Parodos
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Per prima cosa, c'è da chiarire che re Artù probabilmente non è mai esistito.
Comunque, non come lo immaginiamo noi. Egli potrebbe essere solamente frutto
della fantasia degli scrittori medievali, primo di tutti
Chrétien de Troyes (che
prese come riferimento lo scritto storico latino di
Geoffrey of Monmouth sulla
storia dei re di Britannia del (1137-1147)), a cui attribuiamo i primi romanzi
arturiani e che visse nell'XI secolo. Compose le sue opere alla corte di Maria
di Champagne e poi di Filippo di Fiandra tra il 1160 ed il 1185. A tale periodo
quindi risale la genesi del "Chevalier de la Charrette", romanzo in cui compare
Artù e con lui, il prode Lancillotto, la bella Ginevra e l'oscuro mago Merlino.
Chrétien non riuscì a terminare questo scritto, così il finale è opera di un
altro scrittore del tempo, Geoffroy de Lagny. Ma Chrétien de Troyes però scrisse
almeno un altro romanzo con protagonisti i cavalieri della tavola rotonda,
"Perceval du le conte du graal", in cui si accentua la spiritualizzazione
dell'etica cavalleresca. I cavalieri vanno qui alla ricerca del Graal, divino
simbolo di rinascita, ma ancora non è la coppa che accolse il sangue di Cristo.
Lo diventerà in seguito, con gli scrittori successivi che riprenderanno in mano
le leggende arturiane, rimaneggiandole, riadattandole, reinterpretandole a loro
piacimento. Misterioso e ancora profano con Chrétien, il Graal diventerà il
sacro calice che noi tutti conosciamo nel XIII, con Robert de Baron.
Lentamente, le avventure dei cavalieri della tavola rotonda assumono una
dimensione escatologica e questi eroi diventano, non solo difensori di una terra
di frontiera contro gli attacchi dei barbari infedeli, ma anche garanti di un
ordine cosmico. Inoltre, la chiesa, sempre più preoccupata per via della
diffusione nell'occidente di questi romanzi, in cui spiccava spesso il tema
dell'amore cortese, che vedeva giovani cavalieri innamorarsi di belle dame già
sposate, cercava di cristianizzare ulteriormente tali opere, secondo la sua
filosofia. Per questo, ad esempio, si scrisse il "Perlesvaus", un rifacimento
del romanzo arturiano, in cui Lancillotto confessa il proprio peccato, Ginevra
muore e i cavalieri di re Artù si fanno crociati. Qui, Perlesvaus (Perceval)
diventa una specie di Cristo-cavaliere. Ed una maggiore accentuazione di questo
ideale si avrà con l'elaborazione del personaggio di Galaad, novello Cristo
della cavalleria, figlio di una vergine, l'unico a cui sarà concesso di vedere
il Graal, ma per questo muore. Dai primi romanzi di Chrétien de Troye, il
romanzo cavalleresco ne farà di strada nei secoli successivi, ispirando molti
scrittori del basso medioevo e dell'età moderna, fino ai giorni nostri. Per cui,
si capisce, con tutti questi rifacimenti è difficile risalire all'originale
storia arturiana, a ciò che era Artù inizialmente. Il re che conosciamo noi è il
risultato di tutte queste reinterpretazioni elaborate nell'arco di quasi mille
anni.
Nell'ammettere l'esistenza storica di re Artù, dovremmo fare un piccolo sforzo
d'immaginazione, in quanto dovremmo togliergli la brillante armatura
cavalleresca e trasportarlo in un altro ambiente storico-culturale, quello
dell'Inghilterra del V/VI secolo d.C. Quindi, ben cinquecento anni prima del
tempo che immagineremmo noi leggendo i romanzi di Chrétien de Troyes. Non nel
vero e proprio medioevo cavalleresco, ma negli ultimi attimi di vita dell'Impero
Romano. Nel 476 d.C. termina il grande impero che aveva unito tutta l'Europa,
sommerso dalle invasioni dei barbari, per l'esattezza Goti e popolazioni
germaniche. L'imperatore Adriano, aveva esteso l'Impero fino all'estremo nord,
fino alla Gran Bretagna, costruendovi il famoso Vallo proprio per arginare il
pericolo costituito dagli invasori, popolazioni locali pagane. Nel V secolo
ormai l'Impero non aveva più la forza di resistere e venne lentamente divorato
dall'esterno, ma anche dall'interno (in quanto già da molti anni i germanici
facevano parte dello stesso esercito romano, ed alcuni riuscirono anche a
diventare generali). Ciò fu inevitabile. Ma alcuni soldati e generali, anche
dopo il 476, non deposero le armi, continuando per qualche decennio a combattere
con l'idea di ricostituire l'Impero e di proteggere la religione cristiana (che
era diventata religione ufficiale dell'impero con Teodosio, nel 391). Uno di
questi potrebbe essere stato proprio il nostro Artù, che resistette alle
invasioni dei Sassoni e degli altri barbari, che nel V secolo stavano invadendo
l'Inghilterra, divenendo così un eroe, una leggenda. In effetti, già Nennio,
monaco gallese dell'800 d.C., aveva menzionato un certo re guerriero di nome
Artù nella sua Historia Britonum. E secondo gli annali della Cambria, opera di
anonimi del X secolo, l'anno di morte di Artù sarebbe il 537 d.C. Per questo,
molti storici ritengono che alla base della leggenda ci sia un fondo di verità
storica e la mitica Camelot potrebbe essere ora Cadbury Castle, dove gli
archeologi scoprirono negli anni '60 le rovine di una fortezza capace di poter
ospitare un migliaio di persone. Avalon, l'isola sulla quale dovrebbe ancora
trovarsi il corpo del grande re, invece potrebbe essere il colle di Glastonbury
Tor, nel Somerset, che in tempi antichi era quasi interamente circondato
d'acqua. Il nome Artù, inoltre, potrebbe solo essere un appellativo. In passato
era usuale dare ai valorosi degli appellativi per caratterizzarli ed esaltarne
le qualità fisiche o guerriere. Infatti, il nome Artù potrebbe derivare da
"Artorius", che nella lingua celtica voleva dire "orso". In tal senso, un
guerriero così chiamato, aveva l'orso come suo "animale guida" e ne acquistava
le qualità, come la forza e la grandezza. Conosciamo un signore della guerra
gallese del V secolo, Owain Ddantgwyn, che veniva proprio chiamato "orso" e che
fu ucciso in battaglia dal nipote, proprio quasi come nei romanzi arturiani.
Oppure, potremmo anche identificare il mitico re con un certo personaggio di
nome Riotamo (in celtico: "re supremo"), che nel 468 guidò le sue truppe in
Gallia, ma fu tradito e sconfitto in battaglia. Ma dietro al personaggio di re
Artù non c'è solo un re ed un eroe. Artù è anche un simbolo di rinascita e di
vita eterna. I Normanni nell'XI secolo sconfissero i Sassoni che dominavano in
Inghilterra. La corte anglo-normanna poté così attrarsi la simpatia delle
popolazioni bretoni diffondendo le loro leggende, ma col rischio di risvegliare
in queste il sogno di restaurazione del potere celtico, proprio fondato sul mito
della "scomparsa" di Artù. Nei romanzi infatti è scritto che un giorno il grande
condottiero ritornerà ancora a regnare alla testa delle sue genti. E
probabilmente per sedare queste speranze, nel 1191 venne sparsa la voce del
ritrovamento della sua tomba. Ciò mise infatti fine ad ogni speranza di un
ritorno del re, ma nello stesso tempo, rese il personaggio ancor più popolare in
Bretagna, spingendo la corte anglo-normanna a identificarsi con la corte di re
Artù.
IL MAGO MERLINO
Il mago Merlino invece era il mago di corte e consigliere del re Artù.
Personaggio molto misterioso e oscuro per molti versi era una sorta di Rasputin
di quei tempi. Era profeta, mago, consigliere e si diceva che potesse viaggiare
nel tempo. In realtà dev'essere stato un druido. I druidi erano i sacerdoti
delle popolazioni celtiche che vivevano in Gallia ed in Britannia nei fino
all'espansione del Cristianesimo in quelle terre. Essi praticavano la magia nei
boschi, a contatto con la natura e, si dice, avevano molti poteri
soprannaturali, tra cui anche quello di vedere nel futuro e rendersi invisibili.
Le poche informazioni che abbiamo le troviamo sugli scritti degli scrittori
latini e greci di quel periodo (II/IV secolo d.C.). Ma anche il personaggio di
Merlino, così come quello del suo re, rimane ancora avvolto dalle nebbie del
mistero.

Excalibur la spada
di re artu'