S. Speroni, Dialogo d'amore
in Trattatisti del
Cinquecento, a cura di M. Pozzi, Milano-Napoli, Ricdardi Editore, 1978, tomo 1,
pp, 514-517
Grazia: Quello è
amore perfetto, il cui nodo lega e congìunge perfettamente due innamorati, in
maniera che, perduto il loro proprio sembiante, diventino amendue un non so che
terzo, non altramente che di Salmace e di Ermafrodito si favoleggi. La quale
mutua e miracolosa unione in varii modi significarono i nostri poeti, dicendo
già un di loro Laura portar seco il suo cuore nel viso; e altrove quella
medesima avergli dato il più e il meglio di sé, e il meno ritenuto. Quindi
similemente ebbero origine tutti quanti quei privilegiì amorosi, sciolti e
diversi (come si dice) da ogni condizion naturale, e specialmente questo uno:
vivere in altri, e in se stesso morire. Che così come nella vostra armonia col
suon del liuto confondete la voce, e ne' profumi l'ambra, il muschio e il zìbeto,
alterata la purità loro, tutti insieme rendono odor più soave che essi non fanno
separati; cosi allora è perfetto lo amore, quando ambidue gli amanti non sonò
quello che essere soleano una volta, ma mescolati in maniera che né uno né due,
e uno e due, si possano con verità nominare; e non sia fallo in grammatica
dell'uno e dell'altro dire: tu amate e voi ami. E per certo, se amor vince e
sforza essa natura ardendo, agghiacciando, ferendo, sanando, uccidendo e
risuscitando in un punto, ben dovrebbe poter fare a suo modo d'una regola di
grammatica, senza che alcuno ne lo repigliasse. Tale è adunque la perfezzion
dell'amore di cui parliamo, la quale malamente puote aver luoco in quel cuore,
ove siede la gelosia, monsto orrendo e pien di paura; cui null'altra cosa
produce nel petto all'innamorato, fuor che 'l trovar lui in sé medesimo alcun
difetto onde sia esente il rivale, dubitando tutt'ora della fede e della
constanzia della sua donna.
Tasso: A me par che, mascendo in tal guisa e di così fatta radice, sia buona
cosa la gelosia; perciò che il geloso continovamente procurerà d'esser tale in
vertù che pochi o niuno se li pareggi; e con paura di vedere mutar voglia alla
donna sua, mai verso lei non muterà modi o costumi.
Grazia: Così è buona la malatia, e così giova il nemico: che ll'uomo uso all'infirmttà
schiva il cibo mal sano, e molte fiate, per meglio guardarsi dall'avversario, è
più fedele agli amici. Per la qual cosa, come la febbre che ci mena a morire, in
tanto è segno di vita in quanto non la sente chi non è vivo; così, avvegnadio
che 'l geloso sia innamorato, nondimeno la gelosia è strada che più tosto ad
odiare che ad amare ne conduce.
Tullia: Meglio sarebbe insegnarmi a non esser gelosa, che me, nella mia gelosia
stare lasciando, biasimare il mio errore. Ma quando fia mai ch'io non sìa
gelosa, avendo continovamente dinanzi agl'occhi l'infinite vertù del mio Tasso,
per le quali egli è degno che maggior donna, che non sono io, l'ami e adori?
Tasso: Cagione ho io d'esser geloso, perché 'l mio valore è poca cosa al vostro
intelletto; e il bene, che già mi mosse ad amarvi, non è noto a me solo; e
quello, da chiunque il conosce, palesemente sento ammirare.
Grazia: Né voi il ben suo, né lei le vostre vertù, ma ambidue fa gelosi l'aver
timore che quello vi sia a grado in altrui che 'n voi soli vi devrebbe piacere.
E perché meglio ci sia palese la gelosia, dovemo sapere ch'el desiderio amoroso
è veramente, qual noi diciamo, fiamma e ardore, e questo, come s'accende in un
punto, cosi in un punto si spegnerebbe, se la speranza non lo vietasse: nella
quale, come il fuoco nella candela, si conserva il nostro appetito. Perciò che,
veduta e desiata naturalmente una bella cosa, l'anima vaga di possederla si
paragona con esso lei e s'ella è tale, o si dà a credere, che sua vertù o sua
sorte o l'altrui cortesia ne lo faccia godere, già è nata la speme, onde si
pasca il suo desiderio; il quale allora è degno di questo nome d'amore, ch'egli
ha bevuto tal latte. Ora cotal vertù della speme, questo bel parto della
ragione, questa santissima e cortesissirna dea, madre e nutrice di amore, turba
e spegne la gelosia; la quale, togliendo alle nostre voglie il vivo e soave
umore della loro speranza e il rivale pascendone, è cagione che quel pellegrin
desiderio che già amore fu nominato, fatto rabbia e furore, non altramente arda
e distrugga la carità che il fuoco faccia il papiro, poscia che ll'olio è
consumato. In questo modo la gelosia (la quale così è segno d'amore, come è
l'aceto del vino) fa la via all'odio con la sua rabbia.
Tullia: Insegnateci adunque la strada da schivar cosa sì rabbiosa.
Grazia: Mal potreste imparare a non essere gelosi, non sapendo in qual modo di
due innamorati faccia amore quel suo misto miracoloso. Dovete adunque sapere
che, tosto che noi amiamo l'un l'altro, fatti accorti del nostro affetto, mille
pensieri amorosi volano di continovo tra l'amante e la cosa amata, tinto ogn'uno
di loro nel color, dell'oggetto e tanto a quello simile quanto è la cera al
suggello. La qual cosa non acqueta, anzi infiamma le nostre voglie; le quali,
vaghe di maggior gioia, lasciando l'ombre da canto, con tutti quanti i lor
sentimenti corrono ad abbracciarsi alla verità; nella quale allora ci
trasformiamo del tutto, quando in tal modo e così bene conosciamo e trattiamo la
cosa amata, come ella è atta che l'uomo goda e appaghi dì lei i suoi desiderii.
Per la qual cosa, non contenti di vederla e udirla, il rimanente de' nostri
sensi con ogni studio ci affatichiamo di compiacerne. Quindi passando alla
nostra mente e con lei sottilmente le vertù della cosa amata considerando
(perciò che non solamente siamo occhi e mani, ma intelletto e ragione), se elle
son tali che l'amante contemplando se ne diletti, già è perfetto l'ermafrodito
amoroso; né altramente, sì che egli viva, siamo possenti di generarlo, perciò
che i sensi sono via alla ragione. Onde chiunque è così sciocco in amore ch'egli
non curi i loro appetiti, ma come semplice intelligenzia cerchi solo di
satisfarne la mente, egli è simile a colui il quale, tranguggiando alcun cibo
senza toccarlo co' denti, più s'inferma che si nutrichi. Resta a dire (s'io non
lo dissi di sopra) in che modo la gelosia s'interponga tra l'amante e la cosa
amata, vietando loro che ll'uno nell'altro non si tramuti.