| PUBLIO VIRGILIO MARONE |
Bucoliche - Georgiche - Eneide |
BUCOLICHE
Con
questo titolo, o con quello meno esatto di Egloghe, Publio Virgilio Marone
(70-19 a. C.) raccolse dieci poesie giovanili a carattere idillico-pastorale,
scritte fra il 42 e il 39. L'amico Pollione, allora governatore della Gallia
Cisalpina, che molto s'era adoprato a che i beni di Virgilio nel Mantovano non
fossero confiscati a favore dei veterani, fu l'ispiratore di queste composizioni:
ma, sostituito Pollione in tale carica da Alfeno Varo, Virgilio, che invano
aveva tentato di ingraziarsi il nuovo governatore, si vide privato di ogni suo
avere e cacciato, forse anche con rischio stesso della vita, dalla casa paterna.
Si legò allora a Cornelio Gallo, suo condiscepolo, che intercedette presso
Ottaviano e lo introdusse nella società romana. Qui Virgilio conobbe Mecenate,
che gli commissionerà le Georgiche. Questi personaggi storici compaiono, a
volte allegoricamente mascherati, frammisti ai personaggi irreali, sì che tutta
la trama bucolica e romanzesca è intessuta di finzione e di realtà. Nella prima
egloga Melibeo, uno dei vecchi coloni, cacciato dai propri campi per far luogo
ai "veterani", incontra Titiro, il quale ha ottenuto che il suo possesso
sia rispettato. Melibeo, pur senza invidiare l'altrui felicità, non può far a
meno di contrapporre le due diverse fortune: l'amico potrà restare nel
campicello avito, egli invece dovrà, esule, conoscere le più lontane regioni del
mondo, rinunciando per sempre alla sua casa. Nella seconda Coridone arde d'amore
per Alessi, servo prediletto di un dovizioso possidente della città che non si
cura del povero pastore. Questi, infelice, dopo aver rivolto alle selve e ai
monti le sue sconsolate parole d'amore, si persuade che non è consona all'indole
di Alessi la vita campestre. Sconsolato si accorge che, con quello struggersi
d'amore per Alessi, ha anche dimenticato i suoi lavori. Nella terza Dameta sta
custodendo il gregge, quand'ecco sopraggiunge Menalca. Questi, che ha un vecchio
rancore da sfogare, comincia a ingiuriare il compagno, mostrandosi scettico
sulle sue doti canore. Donde la sfida: a chi meglio sappia cantare; e, con la
sfida, la posta: coppe di faggio artisticamente cesellate. Giudice della gara
sarà Palemone, il quale, prescritte le norme, dà il via ai contendenti. In
dodici riprese Dameta e Menalca trattano dei più disparati argomenti, fino a che
Palemone li dichiara di merito pari. Nella quarta, rifacendosi a una mitica etá
dell'oro, il poeta annunzia l'avvento di una nuova generazione, nella quale, in
un miracoloso ricorso storico, si debbono ripetere quella felicità e quel
benessere per il genere umano. L'egloga è in onore di un bimbo (dal
Cristianesimo identificato con Gesù), al quale la sorte serba la fortunata
ventura di commisurare con gli anni suoi quelli della rinata generazione
dell'oro, sì che, man mano che egli crescerà in età, anche il genere umano,
purificandosi, giungerà a quella perfezione ormai da secoli perduta. Nella
quinta Menalca e Mopso intonano ciascuno il suo canto. Mopso celebra il
cordoglio dell'universo per la morte di Dafni; Menalca canta a sua volta
l'apoteosi di Dafni. Terminato il canto, i due pastori, commossi e ammirati
l'uno dell'altro, si scambiano doni. Nella sesta Cromide e Mnasillo, trovando il
vecchio Sileno ubriaco e addormentato, lo legano con serti di fiori. Sileno,
svegliatosi, fa buon viso a cattivo giuoco, e, pregato, inizia il suo canto,
cominciando dalla formazione del mondo, passando alle leggende di Deucalione e
Pirra, dell'età dell'oro, di Prometeo, di Ila, di Pasifae, di Atlante, di
Fetonte, rievocando Scilla, Tereo, Filomela. Soltanto col calare della sera
cessa il canto. Nella settima Melibeo narra di aver inteso Coridone e Tirsi in
una gara di canto. Questi si scambiavano strofe alterne sui più svariati
argomenti. La gara non è riferita per intero; Melibeo ricorda che da essa riuscì
vincitore Coridone. Nell'ottava due pastori, gareggiando fra loro, compongono
due canti d'amore. Damone si dice tradito dalla fanciulla Nisa che passa a nozze
con Mopso. Alla sua disperazione non v'è altro rimedio che il suicidio.
Alfesibeo riferisce il canto di una donna abbandonata dal suo Dafni, sul quale
essa cerca di agire per mezzo di pratiche magiche che giungono a buon effetto,
poiché le restituiscono l'amato. Nella nona Licida si imbatte in Meri, il quale
riconduce i capretti al nuovo padrone, un veterano, che ha cacciato di casa sua
Menalca. Licida, che molto si duole di questa triste vicenda, ricorda con Meri
qualche brano poetico di Menalca. E più ancora vorrebbe il pastore ascoltare, se
Meri, ormai in ritardo, non desiderasse affrettare il passo verso il nuovo
padrone. Nella decima tutta la natura, i pastori, le divinità olimpiche e
pastorali impietosite per il grande dolore di Gallo, amante infelice e non
corrisposto di Licoride, prendono parte alle sue pene d'amore, cercando di
consolarlo. La sua donna l'ha abbandonato per seguire un militare; di questo non
si può dar pace l'infelice, che tuttavia cerca ristoro nei paesaggi d'Arcadia.
Ma anche qui, come in ogni parte del mondo, l'uomo è vinto dall'amore e l'amore
domina su tutti. I pretesti letterari di tendenze novatrici, i motivi pastorali
di ispirazione teocritea e gli altri elementi, di cui tutte e dieci sono
materiate, fanno credere che sotto la maschera di quasi ogni pastore si celino
il volto e l'animo dello stesso Virgilio: tale è la straordinaria vivezza della
poesia bucolica virgiliana, la cui efficacia è così forte da illudere chiunque
sul suo valore autobiografico. Ma di veramente autobiografiche, a bene osservare,
non ci sono che due egloghe, la prima e la nona: nell'una il poeta appare dopo
che ha ottenuto l'assicurazione che i suoi campi non gli vengono tolti;
nell'altra egli, dopo che invano ha sperato di aver salvi, in virtù dei suoi
canti, i beni paterni, deve emigrare da Mantova. Nell'alternanza della gioia e
del dolore, della permanenza nella propria casa e dell'esilio dal tetto natio,
si avvicendano tutti gli elementi biografici di sicura datazione, in quanto
rientrano nel quadro storico della tumultuosa vita dell'ultima Repubblica romana.
E il dolore è sempre un dolore che conosce una passata o una futura gioia; e la
gioia è sempre una gioia velata da qualche lacrima di nostalgia o di passione
infelice. Maschere tragiche che tacitamente piangono, maschere comiche che
mestamente sorridono sono i personaggi pastorali di questi dieci quadri: dieci
oasi di pace, attorno alle quali tumultua la vita dello Stato in sfacelo: le idi
di Marzo, i campi di Filippi, la breve pace di Brindisi, rimangono di là da quel
sottile velario, che fa da sfondo alla scena. - Virgilio è il poeta amico
dell'uomo solitario, il compagno delle ore segrete della vita. (Chateaubriand).
La fortuna dell'operetta virgiliana è legata in special modo allo sviluppo del
classicismo nel Rinascimento italiano: la raffinatezza stilistica delle
egloghe ha così modo di divulgarsi in versioni, che ora rendono fedelmente
l'originale, ora se ne valgono per liberi rifacimenti. L'esempio diretto del
capolavoro influisce parimenti sullo sviluppo della pastorale nel Quattrocento,
e perfino su quello del teatro: motivi virgiliani serviranno come soggetti di
opere anche musicali. Con una versione in terza rima Bernardo Pulci accompagnava
una raccolta di Ecloghe elegantissime sue, dell'Arsocchi, del Benivieni e del
Buoninsegni (Firenze, 1482): dedicata al Magnifico, questa versione, ristampata
nel 1492 e nel 1495, rende con delicatezza i sentimenti del poeta latino e li
rimodella in una propria grazia che ben fu detta quattrocentesca, anzi "preraffaellesca".
Degna di ricordo come esercizio stilistico è anche la Bucolica volgare a cura di
fra Evangelista Fossa dell'ordine dei Servi (Firenze, 1490 circa, ristampata a
Venezia nel 1494 e, a Milano, nel 1520).
Nell'età più illustre delle versioni
volgari, quella del Cinquecento, una versione fortunata è quella di Andrea Lori
(Venezia, Giolito de'Ferrari, 1553) che fu presto compresa nella ben nota
silloge delle opere virgiliane "nuovamente da diversi eccellentiss. autori
tradotte in versi sciolti Et con ogni diligentia raccolte" da Lodovico Domenichi
(Firenze, Giunti, 1556): ristampata più volte fino a tutto il Settecento, essa
godette di una diffusione forse superiore ai suoi meriti, sia per la troppa
facilità con cui rende l'originale sia per i luoghi in cui lo fraintende. A ogni
modo essa era molto superiore a quella di Vincenzo Menni (Perugia, Bianchino,
1544), noto altresì come traduttore dei primi sei libri dell'Eneide. Un altro
tentativo è quello, in verso sciolto, di Rinaldo Corsi (Ancona, Astolfo
de'Grandi, 1566), che fu tolto dall'oblio solo per essere aspramente censurato
dai critici. Degli ultimi del secolo è frutto quella di Girolamo Pallantieri,
parroco di Castelbolognese. che quasi con scrupolo di maniaco rese ogni esametro
latino con un endecasillabo italiano (Bologna, Bonacci, 1603, postuma per cura
di Muzio Manfredi: ristampata in Parma, 1760). Segna una divulgazione dell'opera
tra scolari e persone del tutto ignare della cultura classica la versione
apprestata letteralmente, riga per riga, da Carlo Malatesta da Rimini nella
raccolta delle opere virgiliane "commentate in lingua volgare toscana" (Venezia,
Sessa, 1588, e più volte ristampata a tutto il Settecento): la fatica del
Malatesta, insieme con quella di Giovanni Fabrini da Figline per l'Eneide e di
Filippo Venuti da Cortina per le Georgiche, è il limite estremo a cui si possa
giungere per un autore classico, offerto non più a una schiera elegante di
cortigiani, come era nel primo Rinascimento, ma a un grandissimo numero di
lettori di ogni cultura. L'influenza, veramente grande nelle letterature
moderne, delle Bucoliche, specie nella poesia pastorale con le imitazioni
dell'Arcadia del Sannazaro è un indizio del vivo interesse rinascimentale per la
raffinata esaltazione della vita campestre: la stessa veste dei metri usati
introduce in una idealizzazione tutta italiana gli antichi dialoghi dei pastori
e dei contadini.
Fra le numerose traduzioni poetiche, per lo più in sciolti,
dall'Ottocento a oggi si possono menzionare quelle di Ariodante Codogni (Mantova,
1862), di Giorgio Tornielli (Novara, 1866), di Francesco Pignatelli-Strongoli (Napoli,
1885), di Francesco Frigeri (Mirandola, 1897). Interessanti quelle in ottave di
Francesco Duca (Milano, 1848) e in terzine di Giorgio Occhipinti (Ragusa, 1900),
e quelle, parziali, in esametri, di Gaetano Di Biasio (Torino, 1930), e di
Ettore Ara (Torino, 1914). Tra le migliori sono quelle di Cesare Arici (del
1822), e, tra quelle del Novecento, di Giuseppe Albini (Bologna, 1924), di Guido
Vitali (Varese, 1930 sgg.) e di Francesco Vivona (Roma, 1930, 5ª ed.). C.C
GEORGICHE
Poema sull'agricoltura,
scritto da Virgilio (70-19 a. C.) fra il 37 e il 30, subito dopo le Bucoliche e prima dell'Eneide. L'improvvisa schiarita
dell'orizzonte politico, dopo la vittoria di Azio (31 a. C.), riportata da
Ottaviano su Antonio, segna la pacificazione universale e il ritorno al vecchio
ideale degli agricoltori italici, troppe volte strappati ai loro campi per
impugnare le armi e combattere in terre remote. Mecenate, amico a un tempo di
Augusto, di Virgilio e di Orazio, aveva ispirato e suggerito questa poetica
trattazione in quattro libri. Il primo, sulla coltivazione dei campi, si apre,
all'inizio della primavera, con un fresco alito di rinascita alla vita.
L'invocazione rituale delle divinità protettrici dell'agricoltura non è fredda e
arida liturgia; è anzi piena di pia e devota religiosità, come si addice alle
genti umili dei campi. A queste il Poeta impartisce i consigli sul modo di
meglio coltivare e di rendere più fruttuosi i campi, scegliendo le opportune
regioni e le migliori stagioni. E ricorda loro che il cielo domina dall'alto le
perenni rotazioni degli astri, le quali influiscono non solo sulla seminagione,
sulla crescita, sulla raccolta delle biade, ma anche sulle vicende storiche del
genere umano, come per esempio, alle idi di Marzo del 44, quando in orrore del
cesaricidio il sole velò il suo volto con un eclissi. Agli alberi è dedicato il
secondo: quanto sia duro il lavoro che questi richiedono, semina, trapianto,
innesto, potatura, dicono i primi versi. Viti e olivi, alberi non meno poetici
che proficui, popolano le contrade descritte con occhio veramente pittorico. Lo
sguardo si sofferma a lungo sulle regioni, sui fiumi, sui colli, sui laghi di
quell'Italia, che, feconda più d'ogni altra regione del mondo, reca ogni specie
di piante fruttuose. Né meno degli alberi importa al colono il bestiame, del
quale con infinita tenerezza è descritta, nel terzo libro, la vita. I placidi
bovi, i nitrenti puledri animano quello scenario campestre e gli esseri animati
portano alla natura vegetativa un tono di maggior affetto. I sentimenti, dai
quali essi paiono tocchi, si sublimano, nella poesia virgiliana, in un senso di
commozione; l'umile animale quasi si affratella all'uomo, accomunato dalle
medesime pene del lavoro fecondo, dalle doglie della gravidanza, necessarie alla
riproduzione, dalle gioie dell'amore. Anche la vita degli animali è un
alternarsi del male col bene: la riproduzione e l'allevamento, le furiose lotte
dei maschi per il possesso della femmina, e infine la morte che incombe, facendo
stragi con le deprecate epidemie. Sono questi altrettanti spunti di canto e di
descrizioni, ora delicate ora vivaci, ma più spesso velate da melanconiche
riflessioni sulla forza tremenda dell'amore, sull'inesorabilità della morte.
Chiude il poema il quarto libro, dedicato alle api: benché su di esse incomba il
pericolo della morte, a tutti fatale, la loro natura si dimostra presso che
divina, perché, esseri veramente meravigliosi, possono anche riprodursi
spontaneamente, come per miracolo, dalla carne putrida di un vitello ucciso.
Questo nuovo e dissueto metodo per ricostituire l'alveare (una delle favole
credute dagli antichi, che amavano far derivare dalla mitologia simili
fantastiche concezioni di storia naturale), aveva per primo scoperto il pastore
Aristeo, che, maledetto da Orfeo per la morte di Euridice, era sceso negli
abissi marini per interrogare Proteo sulla causa del suo male e, saputala, aveva
potuto con cerimonie placare l'ira di Orfeo, assistendo alla miracolosa nascita
delle api, sciamanti fuori dalle carni dei vitelli sacrificati. Con un accenno
alle guerre d'Oriente e alla quiete di Napoli, ove Virgilio allora viveva, si
chiude questo poema programmaticamente didascalico. Le Georgiche, perso tutto
quello che di noioso e freddo v'è nella precettistica rurale di ogni tempo, si
sollevano in forma di inno all'umanità dolente, ora curva sull'aratro, ora
colpita dai flagelli, non ultimo fra i quali la guerra civile. Se nelle
Bucoliche il Poeta, abilmente travestito con abiti pastorali, indulgeva ancora
ad astrusi giochi poetici, nelle Georgiche dà prova di maggior coscienza e
maturità artistiche, non disgiunte da un tentativo di adattare i suoi sentimenti
al clima politico del momento, inserendo vaste digressioni sulla morte di
Cesare, sull'impero di Ottaviano, sulle lodi d'Italia, sulle guerre in Oriente,
e perfino sulle virtù poeti che, belliche e civili dell'amico Gallo, benché poi,
caduto questi in disgrazia, ne abbia soppresso il nome. Più delle giovanili
Bucoliche, e dell'incompleta Eneide, il poema della natura e dei campi fecondati
dal lavoro umano segna, secondo i canoni stilistici e tradizionali, il culmine
cui la perfezione poetica di Virgilio poteva giungere; inquadrato invece nella
biografia, ed esaminato criticamente, esso rappresenta il decisivo e necessario
passaggio dall'alessandrinismo giovanile al maturo sentimento della romanità.
- Un perfetto accademico di Roma, che si può leggere nelle accademie e nei
collegi. (Lamartine) Uno dei più terribili pedantoni, uno dei più sinistri
rompiscatole che l'umanità abbia prodotto; i suoi pastori, lavati e ornati di
nappe, si versano sul capo, a turno, bicchieri colmi di versi sentenziosi e
gelidi. (Huysmans). Felice chi freme ai miracoli di questa poesia. Vi sono forse
al mondo un migliaio di versi come questi. Se essi perissero la terra
diventerebbe meno bella. (France). La fortuna dell'opera virgiliana è assai
notevole nella cultura italiana, particolarmente dal periodo umanistico al primo
Ottocento: numerose traduzioni testimoniano l'interesse per un libro didascalico
che si poneva come modello di eleganza letteraria e come documento di antica
civiltà. A cominciare dal Quattrocento, accanto a quelle dell'Eneide e delle
Bucoliche, è da annoverare una versione in terza rima dovuta a un anonimo
(Firenze, 1490 circa): con questo rifacimento si inizia la serie vera e propria
delle rielaborazioni letterarie. L'opera latina assume una veste diversa a
seconda degli atteggiamenti poetici dell'epoca. Così per la fortuna del
"capitolo" e del poema cavalleresco l'endecasillabo, che cerca di rendere
l'esametro latino, sembra cedere alla terza e all'ottava rima. Assai
interessante è la versione in sciolti del ferrarese Ant. Mario Nigresoli
(Venezia, Sessa, 1543): presentata da Fulvio Morato, l'opera accenna ai vantaggi
che la sua lettura può dare ai contadini, e afferma: "il verso di sciolta rima,
canoro, e con sei numeri, con tanta leggiadrezza e facilità colligato e
distinto, che insieme colla sua nuova maestade, a chi si sij possi esser
notissimo e piano". Tale atteggiamento didascalico è consono a particolari
tendenze della cultura cinquecentesca: ne sono esempio famoso la Coltivazione
dell'Alamanni e le Api del Rucellai. La fatica del Nigresoli, onesta, precisa e
non priva di eleganza, fu ben presto oscurata dagli sciolti del lucchese
Bernardino Daniello che pure se ne era abbondantemente valso come precedente
stilistico (Venezia, Grifio, 1549), e con un commento fa valere le ragioni per
cui il volgare può decorosamente rendere l'originale, e fa osservazioni sui
contadini e sull'agricoltura nelle varie parti d'Italia. La sua traduzione fu
ben presto considerata la più importante e la più fortunata dell'età del
Rinascimento, anche se indulge a una magniloquenza fiorita di immagini e assai
spesso per un suo libero rifacimento si vale più del testo del Nigresoli che
dell'opera latina. Invano il Nigresoli cercò di difendere il valore e la
precedenza della sua versione, anche con una ristampa riveduta delle sue
Georgiche (Venezia, Bascarini, 1552). La versione del Daniello fu compresa con
tutti gli onori nella celebre silloge delle opere virgiliane "nuovamente da
diversi eccellentiss autori tradotte in versi sciolti Et con ogni diligentia
raccolte" da Lodovico Domenichi (Firenze, Giunti, 1556): e divenne così tipica
da stornare ogni altro efficace tentativo letterario. Non resta da annoverare
per il Cinquecento che la meschina prova di un Santi Orlandi della Torre che
verso gli ultimi del secolo ridusse in ottava rima il primo libro delle
Georgiche (il manoscritto ne è conservato nella Vittorio Emanuele di Roma): il
tentativo documenta col suo metro una ripresa di tipo popolareggiante.
Pubblicazione tra divulgativa e didattica è quella della Georgica volgare,
tradotta parola per parola, con ampio commento, dal cortonese Filippo Venuti, e
pubblicata con le altre opere del poeta, rispettivamente curate per l'Eneide da
Giovanni Fabrini da Figline e per le Bucoliche da Carlo Malatesta da Rimini
(Bucoliche). Tra le traduzioni poetiche, dall'Ottocento a oggi, sono degne di
menzione quelle di Cesare Arici (1818, con dedica a Camillo e Filippo Ugoni), di
Dionigi Strocchi (1831) e, in ottave, di Francesco Combi (Venezia, 1873).
ENEIDE
Il
maggior poema della romanità, scritto da Publio Virgilio Marone (70-19 a. C.)
dopo il 29 fino alla vigilia della sua morte, e rimasto incompiuto, sia nei
versi, che qua e là appaiono non terminati, sia nelle incoerenze della
composizione e nella struttura della narrazione. Secondo la volontà del poeta,
caso avrebbe dovuto perire tra le fiamme, ma Augusto volle che si salvasse e si
pubblicasse, senza alcun ritocco. Consta di due parti di uguale estensione,
nettamente divise e distinte: la prima (libri I-VI), imitata dall'Odissea,
narra i viaggi di Enea, finché l'eroe giunge in Italia; la seconda
(VII-XII), imitata dall'Iliade, le guerre per la conquista del Lazio, fino
alla fondazione del regno di Lavinio. Dopo sei anni d'avventurosi viaggi, Enea
sta per giungere in Italia, quand'ecco Giunone riesce a disperdere le navi dei
Troiani che a stento approdano in Libia. Enea, mentre in compagnia del fedele
Acate esplora la regione, si imbatte in una giovane cacciatrice e da lei
apprende che v'è una città vicina, Cartagine, la cui fondatrice è Didone,
fuggita da Tiro dopo la morte del marito Sicheo. Quando la cacciatrice si
allontana, Enea riconosce in lei, dal suo celeste profumo, Venere madre sua. Con
Acate si avvia allora verso la città, dove si sta costruendo un magnifico tempio
a Giunone. Quivi sono istoriate le pareti del tempio con episodi della guerra di
Troia. Didone, cui Enea si presenta con i suoi compagni, invita l'eroe a
banchetto nel suo palazzo. Enea manda a chiamare il figlio Ascanio, perché venga
e porti doni alla regina. Ma Venere, che teme la perfidia cartaginese,
sostituisce il giovinetto addormentato con Cupido, reso simile ad Ascanio.
Didone, già presa d'amore, grazie a Cupido, prega l'ospite che narri della
caduta di Troia e della sua vita errabonda (Libro I). Enea comincia il racconto
dal giorno che precede la rovina: i Greci, costruito un enorme cavallo di legno,
lo riempiono di eroi e, simulando il ritorno, si nascondono dietro l'isola di
Tenedo. Ai Troiani stupiti un Greco prigioniero, Sinone, che si finge
perseguitato da Ulisse, dichiara che gli assedianti si sono decisi per il
ritorno, dopo aver costruito il cavallo per propiziare Pallade crucciata, e così
grande affinché i Troiani non lo possano introdurre dalle porte. Il sacerdote
Laocoonte mentre consigliava di non accogliere il cavallo, è ucciso da due
serpenti ed è creduto vittima della sua empietà. Vengono dunque abbattute le
mura della città per far passare il cavallo che è collocato sulla rocca. Quando
tutti sono immersi nel sonno, escono dalla costruzione gli eroi achivi. Enea,
cui compare in sogno Ettore, si sveglia quando bruciano già le case di
Troia; egli raduna un manipolo di prodi che, assaliti e uccisi alcuni Greci,
indossano le armi dei caduti per fare strage di nemici. Sopraffatti dal gran
numero soccombono. Enea rimane solo e corre alla reggia di Priamo, dove
vede morire il vecchio re; a tal vista si ricorda del padre suo, vecchio come il
re, della moglie Creusa senza difesa, dei figlio Iulo. Li raggiunge e col padre
sulle spalle, reggendo Iulo per mano, seguito da Creusa, che però presto
scompare nel tumulto, si avvia nella notte. Al sorgere del mattino, Enea prende
la via dei monti (Libro 2). Abbandonata la spiaggia troiana, prende terra in
Tracia, ma, poiché colà fu assassinato un figlio di Priamo, Polidoro, deve
lasciare la terra maledetta. A Delo, l'oracolo di Apollo, interrogato, risponde
che si cerchi la terra degli avi. Anchise suppone che questa sia Creta, dove
giunti fondano una città, Pergamea: ma la peste li caccia da quel luogo. Enea ha
una visione: gli appaiono i Penati e gli dicono che la madre antica è la terra
Ausonia, donde Dardano venne. Approdano quindi alle isole Strofadi: le arpie
predicono che Enea fonderà la sua città in Italia, ma dopo aver mangiato per
fame le mense. Arrivano ad Azio, donde approdano a Butroto. Andromaca, la
vedova di Ettore, che ha sposato l'indovino Eleno, appena vede Enea e le armi
troiane, sviene per la commozione. Dopo un patetico colloquio, Enea, ripreso il
viaggio, sbarca nel porto di Venere, che è il primo approdo nel suolo italico.
Arrivato in vista di Scilla e Cariddi, volge a sinistra e prende terra presso
l'Etna, nel luogo dei Ciclopi; costeggiata quindi la Sicilia, entra nel porto di
Drepano. Qui gli muore Anchise e così finisce il racconto di Enea (Libro 3). La
regina non sa ormai più dominare la sua fiamma: il connubio si compie in una
grotta, durante una caccia, ma è breve felicità. Giove manda a Enea Mercurio,
che gli rimprovera la sua inerzia e gli ricorda il regno d'Italia. Enea,
obbediente, ordina di preparare nascostamente la flotta e rimane inflessibile
alle preghiere della disperata Didone. Al mattino, mentre la flotta troiana si
allontana, la regina si trafigge su un rogo, dopo aver maledetto i Troiani e
predetto loro la vendetta di Annibale (Libro 4). Enea, giunto a Erice, dopo un
anno che Anchise è morto, offre libazioni e vuole che l'anniversario sia
solennemente celebrato con agoni. Ma Giunone manda Iride, che persuade le donne
a dar fuoco alla flotta per porre fine ai mali della lunga peregrinazione. Tizzi
ardenti sono gettati sulle navi, che vengono salvate da un acquazzone
provvidenziale. Enea, fondata la città di Acesta, dove han dimora le donne e gli
invalidi, parte per l'Italia col fiore dei Troiani. Giunto in vista d'Italia,
Palinuro, il timoniere della nave, vinto dal sonno, precipita in mare col
timone. Enea prende il governo della nave, e s'avvicina all'Italia (Libro 5).
Approda a Cuma, presso la spelonca della Sibilla, scende nell'antro, dove il dio
profetico annuncia nuovi pericoli e nuovi travagli, e, dopo essersi munito di un
ramoscello sacro dalle foglie d'oro, fatti sacrifizi a Proserpina e a Plutone,
va per il luogo sotterraneo delle ombre, finché giunge alla palude Stigia. Là
sono Caronte e Cerbero, il cane trifauce. Nel Limbo trova i bambini e i suicidi;
più oltre, nei campi del pianto, le anime dei morti per amore, fra le quali
Didone che lo respinge; più avanti i guerrieri caduti sul campi di battaglia.
Giunto alla reggia di Plutone, Enea depone il ramoscello d'oro; più innanzi, nei
Campi Elisi, il poeta Museo conduce Enea da Anchise, il quale mostra al figlio
le anime destinate a tornare sulla terra e in special modo i discendenti di Enea:
i re albani, Romolo, la gente Giulia. Inoltre, i grandi cittadini della
repubblica, Cesare, Pompeo, i due Marcelli, Claudio, il vincitore dei Galli
e dei Cartaginesi, e il giovane Marcello, nipote di Augusto. Enea torna alfine
fra i compagni (Libro 6). Si giunge alle foci del Tevere: l'eroe manda
ambasciatori al re Latino, che li accoglie benignamente, ravvisando in Enea il
genero straniero, annunciatogli dagli oracoli. ma Giunone chiama a sé Aletto,
perché susciti la discordia e faccia sì che Amata, la moglie di Latino, non
voglia che la figlia Lavinia sposi uno straniero, quando già è stata promessa a
Turno, re dei Rutuli. Questi, infatti, raduna i suoi. Tutto il Lazio è in
armi: passano in rassegna i guerrieri italici: Mesenzio, Lauso, Aventino,
Catillo, Cora, Ceculo, Messapo, Clauso, Aleso, Ufente, Umbrone, Virbio, Turno e
da ultimo Camilla, la vergine guerriera (Libro 7). Secondo il consiglio del
dio Tiberino, Enea risale il corso del Tevere, finché giunge a Pallanteo, una
povera città di pastori, sita sul luogo dove nascerà la grande Roma.
Presentatosi al re Evandro, egli ottiene facilmente ospitalità e alleanza;
Pallante, figlio di Evandro, lo seguirà. Durante il banchetto festosamente
offerto, Enea ascolta la narrazione delle gesta di Ercole, che ivi uccise Caco,
onde nacque il culto per l'eroe. Accompagnato dal re, visita quei luoghi che un
giorno diverranno famosi: l'ara massima, la porta Carmentale, la selva, asilo di
Romolo, il Lupercale e il monte Tarpeio. Intanto Venere, ottenute da Vulcano la
armi per il figlio, gliele porta, tutte istoriate con i principali fatti della
storia romana: la lupa e i gemelli, il ratto delle Sabine, Romolo e Tito Tazio
Mezio Fufezio, Orazio Coclite e Clelia, i Galli e il Campidoglio, i Salii, i
Lupercali, i Flamini; infine Catilina e Catone. Nel mezzo campeggia la battaglia
d'Azio (Libro 8). Turno durante l'assenza di Enea assale il campo dei Troiani,
cercando di dar fuoco alle navi. Ma Giove le trasforma in ninfe del mare.
Durante l'assedio al campo, Niso volontariamente si offre d'andare ad
avvisare Enea del pericolo che stanno correndo i Troiani; fedele amico gli si
aggiunge Eurialo. Ottenuto l'ambito incarico, escono di notte: attraversano
il campo dei nemici immersi nel sonno e ne fanno strage. Ma, sorpresi da una
pattuglia nemica che li insegue, Eurialo è preso; Niso, visto perduto l'amico,
ritorna indietro a vendicarne la morte e cade sul corpo dell'altro; le teste dei
due giovani, infitte su picche, sono esposte agli occhi dei Troiani. Esultanti i
Rutuli attaccano con tale audacia da riuscire a forzare la porta, per la quale
irrompe Turno, ma, separato dai suoi, è costretto a fuggirsene per il fiume (Libro
9). Giova aduna il concilio divino e, lamentando che gli dèi si siano mischiati
nella guerra, protesta che si deve lasciar libero il corso al destino. Enea,
stretta l'alleanza con Tarcone, capo degli Etruschi, è già in cammino con le
loro forze riunite. La sua nave avanza per prima, seguita da tutta la flotta,
finché giunge in vista del campo troiano. Turno, appena vede Enea, si precipita
a impedire lo sbarco, e nella zuffa affronta e uccide il giovane Pallante,
fregiandosi poi del balteo cesellato del caduto. Enea, che vuol vendicare la
morte dell'amico, cerca invano Turno, trasportato da Giunone lontano dal campo (Libro
10). All'alba avviene la solenne sepoltura di Pallante, che, tra i pianti, è
portato in funebre accompagnamento dal padre Evandro. Per seppellire i caduti si
pattuisce una tregua. L'ora incalza: affidato il comando della cavalleria alla
vergine Camilla, Turno si apposta in un'imboscata. Ma Camilla, nonostante il suo
valore, è uccisa da Arunte. La sua morte costringe Turno a uscire nella pianura
in campo aperto (Libro 11). Per evitare inutile spargimento di sangue il Rutulo
offre di battersi in duello con Enea: chi vincerà avrà come consorte Lavinia. Si
giurano i patti, ma la ninfa Iuturna, troppo temendo per il proprio fratello,
mescolandosi alla folla dei Rutuli, riesce a spargere il disordine e a far sì
che una freccia ferisca un alleato di Enea. Anche Enea, nella zuffa che ne nasce,
è ferito; della sua assenza dalla battaglia approfitta Turno per far strage dei
Troiani, ma prontamente risanato, Enea ritorna sul campo: tremano i nemici nel
vederlo e si volgono in fuga. La regina Amata, vedendosi perduta, si uccide.
Ormai non c'è più salvezza per i Rutuli. Turno, compresa la gravità del momento,
vuole una morte degna della sua nobiltà: accorso alle mura, invita Enea a
battaglia. I due si scontrano con indicibile furore, ma Turno, infranta la sua
spada sull'armatura di Enea, è costretto alla fuga, inseguito dall'eroe. Gli dèi
decidono che i Troiani vincano, ma che non siano essi a dare ai Latini il nome,
la lingua, le leggi: dalla morte di Troia nasca Roma. Turno ormai è perduto,
atterrato e ferito chiede grazia a Enea, il quale, impietosito, sta già per
donargli la vita, quando, vistogli indosso il balteo di Pallante, ricorda il
giuramento di vendetta e gli infligge il colpo mortale (Libro 12). Tale la
struttura epico-drammatica del poema, il più ricco di esperienze e di
spiritualità di tutta la letteratura latina, perché il poeta ha mescolato alle
favole antiche le ragioni ideologiche dei momento e i profondi sensi della
storia. Il fatale errare di Enea e il lungo travaglio della guerra latina danno
l'impressione di un destino sovrumano che incombe. Il meraviglioso e il
sovrannaturale, le divinità del cielo, della terra, del mare, dei fiumi, le
ninfe, gli eroi, i semidei si mescolano alle vicende degli uomini; ma il
sovrannaturale è sempre e soltanto usato come sublimazione del reale, come
potenziamento di affetti, sentimenti, passioni insiti nel cuore umano. Nel
quadro generale del poema, dalla caduta di Troia alla morte di Turno v'è un
unico e organico processo evolutivo, che deve condurre alla fondazione di Roma.
Ma se i fati dall'alto, inflessibili ed eterni, comandano, qui sulla terra gli
uomini rimangono a soffrire: il travaglio di Enea è tutto riposto
nell'aspirazione incontenibile di ricercarsi una nuova patria. Le pene
dell'animo, il rimpianto del passato la speranza di un futuro migliore, il
devoto attaccamento alla divina genitrice Venere e alla prole che nascerà da
Ascanio danno un maggior rilievo e un più intenso valore patetico alla promessa
dei fati e alla gloria della futura città. Ma tutto ciò non si identifica tanto
con il mondo eroico degli antichi, quanto con quello cavalleresco o quasi
cristiano dei più moderni. Aleggia per tutti i canti uno spirito ascetico, come
quello che suscita lo stato d'animo di una crociata. La stessa uccisione di
Turno non è un atto di ferocia, ma rappresenta il necessario epilogo di un
triste evento, prestabilito per aprire la via del regno latino e della grandezza
futura di Roma. Sotto questo aspetto il poema è veramente epico, ché l'epica dei
Romani, formatasi lentamente attraverso un processo d'evoluzione popolaresca e
letteraria, aveva, già da secoli, ricondotto l'origine dell'Urbe ai Troiani,
anziché ai Greci. Con Virgilio, tale concezione prendo una più sistematica e
complessa forma, in quanto egli suppone che i Troiani stessi derivino da Dardano,
signore di Cortona nell'Etruria, e che, quindi, distrutta Troia, essi ricerchino
l'antica patria. La derivazione troiana trova un ulteriore perfezionamento
nell'albero genealogico della famiglia Giulia, la quale, con Cesare e Ottaviano,
si vantava di discendere da Iulo Ascanio, figlio di Enea, epperò dal più
illustre dei Troiani venuti nel Lazio. Ma tutti questi elementi di propaganda
sono stati rielaborati liricamente e drammaticamente; i personaggi, in gran
parte di ambiente omerico, se perdono in parte la loro aureola mitica e
leggendaria, appaiono filtrati attraverso una esperienza ellenistica, e cioè
attraverso la tecnica sia del piccolo carme epico, o epillio, sia del teatro
borghese; sono, così, umani e non divini, alcuni quasi estranei all'epopea. Il
pretesto patriottico, l'ispirazione politica, l'occasione panegiristica, sebbene
più integrali e più connessi con gli avvenimenti di quello che non fossero le
allusioni fugaci delle Bucoliche (v.), le digressioni forzatamente inserite
nelle Georgiche, appaiono sempre come qualche cosa di sostanzialmente
diverso e di non interamente assimilabile dal genio poetico di Virgilio. Il
quale indugia più volentieri sul giovanetto Marcello, morto come Polidoro,
Eurialo, Niso, Pallante, Camilla, nel fiore dell'età, che non sui nomi illustri
dei grandi Romani, i Fabil, gli Scipioni, i Cesari. L'Eneide, a differenza dei
poemi omerici, non è l'epopea del divino, ma dell'umano, trasferito nella
leggenda. - Non so che cosa di più grande dell'Iliade sia per nascere. (Properzio).
Virgilio possiede la facoltà creatrice sobriamente, con scelta e con una specie
di lentezza. (Sainte-Beuve). Esametri dal suono di latta. allunganti le serie di
parole pesate a litro secondo l'immutabile ordine d'una prosodia pedante e arida...
versi grattugiati e burbanzosi con la loro aria ufficiale, con il loro basso
ossequio alla grammatica, ...versi tagliati meccanicamente con imperturbabile
cesura. (Huysmans). L'Eneide è un capolavoro di mosaico, eseguito dal più
paziente dei poeti alessandrini. (Lemaitre). * L'Eneide rimane per tutto il
Medioevo e il Rinascimento il modello di ogni poesia, e man mano che il moto
degli spiriti risalendo verso l'antichità classica procede alla santificazione
di Roma, si fonda anche la tradizione di Virgilio mago e compaiono i primi
rifacimenti e travestimenti del poema in cui è incisa la somma di tutto il retto
sapere. Dante assumerà Virgilio a simbolo della stessa ragione poetica e in Roma
vedrà la prefigurazione dell'impero cristiano. Il primo di questi travestimenti
è l'Énéas o Roman d'Énéas, poema in 10156 versi ottonari. Jacques Salverda de
Grave, dopo averlo stampato una prima volta a Halle nel 1891, ne ha dato
un'altra edizione critica condotta con mutati principi e pubblicata a Parigi nel
1925. È stato redatto intorno al 1160, in dialetto normanno, non sappiamo da
chi; s'è pensato a Benoît de Sainte-Maure, autore del Romanzo di Troia, e a
Maria di Francia; ma l'una e l'altra assegnazione restano ipotesi poco campate.
Virgilio v'è seguito abbastanza fedelmente quanto a contenuto; ma l'ordine
dell'azione, che vuol essere esattamente cronologico, appare qua e là permutato.
La versificazione è sciolta. Che la materia antica, come in tutti gli altri
poemi del cosiddetto Ciclo classico, sia stata trasposta, nel nostro
rifacimento, la termini sociali medievali, è superfluo dire, sebbene esso palesi
meno ripugnanza dei confratelli a mantenere elementi dell'apparato mitologico.
Quel che gli conferisce una posizione propria nell'ambito della storia del ciclo
è il manifesto influsso ovidiano: i suoi episodi amorosi non sono ancora
improntati alla raffinata galanteria che di lì a poco costituirà l'essenza dei
romanzi cavallereschi, ma sono permeati da un interesse psicologico pel fatto
amore in sé e per sé, per la sua natura e definizione, pel modo del suo nascere
e per le sue manifestazioni, che ha il punto di partenza nella letteratura
ovidiana, e che sottolinea stridentemente il distacco dallo spirito e dai gusti
della vecchia letteratura epica francese, addirittura ignara d'ogni
complicazione sentimentale.
Una traduzione del romanzo francese Énéas è
l'Eneide del limburghese Heinrich von Veldeke (fiorito nella seconda metà del
sec. XII). Incominciata forse intorno al 1170, fu finita prima del 1190, dopo
una interruzione dovuta al fatto che il ms., contenente i versi 1-10933, fu
rubato alle nozze della protettrice del poeta, la contessa Margherita di Cleve,
da un conte di Turingia, e il Veldeke ne rientrò in possesso soltanto nove anni
dopo. Il romanzo francese era "una composizione romantica" col materiale
dell'Eneide virgiliana, "in cui i nomi erano antichi, ma la natura dei fatti, i
titoli de'personaggi, gli usi descritti, il colorito generale come il sentimento
erano cose proprie della vita contemporanea, e rispondenti all'idea cavalleresca
e cortigiana d'allora" (Comparetti). L'Eneide di H. v. Veldeke (la cui lingua
riflette fortemente il dialetto del poeta, nativo dei dintorni di Maastricht) è,
invece, una traduzione nel senso medievale, e cioè un rifacimento. Ne dà già la
misura il numero dei versi, che sono 13528 di contro al 10156 del romanzo
francese. Questo ampliamento è dovuto però non tanto a nuove invenzioni quanto a
stemperamento e a una inserzione continua di particolari coi quali una primitiva
logica realistica distrugge la logica poetica. Valgano per esempio i versi
2448-60, nei quali Anna, trovando chiusa la camera di Didone, si mette a
picchiare alla porta e gira invano la maniglia, finché le viene in mente di
guardare attraverso il buco della serratura e così scorge il corpo combusto
della amorosa e infelice regina! Il racconto vivace del Normanno si appiattisce
in questo modo nel rifacimento dei Limburghese in una insistente descrittività,
specialmente di abiti e vesti, affatto meccanica, ossia senza neanche il pregio
di un vivace decorativismo. L'autore manca di stile; non solo, ma non domina
neanche bene il mezzo espressivo, il verso e la rima: di qui le zeppe, le
formule, le ripetizioni. Come avviene ai provinciali, il Veldeke, accogliendo di
Francia gl'ideali della cortesia cavalleresca, li esagera e li irrigidisce.
Così, non esita a togliere parole che avrebbero potuto turbare delicate orecchie
cortesi, come "fellonia" e "codardia"; tralascia le sentenze sulla mobilità
della donna; sopprime luoghi indecenti come le insinuazioni sulla pederastia di
Enea da parte della madre nel vivace contrasto colla figlia Lavinia innamorata;
trasforma i vili pastori in guerrieri, gli arcieri in nobili, secondo modi che
ricordano le convenzioni sociali e poetiche della Francia prima del
Romanticismo; si dilunga nella cronaca stilizzata di cerimonie, ricevimenti,
feste. Come quella che corrispondeva ai bisogni dei tempi, l'Eneide ebbe un
grande successo in Germania. Da una parte per una ragione formale, in quanto che
l'introduzione nella poesia tedesca, da parte del Veldeke, della rima pura
invece della solita assonanza fu novità apprezzatissima. Poi, per l'interesse
della materia e la novità del genere. Reminiscenze ed echi dell'Eneide
ricorrono, infatti, numerosi nella letteratura poetica immediatamente
posteriore, compresi il Parsifal di Wolfram e il Tristano di Gottfried von Strassburg. Wolfram chiama
espressamente il Veldeke suo maestro; e Goffredo ne tesse un caldo elogio nel
Tristano (4724 sgg.).
L'età dell'Umanesimo si avvicina alle opere del
Mantovano con una conoscenza del latino e dalle fonti classiche ignota a quella
precedente; perciò, accanto alle ricerche grammaticali e storiche e alle
imitazioni, offre i primi esempi di volgarizzamenti del poema, dapprima
rozzamente letterari o parziali, e poi sempre più guidati da necessità
artistiche fin in gara con l'originale. Al principio del Trecento compare una
riduzione in prosa (tradotta dalla riduzione latina di un Anastagio, creduto
Greco di origine); largamente diffusa è poi stampata nel 1476. Ne esiste
manoscritto un rifacimento di origine fiorentina dovuto a un Andrea Lancia. Il
primo volgarizzamento completo, con colorito senese, è quello, assai inesatto,
di Ciampolo di Meo degli Ugurgieri (edito da A. Gotti, a Firenze, nel 1858). La
necessità di porre un pubblico di dame e di gentiluomini a contatto con l'antica
Eneide spiega il modo con cui il poema è reso, secondo motivi cavallereschi e
squisitamente legati alla tradizione italiana. Un travestimento in ottava rima,
per opera di un ignoto del rifacimento del Lancia apparve a Venezia nel 1528.
Rimase manoscritto il volgarizzamento assai libero e impreciso, pure in ottave,
dovuto per i sei primi libri a un altro anonimo (Codice Laurenziano, XLI, 41).
Con Il Rinascimento s'inizia un'epoca nuova nei volgarizzamenti dell'Eneide, che
diventano numerosi e svariati. Se a stampa negli ultimi del Quattrocento era
apparso il solo lavoro del Lancia, nei primi del nuovo secolo assai numerose
sono le versioni italiane. Per il primo libro esce a Venezia nel 1532, in terza
rima, quella di Emilio Cambiatore da Reggio: è la prima non toscana. Stesa in
decenni precedenti, e già mal giudicata dal Guarino, venne rifatta con un tono
cinquecentesco da un Giampaolo Vasio e edita nel 1539. Sempre in Venezia, nel
1540, vennero tradotti in sciolti i primi sei libri, quale opera di sei
gentiluomini in onore di sei dame: notevoli le versioni del cardinale Ippolito
de'Medici per Giulia Gonzaga e di Alessandro Piccolomini per Frasia Venturi.
Quest'opera (di cui era nota in passato una copia con la giunta dei libri
VII-VIII) fu ristampata nel 1544: e ben conferma il carattere mondano ed
elegante con cui il poema venne accolto nella magnifica vita del Rinascimento
anche al di fuori di interessi strettamente culturali. Nella raccolta completa
delle opere virgiliane in rima toscana, apprestata in Firenze nel 1556 da
Lodovico Domenichi, la versione dei gentiluomini fu ristampata, ma Tomaso
Porcacchi sostituì con una propria la parte di Aldobrando de'Cerretani. Costui a
sua volta tradusse in ottave, con ampi rifacimenti tutto il poema e lo pubblicò
nel 1560 nella stessa città. È questo un "travestimento" di tipo ariostesco
assai singolare, e si ispira a una solennità degna della cavalleria e delle
nuove imprese dei condottieri italiani, a esempio con lodi a Cosimo I de'Medici
in bocca ad Anchise, e simili; laddove l'opera dei gentiluomini, nel centone del
Domenichi, ha più che altro un carattere disinvolto e manierato, da galanteria
di società, che ne spiega la fortuna a tutto il Seicento. Ancora in ottava rima
è la versione di Alessadro Guarnello, col primo libro (a Venezia, senza
indicazioni di stampa e di data, poi in Roma nel 1554 e in ristampe) e col
secondo (a Venezia nel 1573, con ristampe). Un manoscritto completo di tale
traduzione, noto nel Settecento, fu evidentemente disperso in seguito. Nei 1542
Pietro Aretino magnificava all'Alamanni la versione dell'ottavo libro, opera
manoscritta dal patrizio veneto Giustiniani. Nel 1567-68 viene pubblicata
postuma la versione dell'intero poema di Ludovico Dolce. Sei versioni parziali
escono tra il 1562 e il 1589; migliore è quella del 1584-85 per i due primi
libri dovuta a Giovanni Andrea dell'Anguillara (famoso per il libero
volgarizzamento delle Metamorfosi, v., di Ovidio) e ristampata perfino
nell'Ottocento. Con questo traduttore si sente che ormai l'Eneide latina non è
che un pretesto per una nuova creazione d'arte: con eleganza, ma anche con
disinvoltura, l'antico classico è considerato come un canovaccio che la stessa
ottava fa rifiorire fin con nuove situazioni. Davanti all'esempio
dell'Anguillara, che rifà il poema virgiliano nella scia dell'Orlando furioso,
Annibal Caro (1507-1566) più sottilmente letterato ma non meno disinvolto, si
inserisce nella tradizione che era stata dell'Alamanni e dei Trissino. quella
del verso sciolto, e finisca col vincere la prova con maestria: la sua Eneide,
del 1563-66, pubblicata postuma a Venezia nel 1581. è così veramente in Italia
la classica versione del capolavoro virgiliano. Lo scrittore, desideroso per
gran tempo di scrivere un poema epico, essendo avanti negli anni, si appassiona
alla sua versione cercando di ricreare secondo un proprio modo l'opera del poeta
antico. In tal modo con vivacità e grazia questa Eneide italiana acquista un suo
posto tra le opere che si possono chiamare originali: gli episodi sono rivissuti
con un nitore plastico degno del Rinascimento; e il tono elegiaco rispecchia
bene, sia pure con qualche manierismo, quello di Virgilio; le avventure sono
rese con una varietà snodata e libera, tanto da mostrare qualche volta le
caratteristiche di una versione "bella ma infedele". Non vale a superare lo
stilizzamento dell'Eneide ormai fissata col verso eroico nella letteratura
italiana la versione, in ottave, del mantovano Ercole Udine, pubblicata nel
1597, e ristampata nel 1600, né quella del primo libro, in esametri italiani, di
Bernardo Filippini, del 1659. Un posto a sé, per la sua utilità pratica e anche
per l'esattezza filologica, merita una versione letterale. parola per parola,
delle varie opere (Venezia, Sessa, 1588): l'Eneide fatta italiana da Giovanni
Fabrini da Figline si accompagna alle Bucoliche e alle Georgiche tradotte da
Carlo Malatesta da Rimini e da Filippo Venuti da Cortona, e, come solennemente
dichiara il titolo dell'impresa, "con ordine, che l'espositione Volgare dichiara
la Latina e la Latina la Volgare, et è utile tanto a chi in questo poema vuole
imparare la lingua Latina, quanto a chi cerca d'apprendere la Volgare". Pur con
aperte concessioni al gusto dell'epoca e interpretazioni allegoriche e morali
estranee al testo, questa silloge ha un valore didascalico notevolissimo, specie
per il fatto che tre appartenenti a diverse regioni d'Italia si erano uniti in
un lavoro collettivo al di fuori di particolari tendenze letterarie. L'opera fu
ristampata più volte, almeno a tutto il Settecento, ed ebbe fortuna fin tra gli
scolari. In tal modo il culto e la fortuna di Virgilio dal Medioevo a tutto il
Rinascimento venivano a fondersi con la stessa tradizione nazionale, or sotto il
segno della dottrina or sotto quello della poesia.
L'influsso dell'Eneide è
stato enorme su tutte le altre letterature europee, dove sono innumeri le
traduzioni e le imitazioni. Una delle prime versioni in ordine di tempo è
L'Eneida spagnola (1427-28) di Enrique de Villena (1384-1434), seguita da molte
altre. In Inghilterra è famosa la traduzione (1535) di Henry Howard, conte di
Surrey (1517-1547), perché introdusse per primo nella poesia inglese il "blank
verse", cioè il "verso eroico", usato dal Chaucher nei Racconti di Canterbury
(v.), ma spoglio della rima, tale da echeggiare l'esametro latino. Seguirono The
Bukes of Eneidos (1553) di Gavin Douglas, la versione dei primi nove libri di
Thomas Phaer (1562), quella dei primi quattro libri in esametri inglesi dello
Stangherato (1582) e quella completa (1697) superiore a tutte, di John Dryden
(1631-1700). Moltissime le versioni e i travestimenti moderni francesi e
tedeschi.
PUBLIO VIRGILIO MARONE