradizione tedesca
della mistica speculativa.
Opere.
La sua opera principale, La dotta ignoranza, scritta nel 1440,
contiene gli elementi fondamentali del suo pensiero e
costituisce uno dei grandi classici della storia della filosofia
occidentale; insieme alla Apologia della dotta ignoranza
(scritta nel 1449 per rispondere ai numerosi attacchi rivolti
all’opera precedente), e al trattato Sulle congetture (1441),
presenta elementi di originalità e di modernità tali che Ernst
Cassirer aprì con un’amplissima analisi del pensiero cusaniano
la sua Storia del problema della conoscenza nel pensiero moderno
(nota col titolo di Storia della filosofia moderna). Nei
Dialoghi dell’idiota (1450), il tema della dotta ignoranza
risuona nella pagina d’apertura, insieme a quello della ricerca
della sapienza. Alla Caccia della sapienza è dedicata una delle
opere più tarde: il tema della caccia (venatio), che Lullo aveva
utilizzato nel titolo di alcune sue opere logiche, ebbe notevole
successo nel Rinascimento, diventando per pensatori come
Francesco Bacone l’emblema della ricerca di una filosofia
innovativa. Più ‘medievali’ nell’argomento, le opere cusaniane
sulla visione di Dio (De visione Dei, 1453; De non aliud, 1462;
De apice theoriae, 1464) devono molto agli sviluppi che le
tematiche della mistica speculativa avevano conosciuto in area
tedesca, a partire da Eckhart. Cusano scrisse inoltre un’opera
di carattere ecclesiologico (De concordantia catholica – La
concordanza universale, 1433, ove analizza le dottrine
conciliaristiche, inserendosi nel dibattito aperto a Basilea),
un Esame critico del Corano (Cribratio Alcorani, 1461) e il
trattato Sulla pace della fede (De pace fidei, 1454), che segna
il passaggio dal dialogo fra religioni d’impostazione medievale
alla moderna ricerca filosofica della tolleranza.
L’ignoranza sapiente.
Il passo fondamentale operato dal Cusano in ambito
epistemologico esprime l’esigenza di superamento della ragione
discorsiva e il riconoscimento del non-sapere, che permettono di
andare oltre la dimensione limitata del discorso e della
dimostrazione per raggiungere quella intuitiva della ‘mente’.
Questa modalità di conoscenza permette di cogliere la
coincidenza di massimo e minimo nell’infinito, poiché “in modo
incomprensibile, al di sopra di ogni discorso razionale, vediamo
che il massimo assoluto è l’infinito cui nulla si oppone e con
il quale il minimo coincide”. Richiamando il tema ermetico della
sfera infinita, e articolandolo con gli enunciati della teologia
negativa, la dotta ignoranza permette una nuova dimostrazione
dell’esistenza infinita di Dio, attuata attraverso l’uso delle
immagini matematiche perché “alle cose divine si può accere solo
per simboli” e fra questi i segni matematici sono i “più
convenienti, per la loro irrefragabile certezza”. La metafora
della conoscenza intesa come ‘docta ignoranza’ è per Cusano
l’immagine di un poligono che, aumentando i lati all’infinito,
cerca di adeguarsi al cerchio. Questa valorizzazione del
conoscere matematico, che opera una svolta fondamentale nella
concezione dell’infinito in ambito teologico, viene applicata
alla conoscenza della realtà sensibile nel De coniecturis
(1441-1444), mediante cui la mente umana, “forma congetturale
del mondo, come quella divina è forma reale” si serve del
numero, ossia della struttura che le è propria, conoscendo le
cose “nel modo stesso in cui Dio, mente infinita, comunica
l’essere alle cose nel Verbo a lui coeterno”. Il numero è
l’esemplare (archetipo) in cui la mente divina e quella umana
convergono, ed è nel conoscere basato sul numero –sul misurare–
e sulle figure –la raffigurazione geometrica- che la mente umana
può comprendere la dinamica ontologica della complicatio ed
explicatio, ovvero del modo di essere degli esseri nel principio
divino e nella creazione.
L’infinito non-altro.
Questa innovativa concezione epistemologica porta conseguenze
metafisiche di amplissima portata. La molteplicità degli enti
reali è contenuta (‘complicata’) nell’infinità di Dio che è il
loro principio, sicché le differenze e le opposizioni, che
caratterizzano il mondo del molteplice (‘explicatio’), sono in
Dio come ‘coincidenza degli opposti’. Fra Dio e il mondo si ha
un rapporto di partecipazione, ove la molteplicità del mondo si
configura come immagine simbolica dell’infinità divina: questa
concezione, che richiama temi neoplatonici e chartriani nonché
la figura A della combinatoria lulliana, permette di definire il
mondo un ‘Dio creato’ (Deus creatus), riecheggiando l’ermetico
Asclepius; dalla mente umana la coincidenza degli opposti è
raggiungibile attraverso la meditazione sul non-altro, descritta
con toni che al nostro orecchio suonano quasi zen . Sul piano
cosmologico, il rapporto di reciproca implicazione fra finito e
infinito porta a rifiutare la cosmologia aristotelica: il mondo
è più descritto come una sfera finita con al centro la terra, ma
applicando ad esso l’immagine della sfera infinita che
l’ermetico Liber XXIV philosophorum aveva utilizzato come
definizione di Dio. In questo modo, prima di Copernico (il cui
De revolutionibus orbium caelestium apparirà nel 1494) e per
ragioni di ordine essenzialmente metafisico, Cusano scardina la
concezione tradizionale del mondo, aprendo la via all’ ‘infinito
universo e mondi’ di Giordano Bruno.
La pace nella fede.
Sul piano etico-religioso, la coincidenza degli opposti in Dio
porta Cusano a concepire, sull’onda dello sconvolgimento
provocato nella cristianità dalla caduta di Costantinopoli in
mano ai Turchi nel 1454, un progetto di ‘pace nella fede’ basato
sulla valorizzazione delle differenze religiose che, pur
mantenendo la forma del dialogo medievale fra esponenti di
‘leggi’ diverse, presenta due elementi innovativi: sul piano
puramente descrittivo, il Cusano non si limita a dare una idea
monolitica di ciascuna delle tre religioni monoteistiche, ma ne
prende in considerazione le articolazioni interne, nonché alcune
forme di sincretismo filosofico-religioso, attraverso i vari
personaggi che partecipano al discorso; sul piano dottrinale, va
oltre l’idea di un confronto mirante a stabilire la superiorità
di una religione e, come a dare un contenuto positivo alla
conclusione del lulliano Libro del Gentile e dei tre Savi,
afferma che “non c’è che una sola religione nella varietà dei
riti”, che “la loro (dei riti) stessa varietà costituisce un
incremento della devozione”, e che l’unicità dell’adorazione
ricercata non deve corrispondere ad altro che all’unicità del
principio divino, che con diversi riti e con diversi nomi tutti
ricercano, senza che nessuno dei riti e dei nomi possa esaurirne
l’infinità, “non essendovi proporzione alcuna tra il finito e
l’infinito”. Si riconosce, in questa argomentazione, l’idea di
fondo dell’epistemologia cusaniana; mentre nelle parole con cui
è presentato il tema dell’Incarnazione ritroviamo i temi del
‘massimo contratto’ elaborato nel De docta ignorantia, nonché
quello dell’unione mistica. La centralità della figura di Cristo
viene dunque riproposta (e come sarebbe stato possibile
altrimenti, nell’opera di un cardinale della chiesa romana?), ma
attraverso un’argomentazione filosofica che lo presenta come
simbolo estremo dell’unione di finito e infinito, realizzabile
dall’uomo attraverso il “poter vedere” della mente che supera il
suo “poter comprendere” e permette l’unione contemplativa col
“potere stesso” che è Dio.
L’umanesimo del Cusano, la ‘modernità’ della sua filosofia,
hanno dunque radici in una lettura originale del problema
squisitamente medievale del rapporto fra Dio, il mondo e l’uomo:
lettura che si è nutrita di tutta la gamma possibile di
elaborazioni filosofiche dei secoli XII-XIII ed è maturata fuori
dalle scuole, nel contesto di un mondo scosso dai profondi
mutamenti e dalle fratture che avrebbero segnato l’età nuova.
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