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Petronio Arbitro     Petronio, Satirycon

Federico Fellini trasse, negli anni ’70 del secolo scorso, uno dei capolavori della cinematografia italiana, il Satyricon,: un’originale rielaborazione visiva del romanzo di Petronio, che fu un’opera letteraria antica e moderna nei contenuti, intrisa di raffinate eleganze stilistiche e non avara di momenti di vera poesia.

Petronio Arbitro ( ? - 66 d.C.), scrittore e poeta latino, autore del romanzo Satyricon; Tacito lo descrive come uomo colto e raffinato ("arbiter elegantiarum"), maestro di raffinatezza e bon ton nella depravata corte di Nerone. Caduto in disgrazia presso l'imperatore per l'ostilità del prefetto del pretorio Tigellino, si suicidò tagliandosi le vene.

Figura affascinante di intellettuale, ma - strano a dirsi - anche in un certo senso misteriosa, perché ancora oggi non si è del tutto certi dell’epoca in cui visse, né se sia lui quel Petronius arbiter elegantiarum (Petronio arbitro di eleganza, di buongusto), né infine se il famoso romanzo Satyricon (trama e personaggi) sia da attribuire a quel personaggio “voluttuoso e raffinato” di cui poi parlerà Tacito nei suoi Annales .

Certo è che, dal carattere dell’opera, dallo spirito acuto e mordace che la caratterizza e per lo stesso contenuto decisamente in linea coi tempi, possiamo con quasi certezza argomentare che, se il Petronio di Tacito vive nell’età neroniana, è lui l’autore del Satyricon e il romanzo stesso può essere ascritto a questo periodo.

Opera di cui, purtroppo, ci sono pervenuti solo due libri, diremmo capitoli, e che doveva essere molto più vasta e certamente interessante: non foss’altro che per il valore documentario su una società e i suoi personaggi, e per lo spessore psicologico che l’autore dà alle figure che s’intrecciano nella vicenda, con il tratteggio di una fisionomia molto ben delineata e sorprendentemente attuale.

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Approfondimento

"Petronio si svegliò soltanto verso mezzogiorno e, come al solito, molto stanco. La sera innanzi aveva preso parte, nel palazzo di Nerone, a un banchetto che si era protratto fino a tarda notte. Da qualche tempo la sua salute aveva cominciato a guastarsi. Diceva egli stesso di destarsi al mattino come intorpidito e incapace di raccogliere i propri pensieri. Ma il bagno e l'accurato massaggio del corpo praticato da abili schiavi a ciò addestrati gli riattivavano gradatamente la circolazione del sangue, lo rianimavano, gli rendevano le forze, tanto che dall'ultimo reparto del bagno usciva ancora come risuscitato, con gli occhi scintillanti di arguzia e di allegria, ringiovanito, pieno di vita, incomparabilmente elegante, sì che lo stesso Otone non riusciva ad eguagliarlo, degno in tutto dell'epiteto di arbiter elegantiarum."

(da "Quo vadis?" di Henryk Sienkiewicz (1846 - 1916) - traduzione di Lellia Ruggini)

"Tacito scrive: In pochi giorni caddero uno dopo l'altro [per volontà di Nerone] Anneo Mela, Ceriale Anicio, Rufrio Crispino e Petronio...

Quanto a Petronio bisogna dire qualche cosa di più. Consacrava il giorno al sonno e la notte ai doveri e ai piaceri. Se altri giunse alla fama attraverso il lavoro, egli vi pervenne con la mollezza; non aveva la reputazione di depravato e scialacquatore come la maggior parte di coloro che dànno fondo ai propri beni, ma piuttosto di voluttuoso e raffinato. E un abbandono, una particolare noncuranza di quel che diceva e faceva costituivano in lui una forma di semplicità singolarmente gradevole. Tuttavia, funzionario dello Stato in Bitinia, si mostrò energico e al livello del suo compito. Poi [a Roma] tornato ai vizi e alla calcolata imitazione dei vizi, fu tra i pochi favoriti di Nerone, arbitro di eleganza fino al punto che l'imperatore non considerava piacevole e di buon gusto, fra tanta dovizia, se non quello che Petronio approvava. Di qui l'invidia di Tigellino, che vedeva in lui un rivale più abile nella scienza della voluttà. Questi ricorse dunque alla crudeltà del Principe, e denunciò Petronio come [fiancheggiatore di una congiura contro di lui]: fu corrotto uno schiavo per questa delazione; la maggior parte degli altri fu gettata in carcere e fu vietata la difesa agli accusati.

L'imperatore era in quei giorni in Campania, e Petronio lo aveva seguito fino a Cuma, dove tuttavia gli fu ordinato di restare. Egli non accettò l'idea di indugiare fra la speranza e il timore; e tuttavia non volle respingere bruscamente la vita: si fece tagliare le vene, e poi bendare, e poi riaprire a suo talento, conversando con gli amici di facili poesie e versi leggeri. Poi si abbandonò al sonno, affinché la sua morte, sebbene forzata, sembrasse naturale."

(traduzione da Tacito, nella Nota introduttiva di Ugo Dèttore al Satyiricon, edizione B.U.R.,1960).