Origene
LA FILOSOFIA PATRISTICA NEI SECOLI
III E IV
LA GNOSI - GNOSTICISMIO
IL COMMENTO AL CANTICO
Origene: vita e scritti
ORIGENE nacque nel 185 o 186 probabilmente in Alessandria da
genitori cristiani. II padre Leonida morì martire nella
persecuzione di Settimio Severo, 202 o 203, e il figlio che
voleva partecipare alla sorte del padre fu salvato dalla madre
(EUSEBIO, Hist. ecd., VI, 2-5). A 18 anni, nel 203, fu posto da
Demetrio, vescovo di Alessandria, a capo della scuola
catechetica quale successore di Clemente, che si era
allontanato. Da questa data fino al 215 o 216 svolse un'attività
ininterrotta; e attraverso lo studio dei filosofi greci e dei
testi sacri giunse a formulare i capisaldi del suo sistema. In
questo periodo, il suo zelo religioso lo portò ad evirarsi.
Senza dubbio egli aveva preso alla lettera la parola evangelica
(MT, 19, 12), che loda coloro che si fanno eunuchi per amore del
regno dei cieli. Ma probabilmente, come lo stesso Eusebio
osserva (IV, 23, 1), voleva togliere ogni pretesto alla
malignità pubblica, dato che la sua scuola era frequentata anche
da donne. Nel 215 o 216 la strage fatta in Alessandria da
Caracalla costrinse Origene a fuggire in Palestina dove i
vescovi Alessandro di Gerusalemme e Teoctisto di Cesarea lo
accolsero con onore e lo fecero predicare nelle loro chiese.
Demetrio non approvo questa predicazione di un laico e impose ad
Origene di ritornare ad Alessandria. Qui egli ripigliò la sua
attività di maestro e di scrittore, che era intensissima: un
discepolo, Ambrogio, aveva messo a sua disposizione sette
stenografi e vari copisti (EUS., IV, 23, 2). Ordinato prete
durante un viaggio, cadde in disgrazia del vescovo Demetrio e fu
cacciato da Alessandria. Prese allora dimora a Cesarea dove
fondo una scuola teologica che presto divenne fiorentissima e
dove rimase sino alla morte.
Questa avvenne per martirio durante la persecuzione di Decio.
Origene subì la tortura in prigione e poco dopo morì a Tiro, nel
69° anno di età, quindi nel 254 o 255. Un suo discepolo,
Gregorio il Taumaturgo, ci dà interessanti particolari intorno
al suo insegnamento a Cesarea (Panegiricum in Orig., 7-15).
Principio e base dell'insegnamento di Origene era lo studio
della dialettica. Ad esso seguiva lo studio delle scienze
naturali, delle matematiche, della geometria, dell'astronomia;
la geometria era considerata come il modello di tutte le altre
scienze. In seguito, si studiava l'etica che aveva per oggetto
le quattro virtù cardinali di Platone e la carità cristiana. Un
posto eminente aveva in questo corso di studi la filosofia greca
e il punto culminante di esso era rappresentato dalla teologia.
La produzione letteraria di Origene fu vastissima: gli si
attribuisce un numero di opere che va da 6000 (secondo EPIFANIO,
Haer., 64, 63) a 800 (secondo S. GIROLAMO, Epist., 33).
Ma l'editto di Giustiniano contro di lui
(543) e il giudizio del V Concilio ecumenico (553) che lo
includeva fra gli eretici, provocarono la perdita di buona parte
della produzione di Origene.
A noi rimangono: un'opera apologetica in 8 libri Contra Celsum,
diretta contro il neoplatonico Celso che nel l78 aveva scritto
un Discorso vero a confutazione del cristianesimo; un trattato
dogmatico De principiis, che però ci è giunto solo in una
traduzione latina rimaneggiata di Rufino, il quale si è
preoccupato di attenuare o eliminare le affermazìonì che
apparivano in contrasto con le decisioni del Concilio di Nicea;
parti o frammenti dei suoi vastissimi commentari biblici; due
scritti, Sulla preghiera ed Esortazione al martirio; due lettere
e frammenti di altre opere. Le opere esegetiche, che
indubbiamente costituivano la sua più vasta produzione, erano di
tre specie: scolìì, cioè note su passi difficili della Bibbia;
omelie, cioè discorsi sacri su capitoli della Bibbia; commentari
o tomi, che erano analisi minuziose di interi libri della
Bibbia. Di tutti questi scritti le parti superstiti più notevoli
sono quelle del Commentario al Vangelo di S. Matteo di cui
abbiamo i libri X-XVII, del Commentario al Vangelo di Giovanni
di cui abbiamo 9 libri non consecutivi e di quello alla Lettera
ai Romani, di cui abbiamo un rifacimento di Rufino in 10 libri.
Origene: fede e gnosi
La dottrina di Origene è il primo grande sistema di filosofia
cristiana. Nel prologo del De principiis egli stesso delinea il
cómpito che si è assunto. «Gli apostoli, egli dice, ci hanno
tramandato con la più grande chiarezza tutto ciò che hanno
giudicato necessario a tutti i fedeli, anche a quelli più lenti
nel coltivare la scienza divina. Ma hanno lasciato a quelli
dotati dei doni superiori dello spirito e specialmente della
parola, della saggezza e della scienza, la cura di ricercare le
ragioni delle loro affermazioni. Su molti altri punti essi si
sono limitati all'affermazione e non hanno dato alcuna
spiegazione: affinché quelli dei loro successori che abbiano la
passione della saggezza possano esercitare il loro genio» (De
princ., pref. 3). Origene distingue qui le dottrine essenziali e
le dottrine accessorie del cristianesimo. Il cristiano che ha
ricevuto la grazia della parola e della scienza ha il còmpito di
interpretare le prime e di spiegare le altre. La prima funzione
è indispensabile a tutti; la seconda è una ricerca
supererogatoria, mossa da un particolare amore della saggezza e
consistente nel semplice esercizio della ragione. Origene ha
intrapreso l'una e l'altra ricerca. Il suo lavoro esegetico dei
testi biblici tende a mettere in luce il significato nascosto e
quindi la giustificazionne profonda delle verità rivelate.
Egli distingue un triplice significato
della scrittura: il somatico, lo psichico e lo spirituale, che
stanno tra di loro come le tre parti dell'anima: il corpo,
l'anima e lo spirito (De princ., IV, 11 ). In pratica, però,
contrappone al significato corporeo o letterale, il significato
spirituale o allegorico e sacrifica risolutamente il primo al
secondo ogni volta che lo ritiene necessario (lb., IV, 12).
Il passaggio dal significato letterale al significato allegorico
delle Sacre Scritture è il passaggio dalla fede alla conoscenza.
Origene accentua la differenza fra l'una e l'altra ed afferma la
superiorità della conoscenza che ricomprende in sé la fede (In
Juan., XIX, 3). Approfondendosi in se stessa, la fede diventa
conoscenza: questo processo si è verificato negli apostoli
stessi che dapprima hanno attinto dalla fede gli elementi della
conoscenza, poi hanno progredito nella conoscenza e son
diventati capaci di conoscere il Padre (In Matth., XII, 18).
La fede stessa, dunque, per una esigenza intrinseca, ricerca le
sue ragioni e diventa conoscenza. Vedremo subito che la
redenzione dell'uomo, il suo ritorno graduale alla vita
spirituale, di cui godeva nel mondo intellegibile all'atto della
creazione, è inteso da Origene come la sua educazione alla
conoscenza. Ora di fronte al grado più alto della conoscenza,
l'insegnamento delle Scritture è insufficiente. Le Scritture
sono soltanto elementi minimi della conoscenza compiuta e ne
costituiscono l'introduzione (In Joan., XIII, 5-6).
Al disopra dell'evangelo storico e a completamento delle verità
da esso rivelate c'è un evangelo eterno che vale in tutte le
epoche del mondo e soltanto a pochi è dato conoscere (De princ.,
IV, 1 sgg.; InJoan., 1,7).
Origene: Dio e il mondo
La prima preoccupazione di Origene è quella di affermare contro
gli eretici la spiritualità di Dio. Dio non è un corpo e non
esiste in un corpo: la sua natura è spirituale e semplicissima.
Il suo essere omogeneo, indivisibile e assoluto non può essere
considerato né come il tutto né come una parte del tutto, perché
il tutto è fatto di parti (Contra Cels., I, 23). Per indicare
l'unità di Dio, Origene si serve del termine pitagorico di
monade, accanto al quale usa quello neoplatonico di enade, che
esprime ancora più nettamente la singolarità assoluta di Dio (De
princ., 1, 1, 6).
Dio è superiore alla stessa sostanza, giacché non ne partecipa:
si partecipa di Dio, ma Dio non partecipa di nulla. Del Logos si
può dire che è l'essere degli esseri, la sostanza delle
sostanze, l'idea delle idee; Dio è al di là di tutte queste cose
(Ib., VI, 64). Origene rigetta recisamente gli antropomorfismi
del Vecchio Testamento, interpretandoli allegoricamente. Dire
che Dio ha forma umana ed è agitato da passioni come le nostre è
la più grande delle empietà (Ib., IV, 71). L'onnipotenza di Dio
trova un limite nella sua perfezione. Dio può fare tutto ciò che
non è contrario alla sua natura; ma non può commettere
ingiustizia, giacché il poter essere ingiusto è contrario alla
sua divinità e alla sua potenza divina (Ih., III, 70). Dio è
vita, ma in un significato diverso dalla vita nel nostro mondo:
egli è la vita assoluta, cioè nella sua assoluta immutabilità
(Injoan., I, 31). Dio è il bene nel senso platonico giacché a
lui solo appartiene la bontà assoluta: il Logos è l'immagine
della bontà di Dio, ma non è il bene in sé (In Matth., XV, 10).
La provvidenza divina è in primo luogo diretta all'educazione
degli uomini. Riprendendo ed ampliando il concetto di Clemente,
Origene paragona l'azione di Dio a quella di un pedagogo o di un
medico che punisce o infligge inali e dolori per correggere o
per guarire (Contra Cels., VI, 56). Così si spiega la stessa
severità divina, della quale i libri del Vecchio Testamento
danno tanti esempi. «Se Dio fosse soltanto buono e non fosse
severo, noi disprezzeremmo la sua bontà; se fosse soltanto
severo senza essere buono, i nostri peccati ci condurrebbero
alla disperazione» (In Jerem., IV, 4).
Di fronte alla trascendenza divina, affermata in termini così
rigorosi, il Logos viene a trovarsi in una posizione
subordinata. Esso è bensì coeterno con il Padre, il quale non
sarebbe tale se non generasse il figlio, ma non è eterno nello
stesso senso. L'eternità del Figlio dipende dalla volontà del
Padre: Dio è la vita e il Figlio riceve la vita dal Padre. Il
Padre è Iddio, il Figlio è Dio (In Joan., 11, 1-2) Lo Spirito
Santo è creato non direttamente da Dio, ma attraverso il Logos
(ib., II, 10). Esso è inteso da Origene come una forza puramente
religiosa, che non ha nel mondo nessun còmpito proprio.
Riprendendo la dottrina platonica
del Fedro, non senza subire l'influsso degli Gnostici e
specialmente di Valentino, Origene spiega la formazione del
mondo sensibile con la caduta delle sostanze intellettuali che
abitavano il mondo intellegibile. Le intelligenze incorporee,
costituenti il mondo intellegibile, sono create e come tali
soggette al mutamento; sono, inoltre, provviste di libero
arbitrio. La loro caduta si spiega con la pigrizia e la
ripugnanza verso lo sforzo che la pratica del bene esige.
Dio aveva stabilito che il bene
dipendesse esclusivamente dalla loro volontà e le aveva perciò
create libere. Trascurando e avversando il bene, esse hanno
procurato la loro caduta, giacché l'assenza del bene è il male e
nella misura in cui ci si allontana dal bene si cade nel male.
Così le intelligenze sono state condotte al male a
seconda che hanno più o meno trascurato il bene, conformemente
al movimento segreto di ciascuna di esse (De princ., 11, 9, 2;
fr. 23 a). Origene insiste sulla libertà dell'atto che ha
provocato la loro caduta. La dottrina gnostica aveva negato
questa libertà: Origene combatte vivacemente lo gnosticismo
(Ib., I, 8, 2-3). Lo stesso demonio, egli dice, non è malvagio
per natura, ma lo è divenuto di sua volontà (In Joan., XX, 28).
La caduta è dovuta a un atto libero di ribellione a Dio, al
quale parteciparono tutti gli esseri soprasensibili, ad
eccezione del solo Figlio di Dio. Il suo primo risultato è che
le intelligenze divengono anime, destinate a rivestirsi di un
corpo, più o meno luminoso o più o meno tenebroso a seconda
della gravità della colpa originaria. Il secondo grado della
caduta è appunto il rivestimento del corpo. Appare allora il
mondo visibile nella varietà e molteplicità degli esseri che lo
costituiscono. E così alcune intelligenze diventano le anime dei
corpi celesti eterei, luminosi e sottili. Altre divengono
angeli, ai quali Origene dà i nomi biblici di troni, potenze,
dominazioni, ecc., destinati ad essere i ministri di Dio presso
gli uomini. Altre ancora «discendono sino alla carne ed al
sangue» e divengono uomini. Le ultime, infine, divengono
diavoli.
Il mondo visibile è dunque
nient'altro che la caduta e la degenerazione del mondo
intellegibile e delle pure essenze razionali che lo abitano.
Origene ammette una pluralità successiva di mondi; ma,
correggendo lo stoicismo, nega che questi mondi siano la
ripetizione l'uno dell'altro. La libertà di cui gli uomini sono
dotati impedisce tale ripetizione (Contra Cels., IV, 67-68).
Tuttavia dopo che un numero indeterminato di mondi si è
succeduto, si giunge alla fine. Il mondo visibile ritornerà al
mondo invisibile. Gli esseri razionali avranno espiato lungo la
serie delle vite successive nei vari mondi il loro peccato
iniziale e saranno giunti alla perfezione e alla salvezza
finali. Potranno allora essere restituiti alla loro condizione
primitiva e conoscere Dio (In Joan., 1, 16, 20).
In questo processo di caduta del mondo intellegibile nel mondo
sensibile e di ritorno del mondo sensibile al mondo
intellegibile, il Logos ha una parte essenziale. In primo luogo,
Origene attribuisce al Logos la stessa funzione che gli
attribuivano gli Stoici: il Logos è l'ordine razionale del
mondo, la forza che ne determina l'unità e lo dirige. Appunto
come tale, esso è distinto da Dio. Soltanto il Padre è Dio in sé
(Autotheós): il Logos è l'immagine e il riflesso di Dio. Egli è
diverso dal Padre «per l'essenza e per il substrato» e
cesserebbe di essere Dio se non contemplasse continuamente il
Padre (Ib., XV, 1; II, 2). Per questa sua natura subordinata, il
Logos ha ricevuto dal Padre il còmpito di penetrare l'opera
della creazione e di infonderle ordine e bellezza (Ib., VI, 38,
39). Ma, in secondo luogo, il Logos vive negli uomini, che
partecipano tutti di lui (Ib., I, 37): pur rimanendo identico a
se stesso, il Logos si adatta agli uomini e alla loro capacità
di attingerlo (Contra Cels., IV, 15); e riveste forme diverse, a
seconda di coloro che giungono a conoscerlo, cioè a seconda
della loro disposizione e della loro capacità di progresso (Ib.,
IV, 16). Il Logos è dunque l'immanente forza divinizzatrice del
mondo e dell'uomo. Di quanto si avvicina al mondo ed all'uomo
per penetrarli e ricondurli alla perfezione originaria, di tanto
si allontana dal Padre.
Appunto la funzione dei Logos nell'uomo esige e giustifica
l'incarnazione. Per essa il Logos si appropria di un corpo
mortale e di un'anima umana. Né l'uno né l'altra sono alcunché
di divino: divino è solamente il Logos, il quale rimane
immutabile nella sua essenza e non patisce nulla di ciò che
accade nel corpo e nell'anima del Cristo (Contra Cels., IV, 15).
L'elemento divino e l'elemento umano non rimangono tuttavia
giustapposti nel Cristo dopo l'incarnazione (che Origene chiama
economia per indicare il suo carattere provvidenziale); l'anima
e il corpo di Gesù costituiscono, con il Logos, un'assoluta
unità (Ib., II, 9).
Origene: il destino dell'uomo
Il destino dell'uomo fa parte integrante del movimento
complessivo del mondo cui l'uomo appartiene. L'uomo era dapprima
una sostanza razionale, un'intelligenza; con la caduta è
diventata un'anima. I'anima è qualcosa di mezzo tra
l'intelligenza e i corpi: l'intelligenza, come pura vita
spirituale, è refrattaria al male, l'anima è invece suscettibile
di bene e di male (In Joan., XXXII, 18). Come la caduta
dell'uomo è stata un atto di libertà, così sarà un atto di
libertà la redenzione e il ritorno a Dio.
La libertà è infatti la dote fondamentale della natura umana,
che è capacee di agire in virtù di ragione, quindi di scegliere.
Come Clemente, Origene interpreta l'azione del messaggio
cristiano come un'azione educatrice che conduce gradualmente
l'uomo alla vita spirituale. Questa è la funzione del Logos
incarnatosi in Cristo. «Gesù allontana la nostra intelligenza da
tutto ciò che è sensibile e la conduce al culto del Dio che
regna su tutte le cose» (Contra Cels., III, 34). In ciò consiste
l'opera della redenzione. Commentando il prologo del IV
Evangelo, Origene interpreta l'azione illuminatrice del Logos,
non come una rivelazione subitanea, ma come la penetrazione
progressiva della luce negli uomini, come l'incessante richiamo
all'uomo affinché voglia liberamente tornare a Dio (In Joan., 1,
25-26). La via per questo ritorno può essere lunghissima.
Se l'esistenza in un mondo non basta, l'uomo rinascerà nel mondo
successivo e poi in altri ancora finché non abbia espiato la sua
colpa e non sia ritornato alla perfezione primitiva. Appunto la
necessità dell'educazione progressiva dell'uomo giustifica
quella pluralità successiva dei mondi, che Origene ha desunto
dallo stoicismo. I mondi sono altrettante scuole, nelle quali si
rieducano gli esseri decaduti (De princ., III, 6, 3).
L'educazione dell'uomo come graduale ritorno alla condizione di
sostanza intelligente si opera attraverso gradi successivi di
conoscenza. Dal mondo sensibile l'uomo si solleva alla natura
intellegibile che è quella del Logos e dal Logos a Dio. Il Logos
è infatti la saggezza e la verità e solo attraverso di esso si
può discernere l'essere, e al di là dell'essere, la potenza e la
natura di Dio (In Joan., VIII, 19). Ma quando questa conoscenza
diretta di Dio sarà possibile, quando Dio non sarà più visto
attraverso il Figlio, nell'immagine di un'immagine, ma
direttamente come il Figlio stesso lo vede, il ciclo del ritorno
a Dio del mondo, della apocatastasi, sarà compiuto e Dio sarà
tutto in tutti (Ib., XX, 7).
Tali sono i tratti fondamentali del sistema di Origene, nel
quale per la prima volta il cristianesimo ha trovato una
formulazione dottrinale organica e completa.
Il platonismo e lo stoicismo costituiscono
le due radici fondamentali per le quali esso si collega alla
filosofia greca. Ma Origene ha adattato con grande equilibrio la
dottrina platonica della caduta e della redenzione degli esseri
spirituali e la dottrina cosmologica degli Stoici alle esigenze
del messaggio cristiano. Certamente alcuni elementi che la
coscienza religiosa contemporanea riteneva essenziali di questo
messaggio sono andati perduti nella sintesi origeniana.
Il concetto della creazione è fondamentalmente estraneo a
Origene per il quale la creazione delle sostanze razionali è
eterna. Il Logos viene ad essere, nella sua natura, subordinato
a Dio Padre e lo Spirito Santo al Logos nella sua natura e nella
sua funzione. Il sacrificio del
Cristo non trova una vera e propria giustificazione e la
resurrezione della carne, sulla quale tanto avevano insistito
altri padri (per esempio Tertulliano) viene esplicitamente
esclusa (De princ., 11, 10, 3;
Contra Cels., V, 18). Ma in compenso Origene ha portato per la
prima volta alla chiarezza della riflessione filosofica il
significato più profondo e universale del cristianesimo. Per
primo ha visto nel fatto storico della redenzione il destino
dell'umanità intera, che, decaduta dalla vita spirituale, deve
ritornarvi. Per primo ha riunito in un'unica visione complessiva
la sorte dell'umanità e la sorte del mondo, facendo
dell'antropologia cristiana l'elemento d'una concezione
cosmologica. Per primo, ha affermato l'esigenza della libertà
umana, che andava smarrita non solo nelle dottrine dualistiche
degli gnostici, ma anche in tutte quelle interpretazioni che
facevano dell'uomo il soggetto passivo dell'opera redentrice del
Cristo.
Bisogna infine ricordare che per primo Origene ha espresso
chiaramente il principio cui dovevano ispirarsi le dottrine
politiche del cristianesimo nei secoli a venire. Utilizzando
anche qui un concetto stoico, egli afferma che «vi sono due
leggi fondamentali, quella naturale, il cui autore è Dio, e
quella scritta che è formulata nei diversi stati». Su questa
base, egli afferma l'indipendenza dei cristiani davanti alla
legge civile: «Quando la legge scritta non è in contrasto con
quella di Dio conviene che i cittadini la osservino e la
antepongano alle leggi straniere; ma quando la legge di natura,
cioè la legge di Dio, ordina cose contrarie alla legge scritta,
la ragione ti consiglia di lasciare di buon grado le leggi
scritte e la volontà dei legislatori ed ubbidire unicamente alla
legge di Dio, di regolare la tua vita secondo i suoi
insegnamenti anche se questo costa fatica, morte e disonore»
(Contra Celsum, V, 37). Il principio stoico del diritto naturale
veniva così utilizzato a difendere la libertà dei cristiani di
fronte alla legge civile.
Contro la
dottrina di Origene, secondo la quale gli uomini e gli
angeli esistevano nel mondo intellegibile come sostanze
spirituali dello stesso genere e che solo con la caduta si
sono differenziati, Metodio difende la differenza tra le
anime umane e gli angeli e nega la preesistenza delle anime
umane al corpo (De resurrect., 10-1 I ). Nello scritto sul
libero arbitrio egli nega che il male dipenda da una materia
eterna (che era dottrina gnostica) e afferma che esso è
prodotto dalla volontà libera della creatura razionale.
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