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Angelo Poliziano     Le Stanze

Finissimo poeta e filologo, Poliziano fu il più brillante esponente della cultura umanistica fiorentina. Sostenitore di un’idea di imitazione dei classici varia ed eclettica, egli ci ha lasciato con le sue opere l’immagine di un mondo raffinato e compiuto, lontano dalle tensioni e aspirazioni quotidiane, tutto teso al raggiungimento dell’equilibrio e della perfezione.

Agnolo Ambrogini nacque da Benedetto e da Antonia de' Salimbeni nel 1454 a Montepulciano (da cui, presumibilmente, l'appellativo "Poliziano" con cui egli stesso si firmava). Nel 1464 il padre, gonfaloniere di Montepulciano, fu ucciso per ritorsione dalla famiglia di un uomo che aveva fatto condannare, e Agnolo fu mandato presso parenti a Firenze, dove incontrò il favore del mecenatismo mediceo. Studiò il greco con Giovanni Argiropulo, Andronico Callisto, Cristoforo Landino e successivamente con Demetrio Calcondila; neanche ventenne intraprese la traduzione in esametri latini dell'Iliade. Lorenzo, dedicatario del secondo e del terzo libro, lo volle nella sua cerchia nel 1473; due anni dopo lo nominò segretario privato, affidandogli anche l'educazione del primogenito Piero. Parallelamente alle prime prove filologiche, il Poliziano sviluppò in questi anni anche la sua abilità di rimatore latino e volgare; nel 1475 iniziò a comporre le stanze poetiche dedicate a celebrare la vittoria conseguita in una giostra da Giuliano de' Medici; interruppe il lavoro nel 1478 a seguito dei drammatici eventi della congiura de' Pazzi (avvenimento descritto nel Coniurationis commentarium), in cui Lorenzo venne ferito e Giuliano perse la vita. Nel 1477 ottenne, benché laico, la prioria di San Paolo, stabilizzando e consolidando la propria situazione economica. Due anni dopo, a seguito di alcuni contrasti emersi con la consorte di Lorenzo, Clarice Orsini, probabilmente in merito all'educazione del secondogenito Giovanni che nel frattempo gli era stato affidato, occorse un breve periodo di rottura con i Medici. Poliziano fu allora tra Venezia, Padova, Verona e Mantova, dove trovò temporanea ospitalità presso la corte dei Gonzaga. La nomina a professore di retorica e poetica presso lo Studio lo richiamò tuttavia a Firenze nel 1480; ivi conobbe una stagione di intensa attività erudita, di cui resta traccia nei commenti agli autori classici latini e greci e nelle Silvae, prolusioni in versi latini ai corsi accademici. Nel 1486 prese i voti e fu nominato canonico della Chiesa metropolitana; nel 1493 giunse a concorrere, con l'appoggio dell'ex allievo Piero, per la nomina cardinalizia, ma senza esito. Due anni dopo la morte dell'amato mecenate Lorenzo, il Poliziano si spegneva nel 1494, a causa di un attacco di febbri perniciose.

Accanto alle già citate Stanze, che ebbero vasta eco nel Cinquecento, si ricorda la Fabula di Orfeo, tra i primi testi di teatro profano in volgare, mentre i componimenti in latino e i suoi scritti filologici ed eruditi gli guadagnarono fama anche al di fuori dei confini peninsulari.


Di molti fra i suoi scritti filologici il P. stesso curò la pubblicazione, mentre non si preoccupò di divulgare le opere del periodo che precedette il suo magistero più strettamente umanistico. In verità, se i suoi contemporanei e i posteri ammirarono nel P. il dotto umanista e l’elegante poeta latino, fu sempre riconosciuta la primaria importanza anche della sua attività di poeta in volgare: essa costituisce il più notevole anticipo di quella rinascita della letteratura volgare che, dopo la parentesi del primo Quattrocento, ebbe il suo coronamento anche teorico con P. Bembo.