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Decimo Giunio Giovenale (Aquino circa 55 - 130)

(foto): Giovenale, pagina iniziale delle "Satire" in una trascrizione medievale (Milano, Biblioteca Ambrosiana).    Saturae

Poeta satirico latino. Autore di 16 satire, in 5 libri, su vizi, ingiustizie, corruzione, ipocrisia della società romana. Visse a Roma dove seguì studi di grammatica e di retorica, dedicandosi all'attività di conferenziere e avvocato senza molta fortuna, e fu quindi costretto a cercare l'appoggio dei ricchi. La sua produzione letteraria è ascrivibile alla sua età già matura. Pare sia morto in Egitto dove sarebbe stato inviato per assumere il comando di una guarnigione militare.

Fu un moralista severo, un fustigatore di costumi. E’ lui stesso che nella sua prima Satira dice che la materia della sua produzione sarà un complesso di desideri, paure, rancori umani, nel quadro delle brutture e dei pervertimenti della morale che tanto lo indignano.

Giovenale considerò la letteratura mitologica ridicola in quanto troppo lontana al clima morale corrotto in cui viveva la società romana del suo tempo: egli considerò la satira indignata non soltanto la sua musa, ma anche l'unica forma letteraria in grado di denunciare al meglio l'abiezione dell'umanità a lui contemporanea.

In quanto scrittore di satire, Giovenale è stato spesso accostato a Persio ma tra i due vi è una profonda differenza: Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini perché, a suo dire, l'immoralità e la corruzione sono insite nell'animo umano; pertanto egli si limitò a gridare la sua protesta astiosa, senza coltivare illusioni di riscatto.

Il rifiuto del pensiero moralistico è una delle componenti più importanti della poetica di Giovenale, così come l'astio sociale: a suo dire, non ci sono più le condizioni sociali che possano portare alla ribalta grandi letterati come Mecenate, Virgilio ed Orazio nel periodo augusteo perché il poeta, nella Roma dei suoi tempi, è bistrattato e spesso vive in condizioni di estrema povertà tanto che spesso è la miseria che lo ispira.

Questa radicale avversione contro le iniquità e le ingiustizie, che lo portarono anche a declamare versi di rabbia e protesta, sono stati interpretati da alcuni come segnali di un atteggiamento democratico di Giovenale. Questo modo di intendere Giovenale è però molto superficiale: al di là di qualche verso scritto in favore degli emarginati, l'atteggiamento di Giovenale è di inequivocabile disprezzo nei loro confronti, in quanto essi non hanno avuto l'intelligenza necessaria per uscire dalla loro condizione.

Più che un democratico solidale Giovenale fu un idealizzatore del passato, ovvero quel buon tempo in cui il governo era caratterizzato da una sana moralità "agricola". Questa utopica fuga dal presente rappresenta l'implicita ammissione della frustante impotenza di Giovenale, dato che nemmeno lui era in grado di "muovere le coscienze".

Negli ultimi anni della sua vita il poeta rinunciò espressamente alla violenta ripulsa dell'indignazione ed assunse un atteggiamento più distaccato, mirante all'apatia, all'indifferenza, forse allo stoicismo, riavvicinandosi a quella tradizione satirica da cui in giovane età si era drasticamente allontanato. Le riflessioni e le osservazioni, un tempo dirette ed esplicite, divennero generali e più astratte, oltreché più pacate. Ma la natura precedente del poeta non andò distrutta completamente e tra le righe, magari dopo interpretazioni più complesse, si può ancora leggere la rabbia di sempre. Si parla di un "Giovenale democriteo", per designare il Giovenale degli ultimi anni, lontano dall'indignatio iniziale.

Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale sono le donne, in special modo quelle emancipate e libere, che per il loro disinvolto muoversi nella vita sociale personificano agli occhi del poeta lo scempio stesso del pudore.

Quelli che egli considerava i vizi e le immoralità dell'universo femminile gli ispireranno la satira VI, la più lunga, che rappresenta uno dei più feroci documenti di misoginismo di tutti i tempi, dove campeggia la cupa grandezza di Messalina, definita Augusta meretrix ovvero "prostituta imperiale".

In pratica, secondo Giovenale, tutte le donne che utilizzano qualità non intellettuali (per esempio, l'avvenenza fisica) per emergere devono essere considerate "oscene" ed "infami".