PUBLIO VIRGILIO MARONE

Bucoliche - Georgiche - Eneide



BUCOLICHE

Con questo titolo, o con quello meno esatto di Egloghe, Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.) raccolse dieci poesie giovanili a carattere idillico-pastorale, scritte fra il 42 e il 39. L'amico Pollione, allora governatore della Gallia Cisalpina, che molto s'era adoprato a che i beni di Virgilio nel Mantovano non fossero confiscati a favore dei veterani, fu l'ispiratore di queste composizioni: ma, sostituito Pollione in tale carica da Alfeno Varo, Virgilio, che invano aveva tentato di ingraziarsi il nuovo governatore, si vide privato di ogni suo avere e cacciato, forse anche con rischio stesso della vita, dalla casa paterna. Si legò allora a Cornelio Gallo, suo condiscepolo, che intercedette presso Ottaviano e lo introdusse nella società romana. Qui Virgilio conobbe Mecenate, che gli commissionerà le Georgiche. Questi personaggi storici compaiono, a volte allegoricamente mascherati, frammisti ai personaggi irreali, sì che tutta la trama bucolica e romanzesca è intessuta di finzione e di realtà. Nella prima egloga Melibeo, uno dei vecchi coloni, cacciato dai propri campi per far luogo ai "veterani", incontra Titiro, il quale ha ottenuto che il suo possesso sia rispettato. Melibeo, pur senza invidiare l'altrui felicità, non può far a meno di contrapporre le due diverse fortune: l'amico potrà restare nel campicello avito, egli invece dovrà, esule, conoscere le più lontane regioni del mondo, rinunciando per sempre alla sua casa. Nella seconda Coridone arde d'amore per Alessi, servo prediletto di un dovizioso possidente della città che non si cura del povero pastore. Questi, infelice, dopo aver rivolto alle selve e ai monti le sue sconsolate parole d'amore, si persuade che non è consona all'indole di Alessi la vita campestre. Sconsolato si accorge che, con quello struggersi d'amore per Alessi, ha anche dimenticato i suoi lavori. Nella terza Dameta sta custodendo il gregge, quand'ecco sopraggiunge Menalca. Questi, che ha un vecchio rancore da sfogare, comincia a ingiuriare il compagno, mostrandosi scettico sulle sue doti canore. Donde la sfida: a chi meglio sappia cantare; e, con la sfida, la posta: coppe di faggio artisticamente cesellate. Giudice della gara sarà Palemone, il quale, prescritte le norme, dà il via ai contendenti. In dodici riprese Dameta e Menalca trattano dei più disparati argomenti, fino a che Palemone li dichiara di merito pari. Nella quarta, rifacendosi a una mitica etá dell'oro, il poeta annunzia l'avvento di una nuova generazione, nella quale, in un miracoloso ricorso storico, si debbono ripetere quella felicità e quel benessere per il genere umano. L'egloga è in onore di un bimbo (dal Cristianesimo identificato con Gesù), al quale la sorte serba la fortunata ventura di commisurare con gli anni suoi quelli della rinata generazione dell'oro, sì che, man mano che egli crescerà in età, anche il genere umano, purificandosi, giungerà a quella perfezione ormai da secoli perduta. Nella quinta Menalca e Mopso intonano ciascuno il suo canto. Mopso celebra il cordoglio dell'universo per la morte di Dafni; Menalca canta a sua volta l'apoteosi di Dafni. Terminato il canto, i due pastori, commossi e ammirati l'uno dell'altro, si scambiano doni. Nella sesta Cromide e Mnasillo, trovando il vecchio Sileno ubriaco e addormentato, lo legano con serti di fiori. Sileno, svegliatosi, fa buon viso a cattivo giuoco, e, pregato, inizia il suo canto, cominciando dalla formazione del mondo, passando alle leggende di Deucalione e Pirra, dell'età dell'oro, di Prometeo, di Ila, di Pasifae, di Atlante, di Fetonte, rievocando Scilla, Tereo, Filomela. Soltanto col calare della sera cessa il canto. Nella settima Melibeo narra di aver inteso Coridone e Tirsi in una gara di canto. Questi si scambiavano strofe alterne sui più svariati argomenti. La gara non è riferita per intero; Melibeo ricorda che da essa riuscì vincitore Coridone. Nell'ottava due pastori, gareggiando fra loro, compongono due canti d'amore. Damone si dice tradito dalla fanciulla Nisa che passa a nozze con Mopso. Alla sua disperazione non v'è altro rimedio che il suicidio. Alfesibeo riferisce il canto di una donna abbandonata dal suo Dafni, sul quale essa cerca di agire per mezzo di pratiche magiche che giungono a buon effetto, poiché le restituiscono l'amato. Nella nona Licida si imbatte in Meri, il quale riconduce i capretti al nuovo padrone, un veterano, che ha cacciato di casa sua Menalca. Licida, che molto si duole di questa triste vicenda, ricorda con Meri qualche brano poetico di Menalca. E più ancora vorrebbe il pastore ascoltare, se Meri, ormai in ritardo, non desiderasse affrettare il passo verso il nuovo padrone. Nella decima tutta la natura, i pastori, le divinità olimpiche e pastorali impietosite per il grande dolore di Gallo, amante infelice e non corrisposto di Licoride, prendono parte alle sue pene d'amore, cercando di consolarlo. La sua donna l'ha abbandonato per seguire un militare; di questo non si può dar pace l'infelice, che tuttavia cerca ristoro nei paesaggi d'Arcadia. Ma anche qui, come in ogni parte del mondo, l'uomo è vinto dall'amore e l'amore domina su tutti. I pretesti letterari di tendenze novatrici, i motivi pastorali di ispirazione teocritea e gli altri elementi, di cui tutte e dieci sono materiate, fanno credere che sotto la maschera di quasi ogni pastore si celino il volto e l'animo dello stesso Virgilio: tale è la straordinaria vivezza della poesia bucolica virgiliana, la cui efficacia è così forte da illudere chiunque sul suo valore autobiografico. Ma di veramente autobiografiche, a bene osservare, non ci sono che due egloghe, la prima e la nona: nell'una il poeta appare dopo che ha ottenuto l'assicurazione che i suoi campi non gli vengono tolti; nell'altra egli, dopo che invano ha sperato di aver salvi, in virtù dei suoi canti, i beni paterni, deve emigrare da Mantova. Nell'alternanza della gioia e del dolore, della permanenza nella propria casa e dell'esilio dal tetto natio, si avvicendano tutti gli elementi biografici di sicura datazione, in quanto rientrano nel quadro storico della tumultuosa vita dell'ultima Repubblica romana. E il dolore è sempre un dolore che conosce una passata o una futura gioia; e la gioia è sempre una gioia velata da qualche lacrima di nostalgia o di passione infelice. Maschere tragiche che tacitamente piangono, maschere comiche che mestamente sorridono sono i personaggi pastorali di questi dieci quadri: dieci oasi di pace, attorno alle quali tumultua la vita dello Stato in sfacelo: le idi di Marzo, i campi di Filippi, la breve pace di Brindisi, rimangono di là da quel sottile velario, che fa da sfondo alla scena. - Virgilio è il poeta amico dell'uomo solitario, il compagno delle ore segrete della vita. (Chateaubriand). La fortuna dell'operetta virgiliana è legata in special modo allo sviluppo del classicismo nel Rinascimento italiano: la raffinatezza stilistica delle egloghe ha così modo di divulgarsi in versioni, che ora rendono fedelmente l'originale, ora se ne valgono per liberi rifacimenti. L'esempio diretto del capolavoro influisce parimenti sullo sviluppo della pastorale nel Quattrocento, e perfino su quello del teatro: motivi virgiliani serviranno come soggetti di opere anche musicali. Con una versione in terza rima Bernardo Pulci accompagnava una raccolta di Ecloghe elegantissime sue, dell'Arsocchi, del Benivieni e del Buoninsegni (Firenze, 1482): dedicata al Magnifico, questa versione, ristampata nel 1492 e nel 1495, rende con delicatezza i sentimenti del poeta latino e li rimodella in una propria grazia che ben fu detta quattrocentesca, anzi "preraffaellesca". Degna di ricordo come esercizio stilistico è anche la Bucolica volgare a cura di fra Evangelista Fossa dell'ordine dei Servi (Firenze, 1490 circa, ristampata a Venezia nel 1494 e, a Milano, nel 1520).
Nell'età più illustre delle versioni volgari, quella del Cinquecento, una versione fortunata è quella di Andrea Lori (Venezia, Giolito de'Ferrari, 1553) che fu presto compresa nella ben nota silloge delle opere virgiliane "nuovamente da diversi eccellentiss. autori tradotte in versi sciolti Et con ogni diligentia raccolte" da Lodovico Domenichi (Firenze, Giunti, 1556): ristampata più volte fino a tutto il Settecento, essa godette di una diffusione forse superiore ai suoi meriti, sia per la troppa facilità con cui rende l'originale sia per i luoghi in cui lo fraintende. A ogni modo essa era molto superiore a quella di Vincenzo Menni (Perugia, Bianchino, 1544), noto altresì come traduttore dei primi sei libri dell'Eneide. Un altro tentativo è quello, in verso sciolto, di Rinaldo Corsi (Ancona, Astolfo de'Grandi, 1566), che fu tolto dall'oblio solo per essere aspramente censurato dai critici. Degli ultimi del secolo è frutto quella di Girolamo Pallantieri, parroco di Castelbolognese. che quasi con scrupolo di maniaco rese ogni esametro latino con un endecasillabo italiano (Bologna, Bonacci, 1603, postuma per cura di Muzio Manfredi: ristampata in Parma, 1760). Segna una divulgazione dell'opera tra scolari e persone del tutto ignare della cultura classica la versione apprestata letteralmente, riga per riga, da Carlo Malatesta da Rimini nella raccolta delle opere virgiliane "commentate in lingua volgare toscana" (Venezia, Sessa, 1588, e più volte ristampata a tutto il Settecento): la fatica del Malatesta, insieme con quella di Giovanni Fabrini da Figline per l'Eneide e di Filippo Venuti da Cortina per le Georgiche, è il limite estremo a cui si possa giungere per un autore classico, offerto non più a una schiera elegante di cortigiani, come era nel primo Rinascimento, ma a un grandissimo numero di lettori di ogni cultura. L'influenza, veramente grande nelle letterature moderne, delle Bucoliche, specie nella poesia pastorale con le imitazioni dell'Arcadia del Sannazaro è un indizio del vivo interesse rinascimentale per la raffinata esaltazione della vita campestre: la stessa veste dei metri usati introduce in una idealizzazione tutta italiana gli antichi dialoghi dei pastori e dei contadini.
Fra le numerose traduzioni poetiche, per lo più in sciolti, dall'Ottocento a oggi si possono menzionare quelle di Ariodante Codogni (Mantova, 1862), di Giorgio Tornielli (Novara, 1866), di Francesco Pignatelli-Strongoli (Napoli, 1885), di Francesco Frigeri (Mirandola, 1897). Interessanti quelle in ottave di Francesco Duca (Milano, 1848) e in terzine di Giorgio Occhipinti (Ragusa, 1900), e quelle, parziali, in esametri, di Gaetano Di Biasio (Torino, 1930), e di Ettore Ara (Torino, 1914). Tra le migliori sono quelle di Cesare Arici (del 1822), e, tra quelle del Novecento, di Giuseppe Albini (Bologna, 1924), di Guido Vitali (Varese, 1930 sgg.) e di Francesco Vivona (Roma, 1930, 5ª ed.). C.C



GEORGICHE

Poema sull'agricoltura, scritto da Virgilio (70-19 a. C.) fra il 37 e il 30, subito dopo le Bucoliche e prima dell'Eneide. L'improvvisa schiarita dell'orizzonte politico, dopo la vittoria di Azio (31 a. C.), riportata da Ottaviano su Antonio, segna la pacificazione universale e il ritorno al vecchio ideale degli agricoltori italici, troppe volte strappati ai loro campi per impugnare le armi e combattere in terre remote. Mecenate, amico a un tempo di Augusto, di Virgilio e di Orazio, aveva ispirato e suggerito questa poetica trattazione in quattro libri. Il primo, sulla coltivazione dei campi, si apre, all'inizio della primavera, con un fresco alito di rinascita alla vita. L'invocazione rituale delle divinità protettrici dell'agricoltura non è fredda e arida liturgia; è anzi piena di pia e devota religiosità, come si addice alle genti umili dei campi. A queste il Poeta impartisce i consigli sul modo di meglio coltivare e di rendere più fruttuosi i campi, scegliendo le opportune regioni e le migliori stagioni. E ricorda loro che il cielo domina dall'alto le perenni rotazioni degli astri, le quali influiscono non solo sulla seminagione, sulla crescita, sulla raccolta delle biade, ma anche sulle vicende storiche del genere umano, come per esempio, alle idi di Marzo del 44, quando in orrore del cesaricidio il sole velò il suo volto con un eclissi. Agli alberi è dedicato il secondo: quanto sia duro il lavoro che questi richiedono, semina, trapianto, innesto, potatura, dicono i primi versi. Viti e olivi, alberi non meno poetici che proficui, popolano le contrade descritte con occhio veramente pittorico. Lo sguardo si sofferma a lungo sulle regioni, sui fiumi, sui colli, sui laghi di quell'Italia, che, feconda più d'ogni altra regione del mondo, reca ogni specie di piante fruttuose. Né meno degli alberi importa al colono il bestiame, del quale con infinita tenerezza è descritta, nel terzo libro, la vita. I placidi bovi, i nitrenti puledri animano quello scenario campestre e gli esseri animati portano alla natura vegetativa un tono di maggior affetto. I sentimenti, dai quali essi paiono tocchi, si sublimano, nella poesia virgiliana, in un senso di commozione; l'umile animale quasi si affratella all'uomo, accomunato dalle medesime pene del lavoro fecondo, dalle doglie della gravidanza, necessarie alla riproduzione, dalle gioie dell'amore. Anche la vita degli animali è un alternarsi del male col bene: la riproduzione e l'allevamento, le furiose lotte dei maschi per il possesso della femmina, e infine la morte che incombe, facendo stragi con le deprecate epidemie. Sono questi altrettanti spunti di canto e di descrizioni, ora delicate ora vivaci, ma più spesso velate da melanconiche riflessioni sulla forza tremenda dell'amore, sull'inesorabilità della morte. Chiude il poema il quarto libro, dedicato alle api: benché su di esse incomba il pericolo della morte, a tutti fatale, la loro natura si dimostra presso che divina, perché, esseri veramente meravigliosi, possono anche riprodursi spontaneamente, come per miracolo, dalla carne putrida di un vitello ucciso. Questo nuovo e dissueto metodo per ricostituire l'alveare (una delle favole credute dagli antichi, che amavano far derivare dalla mitologia simili fantastiche concezioni di storia naturale), aveva per primo scoperto il pastore Aristeo, che, maledetto da Orfeo per la morte di Euridice, era sceso negli abissi marini per interrogare Proteo sulla causa del suo male e, saputala, aveva potuto con cerimonie placare l'ira di Orfeo, assistendo alla miracolosa nascita delle api, sciamanti fuori dalle carni dei vitelli sacrificati. Con un accenno alle guerre d'Oriente e alla quiete di Napoli, ove Virgilio allora viveva, si chiude questo poema programmaticamente didascalico. Le Georgiche, perso tutto quello che di noioso e freddo v'è nella precettistica rurale di ogni tempo, si sollevano in forma di inno all'umanità dolente, ora curva sull'aratro, ora colpita dai flagelli, non ultimo fra i quali la guerra civile. Se nelle Bucoliche il Poeta, abilmente travestito con abiti pastorali, indulgeva ancora ad astrusi giochi poetici, nelle Georgiche dà prova di maggior coscienza e maturità artistiche, non disgiunte da un tentativo di adattare i suoi sentimenti al clima politico del momento, inserendo vaste digressioni sulla morte di Cesare, sull'impero di Ottaviano, sulle lodi d'Italia, sulle guerre in Oriente, e perfino sulle virtù poeti che, belliche e civili dell'amico Gallo, benché poi, caduto questi in disgrazia, ne abbia soppresso il nome. Più delle giovanili Bucoliche, e dell'incompleta Eneide, il poema della natura e dei campi fecondati dal lavoro umano segna, secondo i canoni stilistici e tradizionali, il culmine cui la perfezione poetica di Virgilio poteva giungere; inquadrato invece nella biografia, ed esaminato criticamente, esso rappresenta il decisivo e necessario passaggio dall'alessandrinismo giovanile al maturo sentimento della romanità. -  Un perfetto accademico di Roma, che si può leggere nelle accademie e nei collegi. (Lamartine) Uno dei più terribili pedantoni, uno dei più sinistri rompiscatole che l'umanità abbia prodotto; i suoi pastori, lavati e ornati di nappe, si versano sul capo, a turno, bicchieri colmi di versi sentenziosi e gelidi. (Huysmans). Felice chi freme ai miracoli di questa poesia. Vi sono forse al mondo un migliaio di versi come questi. Se essi perissero la terra diventerebbe meno bella. (France). La fortuna dell'opera virgiliana è assai notevole nella cultura italiana, particolarmente dal periodo umanistico al primo Ottocento: numerose traduzioni testimoniano l'interesse per un libro didascalico che si poneva come modello di eleganza letteraria e come documento di antica civiltà. A cominciare dal Quattrocento, accanto a quelle dell'Eneide e delle Bucoliche, è da annoverare una versione in terza rima dovuta a un anonimo (Firenze, 1490 circa): con questo rifacimento si inizia la serie vera e propria delle rielaborazioni letterarie. L'opera latina assume una veste diversa a seconda degli atteggiamenti poetici dell'epoca. Così per la fortuna del "capitolo" e del poema cavalleresco l'endecasillabo, che cerca di rendere l'esametro latino, sembra cedere alla terza e all'ottava rima. Assai interessante è la versione in sciolti del ferrarese Ant. Mario Nigresoli (Venezia, Sessa, 1543): presentata da Fulvio Morato, l'opera accenna ai vantaggi che la sua lettura può dare ai contadini, e afferma: "il verso di sciolta rima, canoro, e con sei numeri, con tanta leggiadrezza e facilità colligato e distinto, che insieme colla sua nuova maestade, a chi si sij possi esser notissimo e piano". Tale atteggiamento didascalico è consono a particolari tendenze della cultura cinquecentesca: ne sono esempio famoso la Coltivazione dell'Alamanni e le Api del Rucellai. La fatica del Nigresoli, onesta, precisa e non priva di eleganza, fu ben presto oscurata dagli sciolti del lucchese Bernardino Daniello che pure se ne era abbondantemente valso come precedente stilistico (Venezia, Grifio, 1549), e con un commento fa valere le ragioni per cui il volgare può decorosamente rendere l'originale, e fa osservazioni sui contadini e sull'agricoltura nelle varie parti d'Italia. La sua traduzione fu ben presto considerata la più importante e la più fortunata dell'età del Rinascimento, anche se indulge a una magniloquenza fiorita di immagini e assai spesso per un suo libero rifacimento si vale più del testo del Nigresoli che dell'opera latina. Invano il Nigresoli cercò di difendere il valore e la precedenza della sua versione, anche con una ristampa riveduta delle sue Georgiche (Venezia, Bascarini, 1552). La versione del Daniello fu compresa con tutti gli onori nella celebre silloge delle opere virgiliane "nuovamente da diversi eccellentiss autori tradotte in versi sciolti Et con ogni diligentia raccolte" da Lodovico Domenichi (Firenze, Giunti, 1556): e divenne così tipica da stornare ogni altro efficace tentativo letterario. Non resta da annoverare per il Cinquecento che la meschina prova di un Santi Orlandi della Torre che verso gli ultimi del secolo ridusse in ottava rima il primo libro delle Georgiche (il manoscritto ne è conservato nella Vittorio Emanuele di Roma): il tentativo documenta col suo metro una ripresa di tipo popolareggiante. Pubblicazione tra divulgativa e didattica è quella della Georgica volgare, tradotta parola per parola, con ampio commento, dal cortonese Filippo Venuti, e pubblicata con le altre opere del poeta, rispettivamente curate per l'Eneide da Giovanni Fabrini da Figline e per le Bucoliche da Carlo Malatesta da Rimini (Bucoliche). Tra le traduzioni poetiche, dall'Ottocento a oggi, sono degne di menzione quelle di Cesare Arici (1818, con dedica a Camillo e Filippo Ugoni), di Dionigi Strocchi (1831) e, in ottave, di Francesco Combi (Venezia, 1873).



ENEIDE

Il maggior poema della romanità, scritto da Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.) dopo il 29 fino alla vigilia della sua morte, e rimasto incompiuto, sia nei versi, che qua e là appaiono non terminati, sia nelle incoerenze della composizione e nella struttura della narrazione. Secondo la volontà del poeta, caso avrebbe dovuto perire tra le fiamme, ma Augusto volle che si salvasse e si pubblicasse, senza alcun ritocco. Consta di due parti di uguale estensione, nettamente divise e distinte: la prima (libri I-VI), imitata dall'Odissea, narra i viaggi di Enea, finché l'eroe giunge in Italia; la seconda (VII-XII), imitata dall'Iliade, le guerre per la conquista del Lazio, fino alla fondazione del regno di Lavinio. Dopo sei anni d'avventurosi viaggi, Enea sta per giungere in Italia, quand'ecco Giunone riesce a disperdere le navi dei Troiani che a stento approdano in Libia. Enea, mentre in compagnia del fedele Acate esplora la regione, si imbatte in una giovane cacciatrice e da lei apprende che v'è una città vicina, Cartagine, la cui fondatrice è Didone, fuggita da Tiro dopo la morte del marito Sicheo. Quando la cacciatrice si allontana, Enea riconosce in lei, dal suo celeste profumo, Venere madre sua. Con Acate si avvia allora verso la città, dove si sta costruendo un magnifico tempio a Giunone. Quivi sono istoriate le pareti del tempio con episodi della guerra di Troia. Didone, cui Enea si presenta con i suoi compagni, invita l'eroe a banchetto nel suo palazzo. Enea manda a chiamare il figlio Ascanio, perché venga e porti doni alla regina. Ma Venere, che teme la perfidia cartaginese, sostituisce il giovinetto addormentato con Cupido, reso simile ad Ascanio. Didone, già presa d'amore, grazie a Cupido, prega l'ospite che narri della caduta di Troia e della sua vita errabonda (Libro I). Enea comincia il racconto dal giorno che precede la rovina: i Greci, costruito un enorme cavallo di legno, lo riempiono di eroi e, simulando il ritorno, si nascondono dietro l'isola di Tenedo. Ai Troiani stupiti un Greco prigioniero, Sinone, che si finge perseguitato da Ulisse, dichiara che gli assedianti si sono decisi per il ritorno, dopo aver costruito il cavallo per propiziare Pallade crucciata, e così grande affinché i Troiani non lo possano introdurre dalle porte. Il sacerdote Laocoonte mentre consigliava di non accogliere il cavallo, è ucciso da due serpenti ed è creduto vittima della sua empietà. Vengono dunque abbattute le mura della città per far passare il cavallo che è collocato sulla rocca. Quando tutti sono immersi nel sonno, escono dalla costruzione gli eroi achivi. Enea, cui compare in sogno Ettore, si sveglia quando bruciano già le case di Troia; egli raduna un manipolo di prodi che, assaliti e uccisi alcuni Greci, indossano le armi dei caduti per fare strage di nemici. Sopraffatti dal gran numero soccombono. Enea rimane solo e corre alla reggia di Priamo, dove vede morire il vecchio re; a tal vista si ricorda del padre suo, vecchio come il re, della moglie Creusa senza difesa, dei figlio Iulo. Li raggiunge e col padre sulle spalle, reggendo Iulo per mano, seguito da Creusa, che però presto scompare nel tumulto, si avvia nella notte. Al sorgere del mattino, Enea prende la via dei monti (Libro 2). Abbandonata la spiaggia troiana, prende terra in Tracia, ma, poiché colà fu assassinato un figlio di Priamo, Polidoro, deve lasciare la terra maledetta. A Delo, l'oracolo di Apollo, interrogato, risponde che si cerchi la terra degli avi. Anchise suppone che questa sia Creta, dove giunti fondano una città, Pergamea: ma la peste li caccia da quel luogo. Enea ha una visione: gli appaiono i Penati e gli dicono che la madre antica è la terra Ausonia, donde Dardano venne. Approdano quindi alle isole Strofadi: le arpie predicono che Enea fonderà la sua città in Italia, ma dopo aver mangiato per fame le mense. Arrivano ad Azio, donde approdano a Butroto. Andromaca, la vedova di Ettore, che ha sposato l'indovino Eleno, appena vede Enea e le armi troiane, sviene per la commozione. Dopo un patetico colloquio, Enea, ripreso il viaggio, sbarca nel porto di Venere, che è il primo approdo nel suolo italico. Arrivato in vista di Scilla e Cariddi, volge a sinistra e prende terra presso l'Etna, nel luogo dei Ciclopi; costeggiata quindi la Sicilia, entra nel porto di Drepano. Qui gli muore Anchise e così finisce il racconto di Enea (Libro 3). La regina non sa ormai più dominare la sua fiamma: il connubio si compie in una grotta, durante una caccia, ma è breve felicità. Giove manda a Enea Mercurio, che gli rimprovera la sua inerzia e gli ricorda il regno d'Italia. Enea, obbediente, ordina di preparare nascostamente la flotta e rimane inflessibile alle preghiere della disperata Didone. Al mattino, mentre la flotta troiana si allontana, la regina si trafigge su un rogo, dopo aver maledetto i Troiani e predetto loro la vendetta di Annibale (Libro 4). Enea, giunto a Erice, dopo un anno che Anchise è morto, offre libazioni e vuole che l'anniversario sia solennemente celebrato con agoni. Ma Giunone manda Iride, che persuade le donne a dar fuoco alla flotta per porre fine ai mali della lunga peregrinazione. Tizzi ardenti sono gettati sulle navi, che vengono salvate da un acquazzone provvidenziale. Enea, fondata la città di Acesta, dove han dimora le donne e gli invalidi, parte per l'Italia col fiore dei Troiani. Giunto in vista d'Italia, Palinuro, il timoniere della nave, vinto dal sonno, precipita in mare col timone. Enea prende il governo della nave, e s'avvicina all'Italia (Libro 5). Approda a Cuma, presso la spelonca della Sibilla, scende nell'antro, dove il dio profetico annuncia nuovi pericoli e nuovi travagli, e, dopo essersi munito di un ramoscello sacro dalle foglie d'oro, fatti sacrifizi a Proserpina e a Plutone, va per il luogo sotterraneo delle ombre, finché giunge alla palude Stigia. Là sono Caronte e Cerbero, il cane trifauce. Nel Limbo trova i bambini e i suicidi; più oltre, nei campi del pianto, le anime dei morti per amore, fra le quali Didone che lo respinge; più avanti i guerrieri caduti sul campi di battaglia. Giunto alla reggia di Plutone, Enea depone il ramoscello d'oro; più innanzi, nei Campi Elisi, il poeta Museo conduce Enea da Anchise, il quale mostra al figlio le anime destinate a tornare sulla terra e in special modo i discendenti di Enea: i re albani, Romolo, la gente Giulia. Inoltre, i grandi cittadini della repubblica, Cesare, Pompeo, i due Marcelli, Claudio, il vincitore dei Galli e dei Cartaginesi, e il giovane Marcello, nipote di Augusto. Enea torna alfine fra i compagni (Libro 6). Si giunge alle foci del Tevere: l'eroe manda ambasciatori al re Latino, che li accoglie benignamente, ravvisando in Enea il genero straniero, annunciatogli dagli oracoli. ma Giunone chiama a sé Aletto, perché susciti la discordia e faccia sì che Amata, la moglie di Latino, non voglia che la figlia Lavinia sposi uno straniero, quando già è stata promessa a Turno, re dei Rutuli. Questi, infatti, raduna i suoi. Tutto il Lazio è in armi: passano in rassegna i guerrieri italici: Mesenzio, Lauso, Aventino, Catillo, Cora, Ceculo, Messapo, Clauso, Aleso, Ufente, Umbrone, Virbio, Turno e da ultimo Camilla, la vergine guerriera (Libro 7). Secondo il consiglio del dio Tiberino, Enea risale il corso del Tevere, finché giunge a Pallanteo, una povera città di pastori, sita sul luogo dove nascerà la grande Roma. Presentatosi al re Evandro, egli ottiene facilmente ospitalità e alleanza; Pallante, figlio di Evandro, lo seguirà. Durante il banchetto festosamente offerto, Enea ascolta la narrazione delle gesta di Ercole, che ivi uccise Caco, onde nacque il culto per l'eroe. Accompagnato dal re, visita quei luoghi che un giorno diverranno famosi: l'ara massima, la porta Carmentale, la selva, asilo di Romolo, il Lupercale e il monte Tarpeio. Intanto Venere, ottenute da Vulcano la armi per il figlio, gliele porta, tutte istoriate con i principali fatti della storia romana: la lupa e i gemelli, il ratto delle Sabine, Romolo e Tito Tazio Mezio Fufezio, Orazio Coclite e Clelia, i Galli e il Campidoglio, i Salii, i Lupercali, i Flamini; infine Catilina e Catone. Nel mezzo campeggia la battaglia d'Azio (Libro 8). Turno durante l'assenza di Enea assale il campo dei Troiani, cercando di dar fuoco alle navi. Ma Giove le trasforma in ninfe del mare. Durante l'assedio al campo, Niso volontariamente si offre d'andare ad avvisare Enea del pericolo che stanno correndo i Troiani; fedele amico gli si aggiunge Eurialo. Ottenuto l'ambito incarico, escono di notte: attraversano il campo dei nemici immersi nel sonno e ne fanno strage. Ma, sorpresi da una pattuglia nemica che li insegue, Eurialo è preso; Niso, visto perduto l'amico, ritorna indietro a vendicarne la morte e cade sul corpo dell'altro; le teste dei due giovani, infitte su picche, sono esposte agli occhi dei Troiani. Esultanti i Rutuli attaccano con tale audacia da riuscire a forzare la porta, per la quale irrompe Turno, ma, separato dai suoi, è costretto a fuggirsene per il fiume (Libro 9). Giova aduna il concilio divino e, lamentando che gli dèi si siano mischiati nella guerra, protesta che si deve lasciar libero il corso al destino. Enea, stretta l'alleanza con Tarcone, capo degli Etruschi, è già in cammino con le loro forze riunite. La sua nave avanza per prima, seguita da tutta la flotta, finché giunge in vista del campo troiano. Turno, appena vede Enea, si precipita a impedire lo sbarco, e nella zuffa affronta e uccide il giovane Pallante, fregiandosi poi del balteo cesellato del caduto. Enea, che vuol vendicare la morte dell'amico, cerca invano Turno, trasportato da Giunone lontano dal campo (Libro 10). All'alba avviene la solenne sepoltura di Pallante, che, tra i pianti, è portato in funebre accompagnamento dal padre Evandro. Per seppellire i caduti si pattuisce una tregua. L'ora incalza: affidato il comando della cavalleria alla vergine Camilla, Turno si apposta in un'imboscata. Ma Camilla, nonostante il suo valore, è uccisa da Arunte. La sua morte costringe Turno a uscire nella pianura in campo aperto (Libro 11). Per evitare inutile spargimento di sangue il Rutulo offre di battersi in duello con Enea: chi vincerà avrà come consorte Lavinia. Si giurano i patti, ma la ninfa Iuturna, troppo temendo per il proprio fratello, mescolandosi alla folla dei Rutuli, riesce a spargere il disordine e a far sì che una freccia ferisca un alleato di Enea. Anche Enea, nella zuffa che ne nasce, è ferito; della sua assenza dalla battaglia approfitta Turno per far strage dei Troiani, ma prontamente risanato, Enea ritorna sul campo: tremano i nemici nel vederlo e si volgono in fuga. La regina Amata, vedendosi perduta, si uccide. Ormai non c'è più salvezza per i Rutuli. Turno, compresa la gravità del momento, vuole una morte degna della sua nobiltà: accorso alle mura, invita Enea a battaglia. I due si scontrano con indicibile furore, ma Turno, infranta la sua spada sull'armatura di Enea, è costretto alla fuga, inseguito dall'eroe. Gli dèi decidono che i Troiani vincano, ma che non siano essi a dare ai Latini il nome, la lingua, le leggi: dalla morte di Troia nasca Roma. Turno ormai è perduto, atterrato e ferito chiede grazia a Enea, il quale, impietosito, sta già per donargli la vita, quando, vistogli indosso il balteo di Pallante, ricorda il giuramento di vendetta e gli infligge il colpo mortale (Libro 12). Tale la struttura epico-drammatica del poema, il più ricco di esperienze e di spiritualità di tutta la letteratura latina, perché il poeta ha mescolato alle favole antiche le ragioni ideologiche dei momento e i profondi sensi della storia. Il fatale errare di Enea e il lungo travaglio della guerra latina danno l'impressione di un destino sovrumano che incombe. Il meraviglioso e il sovrannaturale, le divinità del cielo, della terra, del mare, dei fiumi, le ninfe, gli eroi, i semidei si mescolano alle vicende degli uomini; ma il sovrannaturale è sempre e soltanto usato come sublimazione del reale, come potenziamento di affetti, sentimenti, passioni insiti nel cuore umano. Nel quadro generale del poema, dalla caduta di Troia alla morte di Turno v'è un unico e organico processo evolutivo, che deve condurre alla fondazione di Roma. Ma se i fati dall'alto, inflessibili ed eterni, comandano, qui sulla terra gli uomini rimangono a soffrire: il travaglio di Enea è tutto riposto nell'aspirazione incontenibile di ricercarsi una nuova patria. Le pene dell'animo, il rimpianto del passato la speranza di un futuro migliore, il devoto attaccamento alla divina genitrice Venere e alla prole che nascerà da Ascanio danno un maggior rilievo e un più intenso valore patetico alla promessa dei fati e alla gloria della futura città. Ma tutto ciò non si identifica tanto con il mondo eroico degli antichi, quanto con quello cavalleresco o quasi cristiano dei più moderni. Aleggia per tutti i canti uno spirito ascetico, come quello che suscita lo stato d'animo di una crociata. La stessa uccisione di Turno non è un atto di ferocia, ma rappresenta il necessario epilogo di un triste evento, prestabilito per aprire la via del regno latino e della grandezza futura di Roma. Sotto questo aspetto il poema è veramente epico, ché l'epica dei Romani, formatasi lentamente attraverso un processo d'evoluzione popolaresca e letteraria, aveva, già da secoli, ricondotto l'origine dell'Urbe ai Troiani, anziché ai Greci. Con Virgilio, tale concezione prendo una più sistematica e complessa forma, in quanto egli suppone che i Troiani stessi derivino da Dardano, signore di Cortona nell'Etruria, e che, quindi, distrutta Troia, essi ricerchino l'antica patria. La derivazione troiana trova un ulteriore perfezionamento nell'albero genealogico della famiglia Giulia, la quale, con Cesare e Ottaviano, si vantava di discendere da Iulo Ascanio, figlio di Enea, epperò dal più illustre dei Troiani venuti nel Lazio. Ma tutti questi elementi di propaganda sono stati rielaborati liricamente e drammaticamente; i personaggi, in gran parte di ambiente omerico, se perdono in parte la loro aureola mitica e leggendaria, appaiono filtrati attraverso una esperienza ellenistica, e cioè attraverso la tecnica sia del piccolo carme epico, o epillio, sia del teatro borghese; sono, così, umani e non divini, alcuni quasi estranei all'epopea. Il pretesto patriottico, l'ispirazione politica, l'occasione panegiristica, sebbene più integrali e più connessi con gli avvenimenti di quello che non fossero le allusioni fugaci delle Bucoliche (v.), le digressioni forzatamente inserite nelle Georgiche, appaiono sempre come qualche cosa di sostanzialmente diverso e di non interamente assimilabile dal genio poetico di Virgilio. Il quale indugia più volentieri sul giovanetto Marcello, morto come Polidoro, Eurialo, Niso, Pallante, Camilla, nel fiore dell'età, che non sui nomi illustri dei grandi Romani, i Fabil, gli Scipioni, i Cesari. L'Eneide, a differenza dei poemi omerici, non è l'epopea del divino, ma dell'umano, trasferito nella leggenda. -  Non so che cosa di più grande dell'Iliade sia per nascere. (Properzio). Virgilio possiede la facoltà creatrice sobriamente, con scelta e con una specie di lentezza. (Sainte-Beuve). Esametri dal suono di latta. allunganti le serie di parole pesate a litro secondo l'immutabile ordine d'una prosodia pedante e arida... versi grattugiati e burbanzosi con la loro aria ufficiale, con il loro basso ossequio alla grammatica, ...versi tagliati meccanicamente con imperturbabile cesura. (Huysmans). L'Eneide è un capolavoro di mosaico, eseguito dal più paziente dei poeti alessandrini. (Lemaitre). * L'Eneide rimane per tutto il Medioevo e il Rinascimento il modello di ogni poesia, e man mano che il moto degli spiriti risalendo verso l'antichità classica procede alla santificazione di Roma, si fonda anche la tradizione di Virgilio mago e compaiono i primi rifacimenti e travestimenti del poema in cui è incisa la somma di tutto il retto sapere. Dante assumerà Virgilio a simbolo della stessa ragione poetica e in Roma vedrà la prefigurazione dell'impero cristiano. Il primo di questi travestimenti è l'Énéas o Roman d'Énéas, poema in 10156 versi ottonari. Jacques Salverda de Grave, dopo averlo stampato una prima volta a Halle nel 1891, ne ha dato un'altra edizione critica condotta con mutati principi e pubblicata a Parigi nel 1925. È stato redatto intorno al 1160, in dialetto normanno, non sappiamo da chi; s'è pensato a Benoît de Sainte-Maure, autore del Romanzo di Troia, e a Maria di Francia; ma l'una e l'altra assegnazione restano ipotesi poco campate. Virgilio v'è seguito abbastanza fedelmente quanto a contenuto; ma l'ordine dell'azione, che vuol essere esattamente cronologico, appare qua e là permutato. La versificazione è sciolta. Che la materia antica, come in tutti gli altri poemi del cosiddetto Ciclo classico, sia stata trasposta, nel nostro rifacimento, la termini sociali medievali, è superfluo dire, sebbene esso palesi meno ripugnanza dei confratelli a mantenere elementi dell'apparato mitologico. Quel che gli conferisce una posizione propria nell'ambito della storia del ciclo è il manifesto influsso ovidiano: i suoi episodi amorosi non sono ancora improntati alla raffinata galanteria che di lì a poco costituirà l'essenza dei romanzi cavallereschi, ma sono permeati da un interesse psicologico pel fatto amore in sé e per sé, per la sua natura e definizione, pel modo del suo nascere e per le sue manifestazioni, che ha il punto di partenza nella letteratura ovidiana, e che sottolinea stridentemente il distacco dallo spirito e dai gusti della vecchia letteratura epica francese, addirittura ignara d'ogni complicazione sentimentale.

Una traduzione del romanzo francese Énéas è l'Eneide del limburghese Heinrich von Veldeke (fiorito nella seconda metà del sec. XII). Incominciata forse intorno al 1170, fu finita prima del 1190, dopo una interruzione dovuta al fatto che il ms., contenente i versi 1-10933, fu rubato alle nozze della protettrice del poeta, la contessa Margherita di Cleve, da un conte di Turingia, e il Veldeke ne rientrò in possesso soltanto nove anni dopo. Il romanzo francese era "una composizione romantica" col materiale dell'Eneide virgiliana, "in cui i nomi erano antichi, ma la natura dei fatti, i titoli de'personaggi, gli usi descritti, il colorito generale come il sentimento erano cose proprie della vita contemporanea, e rispondenti all'idea cavalleresca e cortigiana d'allora" (Comparetti). L'Eneide di H. v. Veldeke (la cui lingua riflette fortemente il dialetto del poeta, nativo dei dintorni di Maastricht) è, invece, una traduzione nel senso medievale, e cioè un rifacimento. Ne dà già la misura il numero dei versi, che sono 13528 di contro al 10156 del romanzo francese. Questo ampliamento è dovuto però non tanto a nuove invenzioni quanto a stemperamento e a una inserzione continua di particolari coi quali una primitiva logica realistica distrugge la logica poetica. Valgano per esempio i versi 2448-60, nei quali Anna, trovando chiusa la camera di Didone, si mette a picchiare alla porta e gira invano la maniglia, finché le viene in mente di guardare attraverso il buco della serratura e così scorge il corpo combusto della amorosa e infelice regina! Il racconto vivace del Normanno si appiattisce in questo modo nel rifacimento dei Limburghese in una insistente descrittività, specialmente di abiti e vesti, affatto meccanica, ossia senza neanche il pregio di un vivace decorativismo. L'autore manca di stile; non solo, ma non domina neanche bene il mezzo espressivo, il verso e la rima: di qui le zeppe, le formule, le ripetizioni. Come avviene ai provinciali, il Veldeke, accogliendo di Francia gl'ideali della cortesia cavalleresca, li esagera e li irrigidisce. Così, non esita a togliere parole che avrebbero potuto turbare delicate orecchie cortesi, come "fellonia" e "codardia"; tralascia le sentenze sulla mobilità della donna; sopprime luoghi indecenti come le insinuazioni sulla pederastia di Enea da parte della madre nel vivace contrasto colla figlia Lavinia innamorata; trasforma i vili pastori in guerrieri, gli arcieri in nobili, secondo modi che ricordano le convenzioni sociali e poetiche della Francia prima del Romanticismo; si dilunga nella cronaca stilizzata di cerimonie, ricevimenti, feste. Come quella che corrispondeva ai bisogni dei tempi, l'Eneide ebbe un grande successo in Germania. Da una parte per una ragione formale, in quanto che l'introduzione nella poesia tedesca, da parte del Veldeke, della rima pura invece della solita assonanza fu novità apprezzatissima. Poi, per l'interesse della materia e la novità del genere. Reminiscenze ed echi dell'Eneide ricorrono, infatti, numerosi nella letteratura poetica immediatamente posteriore, compresi il Parsifal di Wolfram e il Tristano di Gottfried von Strassburg. Wolfram chiama espressamente il Veldeke suo maestro; e Goffredo ne tesse un caldo elogio nel Tristano (4724 sgg.).

L'età dell'Umanesimo si avvicina alle opere del Mantovano con una conoscenza del latino e dalle fonti classiche ignota a quella precedente; perciò, accanto alle ricerche grammaticali e storiche e alle imitazioni, offre i primi esempi di volgarizzamenti del poema, dapprima rozzamente letterari o parziali, e poi sempre più guidati da necessità artistiche fin in gara con l'originale. Al principio del Trecento compare una riduzione in prosa (tradotta dalla riduzione latina di un Anastagio, creduto Greco di origine); largamente diffusa è poi stampata nel 1476. Ne esiste manoscritto un rifacimento di origine fiorentina dovuto a un Andrea Lancia. Il primo volgarizzamento completo, con colorito senese, è quello, assai inesatto, di Ciampolo di Meo degli Ugurgieri (edito da A. Gotti, a Firenze, nel 1858). La necessità di porre un pubblico di dame e di gentiluomini a contatto con l'antica Eneide spiega il modo con cui il poema è reso, secondo motivi cavallereschi e squisitamente legati alla tradizione italiana. Un travestimento in ottava rima, per opera di un ignoto del rifacimento del Lancia apparve a Venezia nel 1528. Rimase manoscritto il volgarizzamento assai libero e impreciso, pure in ottave, dovuto per i sei primi libri a un altro anonimo (Codice Laurenziano, XLI, 41). Con Il Rinascimento s'inizia un'epoca nuova nei volgarizzamenti dell'Eneide, che diventano numerosi e svariati. Se a stampa negli ultimi del Quattrocento era apparso il solo lavoro del Lancia, nei primi del nuovo secolo assai numerose sono le versioni italiane. Per il primo libro esce a Venezia nel 1532, in terza rima, quella di Emilio Cambiatore da Reggio: è la prima non toscana. Stesa in decenni precedenti, e già mal giudicata dal Guarino, venne rifatta con un tono cinquecentesco da un Giampaolo Vasio e edita nel 1539. Sempre in Venezia, nel 1540, vennero tradotti in sciolti i primi sei libri, quale opera di sei gentiluomini in onore di sei dame: notevoli le versioni del cardinale Ippolito de'Medici per Giulia Gonzaga e di Alessandro Piccolomini per Frasia Venturi. Quest'opera (di cui era nota in passato una copia con la giunta dei libri VII-VIII) fu ristampata nel 1544: e ben conferma il carattere mondano ed elegante con cui il poema venne accolto nella magnifica vita del Rinascimento anche al di fuori di interessi strettamente culturali. Nella raccolta completa delle opere virgiliane in rima toscana, apprestata in Firenze nel 1556 da Lodovico Domenichi, la versione dei gentiluomini fu ristampata, ma Tomaso Porcacchi sostituì con una propria la parte di Aldobrando de'Cerretani. Costui a sua volta tradusse in ottave, con ampi rifacimenti tutto il poema e lo pubblicò nel 1560 nella stessa città. È questo un "travestimento" di tipo ariostesco assai singolare, e si ispira a una solennità degna della cavalleria e delle nuove imprese dei condottieri italiani, a esempio con lodi a Cosimo I de'Medici in bocca ad Anchise, e simili; laddove l'opera dei gentiluomini, nel centone del Domenichi, ha più che altro un carattere disinvolto e manierato, da galanteria di società, che ne spiega la fortuna a tutto il Seicento. Ancora in ottava rima è la versione di Alessadro Guarnello, col primo libro (a Venezia, senza indicazioni di stampa e di data, poi in Roma nel 1554 e in ristampe) e col secondo (a Venezia nel 1573, con ristampe). Un manoscritto completo di tale traduzione, noto nel Settecento, fu evidentemente disperso in seguito. Nei 1542 Pietro Aretino magnificava all'Alamanni la versione dell'ottavo libro, opera manoscritta dal patrizio veneto Giustiniani. Nel 1567-68 viene pubblicata postuma la versione dell'intero poema di Ludovico Dolce. Sei versioni parziali escono tra il 1562 e il 1589; migliore è quella del 1584-85 per i due primi libri dovuta a Giovanni Andrea dell'Anguillara (famoso per il libero volgarizzamento delle Metamorfosi, v., di Ovidio) e ristampata perfino nell'Ottocento. Con questo traduttore si sente che ormai l'Eneide latina non è che un pretesto per una nuova creazione d'arte: con eleganza, ma anche con disinvoltura, l'antico classico è considerato come un canovaccio che la stessa ottava fa rifiorire fin con nuove situazioni. Davanti all'esempio dell'Anguillara, che rifà il poema virgiliano nella scia dell'Orlando furioso, Annibal Caro (1507-1566) più sottilmente letterato ma non meno disinvolto, si inserisce nella tradizione che era stata dell'Alamanni e dei Trissino. quella del verso sciolto, e finisca col vincere la prova con maestria: la sua Eneide, del 1563-66, pubblicata postuma a Venezia nel 1581. è così veramente in Italia la classica versione del capolavoro virgiliano. Lo scrittore, desideroso per gran tempo di scrivere un poema epico, essendo avanti negli anni, si appassiona alla sua versione cercando di ricreare secondo un proprio modo l'opera del poeta antico. In tal modo con vivacità e grazia questa Eneide italiana acquista un suo posto tra le opere che si possono chiamare originali: gli episodi sono rivissuti con un nitore plastico degno del Rinascimento; e il tono elegiaco rispecchia bene, sia pure con qualche manierismo, quello di Virgilio; le avventure sono rese con una varietà snodata e libera, tanto da mostrare qualche volta le caratteristiche di una versione "bella ma infedele". Non vale a superare lo stilizzamento dell'Eneide ormai fissata col verso eroico nella letteratura italiana la versione, in ottave, del mantovano Ercole Udine, pubblicata nel 1597, e ristampata nel 1600, né quella del primo libro, in esametri italiani, di Bernardo Filippini, del 1659. Un posto a sé, per la sua utilità pratica e anche per l'esattezza filologica, merita una versione letterale. parola per parola, delle varie opere (Venezia, Sessa, 1588): l'Eneide fatta italiana da Giovanni Fabrini da Figline si accompagna alle Bucoliche e alle Georgiche tradotte da Carlo Malatesta da Rimini e da Filippo Venuti da Cortona, e, come solennemente dichiara il titolo dell'impresa, "con ordine, che l'espositione Volgare dichiara la Latina e la Latina la Volgare, et è utile tanto a chi in questo poema vuole imparare la lingua Latina, quanto a chi cerca d'apprendere la Volgare". Pur con aperte concessioni al gusto dell'epoca e interpretazioni allegoriche e morali estranee al testo, questa silloge ha un valore didascalico notevolissimo, specie per il fatto che tre appartenenti a diverse regioni d'Italia si erano uniti in un lavoro collettivo al di fuori di particolari tendenze letterarie. L'opera fu ristampata più volte, almeno a tutto il Settecento, ed ebbe fortuna fin tra gli scolari. In tal modo il culto e la fortuna di Virgilio dal Medioevo a tutto il Rinascimento venivano a fondersi con la stessa tradizione nazionale, or sotto il segno della dottrina or sotto quello della poesia.

L'influsso dell'Eneide è stato enorme su tutte le altre letterature europee, dove sono innumeri le traduzioni e le imitazioni. Una delle prime versioni in ordine di tempo è L'Eneida spagnola (1427-28) di Enrique de Villena (1384-1434), seguita da molte altre. In Inghilterra è famosa la traduzione (1535) di Henry Howard, conte di Surrey (1517-1547), perché introdusse per primo nella poesia inglese il "blank verse", cioè il "verso eroico", usato dal Chaucher nei Racconti di Canterbury (v.), ma spoglio della rima, tale da echeggiare l'esametro latino. Seguirono The Bukes of Eneidos (1553) di Gavin Douglas, la versione dei primi nove libri di Thomas Phaer (1562), quella dei primi quattro libri in esametri inglesi dello Stangherato (1582) e quella completa (1697) superiore a tutte, di John Dryden (1631-1700). Moltissime le versioni e i travestimenti moderni francesi e tedeschi.      PUBLIO VIRGILIO MARONE






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