Virgilio nel Medioevo



La tradizione letteraria, filosofica e teologica prima di Dante ci consegna una duplice immagine di Virgilio: da una parte egli è il sommo poeta dell'antichità dopo Omero, l'incarnazione del sapiens, il profeta dell'awento del cristianesimo, l'inventore della gramatica; dall'altra il protagonista di una leggenda che proietta sulla sua figura l'ombra inquieta del mago e del negromante. L'immagine di Virgilio come sapiens comincia a diffondersi nel IV secolo e trova un importante divulgatore nel grammatico Servio, autore di un commento all'Eneide molto diffuso nelle scuole del Medioevo. Servio considera il suo autore un maestro dalla immensa dottrina, i cui significati, non sempre chiari, devono essere portati alla luce: esemplare, in tal senso, è l'esegesi del libro VI, che il commentatore legge come una sintesi delle dottrine stoiche, medio e neoplatoniche sull'origine dell'anima umana e sul rapporto tra la mente divina e il cosmo.

Cosí per Macrobio (IV-V secolo), autore di un commento al Somnium Scipionis di Cicerone, Virgilio è provvisto di una scienza sterminata e infallibile, ed è addirittura superiore ad Omero. Movendo da questa base, ('esegesi virgiliana vedrà progressivamente accentuati gli elementi allegorici: l'Expositio virgilianae continentiae di Fulgenzio Planciade (V-VI secolo) intende ad esempio il viaggio di Enea come allegoria delle quattro età canoniche dell'uomo, inaugurando una linea esegetica che sarà ripresa piú avanti da Bernardo Silvestre (XII secolo) e che giunge fino al Convivio dantesco (IV XXVI, 8).

Parallelamente alla produzione di scoli e commenti, cominciano a proliferare letture in chiave messianica della quarta delle Egloghe. Il presentimento di un rinnovarsi del mondo in un'epoca di giustizia e felicità, che il testo virgiliano annoda suggestivamente alla nascita di un bambino, diviene prefigurazione dell'opera di redenzione compiuta dal Cristo. Nella lettera ad Marcianum, ad esempio, Agostino d'Ippona (354-430) annovera l'egloga tra gli scritti che rivelano lo spirito profetico di certi autori pagani. Mentre Lattanzio sec.), variando il tema in senso millenaristico, legge il componimento come una profezia della seconda venuta del Cristo.

Piú tarda, rispetto a questa tradizione, è la leggenda del Virgilio mago, sorta dall'amplificazione delle notizie relative alla sapienza astrologica del poeta. Le prime testimonianze risalgono al dotto inglese Giovanni di Salisbury (xii sec.), che parla di talismani costruiti da Virgilio. La leggenda si diffonde quindi in Italia, in particolare nell'area napoletana, dove assume anche forme popolareggianti e novellistiche, ad esempio nella Cronica di Partenope (secolo XIV). Un riflesso della leggenda può cogliersi nel canto IX dell'Inferno, in cui Virgilio afferma di essere disceso già altra volta nella città di Dite «congiurato da quella Eritón cruda /che richiamava l'ombre a' corpi sui» (vv. 23-24), dove si accenna alla maga tessala Eritone, al centro di un ampio episodio di negromanzia nella Pharsalia di Lucano (VI 507-827). Dante si ispira a tale racconto, immaginando che la maga abbia compiuto un atto di negromanzia servendosi di Virgilio, evidentemente sulla traccia della tradizione che attribuiva al poeta latino poteri magici.

Per la fortuna di Virgilio nel Medioevo resta fondamentale, ancora oggi, lo studio di Domenico Comparetti, Virgilio nel Medio Evo, Firenze 1872.