VIRGILIO
Bucoliche - Georgiche - Eneide
Virgilio nel medioevo
Publio
Virgilio (o Vergilio) Maróne (latino, Publius Vergilius Maro),
poeta latino [Andes (forse l'odierna Pietole), presso Mantova,
70 a. C. - Brindisi, 19 a.C.], per la vastità della fama e
l'influsso esercitato sulla cultura latina e occidentale, è il
principe dei poeti di Roma.
Era di una famiglia di agricoltori, probabilmente non troppo
modesta (come invece disse la tradizione); fu infatti avviato
presto agli studi, dapprima a Cremona, poi a Milano, centro
culturale della Cisalpina. Fra il 55 e il 50 venne a Roma, dove
sembra che studiasse eloquenza alla scuola di Elpidio, maestro
di grande reputazione, ma il suo scarso interesse per questi
studi e le condizioni politiche particolarmente gravi di quel
tempo (guerra civile tra Cesare e Pompeo, e conseguente
dittatura di Cesare) lo trattennero dall'intraprendere il corso
degli onori. Già allora, molto probabilmente, prese a
esercitarsi nella poesia e ben presto, seguendo la più intima
vocazione e attratto dal fascino di Lucrezio (il cui poema era
apparso da non molti anni), si dedicò alla meditazione
filosofica. Maturò così in Virgilio una sincera adesione
all'epicureismo, e per addottrinarsi meglio in quella filosofia
si recò a Napoli (dove fiorivano le scuole di Sirone e di
Filodemo), nel 45, poco prima che esplodesse in Roma, con
l'uccisione di Cesare, la nuova gravissima crisi politica. Al
soggiorno napoletano Virgilio rimase sempre assai affezionato, e
a Napoli trascorse gran parte della sua vita, anche quando aveva
ormai abbandonato la stretta fede epicurea. Dopo quel primo
soggiorno napoletano, Virgilio, tornato nei suoi poderi
mantovani, vi ritrovava concretato l'ideale dell'hortus
epicureo, l'angolo appartato dalle tempeste della vita, ove
poter meditare con serena tranquillità.
E la campagna fu per lui la massima fonte di ispirazione
poetica; sensibilissimo alle bellezze e ai significati
spirituali del paesaggio e della quiete dei campi, scrisse le
Bucoliche, l'opera dalla quale venne improvvisamente innalzato
alla fama. Frattanto un grande sommovimento politico era in
corso nell'Impero: dopo Filippi, i triunviri ordinarono
confische di terre a favore dei loro veterani, e Mantova, vicina
a Cremona, punita per aver parteggiato per gli sconfitti, subì
la sorte di questa città: così Virgilio perdette a beneficio dei
veterani il podere avito. Soltanto grazie all'intervento di
Ottaviano, al quale era ormai vicino, tramite potenti amicizie
come quelle di Alfeno Varo, Cornelio Gallo e Asinio Pollione,
poté tornare in possesso della sua terra; sennonché, alcuni anni
dopo, Alfeno Varo, incaricato di una nuova spartizione delle
terre ai veterani, non seppe o non volle aiutarlo col suo
intervento presso il principe, e Virgilio perse definitivamente
il podere.
L'amarissima esperienza trovò profonda eco nella sua anima, e si
tradusse nella poesia; non solo nelle Bucoliche, la cui
composizione si estese lungo questi anni (furono finite e
pubblicate a Roma, dove Virgilio venne, definitivamente esule da
Andes), ma anche nelle Georgiche e, in generale, in tutta la sua
opera. Lontano da Andes, nei nuovi soggiorni romani e napoletani
nacquero le Georgiche, fra il 37 e il 30, compiute proprio
mentre Ottaviano conquistava l'Egitto e sistemava l'Oriente. Ed
è in questa atmosfera di trionfo che fu concepita la maggiore
opera di Virgilio, l'Eneide, cui il poeta attese tra il 29 e
l'anno della morte, con un decennio di lavoro nutrito di grandi
studi filosofici, storici, antiquari, letterari, nei quali
maturò definitivamente la sua concezione dell'esistenza, della
storia umana, della romanità. Al suo maggior poema, però,
Virgilio non poté dare l'ultima mano. Nel 19 partì per la Grecia
e l'Oriente, dove intendeva raccogliere notizie che gli
servissero per un'ultima generale rielaborazione dell'Eneide;
ma, ammalatosi durante il viaggio di ritorno, giunto a Brindisi,
morì. Aveva dato disposizioni perché il poema non perfetto fosse
dato alle fiamme, ma la volontà di Augusto prevalse e l'Eneide
venne pubblicata a cura di Vario e Tucca, fedeli amici del
poeta. Virgilio fu sepolto a Napoli, sulla via di Pozzuoli, nei
luoghi che in vita aveva avuto più cari.
Assai discussa è la paternità virgiliana delle composizioni
raccolte sotto il titolo convenzionale di Appendix Vergiliana. È
prudente perciò prescinderne nel ricostruire la vita e la
formazione di Virgilio; oggi si tende a vedere nella composita
raccolta il frutto di attribuzioni erronee e di volontarie
falsificazioni.
L'opera che dette la fama a Virgilio e nella quale si dispiega
per la prima volta già matura e potente la sua poesia, sono le
Bucoliche. Queste singolari composizioni dimostrano già
nell'artista appena trentenne una straordinaria capacità di
creare forme nuove, pur seguendo tutti i dettami della
tradizione letteraria. Nelle Bucoliche sono trasfigurati in
linguaggio poetico i precetti di vita propri della filosofia
epicurea ("vivi appartato", "vivi in segreto"), che spinsero il
poeta a evadere dalla realtà dolorosa della vita sociale in un
mondo individualistico, privo di bisogni e ambizioni, quale
appunto quello dei suoi pastori. La moda della poesia pastorale
di modello greco già preesisteva in Roma: ma per Virgilio non
era più questione di abilità o di originalità puramente formale
nell'imitare l'inimitabile modello teocriteo, bensì di costruire
un vero e proprio mondo fantastico personale, che rispecchiasse
le sue interiori esperienze e le sue esigenze morali, vissuto
con intensità, costruito nell'animo, non ricevuto né imitato. E
vibra nelle Bucoliche l'eco di quel mondo esterno di cui il
poeta, che lo soffriva intimamente, intendeva liberarsi; e a
temi "realistici", come la spoliazione dei campi a favore dei
veterani, si ispirano alcuni tra i più nobili versi delle
Bucoliche. È già presente in queste la tendenza di Virgilio a
trasporre sul piano del racconto fantastico, in un tempo remoto,
i sentimenti e le angustie del suo tempo e di sé stesso, che poi
riemergerà potente nell'Eneide. L'atteggiamento della
sensibilità virgiliana nelle Bucoliche non è drammatico; ma pur
nell'eleganza del gioco pastorale, nella gentile musicalità dei
versi perfetti, si fa strada un profondo sentimento tra elegiaco
e virile del soffrire umano, delle sue dimensioni cosmiche, dei
legami profondi che uniscono in armonia nascosta l'uomo nel suo
vivere e sentire all'universa natura. Che qui si presenta ancora
esteriormente come la natura dell'idillio teocriteo, purissimo
mito artistico; se non che spesso anche questo limite formale si
spezza e in versi di ampio respiro si delinea quel maestoso
senso panico che sarà poi caratteristico delle Georgiche, e
accompagnerà il dolente epos di Enea. La vena poetica "bucolica"
(non per i suoi esteriori riferimenti alla vita dei pastori, ma
per il suo vero significato poetico di senso del paesaggio
naturale, in cui vive immerso l'uomo) sarà sempre una costante
della poesia virgiliana.
Ancora dalla campagna, ma ora sentita non più tanto come
paesaggio e stato d'animo, quanto come la Madre Terra, fecondata
dalle fatiche umane, nacquero le Georgiche. L'intendimento
esteriore era didascalico; le Georgiche sono un poema complesso
e organico, che esalta e descrive ogni aspetto dell'agricoltura
e dell'amore per la terra, la coltivazione dei campi, la cultura
degli alberi e particolarmente della vite, l'allevamento del
bestiame, la cultura delle api. Sappiamo dal poeta stesso che
l'opera gli fu suggerita e quasi imposta da Mecenate, nel clima
dell'illuminata restaurazione augustea dei tradizionali valori
italici; ma naturalmente il più profondo e vero suggerimento
nasceva nell'anima di Virgilio stesso, dal suo genio poetico e
dalla sua storia spirituale, dalla comprensione immediata che
egli ebbe dei bisogni, delle aspirazioni e delle tendenze più
vive della sua epoca. In gioventù Virgilio aveva nutrito grande
ammirazione per la concezione scientifica della natura di
Lucrezio; ma ora, senza dimenticare l'esperienza lucreziana, fu
indotto a cantare la realtà naturale dal punto di vista delle
umili cose della vita e del lavoro umano: continuava a
considerare impresa sublime il perlustrare spregiudicatamente
gli aspetti della natura, ma accettava con religiosità anche il
mistero, cantando gli idoli dell'immaginazione e della credenza
popolare. L'epicureismo è superato in una nuova e più complessa
sensibilità che nasce dalla comprensione per l'uomo, le sue
passioni, e i suoi doveri: è una sensibilità più umile nel
rispetto delle tradizioni che sostengono le fatiche dei campi, e
insieme più superba, perché quelle fatiche assumono il carattere
di un epos, l'oscuro epos del tenace contadino. Grande finisce
così per essere il distacco dal mondo poetico delle Bucoliche;
l'idea culminante è sempre quella della pace, ma non più
l'egoistica pace epicurea, cercata nel rifugio di una mitica
Arcadia, bensì la pace operosa, realizzata fra gli uomini,
consacrata dall'osservanza delle consuetudini, delle leggi,
delle istituzioni civili. Il mondo irreale e musicale delle
Bucoliche si allontana per cedere il posto a un più immediato
senso delle cose, a una severa poesia dell'etica umana. La
concezione virgiliana della vita è ormai nelle Georgiche
dominata dal senso del dolore; mali di ogni sorta, difficoltà,
sventure incombono sugli infelici mortali; nulla si ottiene
dalla terra senza sudore e senza fatica, le forze misteriose
della natura minacciano d'ora in ora la vita e le opere,
piombano su animali, seminati, piante, raccolti e sovvertono
tutto, costringendo l'uomo a riprendere ogni volta pazientemente
l'opera sconvolta. Ma il poeta ha scoperto il senso
provvidenziale della sofferenza e del dolore inteso come
redenzione morale, come condizione indispensabile per creare
qualcosa di grande; il dolore come mezzo per dare valore e
dignità alla vita. Il lavoro vincendo le avversità incentiva
l'agricoltura, fondamento primo della grandezza di Roma. Viene
così affrontato dal poeta il grande tema della eroica fatica
umana, sentita non solo nel suo presente quotidiano, ma nel suo
significato profondo di opera dei secoli e nei secoli, come
storia. Nelle Georgiche è maturata la complessa sensibilità
poetica e morale virgiliana, che è insieme moralistica e
storica, che sente la idealità delle vicende umane nella loro
dimensione eterna e anche nel loro essere realizzate nel tempo:
la pace e la forza del mondo romano augusteo vivono oggi del
silenzioso eroismo dei contadini, delle loro umili fatiche
compiute con virile rassegnazione; e questo eroismo ricorda il
mitico eroismo dei guerrieri troiani che in cerca di una terra
da coltivare e di una città da fondare giunsero ai lidi di
Lavinio e ai colli, ancora selvosi, della futura Roma. Il triste
pastore Aristeo, figlio di una dea, che vede morire i suoi
armenti vittime dell'ira del defunto Orfeo, e dalla bocca del
veggente Proteo apprende il suo destino di allevatore delle api
(Georgiche, IV), anticipa nella sua modestia agreste la
grandiosa immagine del dolente Enea, fondatore destinato dal
Fato. Dalle Georgiche conviene muovere per intendere certi
momenti essenziali della genesi dell'Eneide.
Virgilio, dopo aver a lungo studiato e meditato, sentì di non
dover assumere ad argomento diretto ed esplicito del suo canto
le grandi gesta di Augusto, che riempivano allora il mondo,
troppo legate alla contingenza storica; ma l'approfondita
sensibilità poetica lo indusse a cercare una prospettiva
diversa, più efficace e consona al suo genio. Egli trasferì in
modo radicale la realtà dell'oggi, cioè le gesta di Augusto, e
le aspirazioni e le glorie del nuovo impero, in una visione più
larga, che dal punto di vista del passato mitico-storico
abbracciasse il presente e il futuro. Così, al posto di Augusto
sottentra la figura mitica di Enea, di colui cioè che era
considerato il capostipite della famiglia Giulia e il fondatore
e rappresentante dello stato romano. E la prospettiva
storico-mitica fa sì che il vero protagonista del poema ora non
sia tanto il poetico personaggio di Enea, ma la storia di Roma,
drammaticamente onnipresente, e di tutto il popolo romano. Con
l'Eneide, Virgilio si riavvicinava alla poesia arcaica romana,
gettando un ponte di là dalle esperienze neoteriche e
lucreziane; ma nella sua opera le vicende presenti e le passate,
la storia e la leggenda, la realtà e l'ideologia si fusero con
procedimento poetico ben altrimenti complesso di quello dei suoi
predecessori. Tutti gli elementi storici, come le gesta di
Ottaviano e le glorie e aspirazioni del nuovo impero, non sono
esposti direttamente come materia di narrazione, ma per via
indiretta, sotto forma di digressioni fantastiche e favolose, a
rappresentare lo spirito animatore dell'unico argomento, le
gesta di Enea. Così Virgilio, superata la concezione
annalistica, attingeva con naturalezza a Omero, suo massimo
modello; e tuttavia la sua vigile sensibilità lo indusse a
superare felicemente la prova dell'"imitazione" (pur
coscientemente ricercata), creando un rapporto tra la poesia sua
e quella di Omero che va ben oltre l'imitazione pura e semplice,
anche là dove la tecnica narrativa epica sembra senz'altro
ricalcata sul grande modello antico. Poiché tra Omero e Virgilio
c'è un rapporto profondo: prima di essere un modello, Omero fu
per Virgilio intima esperienza culturale. Nonostante le svariate
derivazioni dotte, nonostante le strette analogie omeriche,
l'Eneide risulta perciò un poema essenzialmente originale e
moderno. Virgilio rivolge la sua attenzione ai moventi
psicologici, ai travagli spirituali, alle leggi eterne che
regolano il divenire della storia. I suoi eroi epici sono ben
altro che "primitivi" (neppure nel senso, già esso assai
particolare, di Omero); presuppongono tutta l'esperienza morale
e poetica del mondo greco, dai poeti tragici ai recenti poeti
ellenistici, e insieme l'acquisizione di tutti gli elementi
propri della sensibilità etica romana, maturata in una cultura
ormai secolare. Nell'Eneide, troviamo Virgilio nei suoi aspetti
più personali e suggestivi: oppresso dalla continua
irresistibile presenza del dolore, ansioso di pace e di
liberazione. Ed è notevole come egli abbia fuso il suo
fondamentale atteggiamento spirituale, antieroico ed elegiaco,
con la necessità di cantare in forma epica le glorie di Roma: il
risultato è la creazione di un nuovo valore dell'epos. Davanti
alle imprese di guerra e di conquista Virgilio non si esalta,
quanto si duole per i patimenti e gli strazi da quelle
provocati. L'eroe del poema, Enea, aborre dalla guerra e dalle
azioni violente e crudeli, ma vi si presta per sentimento
religioso di obbedienza ai voleri del Fato. Poiché Enea è il
simbolo del cammino necessario dell'umanità, originato
dall'imperscrutabile volontà del Destino, riscattato
dall'adesione piena, per quanto dolente, della volontà morale
dell'individuo destinato. Virgilio, nella massima tensione
poetica e morale della sua vita, ha scoperto l'epos della
violenza voluta dal Fato, attuata col sacrificio e riscattata
dalla consapevolezza della universale dura sorte umana. Enea e
Turno e i loro compagni e alleati risultano così poetiche
creature vive e drammatiche, le cui gesta hanno per sfondo un
antico vergine Lazio, immerso in una natura lontana nel tempo,
una natura "antica". Donde la sublime poesia delle selve chinate
a far ombra sul Tevere, stupefatte al nuovo spettacolo delle
navi d'Enea remeggianti verso gli abituri dell'arcade Evandro,
che abita i selvaggi boschi del Palatino; o dell'arcana luce
lunare che tra il fogliame dell'antica foresta laziale percuote
scintillando le armi di Eurialo e Niso, destinati a morire.
Così la storia di Roma e di Augusto è proiettata dall'alto delle
lontane origini o meglio dal profondo della dimora
extra-temporale dei defunti: infatti i gloriosi rappresentanti
della storia romana compaiono nella profezia data nell'Ade
dall'ombra di Anchise che mostra a Enea le anime in attesa della
futura reincarnazione (libro 6°, in cui è narrata la discesa di
Enea agli Inferi). Qui la dottrina religioso-filosofica di
Virgilio arricchita di temi pitagorico-orfici, si risolve tutta
nella poesia. L'immensa epopea culminante nella gloria di Cesare
e di Augusto si svela agli occhi dell'errante Enea, dal fondo
della terra, come una storia futura di morti. Virgilio presenta
alla fantasia del lettore la sfilata dei grandi della storia di
Roma nella veste di ombre; che dovranno bensì incarnarsi e
vivere il loro glorioso destino, ma che nel frattempo non sono
altro che ombre. In realtà, per Virgilio il mondo dei morti è il
luogo dal quale meglio si vede e chiaramente si intende il mondo
dei vivi e il poeta non può non guardare, attraverso l'ombra
dell'al di là, anche quella storia di Roma e quella gloria dei
Giulî cui profondamente crede come a realtà ben vive. La morte è
scontata per Virgilio come condizione preliminare, cosmica,
della vita stessa. Ormai era ben lontano dall'idea epicurea che
"la morte è nulla"; anzi il regno dei morti è ben più ampio di
quello dei vivi, e questo, in certo modo, è incluso in quello.
Il lettore del poema della romanità augustea non dimenticherà
facilmente d'aver veduto gli eroi artefici di quella gloria
andare lungo la riva del Lete, il fiume dell'oblio, per gli
omerici campi fioriti d'asfodelo. E tornerà con la mente
all'altro grande libro dell'Eneide, il II, il libro
dell'incendio di Ilio: quando un'altra tormentata ombra, Ettore,
chiama il dormiente Enea al suo destino di portare i Penati alla
lontana spiaggia di Lavinio, culla voluta dal Fato per la gente
romana.
La fortuna di Virgilio
- L'opera di Virgilio svolse una funzione formativa per parecchi
secoli; durante il Medioevo e fino al Rinascimento dominò la
cultura occidentale. L'Eneide, oltre a costituire il poema più
grande della latinità, fu accettata anche dalla cultura
cristiana e fu il modello più alto per la poetica del
Rinascimento. Il primo e decisivo tramite della fama di Virgilio
fu l'insegnamento e l'ambiente scolastico, che consacrò il
valore pedagogico, didascalico, formale dei poemi virgiliani.
Fin dai tempi dei suoi contemporanei, su Virgilio si scrisse
sempre moltissimo, e abbiamo studi e ricerche a carattere
esegetico, grammaticale, linguistico, mentre nei secc. III, IV,
V si privilegiò l'interpretazione di Virgilio come maestro di
retorica e di stile. L'attività scolastica, pur immiserendo la
comprensione del valore poetico nel culto del valore oratorio,
ebbe il merito di consacrare in modo definitivo la grandezza e
originalità del genio virgiliano. Fra gli apologisti e gli
esegeti della tarda latinità – che, nonostante storture e
notizie eterogenee e dubbie, ci danno un'interpretazione
abbastanza fedele della poesia virgiliana – vanno ricordati Elio
Donato, Servio, Tiberio Claudio Donato, Macrobio; questi, e
soprattutto Servio, accompagnarono per tutto il Medioevo la
lettura di Virgilio; mentre la principale fonte storica per la
conoscenza della biografia virgiliana fu Elio Donato.
Singolarissimo interesse, come prima dispiegata affermazione
d'una sensibilità "medievale", ha l'opera di Fulgenzio (sec.
V-VI), il De continentia virgiliana. Qui l'Eneide è letta in
chiave allegorica e morale, quale complessa metafora della vita
umana; sì che ne è grandemente agevolata la penetrazione negli
ambienti ecclesiastici. Nel processo di cristianizzazione
dell'opera virgiliana influì poi singolarmente la quarta
Bucolica, che, con le sue solenni promesse di un'età
pacificatrice e redentrice, fu scambiata per un sicuro presagio
dell'avvento di Cristo. Nei misteri francesi, per esempio,
Virgilio è messo nel corteo dei Profeti insieme alla Sibilla.
Anche in Dante vi sono residui della valutazione allegorica e
anagogica di Virgilio, e nell'episodio di Stazio (Purgatorio) è
celebrato il valore anticipatore, se non profetico, di Virgilio
rispetto al messaggio cristiano. D'altra parte, la stessa
personalità storica di Virgilio aveva ormai assunto valori
mistici e magici, sì che nel Medioevo vive un'immagine di
Virgilio poeta e profeta, saggio e mago, vate e taumaturgo, nata
nella cultura monastica ma penetrata poi nel popolo, sì da farsi
vera e propria leggenda. Questo Virgilio entrò nella letteratura
romanzesca ed enciclopedica (Image du monde, Roman des sept
Sages, Cleomadis, Renart le Contrefait, il Virgilio Mantovano,
ecc.) e nello stesso clima culturale il Roman d'Eneas (sec. XI)
travestirà in forme cavalleresche e cortesi l'originale. Così
Virgilio appagava il nuovo gusto della nascente arte romanza. Si
comprende pertanto come la personalità e la poesia di Virgilio,
arricchite di significati e interpretazioni nella cultura
medievale, potesse costituire per Dante la più luminosa guida
nel regno dell'arte e del sapere. Virgilio fu per Dante il
maestro di stile, modello insuperato di eccellenza formale; ma
anche fu il simbolo dell'umana ragione, colui che con le sole
forze dell'intelletto aveva raggiunto il più alto vertice
dell'umana perfezione. Dante ritrova le sue fonti ideali
nell'Eneide, ed è grazie alla lettura consapevole di Virgilio
che riesce a dar forma alla sua problematica concezione laica
dello stato e dell'impero. L'interpretazione dantesca rimane
esempio eccezionale di assimilazione feconda e di simpatia
spirituale e culturale al di sopra dei secoli. Il culto di Dante
fu subito accomunato a quello di Virgilio, da Giovanni del
Virgilio a Benvenuto da Imola, allo spagnolo Enrico de Villena,
che nello stesso anno tradusse l'Eneide e la Divina Commedia.
Non meno che per Dante, per Petrarca Virgilio è il ponte che
stabilisce la continuità tra il nuovo spirito del tardo Medioevo
italiano e la storia di Roma. L'Umanesimo e il Rinascimento,
nella loro riscoperta filologica del mondo classico, si
misurarono in primo luogo su Virgilio; e da esso derivarono
anche nuovi filoni di poesia, non solo nel senso dell'imitazione
formale, ma soprattutto in senso estetizzante, mitico,
sentimentale (dall'Ameto di Boccaccio all'Arcadia di Sannazzaro,
alle grandi imitazioni straniere, soprattutto castigliane, del
Marchese di Santillana o di Garcilaso). E si può dire che la
cultura critica del Cinquecento e Seicento si è largamente
sviluppata in rapporto all'intelligenza di Virgilio e del suo
grande poema epico. Da esso traeva spunto, e assai più che
spunto, la problematica della "poetica" del maturo Rinascimento;
l'Eneide pareva risolvere in particolar modo il problema
dell'unità del soggetto e del protagonista, pur nella varietà
del contenuto, e appagava l'esigenza dell'equilibrio fra
"verisimile e fantastico". Nei suoi vari momenti, e soprattutto
nella grande fase medievale e rinascimentale, Virgilio costituì
uno dei principali fili conduttori della cultura e della
spiritualità occidentale.
Iconografia
- Esiste una immagine del poeta in un mosaico scoperto a Susa,
l'antica Hadrumetum, ora al museo di Tunisi. Il volto quadrato,
dalla robusta struttura, risponde alla descrizione di Elio
Donato, secondo la quale Virgilio fu alto, bruno, di forte
ossatura e conservò per tutta la vita l'aspetto di un contadino.
Altra immagine è in un mosaico di Treviri, firmato da un Monnus
in cui le fattezze di Virgilio appaiono idealizzate.
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