Cagliostro
Anche a Parigi i suoi miracoli erano sulla bocca di tutti;
pressato da innumerevoli richieste giunse nella capitale
francese e qui guarì il principe di Rohan, che stava per morire
nonostante fosse attorniato dai migliori clinici dell’epoca. Col
crescere della fama e dei favori crescevano anche i nemici, in
primis le facoltà di medicina, ma anche calunniatori e invidiosi
tanto da finir sotto processo, sempre vinti ed addirittura a
dover scampar a degli agguati.
Il Conte di
Cagliostro fu il più grande truffatore del Grand Siècle. Il suo
vero nome era Giuseppe Balsamo: nato nel 1743 a Palermo nel
quartiere dell’Albergaria, da una famiglia di umili origini.
Giuseppe rimase a 9 anni orfano di padre e fu preso sotto tutela
degli zii materni, che cercarono d’istradarlo verso una carriera
retta ed onesta, ma senza alcun risultato. Il piccolo Balsamo
era una vera peste: intelligente e strafottente, soffriva la
gerarchia e il lavoro; preferiva allo studio la vita di
quartiere, molto particolare, dell’Albergaria: una specie di
casbah chiusa dove trovavano rifugio i peggiori marrani e
truffatori di Palermo.
Nei pochi anni di studio, presso istituzioni ecclesiastiche, si
innamorò della chimica che all’epoca era in bilico tra scienza e
parascienza, intrisa di misteri e sortilegi. Queste conoscenze
gli saranno utili per truffare ricchi e principi di mezza Europa.
Già a 12 anni, per sbarcare il lunario, era dedito a truffe
ingegnose che facevano leva sulla credulità degli sprovveduti
cui riusciva a spillare qualche soldo, dando anche prova di
essere un abile falsario. A quindici anni, dopo aver soffiato 60
monete a un commerciante facendogli credere all’esistenza di un
tesoro turco, dovette lasciar l’isola per non finire in galera.
Al porto di Messina Giuseppe incontrò uno strano personaggio,
studioso di alchimia, che gli svelò segreti incredibili sul
potere di polveri e unguenti, e non per ultimo della pietra
filosofale. Le vicende in questo periodo della sua vita non sono
chiare e i biografi sono incerti, di fatto però essi andarono a
Rodi e successivamente approdarono a Malta, sede dei grandi
cavalieri, il cui capo era alchimista e accolse i due
avventurieri con ospitalità mettendogli a disposizione i suoi
fornelli. Il compare di Giuseppe morì però durante un
esperimento e il novello Cagliostro partì affranto per Napoli,
che lasciò infine per Roma.
Da buon meridionale teneva alle apparenze, Giuseppe alloggiò in
un albergo di discreta ordinanza e si mantenne a modo suo nella
città eterna falsificando acquarelli e altro. A venticinque anni
conobbe Lorenza, di dieci anni più giovane, che sposò subito.
Lorenza era una bella, formosa e civettuola ragazza, figlia di
un artigiano che prese in casa i due giovani, ma quando finirono
i soldi gli sposi dovettero cavarsela in altro modo. La coppia
divenne un trio con la complicità di un millantato marchese, col
quale avviarono una stamperia da falsari contraffacendo
banconote bancarie e documenti. L’attività non durò molto, e
presto dovettero fuggire da Roma dopo aver raggranellato qualche
soldo. Anche a Bergamo riuscirono a gabbare qualche pover’uomo,
ma presto ricevettero il foglio di via e in quella occasione ad
esser gabbato fu infine Giuseppe, e proprio dai suoi complici
che lo lasciarono in strada senza il becco di un quattrino.
La coppia puntò allora per la Spagna, ma senza meta precisa:
Giuseppe fu sempre spinto da voglia di novità e curiosità, oltre
che dalla necessità di fuga. In viaggio per la Spagna conobbero
l’altro grande avventuriero del secolo, Giacomo Casanova, che
rimase colpito dall’incontro più per la giovane Lorenza che per
il marito. I soggiorni nelle varie città erano sempre brevi e il
più delle volte, oltre che alla vendita di disegni, Lorenza si
prestava a sedurre e spillar quattrini a chiunque fosse
interessato; dal canto suo Giuseppe, seppur marito fedele e
integerrimo, la spinse più volte nel letto altrui per racimolar
qualche soldo. La loro vita bohemiénne li spinse in Portogallo,
in Inghilterra e in Francia. Qui Cagliostro truffò due ricchi
con la promessa della pietra filosofale; riuscì a farla franca
scappando attraverso il Belgio, la Germania e infine l’Italia,
approdando a Palermo nel 1773.
Il soggiorno nella città natale non durò molto, perché il suo
arrivo risvegliò la vendetta del truffato di dieci anni prima,
quindi la coppia errò da Palermo a Malta, e quindi fino a Napoli,
dove Cagliostro ormai trentenne impiantò coi pochi soldi messi
da parte un laboratorio alchemico che suscitò parecchio
interesse e anche denaro, il che consentì alla coppia un po’ di
agiatezza. Presto però partirono di nuovo per approdare nel 1776
a Londra. Vi arrivarono con buone commendatizie, gioielli e
tremila sterline, guadagnate per la maggior parte in Francia
grazie a una vecchia nobildonna a cui Balsamo non rifiutò i suoi
favori.
Il secondo soggiorno londinese fu estremamente movimentato e,
come sempre, di breve durata. Giuseppe si sentì per la prima
volta a suo agio: aveva denaro, nessun debito in pendenza e
nemmeno uno sbirro alle calcagna. Assoldò una coppia di italiani
che gli fecero la spalla, spargendo in giro la voce che il loro
padrone era ricco e parsimonioso e che possedeva il segreto
della pietra filosofale. Presto la sua abitazione fu presa
d’assalto, e lui dava a tutti creme e numeri da giocare al
Lotto. La cosa stupefacente è che ci fu qualche guarigione e
soprattutto vincite al gioco, che contribuirono alla sua fama ma
soprattutto fecero credere a Giuseppe di avere davvero poteri di
chiaroveggenza. E’ a Londra che Giuseppe cominciò a farsi
chiamare Conte di Cagliostro e si affiliò alla loggia massonica
della “Speranza”, numero 289, appartenente all’Obbedienza
dell’Alta Osservanza. In quel periodo storico le società segrete
e massoniche erano di gran moda: ce n’era per tutti i gusti e
ranghi, e vi si accedeva tramite percorsi iniziatici alquanto
pittoreschi. Anche la contessa Lorenza venne ammessa alla loggia
e gli fu donata una giarrettiera come simbolo.
Il soggiorno londinese purtroppo finì male, poiché venne preso
di mira da una coppia che gli fece un tiro mancino portandolo in
tribunale; benché prosciolto, ritornò povero e partì
dall’Inghilterra definitivamente.
La massoneria sarà la porta per entrare negli ambienti
altolocati e colmare l’ambizione di Giuseppe Balsamo, sempre più
spinto dalla voglia di potere e da sogni di grandezza. Di fatto
nel diciassettesimo secolo c’è un gran fiorire di logge d’ogni
tipo, intrise di misticismo, cabala e stregoneria; Cagliostro
sfruttò bene questa strada e riuscì a diventare Gran Maestro
facendo leva sulla sua arte oratoria e capacità di persuasione.
Da Londra partì per l’Olanda, dove venne accolto dalle logge
locali e presiedette a riunioni e sedute segrete. Le terre
tedesche più che altrove in Europa erano intrise di misticismo e
stregoneria: era di gran moda occuparsi di occultismo, filosofia
e alchimia, e proprio qui Cagliostro conobbe don Pernety, suo
padre spirituale, che gli ispirò il cammino. Cagliostro arrivò a
inventarsi un suo rituale, detto della Massoneria Egizia. Questo
rito era tanto strampalato quanto suggestivo, e coglieva la moda
del tempo ricavando le sue origini dall’antico Egitto di Osiride
e delle piramidi; la via per ottenere la saggezza era talmente
severa che lo stesso Cagliostro – che si era attribuito il
titolo di Grande Cofto - si guardò bene dal provarlo,
considerate le tante purghe e astinenze che si dovevano subire.
Curò in ogni dettaglio i simboli e i colori delle sedi con una
ricca coreografia di paccottiglia, e raccolse massoni da tutta
Europa chiedendo solo due condizioni: che credessero in Dio e
fossero massoni; una mossa furba che attirò nella sua loggia
decine di migliaia di adepti, riunendo in sostanza la massoneria.
Da quel momento Giuseppe Balsamo scomparve per lasciare il posto
al Conte Alessandro Cagliostro.
La carriera da Grande Cofto iniziò col viaggio in Curlandia, un
minuscolo principato baltico, indipendente sulla carta ma di
fatto sottomesso alla Prussia, famoso per la gran moda della
magia. Cagliostro non vi arrivò come maestro del rito egiziano,
perché ancora in fase di elaborazione, ma come emissario al
soldo della loggia inglese. Qui iniziano le sue imprese
leggendarie che lo renderanno celeberrimo, guarendo malati e
invocando con successo gli spiriti defunti. Particolare
interesse suscitò nella duchessa, bellissima, intelligente e
colta, totalmente conquistata dal mago a cui sottopone ogni
problema. Purtroppo, a causa di un rifiuto alla richiesta
d’ingrandire delle perle il mago non godette più dei suoi favori;
così, dopo quattro mesi partì per San Pietroburgo in pompa
magna, sempre accompagnato da Lorenza, o meglio dalla Contessa
Serafina Regina di Saba.
La Russia era governata dalla zarina Caterina, una virago
energica totalmente dedita alla politica, che soggiogava
equamente popolo e aristocrazia. Cagliostro sperò di diventare
il Merlino di corte, ma nonostante i tanti prodigi e le molte
guarigioni non ci riuscì; anzi, a causa delle gelosie e dei
nemici presto dovette ripartire, sempre più ricco e famoso però.
Nel 1780 Alessandro arrivò con la moglie a Strasburgo; dopo due
mesi di permanenza fu ospite del fondatore della loggia dei
templari, grande alchimista che gli affidò la conduzione degli
esperimenti del suo laboratorio - tra cui c’era la produzione di
un demone di sesso femminile - ma Cagliostro si mostrò così
indolente che venne licenziato.
Il rito egiziano intanto cominciava a piacere, e presto i
massoni dell’Alta Osservanza incominciarono ad avere bisogno di
lui; tant’è che gli svelarono i loro piani, mostrandogli
documenti segreti e misteriosi che indicavano una via politica
per rovesciare i despoti d’Europa. L’ambizioso progetto era
finanziato tramite il denaro raccolto da ventimila massoni, che
ogni anno versavano ai Maestri quindici luigi d’oro che finivano
in un conto ad Amsterdam. Cagliostro comunque rimase ancora
nell’ambito della Grande Osservanza che acconsentiva alla
fondazione di logge proprie e anche all’instaurazione di riti
peculiari, l’importante era che si rimanesse nell’alveo delle
direttive cardine della loro politica.
Cagliostro arrivò a Strasburgo in pompa magna, scortato da
lacchè e un gran seguito, in una carrozza trainata da sei
destrieri. Vestiva un taffettà turchino estremamente ricamato e
scarpe le cui fibbie erano tempestate di pietre preziose; l’oro
lo stringeva ai polsi, al collo e alle mani. Le autorità
accolsero Conte e Contessa con grandi dimostrazioni di stima,
facendo a gara per metterli a loro agio. L’arrivo fu annunciato
dai giornali che lo chiamarono “l’amico degli uomini”;
Cagliostro ricambiò lavorando sodo, alzandosi all’alba e
ricevendo per lo più in casa quanti ne poteva accogliere,
facendosi pagare solo dai ricchi. Dava ospitalità ai pellegrini
poveri che rifocillava e si mostrava come un vero iniziato,
sobrio e vegetariano: suggestionava e si autosuggestionava.
I fatti però dimostrano che non si comportò da ciarlatano,
perché guarì il più dei malati senza cercare di imbrogliarli,
come per esempio la moglie del famoso finanziere di Basilea
Sarrasin, che riuscì anche a rendere fertile garantendo la
successione al padre. I due saranno i più potenti e devoti
seguaci del mago.
Anche a Parigi i suoi miracoli erano sulla bocca di tutti;
pressato da innumerevoli richieste giunse nella capitale
francese e qui guarì il principe di Rohan, che stava per morire
nonostante fosse attorniato dai migliori clinici dell’epoca. Col
crescere della fama e dei favori crescevano anche i nemici, in
primis le facoltà di medicina, ma anche calunniatori e invidiosi
tanto da finir sotto processo, sempre vinti ed addirittura a
dover scampar a degli agguati.
La fama ormai lo precedeva, seguaci di ogni grado lo veneravano,
l’Alta Osservanza gli era grata per la sua abilità nel reclutar
massoni. Dopo un soggiorno a Napoli al capezzale del cavalier
D’Aquino riprese la via del nord a Bordeaux e a Lione, dove mise
a punto il rito egiziano con l’aiuto di un letterato; quindi
spiccò il volo per Parigi, la capitale della massoneria, dove lo
attendeva il suo amico cardinale Rohan, uno dei suoi maggiori
seguaci nonché ricco e potente. Il 30 gennaio 1785 arrivò
preannunciato da tutte le gazzette ed accolto in modo trionfale,
ora che la stella di Mesmer era caduta lasciando il palco libero.
Cagliostro curava molto l’immagine e la messa in scena
incentrata sul mistero, riceveva pochissimi intimi e si faceva
veder raramente in giro. Diceva di esser nato in Egitto migliaia
di anni prima e di aver conosciuto Mosè, di aver appreso l’arabo,
il latino, il greco e l’arte medica. Sempre in questo alone di
mistero non mancava di stupire gli ospiti con magie e profezie.
Si racconta che si rivolse a lui un marito triste per la moglie
adultera, al che il mago gli fece bere un infuso: se la moglie
lo avesse tradito, alla mattina si sarebbe trasformato in gatto.
La mattina seguente la moglie di fatto trovò un enorme gatto
nero nel letto, e pentita scoppiò in lacrime; il marito, tornato
umano, la perdonò. Non arrivò ad offuscare Voltaire ma era
altrettanto famoso, così come la società aveva bisogno di
sognare. Ma si racconta anche che ad una sontuosissima cena
esercitò la negromanzia richiamando come commensali Montesquieu,
D’Alembert e Diderot, che tra lo shock dei presenti risposero
alle domande e si accomiatarono all’alba. Parigi era tempestata
di riproduzioni della sua figura su tabacchiere, ventagli e
quant’altro; detrattori e seguaci almeno su una cosa
concordavano: il suo successo era enorme, e nelle fila della sua
setta le iscrizioni erano in crescente aumento.
Principi, prelati e addirittura un arcivescovo divennero maestri
del rito egiziano e chiesero il riconoscimento del Papa con la
sola richiesta di abolire le quaresime. Un altro colpo da
maestro fu la fondazione di una loggia femminile, ottenendo un
grandissimo consenso da parte delle dame francesi che si
iscrissero in massa.
Sempre nel 1785 si tenne a Parigi un eccezionale convegno
organizzato dai Filateti con lo scopo di mettere ordine e
unificare i riti massonici: questi pensarono bene di chiedere al
grande Cagliostro di fare da arbitro, poiché godeva di fama
smisurata.
Il conte non si lasciò scappare questa occasione per cercare di
far riunire sotto il rito egiziano la massoneria: chiese quindi
ai Filateti di sciogliere la loro setta, aderire al rito
egiziano e bruciare i loro documenti. Per quanto Cagliostro si
accerchiasse di abili scrittori per i suoi magnificenti
comunicati, finì sconfitto. Fallì a solo un passo dalla
realizzazione del suo progetto di diventare papa laico; ma solo
un illuso poteva pensare di sottomettere principi e
aristocratici senza averne il sangue, per quanto la sua fama
fosse grande.
Così come il cardinale Rohan fu parte della sua fortuna, così lo
ridusse in galera a causa di un intrigo nel quale il nostro
protagonista non aveva colpa alcuna. Nel 1785 Cagliostro si
trovò invischiato nella famosa “questione della collana” che
tanto scalpore e scandalo fece in tutta Europa.
Il cardinale Rohan era una persona estremamente stravagante:
Maria Teresa d’Austria lo odiava cordialmente per il
personalissimo andazzo che ebbe come ambasciatore a Vienna. La
madre ebbe sempre influenza sulla figlia Maria Antonietta, che
quindi lo trattò sempre come nemico. Il cardinale non aveva
bisogno dell’appoggio del re, tanto era ricco e potente; però
aveva sempre un gran desiderio di essere nelle grazie della
regina, come tutti. Il difetto peggiore di Rohan era la
creduloneria: così come si era fatto abbindolare da Cagliostro,
cadde nelle trame della celeberrima La Motte. Questa era la
moglie di un sedicente conte che a 25 anni aveva più debiti che
onori, e grazie alla sua bellezza riceveva qualche soldo dal
cardinale, che ne godeva dei favori. Per mantenere il loro
dispendioso tenore di vita, la Motte e il Marito escogitavano
parecchie truffe dando a intendere che La Motte era nelle grazie
di Maria Antonietta. Così la donna, saputo il desiderio del
cardinale di esser nelle grazie della regina, gli combinò un
bello scherzetto che la rese ricca per qualche mese. Due ebrei
tra i più ricchi gioiellieri di Francia, fornitori di corte,
avevano realizzato una delle più costose collane in pietre
preziose dell’epoca dando fondo a tutto il loro capitale. La
collana però venne più volte rifiutata dalla regina; al che La
Motte pensò bene di gabbare i gioiellieri, promettendogli di
rendere la collana accetta alla sovrana. Fece pagare per il
momento il prezioso gioiello al cardinale, con la scusa che la
regina non poteva pagarla nell’imminenza, ma che sarebbe stata
grata del gesto per il prestito. Il cardinale, aggirato ben bene,
sborsò un milione e seicentomila lire: circa 780.000€ odierni.
La truffa però non riuscì, poiché i gioiellieri ignari
ringraziarono la regina, che scoprì la frode. Così, La Motte ed
il cardinale finirono alla Bastiglia. La Motte sotto tortura
denunciò Cagliostro, che era sempre stato un suo rivale nelle
attenzioni verso il cardinale, al quale in modo diverso spillava
quattrini. Anche il conte finì alla Bastiglia, dove rimase
rinchiuso come la moglie per sei mesi. Lo scandalo si concluse
con un processo che scagionò Cagliostro con formula piena; ma la
vicenda mise in cattiva luce i regnanti, che si rifecero
comunque su di lui e lo cacciarono dalla Francia. La popolazione
inneggiava all’impareggiabile Mago, un tripudio di folla salutò
la sua partenza; tuttavia, questo fu l’inizio del suo declino.
Per qualche anno fu di nuovo errante tra l’Inghilterra, la
Svizzera e l’Italia, ma il suo successo scemava; in ogni città
doveva poi sloggiare per gli attacchi da parte dei medici, e
aveva sempre la polizia francese alle calcagna. Giornali
scandalistici al soldo del re di Francia non gli risparmiarono
scredito, come numerosi libelli scritti in tutta Europa. Sempre
amico e suo mecenate fu il banchiere svizzero Sarrasin, che potè
comunque far poco contro la mente ormai malata del conte, sempre
volta al riconoscimento del suo rito quando anche la massoneria
gli aveva voltato le spalle. Il conte aveva contratto decenni
prima la lue, malattia che rimase in incubazione per anni
eccitando le cellule cerebrali come un oppiaceo, ma che alla
fine lo portò fuori di senno. A questa grave situazione si
sommava anche lo stolto comportamento della moglie, che ormai
avvezza al lusso non si preoccupava delle sorti del marito ed
era pronta a screditarlo in cambio di denaro, come fece con gli
emissari del governo francese che gli estorsero inopportune
dichiarazioni.
Ma la svolta definitiva alla sua fortuna la diede lui stesso,
sempre nel tentativo di creare la massoneria del rito egiziano.
Arrivato a Trento legò subito col vescovo della città,
alchimista e massone, che non solo gli diede ospitalità ma
appoggiò l’idea strampalata di chiedere al Papa il
riconoscimento del rito egiziano procurandogli un salva condotto
per l’Urbe. Nessuno sapeva quel che stava facendo e in che guai
si sarebbe cacciato Cagliostro, nonostante all’epoca fosse
palese come i potenti facessero il bello e cattivo tempo senza
scrupoli per nessuno.
A Roma la vita non gli fu facile. La moglie lo detestava e
desiderava tornare dalla sua famiglia; arrivò addirittura a far
insaponare le scale con la speranza che si rompesse il collo. Ma
Cagliostro alla fine la perdonava sempre: mai come ora lui aveva
bisogno di lei, mentre lei non ne aveva di lui. Anche i suoi
miracoli finirono e procurarono danni anziché benefici. Pur
conducendo vita riservata non perdeva il gusto di raccontare
cose strampalate, ma ciò non gli procurava né fama né denaro,
che incominciava a scarseggiare. Riallacciò alcune fruttuose
amicizie con i massoni e tentò di incontrare il papa Pio VI, che
però si guardò bene dal riceverlo e anzi manovrava per la sua
fine. Correva l’anno 1789: la Francia era in piena rivoluzione,
dietro alla quale si supponeva ci fosse la massoneria. La
rivoluzione minacciava terribilmente tutta Europa e anche lo
stato vaticano: se ricordiamo che a Londra Cagliostro, nel
tentativo di riavere il suo denaro sottratto dalle autorità per
il processo, recitò il presagio della fine della monarchia
capetingia, capiamo in che brutta posizione fosse. Il mago
chiese alla Francia rivoluzionaria di poter tornare, ma a Parigi
avevano altro a cui pensare. Comunque non si accorse della fine
a cui andava incontro.
Tra il 13 e il 14 settembre dello stesso anno diede l’ultima
prova delle sue abilità magiche in una seduta tenuta in Villa
Malta a Roma, alla presenza di potenti e nobili aristocratici.
All’indomani di quella seduta, che doveva esser segreta, tutta
Roma ne parlava. Un cardinale francese al servizio di Maria
Antonietta, che aveva chiesto la testa di Cagliostro a PioVI,
andò a spifferare al Santo Uffizio che già da tempo raccoglieva
prove contro di lui. Serafina fu adescata dall’Inquisizione
perché denunciasse il marito, che però fiutò il complotto e
chiuse la moglie sotto sorveglianza di un frate. Ma il religioso
si lasciò irretire dalla bella Regina di Saba e la lasciò libera
di denunciare Cagliostro. Serafina e i suoi parenti accusarono
il mago di massoneria contro la Chiesa, e il 27 dicembre il
conte venne arrestato dai picchetti e condotto in Sant’Angelo.
In quegli anni a Roma ritornò in auge l’Inquisizione: al minimo
sospetto si finiva sotto tortura e in prigione. Cagliostro era
ritenuto temibile, e il Papa si aspettava l’invasione di truppe
di massoni venute a liberare il povero mago. Lo stato d’assedio
durò poco e tutto si dissolse in nulla, perché nessuno era
disposto a scendere in piazza e far la rivoluzione per il Grande
Cofto.
Il Sant’Uffizio, dopo aver raccolto le accuse, iniziò a
rovesciare sul povero Cagliostro un infinità di crimini:
anzitutto quelli religiosi, come non andare a messa e non
rispettare i digiuni, aver bestemmiato e incitato alla libertà
sessuale; oltre a questi però il Santo Uffizio, con la
benedizione del Papa come in passato e in futuro, non mancò di
caricare sul sequestrato anche i crimini, per lo più presunti,
avvenuti fuori della sua giurisdizione. Cagliostro dovette anche
rispondere di tutto il suo passato e di un memoriale apocrifo
della moglie, che raccontò anni di prostituzione con i notabili
di mezza Europa. Lo si accusò anche di aver sedotto zitelle e
cameriere, di aver falsificato e aver sobillato per la
rivoluzione francese. Seguirono poi le accuse di idolatria,
sacrilegio e altri peccati contro Dio che aveva per anni
perpetrato con la massoneria. Per il Santo Uffizio queste accuse
erano le più gravi, anche perché non si poteva permettere che
qualcuno potesse fare miracoli meglio della Chiesa.
Cagliostro, dopo ben 43 interrogatori nei quali cercò di
giustificarsi, alla fine crollò ammettendo i propri errori;
chiese clemenza e possibilità di remissione, disposto a vergar
ritrattazione perché c’erano ben un milione di adepti al rito
egiziano che solo leggendo le sue parole sarebbero ritornati
sulla retta via. Anche il Papa di nascosto assistette agli
interrogatori, ma sia lui che i prelati rimasero impassibili
quando Cagliostro fece i nomi di cardinali, vescovi ed altri
prelati aderenti al suo rito per dimostrare che era nel seno di
Santa Romana Chiesa.
Il processo si svolse a porte chiuse e i difensori smontarono
tutte le accuse, in particolare quella massonica, dimostrando
che il famigerato Gran Cofto era semplicemente un ciarlatano che
“servava di far quatrini come altri”, e che nel suo libro
intriso di stravaganze comunque non c‘era traccia di eresia,
insomma tutta Europa l’aveva conosciuto e preso per quel che era
ma solo Santa Romana Chiesa aveva creduto che fosse un eretico
come Maometto o Calvino, capace di fare una nuova religione. La
difesa quindi si spostò sulla infermità, cercando di farlo
passare per pazzo.
Il 7 aprile del 1791, in ginocchio, incatenato e con un
cappuccio sul capo, Cagliostro ascoltò la sentenza che lo
condannava all’ergastolo sottraendolo alla pena di morte.
Lorenza fu mandata in un convento e di lei non si seppe più
nulla; il cappuccino che si fece masturbare da Lorenza fu
confinato per 10 anni in un monastero; gli aristocratici che
assistettero alle imprese del mago subirono un processo laico e
quindi si poterono difendere, mentre i prelati che per anni
avevano sguazzato con Cagliostro subirono un processo farsa,
tanto il capro espiatorio era stato preso. Le conseguenze di
questa punizione esemplare però non furono favorevoli alla
Chiesa. Cagliostro era stato conteso da re e potenti di tutta
Europa, ed era ancora famosissimo; la sua condanna fece scalpore,
e la sentenza fu così orribilmente severa che la massoneria non
solo non si intimorì, ma reagì scrivendo libelli che andarono a
ruba, mentre accrescevano gli adepti alla massoneria.
Per sedici mesi Cagliostro fu prigioniero a Castel Sant’Angelo.
Poi fu trasferito a San Leo, un piccolo paese nelle Marche: qui
fu rinchiuso nella cella di un antico castello adibito a carcere.
La sua vita era ormai finita e dovette subire una pena assai
severa, in isolamento in una stanza di tre metri per tre a cui
si accedeva solo da una bottola dal soffitto; oltre alle
percosse dei carcerieri subì anche gli acciacchi e i malori
della vecchiaia. Inutilmente pregò e si pentì e inutilmente
attese una liberazione da parte del Papa, che lo considerò fino
alla morte pericolosissimo. Le sue sofferenze finirono il 26
agosto del 1795.
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