Caio Lucilio
Sessa Aurunca, Campania/Lazio circa 180 – 102/1 a.C
La sua biografia è segnata dall'incontro con gli Scipioni: fu
compagno di Scipione Emiliano in Spagna, nel l33, in occasione
della guerra di Numanzia. Poco dopo, giovanissimo, esordiva come
poeta, riprendendo il genere della "satira". Divenuto adulto,
saranno proprio i grandi personaggi del partito scipionico a
proteggerlo: per le sue origini aristocratiche, i suoi rapporti,
l'ambiente in cui viveva, Lucilio fu infatti spinto a prendere
partito nelle lotte politiche, e lo fece con vivacità e persino
con violenza, in specie (ad es.) contro le riforme graccane.
Praticamente quasi nulla si sa, invece, del periodo più tardo
della sua vita.
Massimo esponente della satira romana, inventor del genere, il
quale ha però preso spunto da Aristofane con la sola differenza
del metro. Con Lucilio la satira acquista un tono polemico,
aspro, beffardo, di attacco caricaturale di un personaggio
poiché in lui c’è la voglia di reagire dinanzi alla corruzione
della società dell’età arcaica. La satira di Lucilio non è
tuttavia caricatura politica ma è inerente alla vita quotidiana
e quindi ai vizi, ai difetti che egli ravvisava nella società e
nei personaggi a lui coevi. Lucilio si educò agli ideali della
nuova generazione Scipionica e acquisì una raffinata cultura e
grazie al suo spirito mordace, arguto, tipicamente italico, alla
sua sensibilità, riuscì ad acquisire una conoscenza degli uomini
e della società in generale del suo tempo; sarà proprio questa
la materia preponderante della sua opera.
Caratteristiche di Lucilio sono la spregiudicatezza di pensiero
e la libertà di parola.
Dal punto di vista stilistico, la poesia di Lucilio si apre
davvero in tutte le direzioni: impasto dei più vari registri
linguistici (arriva fino al dialetto e non disdegna neanche la
scurrilità), con l'utilizzo talora di inauditi termini tecnici e
retorici, il suo stile è stato da alcuni critici definito
addirittura "scapigliato": <<non fa meraviglia che [il nostro
autore] metta in versi i discorsi uditi nel foro, nei mercati,
nei porti e negli accampamenti militari, senza preoccupazioni di
dignità e senza sussiego>> [F. Della Corte]. Una lingua, dunque,
a suo modo "mimetica", anch'essa elemento non imprenscindibile
nell'atmosfera generalizzata di <<ribellione a un mondo che
moralmente egli disapprovava>>.
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