Plotino
Neoplatonismo - La
"scolastica" neoplatonica
Gli
Enneadi
Dio
come luce
Egli conosce
queste cose che ricerca e dà quello che dà senza diminuire
in nulla la propria vita. Di conseguenza la sua felicità non
verrà mai meno neppure nelle avversità; essa infatti resta
irnmutabile, esattamente come la sua vita; e quando muoiono
parenti e amici egli sa cos'è la morte; come del resto lo
sanno anche coloro che muoiono, a patto che siano dttawero
virtuosi. Se poi anche la morrte di parenti ed amici lo
addolora, ebbene allora non è lui che si addolora, ma quella
parte in lui che è priva di intelletto, le cui sofferenze
non accetterà.
Tratto da
Plotino, Enneadi.
La maggiore figura del neoplatonismo è
PLOTINO. Nato a Licupoli in Egitto nel 203 o 204 d. C.,
partecipò alla spedizione dell'imperatore Gordiano contro i
Persiani per conoscere le dottrine dei Persiani e degli Indiani;
al ritorno si stabilì in Roma, dove la sua scuola ebbe tra i
suoi ascoltatori numerosi senatori romani. L'imperatore Gallieno
e sua moglie Salonina furono tra i suoi ammiratori. Egli morì in
Campania a 66 anni, nel 269 0 270 d. C.
Il suo scolaro PORFIRIO di Tiro (nato nel 232-33 e morto a1
principio del lV secolo) pubblicò gli scritti del maestro
ordinandoli in sei Enneadi, ossia libri di nove parti ciascuno.
Plotino: Dio
Plotino accentua sino all'estremo limite la trascendenza di Dio,
sulla quale avevano già insistito i Neopítagorící e Filone. Ma
mentre Filone ancora identifica Dio con l'essere, Plotino
afferma che Dio è «al di là dell'essere» (V, 5, 6); «al di là
della sostanza» (VI, 8, 19); «al di là della mente» (III, 8, 9)
in modo che è trascendente rispetto a tutte le cose, pur
producendole e tenendole in essere lui stesso (V, 5, 12). Così
la causa dell'essere viene in qualche modo staccata dall'essere,
come ciò che è inafferrabile e inesprimibile da parte dell'uomo.
Il nome che è meno inadeguato a indicare Dio, è, secondo
Plotino, quello di Uno; e ciò sia perché Dio è l'unità, cioè la
causa semplice ed unica di tutte le cose; sia perché il nome
«Uno» si presta a designare ciò che è semplice e diverso da
tutte le cose che vengono dopo (V, 4, 1). Plotino stesso avverte
però che questo nome non contiene altro che l'esclusione del
molteplice; e, salvo quest'esclusione, non è più adeguato degli
altri ad esprimere Dio (V, 5, 6).
Con queste considerazioni, Plotino inizia quello che si chiamò
in seguito la teologia negativa, cioè la determinazione di Dio
attraverso il riconoscimento dell'impossibilità di predicare di
lui tutte e ciascuna le determinazioni finite.
D'altronde, la definizione di Dio come unità non ha niente a che
fare con il monoteismo. Conformemente a tutta la tradizione
greca, Plotino esplicitamente difende il politeisino come
conseguenza necessaria della infinita potenza della divinerà:
«Non restringere la divinità ad un
unico essere, farla vedere così molteplice come essa stessa si
manifesta, ecco ciò che significa conoscere la potenza della
divinità, capace, pur restando quella che è, di creare una
molteplicità di dèi che si connettono con essa, esistono per
essa e vengono da essa» (II, 9, 9).
Per una divinità concepita in questo modo la creazione non può
essere un atto di volontà, che implicherebbe un mutamento
nell'essenza divina. La creazione avviene in modo tale che Dio
rimane immobile al centro di essa, senza volerla né consentirvi.
Essa è un processo di emanazione, simile a quello per il quale
la luce si spande intorno al corpo Luminoso o il calore intorno
al corpo caldo, o meglio simile al profumo che emana dal corpo
odoroso (V, 1, 6). Utilizzando la
nozione aristotelica di Dio come «pensiero del pensiero» (§ 78)
Plotino interpreta l'emanazione stessa come il pensiero che
l'Uno pensa di sé. L'Uno, pensandosi, dà origine all'Intelletto,
che è la sua immagine (V, 4, 2); l'Intelletto, pensandosi, dà
origine all'Anima, che è l'immagine dell'Intelletto (IV, 8, 3).
Trascorrendo da immagine a immagine, l'emanazione è anche un
processo di degradazione. Ciò che emana dall'Uno è inferiore
all'Uno, proprio come la luce è meno luminosa della sorgente da
cui emana e l'onda del profumo è meno intensa a misura che si
allontana dal arrpo odoroso. Gli esseri che emanano da Dio non
possono dunque avere né la sua perfezione né la sua unità, ma
procedono sempre più verso l'imperfezione e la molteplicità.
Plotino: le emanazioni
La prima emanazione dell'Uno è l'Intelletto (Nous) che è
l'immagine più vicina di esso. L: intelletto contiene già la
molteplicità in quanto implica la distinzione tra il soggetto
che pensa e l'oggetto pensato. Questo Intelletto, come il Logos
o il Verbo di Filone, è la sede delle idee platoniche. Esso
corrisponde al Dio di Aristotele.
Dall'Intelletto procede la seconda emanazione, l'Anima del
mondo, che è Verbo e Atto dell'Intelletto, come l'Intelletto
dell'Uno. L'Anima da un lato guarda all'Intelletto da cui
proviene e con ciò pensa; dall'altro guarda a se stessa e si
conserva; dall'altro ancora, guarda a ciò che è dopo di lei e lo
ordina, lo governa e lo regge. Così l'Anima universale ha una
parte superiore che è rivolta all'Intelletto ed una parte
inferiore che è rivolta al corpo: con questa governa l'universo
corporeo ed è Provvidenza.
Dio, l'Intelletto e l'Anima del mondo costituiscono il mondo
intellegibile. Il mondo corporeo suppone per la sua formazione,
oltre l'azione dell'Anima del mondo, un altro principio da cui
derivino l'imperfezione, La molteplicità ed il male. Questo
principio è la materia, concepita da Plotino negativamente, come
privazione di realtà e di bene. La
materia è all'estremo inferiore della scala alla cui sommità c'è
Dio. Essa è l'oscurità che comincia là dove termina la luce;
quindi non-essere e male.
Le anime singole sono parti dell'Anima del mondo. L'Anima
universale ha penetrato la materia vivificandola e penetrandola
torta, ma rimanendo in se stessa unica ed indivisibile. Essa
produce l'unità e la simpatia di tutte le cose del mondo;
giacché queste, avendo un'unica anima, si richiamano l'un
l'altra come le membra di uno stesso animale.
Dominato com'è dall'Anima universale, il mondo ha un ordine e
una bellezza perfetti. Per scoprire quest'ordine bisogna
guardare al tutto nel quale trova il suo posto e la sua funzione
ogni singola parte, anche quella apparentemente imperfetta o
cattiva. Il vizio stesso ha una funzione utile al tutto perché
diventa un esempio della forza della legge e finisce per
arrecare utili conseguenze (III, 2, 5).
Plotino: la coscienza e il
ritorno a Dio
Nella filosofia di Plotino
diventa centrale e dominante un concetto che già si era
affacciato nella speculazione degli Stoici: quello di coscienza.
Coscienza non è la consapevolezza dei propri stati interni: ma
l'atteggiamento del saggio che non ha bisogno d'uscire fuori di
sé per trovare la verità e che perciò tiene lo sguardo
costantemente rivolto a se stesso. La coscienza è in questo
senso il campo privilegiato in cui si manifestano nella loro
evidenza le verità più alte cui l'uomo può giungere e la fonte o
il principio stesso di tali verità cioè Dio. Il presupposto di
questo concetto è l'autosufficienza del saggio, su cui avevano
insistito gli Stoici e che aveva dominato le speculazioni morali
degli Stoici romani. La distinzione stabilita da Epitteto tra
«le cose che sono in nostro potere» cioè i nostri atti
spirituali e «le cose che non sono in nostro potere» cioè le
cose esterne, come fondamento degli atteggiamenti morali
dell'uomo, non è che un corollario del principio della
coscienza. Per indicare la coscienza come introspezione o
auscultazione interiore, Plotino adopera espressioni come
«ritorno a se stesso», «ritorno alla interiorità», «riflessione
su di sé»; e contrappone costantemente questo atteggiamento
proprio del saggio a chi invece fa leva, per la condotta della
sua vita, sulla conoscenza delle cose esterne. «Il saggio — dice
Plotino — trae da se stesso ciò che rivela agli altri e guarda a
se stesso giacché non solamente tende a unificarsi e a isolarsi
dalle cose esterne, ma è rivolto a se stesso e trova in sé tutte
le cose» (III, 8, 6).
Il ritorno a Dio è un itinerario che l'uomo può iniziare e
percorrere solo mediante il ritorno a se stesso. Le tappe del
ritorno a Dio sono le tappe della progressiva interiorizzazione
dell'uomo; e in primo luogo della
sua liberazione da ogni dipendenza o rapporto con l'esteriorità
corporea. Potino afferma pertanto che il primo dovere dell'uomo
è quello di sottrarsi aii suoi legami con il corpo e di
purificarsi mediante le virtù. Le virtù sono vie di
purificazione perché sono vie di liberazione dall'esteriorità.
Con l'intelligenza e la sapienza, l'anima dell'uomo si abitua a
operare da sola, senza l'aiuto dei sensi corporei; con la
temperanza si libera dalle passioni;
con il coraggio non teme di separarsi dal corpo; con la
giustizia fa sì che comandino in sé soltanto la ragione e
l'intelletto (I, 2, 3). La virtù come purificazione costituisce
tuttavia soltanto una condizione liberatrice dell'itinerario
interiore verso Dio. Nella musica, nell'amore e nella filosofia
l'anima trova le vie positive del ritorno a Dio.
Attraverso la musica l'uomo deve procedere oltre i suoni
sensibili, cercando di raggiungere i loro rapporti e le loro
misure per sollevarsi a quell'armonia intellegibile ch'è la
stessa bellezza. Attraverso l'amore, l'uomo si solleva
gradualmente (secondo il processo già descritto da Platone nel
Fedro) dalla contemplazione della bellezza corporea a quella
della bellezza incorporea la quale è un riflesso o un'immagine
del Bene, cioè di Dio. La bellezza difatti risplende nelle cose
che sono più vicine alla perfezione; una statua è più bella di
un blocco di marmo, un corpo vivo più bello di una statua. Ma al
di là della bellezza l'uomo deve procedere con la filosofia
verso la fonte stessa della bellezza, che è Dio. A Dio tuttavia
egli non potrà arrivare attraverso l'intelligenza, perché questa
è condizionata dal dualismo del soggetto che pensa e
dell'oggetto pensato, mentre Dio è assoluta unità. Nella visione
di Dio non c'è più intervallo, non c'è più dualità, ma l'anima
si unisce a Dio totalmente, con uno slancio di amore. Non si
tratta neppure di una visione: ma «di estasi e di
semplificazione, di quiete e di congiunzione, di completa
dedizione». Questa condizione può essere raggiunta dal filosofo
solo raramente. Porfirio ci testimonia che nei sei anni in cui
fu con il maestro, Plotino raggiunse l'estasi solo quattro
volte.
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