BALDASSARRE CASTIGLIONE
IL CORTEGIANO
Il libro del cortegiano di
Baldassarre Castiglione fu uno dei maggiori successi letterari
del primo Cinquecento.
Baldassar
Castiglione nacque il 6 dicembre 1478 a Casatico, nel marchesato
di Mantova, da Cristoforo, un uomo d’arme dei Gonzaga che nel
1499 perse la vita a causa delle gravi ferite riportate nella
battaglia di Fornovo, e da Aloisa Gonzaga. Nel 1490 fu dai
genitori inviato a Milano per compiervi, alla scuola di Giorgio
Merula e di Demetrio Calcondila, i primi studi di latino e di
greco. Fece lì la prima esperienza di vita cortigiana e apprese
le arti cavalleresche praticate con ricercatezza nella corte di
Ludovico il Moro. A questo periodo risalgono conoscenze
importanti e amicizie durature, quale quella con Alfonso Ariosto,
futuro dedicatario del Cortegiano.
Nel 1499, in seguito alla morte del padre e alla caduta del
Moro, Castiglione tornò a Mantova, entrando al servizio del
marchese Francesco Gonzaga, suo parente per parte di madre. Nel
1503, al fianco del Gonzaga, allora luogotenente generale
schierato con i Francesi, fu coinvolto nella sconfitta del
Garigliano, una battaglia importante nell’economia della lotta
tra Francia e Spagna per la conquista del Regno di Napoli. Nello
stesso anno accettò di buon grado l’invito a passare al servizio
del duca Guidubaldo da Montefeltro, conosciuto a Roma, il quale
molto meglio del Gonzaga incarnava gli ideali cortigiani e
cavallereschi dai quali Castiglione era sempre stato affascinato.
Ottenuta con difficoltà e con l’appoggio di mediazioni esterne
la licenza dal marchese di Mantova, il quale da quel momento
nutrì un non velato astio nei suoi confronti, prese nel 1504 il
comando di un drappello di cinquanta uomini d’arme entrando
ufficialmente a far parte della corte felice di Urbino, centro
artistico e letterario di grande rilievo grazie soprattutto al
mecenatismo di Elisabetta Gonzaga. In quella che nel Cortegiano
sarà dipinta come una patria ideale scomparsa e rimpianta,
Castiglione entrò in relazione con personaggi fondamentali per
la sua formazione: Pietro Bembo, ospite dei Montefeltro a
partire dal 1506, e Raffaello Sanzio, attivo in Urbino prima di
trasferirsi a Roma nel 1508. Dall’autore degli Asolani acquisì
le coordinate di un classicismo venato di componenti
neoplatoniche; all’amicizia con il pittore, consolidatasi negli
anni romani, e di cui resta testimonianza in un importante
carteggio, vanno ascritti alcuni dei modelli estetici e
speculativi presenti nella sua opera maggiore.
Al servizio di Guidubaldo ricoprì vari incarichi ufficiali, e
sostenne importanti missioni politiche e diplomatiche. Nel 1505
organizzò un’imponente parata militare che si tenne a Roma, al
cospetto del pontefice; l’anno seguente si recò in Inghilterra,
alla corte di Enrico VII, per ricevere l’ordine della
Giarrettiera conferito al duca; nel 1507 venne inviato
ambasciatore a Milano, presso il re di Francia Luigi XII. Gli
impegni diplomatici si intrecciavano variamente all’attività
letteraria: nel 1506 Castiglione aveva infatti composto la
favola pastorale Tirsi, rappresentata in occasione del carnevale
(con l’autore nelle vesti di Iola, amante fedele e inappagato di
Galatea, e il cugino Cesare Gonzaga nella parte di Dameta), e al
periodo urbinate risale pure la stesura di gran parte dei versi
latini e volgari, invero non memorabili. Al duca Guidubaldo,
morto nel 1508, e da Castiglione commemorato nell’Epistola de
vita et gestis Guidubaldi Urbini Ducis indirizzata a Enrico VII,
succedette Francesco Maria Della Rovere. Con il nuovo duca,
subito nominato generale dell’esercito pontificio, gli impegni
politici e militari si fecero più concreti e assillanti.
Castiglione lo seguì, dopo la lega di Cambrai, nell’impresa di
Romagna contro Venezia, e partecipò con l’esercito di Giulio II
all’assedio di Mirandola (1511), seguìto dalla guerra contro i
Francesi che portò nel 1512 alla conquista di Bologna. Nel
frattempo, nel 1510, durante una missione politica a Napoli,
aveva avuto modo di conoscere personalmente Iacopo Sannazaro.
L’atteggiamento imprevedibile di Giulio II rendeva più difficili
le già complesse operazioni militari, e nel marzo del 1512, a un
mese di distanza dalla battaglia di Ravenna, Castiglione fu
costretto a recarsi a Blois, presso Luigi XII, per perorare la
causa del Della Rovere. Nonostante lo sforzo bellico, la corte
urbinate rimaneva prodiga di attrazioni spettacolari, alla cui
organizzazione Castiglione prendeva parte in varia misura. Per
una di queste occasioni, scrisse un prologo destinato alla prima
messa in scena della Calandria (1513), fortunatissima commedia
dell’amico Bernardo Dovizi da Bibbiena.
Nel 1513 salì al soglio pontificio Giovanni de’ Medici (Leone X)
e Castiglione si stabilì a Roma come ambasciatore del duca di
Urbino. Ospitato in casa del Canossa, poté continuare a
frequentare molti degli amici di un tempo, per ragioni diverse
approdati tutti nella città papale: Giuliano de’ Medici, il
Bibbiena, creato cardinale e tesoriere della Chiesa, Bembo,
segretario del Brevi, e Raffaello, che lo introdusse nei circoli
dei pittori, ove conobbe anche Michelangelo. All’impegno
congiunto con Raffaello, delegato dal pontefice alla
sovrintendenza delle antichità romane, si deve la relazione a
Leone X sullo stato degli antichi edifici dell’urbe, a lungo
ritenuta di mano del pittore ma in realtà redatta da Castiglione,
il quale, nello stesso periodo, celebrò lo splendore della città
dei Cesari nel sonetto Superbi colli, e voi sacre ruine. La Roma
leonina apparve agli occhi del Castiglione quasi un doppio della
corte urbinate: illusione bruscamente interrotta nel 1516,
quando il pontefice, appoggiato da Francesco I, con un
improvviso colpo di mano riuscì a spodestare il Della Rovere per
insediare al suo posto un proprio nipote, Lorenzo de’ Medici il
Minore. Castiglione, esterrefatto e giudicando irrimediabilmente
perduta la causa del Della Rovere, si riconciliò con Francesco
Gonzaga (cui succederà nel 1519 il giovane Federico) e tornò a
Mantova. Al duro impatto con una realtà nuova e spietata, che
aveva tra l’altro acuito in lui un già latente sentimento
antifrancese, Castiglione rispose, quasi a esorcizzarla,
lavorando intensamente al ‘sogno’ rappresentato dal Cortegiano,
nel 1518 sottoposto alla lettura del Bembo e di Jacopo Sadoleto.
Nel frattempo, nel 1516 aveva sposato la mantovana Ippolita
Torelli, morta precocemente di parto nel 1520, dopo avergli dato
tre figli: Camillo, Anna e Ippolita. Per la morte della moglie
Castiglione compose una commossa elegia latina, Elegia qua
fingit Hippolyten suam ad se ipsum scribentem. Rimasto vedovo, e
desiderando provvedere alla propria carriera futura, decise di
abbracciare lo stato ecclesiastico, offertogli da Leone X nel
1521; nell’occasione scriveva alla madre di essersi ormai
introdotto in un ambiente che si presentava gravido di
prospettive interessanti: «holli de li amici assai grandi e
qualche introductione con questo principe che a qualche tempo
potrebbe giovare a me et ad altri». Forse anche in virtù di
questa nuova posizione, con un successo personale che lo
inorgoglì riuscì a ottenere per Federico Gonzaga la nomina a
capitano generale della Chiesa.
Alla morte di Leone X, seguì a Roma le vicende che avrebbero
portato all’elezione di Adriano VI, guardando favorevolmente la
tendenza ecumenica e riformistica di cui questi si faceva
portavoce, salvo poi abbandonare la città di fronte al clima di
austerità e morigeratezza prontamente introdotto dal nuovo
pontefice. Tra la fine del 1522 e l’inizio dell’anno seguente,
Castiglione preferì infatti seguire le operazioni belliche
condotte dal Gonzaga contro i Francesi tra Cremona e Pavia.
Dopo l’elezione del papa Clemente VII,
nel 1523 tornò a Roma come ambasciatore residente del marchese
di Mantova. Nell’estate dell’anno seguente, con il permesso di
Federico, accettò la nomina papale di protonotario pontificio e
l’assegnazione, in qualità di nunzio apostolico, alla corte
spagnola di Carlo V, dove giunse nel 1525. Il suo ruolo era
assai delicato: in quel periodo la pressione francese in
Lombardia si faceva preoccupante, e il papa meditava la
possibilità di un’intesa con l’imperatore, del quale Castiglione
doveva verificare le intenzioni. Era per lui la grande occasione
di affrancarsi dagli obblighi verso il signore di un’entità
geografica e politica prestigiosa ma piccola per mettersi alla
prova come uno dei protagonisti dei giochi diplomatici tra le
maggiori potenze continentali. Un’occasione in gran parte
fallita: affascinato dalla personalità di Carlo, che giudicava
un «buon principe e volto al bene», cercò di adoperarsi per
favorire una durevole conciliazione tra papa e imperatore e, pur
non essendone in prima persona responsabile, non seppe prevedere
la terribile tragedia del Sacco di Roma (maggio 1527), messa per mesi a ferro e fuoco dai
lanzichenecchi al soldo spagnolo. Aspramente accusato di
incapacità – e fors’anche di malafede – dagli esponenti della
Curia, che sospettavano fosse divenuto ‘imperiale’, Castiglione
si discolpò ufficialmente nel dicembre del 1527 con un’epistola
nobilissima e accorata, nella quale con fermezza rivendicava la
propria continua e assoluta fedeltà al papa. A chi gli
addebitava come sospetta la scarsa frequenza dei ragguagli sulla
situazione della corte, in un passaggio della lettera così
replicava: «Queste cose, beatissimo Padre, io mi sono sforzato
d’imprimer nell’animo dell’Imperatore; e ancorché sino qui non
sia successo come io desiderava, forse che presto se ne vedrà
qualche frutto miglior che non sarebbe stato lo scriverle a
vostra Santità; ché certo in questo caso mi pareva molto più
necessario operar, s’io poteva, che scriver minutamente quel
ch’io faceva o che disegnava» La lettera risultò persuasiva:
Clemente VII accettò le ragioni del nunzio, gli concesse il
proprio perdono e lo riabilitò. C’è stato chi ha sostenuto che
il dolore profondissimo e il rimorso provati dal Castiglione in
seguito al proprio fallimento diplomatico e agli orrori del
Sacco abbiano, se non determinato, accelerato la morte che lo
avrebbe di lì a poco colto.
Gli ultimi anni della vita del Castiglione furono quasi
esclusivamente dedicati alla stampa del Cortegiano, in quattro
libri, edito nel 1528 a Venezia da Aldo Manuzio e Andrea d’Asolo
per interessamento del Bembo, e revisionato per ultimo dallo
scrittore veneziano Giovan Francesco Valerio; per la storia del
testo è bene tuttavia ricordare che da molti anni esso conosceva
un’amplissima diffusione manoscritta, testimoniata tra l’altro
dalla garbata polemica epistolare tra l’autore e Vittoria
Colonna, alla quale incautamente era stato affidato il testo
ancora inedito.
A soli cinquant’anni, l’8 febbraio 1529, colpito da febbri
pestilenziali, Castiglione si spense a Toledo. Si dice che Carlo
V, informato della scomparsa del nunzio, commentasse l’evento
luttuoso con parole che lapidariamente riassumevano l’intera sua
esperienza di uomo e di scrittore: «Yo vos digo que es muerto
uno de los mejores caballeros del mundo».
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