PROCOPIO DI CESAREA
L'epoca giustinianea ci ha dato
il piú grande rappresentante della storiografia aulica bizantina, colui che
nella sua opera ha rispecchiato, con tutte le sue contraddizioni, quell'età,
lasciando di essa ai posteri, una testimonianza che la illumina come poche
altre dell'antichità e del medioevo sono illuminate: Procopio.
Egli era nato a Cesarea di Palestina, negli ultimi anni del quinto secolo o
nei primissimi del sesto: proveniva, cioè, da quella regione che diede un
notevole contributo alla produzione letteraria di questo tardo ellenismo.
Nella Palestina, a Cesarea, che aveva già dato Eusebio, si affiancava Gaza,
la sede della piú celebrata scuola di retorica di questi tempi. Non è
improbabile che proprio a Gaza Procopio abbia compiuto i suoi studi
letterari e abbia studiato gli storici antichi, soprattutto Erodoto e
Tucidide. E certo studiò anche il diritto come si conveniva a chi aspirasse
ad entrare nella carriera burocratica imperiale. Doveva esser passato dalla
Palestina a Costantinopoli da qualche tempo ed essersi acquistata una certa
fama, forse come avvocato -- le fonti bizantine contemporanee e piú tarde lo
chiamano « ρητωρ » e « σοφιστης » --, quando, nel 527, ii generale
Belisario, assunto il comando delle truppe stanziate a Dara, in Mesopotamia,
se lo scelse come consigliere e lo ebbe vicino come
assessore nella maggior parte delle sue campagne. Questa sua
privilegiatissima posizione gli permise di mettere a contatto con la realtà la sua
formazione culturale e trasformare il retore in storico. Egli infatti fu al
fianco di Belisario nella prima guerra persiana, negli anni dal 527 al 531;
lo accompagnò in Africa, nella campagna contro i Vandali del 533-34, e in
Africa rimase, con le stesse mansioni, fino al 536, presso Solomone, ( he
successe a Belisario come comandante militare e come governatore civile; nel
536, insieme con Solomone, raggiunse a Siracusa Belisario, che aveva già
tolto la Sicilia agli Ostrogoti, e con lui segui tutta la campagna in balia,
fino alla presa di Ravenna (540), che sembrava segnare la conclusione delle
operazioni contro gli Ostrogoti. Ritornò quindi a Costantinopoli al seguito
di Belisario, ma è probabile che non lo abbia seguito nella seconda
spedizione in Persia contro Cosroe, nel 541. A Costantinopoli si trovò
certamente durante l'infuriare della peste del 542, di cui fu testimone
oculare. Dopo questa data non si han più notizie sicure della sua vita.
Certo egli si dedicò, in questi anni, alla composizione delle sue opere
storiche, per cui è probabile che avesse raccolto il materiale durante le
campagne. Forse continuò anche la sua carriera al servizio
dell'amministrazione imperiale, se il nostro storico si può identificare col
Procopio che fu prefetto della città nel 562-63, ciò che non è certo, data
la frequenza del nome. Si ignora la data della sua morte, che sembra
tuttavia da collocarsi nei primi anni del decennio dal 560 al 570.
La piú importante e la piú poderosa delle opere di Procopio è quella che
tratta delle guerre che l'impero bizantino sostenne, sotto Giustiniano,
contro i Persiani, i Vandali e gli Ostrogoti. L'autore stesso la cita col
titolo Libri sulle Guerre, mentre i
manoscritti le danno il titolo generico di Storie. L'opera, in
otto libri, è concepita come una narrazione continua delle guerre di
Giustiniano, con riferimento alle antecedenti: i primi due libri narrano le
guerre contro i Persiani dal tempo di Anastasio I (491-518) al 549; il terzo
e il quarto trattano la guerra d'Africa dall'invasione dei Vandali fino al
548; i libri dal quinto al settimo espongono le campagne contro gli
Ostrogoti e varie invasioni barbariche nei Balcani fino all'inizio del 551.
All'esposizione dei fatti di guerra si intrecciano frequentemente
rappresentazioni della vita della capitale e di numerosi altri aspetti del
governo giustinianeo. L'opera cosi costituita fu pubblicata nel 551. L'ottavo libro, che doveva essere un completamento degli altri
sette, comprendente gli eventi della seconda guerra persiana, quelli delle
regioni danubiane e la fine della guerra in Italia, fino alla resa completa
degli Ostrogoti (552), venne pubblicato nel 553. Procopio forniva cosí una
storia generale dell'età giustinianea.
Accanto all'opera principale, lo storico di Cesarea ci ha lasciato uno
scritto unico nei suo genere, che ha posto alla critica una infinità di
problemi non tutti risolti né forse risolubili. Si tratta
degli Inediti o, come l'opera viene più spesso indicata, Storia segreta, un libello che,
secondo le dichiarazioni dell'autore stesso, doveva essere complementare dei
Libri sulle Guerre, esponendo tutto ciò che in quei libri era stato taciuto
per il timore delle rappresaglie dell'imperatore. E' invece una velenosa
requisitoria contro il governo di Giustiniano, a cui l'autore attribuisce
tutte le calamità dell'impero, l'esosità del fiscalismo che angariava e
spogliava le popolazioni, la crudeltà nelle persecuzioni religiose, le
invasioni barbariche e persino í cataclismi naturali: inondazioni, carestie,
peste vengono viste quali conseguenze dell'ira divina per i crimini
perpetrati da Giustiniano. Inoltre l'autore sembra credere, certamente
riferendo superstizioni popolari, che Giustiniano e Teodora siano non uomini,
na demoni incarnati per mandare in rovina l'umanità. Ma quel che ha reso
forse particolarmente famosa l'opera, è il crudo, osceno realismo con cui
Procopio alzava il velo sul passato torbido di Teodora, la quale prima di
giungere al trono aveva esercitato il mestiere di ballerina e di prostituta.
Né viene risparmiato Belisario, che pure è l'eroe dei Libri sulle Guerre:
egli viene descritto come una marionetta nelle mani di una sposa infedele e
corrotta, ottenebrato fino al punto da non accorgersi dei più evidenti
tradimenti della moglie. Se, come pare, gli Inediti furono scritti nel 550,
essi sono contemporanei dei Libri sulle Guerre e dovevano rappresentarne il
rovescio della medaglia. Ma Procopio non pensava, naturalmente, di
pubblicarli: etano uno sfogo destinato ai posteri. La prima notizia che di
essi abbiamo si trova nel Lessico Suda, che è del X secolo;
Più tardi li cita
soltanto Niceforo Callisto nel XIV secolo. Questo fatto, insieme con il
diverso atteggiamento delle altre opere di Procopio, ha fatto pensare che
l'opera fosse indebitamente attribuita a Procopio. Ma oggi la critica è quasi unanime
nell'attribuire gli Inediti allo storico di Cesarea. E d'altra parte, se
sembra innegabile che il libello sia ispirato da astio e malevolenza contro Giustiniano e la sua cerchia, se appare
indubbio che i fatti siano visti attraverso le lenti deformanti dell'odio, è
altresí facilmente dimostrabile, anche attraverso testimonianze di altre
fonti contemporanee, che il fondo dell'opera è veritiero e che Procopio in
essa non si fa che l'eco di tendenze di opposizione alla politica
giustinianea, scendendo invero a particolari che abbassano la sua statura di
storico al livello del cortigiano protervo e malevolo che spettegola
segretamente sulla vita privata dei suoi padroni, quando ciò può fare senza
averne nocumento. L'opera tuttavia è utile, nel suo insieme, per la
conoscenza dell'età di Giustiníano, specialmente per quel che riguarda la
storia del costume, ma anche la storia economica e amministrativa, sí da
costituire veramente un utile complemento dei Libri sulle Guerre, con cui è
difficile per altro di coglierla in contraddizione, per quanto riguarda i
fatti.
Accanto ai Libri sulle Guerre e agli Inediti, Procopio ci Ira lasciato
un'altra opera, a testimonianza del suo spirito contraddittorio: uno scritto
Sulle costruzioni dell'età giustinianea. Nei seí libri che lo
compongono, l'autore ci dà l'interminabile lista e talvolta la descrizione
delle opere pubbliche elevate per volere di Giustiniano in tutto il
territorio dell'impero: opere di fortificazione per assicurare i confini
dello Stato, strade, ponti, dighe, acquedotti, castelli, fossati ecc, e
inoltre opere in cui si esprimeva a un tempo il gusto per il fasto
architettonico e lo zelo religioso dell'imperatore: costruzioni e restauri
di chiese, di conventi, ospedali, asili di riposo, orfanotrofi. Di
particolare importanza è il primo libro in cui vengon descritte le
costruzioni di Costantinopoli, tra le quali spicca il tempio di Santa
Sofia, ricostruito dopo la sedizione di Nica, del 532, la cui descrizione è
di grande bellezza ed evidenza. Quest'opera pubblicata verso il 554, dopo,
cioè, la composizione degli Inediti, mostra ancora un altro volto dello
storico di Giustiniano: essa è tutta un panegirico in lode dell'imperatore,
di cui egli aveva già detto tutto il male possibile. Dinanzi alla
magnificenza delle opere di Giustiniano, l'autore mostra ammirazione e
stupore: egli afferma che la sua penna non può descrivere la bellezza di
questa o di quella opera superiore all'umano linguaggio; resta
così sbalordito di fronte al numero ingente di opere realizzate dall'imperatore,
che terne di tralasciarne qualcuna: lo commuovono i candidi marmi, le fughe
delle alte colonne, gli ori abbiglianti dei mosaici. Ammira gli espedienti
escogitati dall'imperatore per la bonifica dei terreni malsani, per dare acqua a città
tradizionalmente sitibonde; a Giustiniano attribuisce anche la soluzione di
problemi tecnici che gli architetti invano avevan cercato di risolvere. Ma,
prescindendo dalle smaccate adulazioni, al centro dell'opera stanno proprio
le costruzioni, e ciò fa sí che questo scritto costituisca una
fonte di primaria importanza sia per la storia dell'arte, sia per la geografia e
la topografia di quell'epoca, sia, ancora, per la conoscenza del sistema dì
fortificazioni di cui l'impero si circondò in
quel tempo.
Si è cercato di trovare i motivi del diverso atteggiamento di Procopio nei
riguardi di Giustiniano e anche di Belisario nelle sue varie opere, e, in
mancanza di dati obiettivi o noti contenti di essi, si sono formulate varie
ipotesi, che non mette conto riferire. Perché, anche se esse cogliessero
il vero, poco aggiungerebbero alla comprensione dell'opera procopiana,
che rispecchia con notevole fedeltà la realtà contraddittoria del l'età di
Giustiniano.
Procopio è il primo storico bizantino di notevoli dimensioni formatosi alla
scuola della grande storiografia classica La lettura degli storici antichi e
la preparazione letteraria acquisita nelle scuole di retorica costituiscono
la solida base su cui si sovrappone l'interessante esperienza diretta della
realtà che la sua posizione accanto a Belisario gli consentiva di fare.
Nella sua opera si sente l'influenza dei maggiori storici greci, di Erodoto,
Tucidide, Senofonte, Políbio, Diodoro, Appiano: i loro scritti sono stati
per Procopio non soltanto modelli di lingua e di stile, ma anche di metodo,
di tecnica della ricerca, di costruzione e di esposizione della sua opera.
Ma egli segue soprattutto Erodoto e Tucidide. Piú facilmente attingibile è
la vasta curiosità, l'ampiezza della narrazione, il bisogno di compiutezza
della storia erodotea: al racconto delle guerre di Giustiniano egli aggiunge
non soltanto gli avvenimenti interni dell'impero, ma anche tutte le
possibili informazioni sui popoli che vi si trovano coinvolti e sulle terre
da loro abitate. Erodoteo è il suo spiccato interesse per la geografia e
l'etnografia. Le descrizioni geografiche e topografiche abbondano, sono
generalmente lucide e precise e danno quasi sempre l'impressione
dell'esperienza diretta, dell'« autopsia »: sia quando descrive località di
quasi tutta l'Italia che fu il terreno della guerra condotta da Belisario:
l'altopiano del monte Aurasio, la via Appia, Benevento, il Vesuvio, la gola
del Furlo ecc., o ci dà la posizione topografica di Urbino, Orvieto, Osimo
ecc.; sia quando parla di regioni del mar Nero, di cui dà persino tentativi
di misurazione, o di altri luoghi dell'Oriente o dell'Occidente.
Ancora piú interessanti sono gli ampi ragguagli etnografici che Procopio,
sulla scia di Erodoto, offre dí popolazioni barbariche sconosciute o quasi
ignote che circondano l'impero. Egli tratta ampiamente degli usi, deí
costumi e della religione dei Persiani, dei popoli germanici: Vandali,
Franchi, Langobardi, Gepidi, dei Mauri, degli Tzani, abitanti presso il
fiume Phasis, degli Etiopi, degli Omeriti; a lui dobbiamo interessanti
notizie sui popoli abitanti intorno al mar Rosso, nelle regioni del Caucaso,
nelle steppe della Russia e nei territori danubiani. E si ha quasi sempre
l'impressione che le notizie siano derivate da visione diretta o provenienti
da buona fonte. Solo occasionalmente lo storico dà prova di scarsa acribia,
ponendoci innanzi a notizie strane e fantastiche o raccolte con scarso
discernimento, come quando ci presenta un'isola che egli distingue della
Britannia e che chiama « Brittia », nella quale sembrano confondersi
Inghilterra e Yutland e in ili son collocati Angli, Frisoni e Bretoni. Ma
quando aggiunge la leggenda che là vanno a finire le anime dei morti, lo
storico si preoccupa subito di dirci che tale notizia è dovuta a uomini di
quel paese e che a lui fa l'impressione di effetto di sogni: la riferisce
per amore di compiutezza.
Verso le popolazioni barbariche Procopio non dimostra come Erodoto, quella
simpatia che era diventata topica nell'etnografia classica. Solo i Goti
d'Italia circonda d'un certo alone di grandezza e di nobiltà. Di imitazione
erodotea è anche il gusto di accogliere prodigi, miracoli, oracoli, profezie
che riferisce, pur mostrando per essi scetticismo: è un mezzo retorico per
fingere l'ingenuità erodotea.
Piú difficile era imitare Tucidide, e difatti l'imitazione tucididea è in
Procopío puramente formale ed esteriore. Del grande storico antico manca a
Procopio la profondità di pensiero, l'interesse scientifico. Tucidide cerca
di penetrare profondamente nelle cause degli eventi, escludendo ogni
metafisica e ogni irrazionalità, fissando i fattori storici in costanti
ricorrenti e prevedibili, che risiedono nella natura stessa degli nomini. La
storia cosi diventa possesso che va al di là delle
contingenze temporali. La « tyche » non è potenza divina, che presieda
irrazionalmente ai fatti umani, ma soltanto un limite alle previsioni umane
che possono scontrarsi con eventi naturali imprevisti, con l'imponderabile.
Ma la sua funzione è limitata a favore del calcolo razionale. In Procopio sembra
invece che le vicende umane siano dominate dall'irrazionalità, quantunque
egli inclini talvolta verso un teismo vagamente cristiano e persino verso
una credulità superstiziosa. Cosi, talora i fati umani sembrano letti dalla «
tyche » senza nessun criterio razionale:
Quando la fortuna vuole elevare qualcuno, realizza le proprie decisioni ai
momento opportuno, nulla potendo resistere alla sua volontà. Né essa bada ai
meriti dell'uomo né si cura di ciò che è giusto o di ciò che non lo è, e
poco le importano le piú violente maledizioni degli uomini... essa mira al
suo obiettivo. (Sulle guerre, Il, 10).
E la fortuna si manifesta capricciosa, invidiosa, cieca. Altre volte invece
la « tyche » sembra identificarsi con Dio e par quasi che Procopio accetti
la concezione della storiografia cristiana per cui ogni evento si inserisce
nei disegni della Provvidenza:
Non come pare agli uomini, ma secondo la volontà di Dio sono amministrate le
cose umane: il che tyche soglion chiamare gli uomini, poiché essi non sanno
per qual motivo gli eventi procedono come loro si manifestano. E a ciò che
sembra irrazionale si suol
dare il nome di tyche. (Sulle guerre, IV, 12; Ined. 4)
Ad affermazioni di tal genere quasi sempre aggiunge, come a manifestare il
suo scetticismo:
Ma di tali cose ciascuno pensi come gli piace.
Per questa sua posizione scettica Procopio pitl che a Tucidide può
accostarsi a Polibio: come in Polibio, in lui coesistono e si scontrano
contrastanti concezioni sopravvissute dall'ellenismo che restano
inconciliabili nella sua mente incapace e di pensiero filosofico e di
adesione piena alla religione. Cosi, egli ignora del tutto il valore sociale
e politico del cristianesimo, né si rende conto dei riflessi che nella
politica imperiale hanno i contrasti dogmatici e i dissensi interni della
Chiesa. Accennando alle controversie dogmatiche, egli afferma:
Quantunque io sappia su che cosa vi fosse controversia, non starò a riferirne; poiché a me sembra folle stoltezza investigare la natura di
Dio, quale che essa sia. All'uomo nemmeno le cose umane sono, io credo,
esattamente comprensibili: ancor meno quanto riguarda la natura di Dio.
Siano dunque da me queste cose passate sotto silenzio a scanso di pericolo,
almeno per non toglier fede a ciò che è venerato. Io nient'altro intorno a
Dio potrò dire se non che egli è del tutto buono e che ogni cosa ha in suo
potere. Ma di tali cose ciascuno, sacerdote o laico, dica come gli piace
intenderle.
(Sulle guerre, V 3, 6 s.)
È questa una confessione di scetticismo, cui si mescola una punta di
pragmatismo: « per non toglier fede a ciò che è venerato ».
Ma quanto sia puramente formale l'imitazione tucididea di Procopio lo
dimostra il proemio ai Libri sulle Guerre, calcato superficialmente su
quello di Tucidide. Lo storico ateniese aveva detto: « Ma se quanti vorrano
veder chiaro negli avvenimenti passati e in quelli che, nel futuro, secondo
la costante della natura umana, avranno con essi
somiglianza e analogia, giudicheranno utile [la mia storia], ciò sarà per me
sufficiente: essa è un acquisto eterno piuttosto che una declamazione per un
uditorio momentaneo » (I, 22, 4). Tucidide affermava la validità
scientifica della sua opera, il suo valore di conoscenza, che poggiava,
secondo lui, sull'esistenza di leggi costanti che regolano la vita umana, così come leggi costanti, la cui conoscenza è scienza,
regolano i fenomeni della natura. Procopio parafrasa e banalizza le parole
di Tucidide:
Il ricordo di tali fatti egli [lo storico] ritenne sarebbe stato di grande
importanza e di sommo giovamento sia ai contemporanei sia ai posteri, semmai
anche in futuro il tempo spingesse gli uomini in circostanze simili. Poiché
a coloro che faran guerre o che altrimenti lotteranno l'esposizione di
eventi storici simili potrà procurare, una qualche utilità, da una parte
svelando come andarono a finire per gli antenati simili casi di lotta,
dall'altra indicando larvatamente, a chi ben consideri, quale conclusione
probabilmente avrà la situazione presente.
(Sulle guerre, I 1, 1-2)
Qui è scomparsa ogni esigenza scientifica e filosofica: Pro-copio non è
sfiorato neppure dall'idea che nella storia si possa cercare cli conoscere
l'uomo e le leggi della sua essenza, una forma obiettiva di legge universale più alta e profonda. La sua storia ha
scopi immediatamente pratici: è scritta per, i soldati di oggi e
di domani,
quasi come esemplificazione di fatti di guerra. Del resto, che Procopio non
intendesse la profondità della concezione tucididea, lo provano i proemi
delle altre due sue opere, dove la storia appare nella
deteriore concezione
moralistica di « magistra vitae ». Negli Inediti, lo storico dichiara di
aver avuto perplessità ad esporre gli atti malvagi dei governanti pensando
che
ciò non sarà utile ai posteri, poiché conviene che gli atti più malvagi
rimangano ignoti nel futuro piuttosto che diventino desiderabili giungendo
alle orecchie dei tiranni. Alla maggior parte dei potenti facile è per
stoltezza l'imitazione della malvagità dei predecessori e piú agevole riesce
sempre rivolgersi verso gli errori commessi dagli antenati. Ma poi, a
scrivere la storia di questi fatti m'indusse ii pensiero che ai futuri
tiranni sarà manifesto che essi dovranno aspettarsi la punizione delle loro
malefatte, come è accaduto a uomini di tal genere. E poi il pensiero che le
loro azioni e i loro atti rimarranno scritti per sempre forse li renderà più
esitanti a commettere il male.. Inoltre, anche per coloro che per caso dovessero subire simili cose da parte dei tiranni, non sarà del tutto
infruttuoso questo racconto. Sogliono gli sventurati consolarsi al pensiero
che non soltanto su di loro si è abbattuta la sventura.
(Ined. 1)
Nel proemio dello scritto Sulle costruzioni, ai luoghi comuni della retorica
si aggiunge l'adulazione per il sovrano:
Spesso ho tra di me considerato quanti e quali beni sogliono derivare alle
città dalla storia: essa trasmette ai posteri il ricordo degli antenati e
lotta col tempo che cerca di far cadere nell'oblio le imprese; alimenta
sempre la virtú dei lettori con le lodi e alla malvagità si oppone senza
tregua, ad essa opponendo il suo vigore. Perciò noi non dobbiamo avere altra
cura se non che i fatti sian resi manifesti insieme con i loro autori...
Inoltre la storia dimostra che i sudditi beneficati sono stati riconoscenti
verso i benefattori... ne rendono immortale la virtù alla memoria dei
posteri: e perciò molti dei posteri divengono migliori emulando la gloria
degli avi e, come è naturale, evitano un tenore di vita scellerata per il
grave timore dell'infamia.
(Costruz. I, 1)
Qui si vede chiaramente quale abisso vi sia tra Tucidide e
Procopio: la
storia non soltanto è diventata banalmente maestra di morale, ma è anche
stata degradata a panegirico del sovrano.
L'imitazione di Tucidide si rivela soltanto esteriore anche nell'uso dei
discorsi che abbondano in entrambi gli storici. Ma Tucidide anche nei
discorsi fa opera di storia: attraverso di essi, nel porre di fronte
differenti punti dí vista -- non a caso in genere i discorsi sono delle «
antilogie », cioè dei duelli oratori —, lo storico pone di fronte
considerazioni antinomiche sulle situazioni si da ricavarne un'immagine
quanto più possibile obiettiva e completa delle forze che si trovano in
gioco. E perciò i discorsi di Tucidide sono aderenti ai fatti narrati,
improntati a un realismo che è fatto di concretezza e che rifugge da ogni
genericità. Anche mediante i discorsi Tucidide cerca di raggiungere il suo
obiettivo scientifico, di conoscenza: scoprire cioè attraverso la varietà e
la molteplicità degli eventi, un gioco di forze che appartiene alle leggi
eterne dell'agire umano; ricavare dai fatti singoli il tipico che da essi si
può enucleare. I discorsi di Procopío sono invece, nella maggior parte dei
casi, delle esercitazioni declamatorie, in cui Io storico scade nel retore.
Anch'essi sono spesso a coppie ma, tra genericità, luoghi comuni e massime,
discutono dei vantaggi e degli svantaggi di un'azione quasi sempre sotto
l'aspetto moralistico. E tornano sempre gli stessi temi: il rapporto tra
ardimento e prudenza, la giustizia che garantisce la vittoria, il bisogno e
la fame che spronano all'audacia; si sentenzia continuamente che sbagliare è
proprio dell'uomo, che tutto dipende dal saper cogliere il momento propizio,
che Dio aiuta i giusti e punisce i malvagi, che le cose umane sono una
mescolanza di felicità e d'infelicità. In tutto ciò si sente la scuola di
retorica lontano un miglio. Solo eccezionalmente i discorsi completano la
narrazione aggiungendovi notizie nuove o illuminano una situazione o
caratterizzano i personaggi che li pronunciano. Talora inoltre Procopio pone
in bocca al suo oratore il proprio pensiero, la propria critica.
L'opera di Procopio, dunque, posta di fronte ai suoi modelli rivela i limiti
della personalità del suo autore. A Procopio mancano le idee direttrici che
possano dare un senso agli eventi; inoltre egli è completamente sordo anche
ai problemi sociali. Vissuto negli ambienti militari, è rimasto fuori dal
gioco della politica e, pur dandoci negli inediti un quadro molto
interessante dei conflitti sociali, è incapace di spiegare
le cause dei mali fondamentali che travagliano lo Stato. Dell'attività
politica di Giovanni di Cappadocia, che cercò di dare la massima resa alle
forze contributive degli amministrati, semplificando la macchina burocratica
ed eliminando gli abusi nell'interesse dei privati; che ingaggiò una lotta ad
oltranza contro la disgregazione feudale dell'impero e, quindi,
contro i
ricchi e i potenti, Procopio non sa vedere che i lati negativi, mostrando di
aderire alla stessa mentalità della classe dirigente.
Della rivolta di Nica, che fu provocata dalla politica di
Giovanni di
Cappadocia, Procopio fa un'esposizione precisa, attenta a uomini e cose, ma
non sa vederne le ragioni profonde: si accontenta di coglierne il movente
immediato, il più semplice, negli odi delle fazioni del circo. Ora, se su
questi fatti di politica interna Procopio può ritenersi
espressione della
classe dirigente bizantina, la sua incapacità a comprendere fatti sociali
la manifesta chiaramente nell'interpretazione che egli dà del movimento
rivoluzionario mazdakita, che il re persiano Kavadh cercò di attuare in
Persia. Il mazdakismo fu un movimento di origine religiosa zoroastriana che
predicava l'uguaglianza di tutti gli uomini, l'abolizione della proprietà e
delle classi, dell'eredità e della famiglia. Dell'ideologia comunistica
mazdakita Procopio non coglie che un dato esteriore, l'aspetto piú
coloristico: la comunità delle donne, e aggiunge subito: « e ciò non piacque
affatto alle masse ». Dall'accenno dí Procopio si ricaverebbe che il popolo,
che doveva essere il beneficiario del comunismo mazdakita e delle riforme di
Kavadh, fosse ad essi avverso. Sono gli autori arabo-persiani che ci dicono
che Mazdak fu « l'apostolo di Zaradust tra il basso popolo » (Mazzarino).
Procopio non ha nemmeno ideali politici che illuminino la sua storia. Nella
posizione critica riguardo al governo e ai potenti del tempo, nella
implacabile requisitoria contro l'amministrazione imperiale, egli
sembrerebbe collegarsi all'antica tradizione senatoriale del I secolo e lo
si potrebbe accostare anche a Tacito. Ma del patrizio romano avverso ai
Cesari gli mancano la grandezza morale e, soprattutto, l'ideale politico per
cui combattere. Tacito in tutta la sua opera ha sempre presenti l'antica
libertà perduta della repubblica romana e all'ideale di essa ispira la sua
critica.
Se Procopio si sforza di scrivere nel greco attico di Tucidide e ne adotta,
per quanto è possibile, la fraseologia e il lessico, egli tuttavia non
sfigura i fatti che narra per aderire al suo modello. La descrizione della
peste del 542, anche se segue la linea di composizione di quella di
Tucidide, mostral'indipendenza di Procopio e rivela in lui il testimone
oculare: egli dà un quadro clinico e una descrizione della sintomatologia
del morbo differenti da quelli di Tucidide e aggiunge delle riflessioni sui
danni causati dal male, sulla desolazione e sui mutamenti conseguitine.
Il maggior pregio di Procopio sta appunto in questo, nella sua
preoccupazione dí esporre gli avvenimenti cosí come egli li ha conosciuti, e
questa preoccupazione ha il sopravvento sulla sua formazione retorica,
sull'imitazione dei modelli, Là dove egli racconta fatti o cose da lui visti
riesce sobrio, efficace e preciso, e non di rado domina la materia con
qualità di abile narratore che plasma il racconto in modo da dare evidenza
alle immagini pin significative, ai particolari più importanti. Soprattutto
le descrizioni di battaglié son condotte da Procopio con la perizia di chi
sa dominare la materia del racconto, con la ricca abbondanza di particolari
che sa cogliere chi agli avvenimenti ha assistito personalmente dalla
posizione più adatta o ha raccolto con cura informazioni da coloro che
erano nelle condizioni migliori per darle: ambasciatori impeliali o
barbari, funzionari, generali, ecclesiastici o notabili che negli eventi
avevano avuto una qualche parte. E se anche tali descrizioni son condotte
secondo una topica, la topica rimane solo nello schema: in esse nulla vi è
di retorico o di generico: è la realtà direttamente osservata che le rende
vive ed evidenti. È merito di Procopio se le lotte sostenute dagli ultimi
re goti sono circondate da un alone di tragica leggenda: la narrazione della
battaglia di Busta Gallorum cui seguì la morte di Totila o quella della
battaglia del Monte Lattario con la visione eroica di Teia che combatte con
lo scudo coperto di frecce, sono pagine che si imprimono nell'animo del
lettore in maniera indelebile.
Grande è stata la fortuna di Procopio. Egli stesso all'inizio dell'ultimo
libro Sulle Guerre, che fu pubblicato due anni dopo gli altri, afferma con
orgoglio che la sua opera era già nota in tutto l'impero romano. Del resto,
che l'opera di Procopio abbia incontrato approvazione e consensi lo
dimostra il fatto che trovò immediati continuatori in Agatia, Menandro e
Teofilatto. Menandro così manifesta la sua ammirazione per lo storico di
Giustiniano: « Non mi sarebbe possibile né del resto gradito, opporre la mia
lampada allo splendente getto di luce del suo
racconto » (frg. 27). E Fozio, nel IX secolo,
ricorderà la « gloria eternamente duratura » (B;121., cod. 160) di Procopio.
Più tardi, nella prima metà del XVI secolo, sulle orme di Procopio, conosciuto attraverso
traduzioni latine, narrerà le vicende della guerra gotica, in versi
sciolti italiani, Gian Giorgio Trissino.
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