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Cultura e democrazia |
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| Misura e dismisura dell'informazione | ||
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"Informazione" non è soltanto l'acquisizione di dati immediati sul presente - meteorologia, avvenimenti sull'autostrada, indici di borsa - ma è l'insieme delle nozioni e delle idee che circolano in un corpo sociale, e che contano. Intesa nel suo senso più ampio e più ricco, l'informazione viene quindi a coincidere con quella che gli antichi chiamavano l'enkyklios paideia, termine che darà il nome all'enciclopedia. L'enkyklios paideia si manifestava in una trasmissione di informazione sul mondo, di cui le enciclopedie vere e proprie come la Storia naturale di Plinio, i curricula studiorum, la biblioteca di Alessandria o il Museo, costituivano la traduzione concreta. Discutere di informazione e democrazia implica dunque che si discuta di cultura e democrazia perchè è idea diffusa che si possa parlare di civiltà democratica solo laddove tutti possano avere accesso alla stessa quantità di informazione e solo dove tale informazione non sia soggetta ad alcuna censura. Se così stessero le cose, però, il nostro discorso sarebbe finito prima di cominciare: non è democratica la società rappresentata dal 1984 di Orwell; non lo è quella cinese in cui si tenta (anche se con felice insuccesso) di filtrare internet; rischia o ha rischiato di non esserlo un paese in cui tutte le catene televisive siano controllate, vuoi economicamente vuoi politicamente, da un'unica persona, e così via. Immaginiamo come una società ideale quella dove ci sia una pluralità di organi di informazione e dove i cittadini abbiano educazione e mezzi economici sufficienti per potervi accedere: comprare il giornale, acquistare televisori, computer... Non saremmo allora tanto lontani dalla realizzazione di questa utopia perchè in genere nei paesi occidentali, salvo alcune variazioni di intensità, si sono verificate situazioni di questo tipo. Questa idea tuttavia si regge su una nozione che vorrei dire cibernetica, e cioè quantitativa, dove l'informazione viene valutata nella quantità di byte che possono essere trasmessi attraverso un canale. In tal senso in una società dove ciascuno possa ricevere, poniamo, 1 milione di byte al secondo, al minuto o all'ora, l'informazione non si distinguerebbe dalla formazione: lo stesso numero di byte può veicolare una serie di numeri a caso, la dimostrazione del teorema di Pitagora, tutti i nomi dell'elenco telefonico di Piacenza, oppure tutte le voci dell'enciclopedia Treccani. In secondo luogo l'informazione non si distinguerebbe dalla propaganda. Vorrei ritornare un momento alle origini rifacendomi al pensiero di uno fra i massimi teorici dei mass media che si chiamava Paul Joseph Goebbels. In un discorso del '33 nel presentare il nuovo apparecchio radiofonico popolare - venduto a 75 marchi, l'equivalente di 350 lire di allora, e considerate che un apparecchio in Italia ne costava ancora 2.000 - enunciava le proprie idee circa il potere della radio e riferiva quanto aveva detto Napoleone, il quale considerava la stampa come settimo potere la cui importanza era già stata dimostrata dalla Rivoluzione Francese. Ma la radio, affermava Goebbels, sarà per il XX secolo quello che la stampa era stata per il XVIII e il XIX e le generazioni future concluderanno che la radio ha avuto nel nostro secolo lo stesso impatto spirituale ed intellettuale che la stampa ha avuto all'inizio della Riforma protestante. Goebbels aveva intravisto con un netto anticipo su Mac Luhan cosa sarebbe accaduto ai mass-media; egli osservava inoltre che la Repubblica di Weimar, e in particolare i suoi dirigenti, nel considerare la radio, al massimo, uno strumento di intrattenimento e distrazione, non ne avevano compreso l'importanza e il peso, determinante nell'influenzare le masse. La rivoluzione nazionalsocialista doveva invece rivoluzionare tecnicamente e amministrativamente, ideologicamente, l'universo radiofonico per rivoluzionare la vita intera del paese. Cito: "viviamo nell'era delle masse e le masse richiedono di partecipare ai grandi eventi della storia, la radio è il principale intermediario tra il movimento - parlava del nazismo - e la nazione, tra l'idea e il popolo. Noi definiamo la nostra rivoluzione come popolare per buone ragioni perchè se è nata dalle profondità del popolo, è stata fatta dal popolo e per esso, essa ha detronizzato l'individualismo assoluto e ha posto il popolo al centro. I problemi che noi al governo dobbiamo affrontare sono gli stessi che deve affrontare l'uomo della strada, i problemi che trattiamo via etere nelle commedie, nei discorsi, nei drammi, sono i problemi che toccano da vicino il popolo, quanto più la radio saprà riconoscerli e trattarli in modo nuovo e vario, tanto più assolverà il suo compito e tanto meglio il popolo comincerà a risolvere questi problemi". Ma Goebbels aveva idee anche più articolate e spregiudicate e in questo stesso discorso avvertiva: "non intendiamo usare la radio solo per motivi partigiani, essa deve lasciar spazio al divertimento, alle arti popolari, ai giochi, al varietà, alla musica" - e (nel 1933) aggiungeva: "purchè ogni cosa abbia rapporto con i tempi in cui viviamo e ogni cosa dovrà includere i temi del nostro grande lavoro di ricostruzione". Un decennio dopo, nel pieno della guerra, in un articolo pubblicato nel '42 su "Das Reich" egli si dimostrerà ancora più realista, polemizzando con alcuni moralisti che rimproverano alla radio tedesca di trasmettere troppa musica leggera e, addirittura, qualcosa di troppo simile all'odiato jazz del nemico. Goebbels ribatte che il soldato, dopo una dura giornata di lotta ha bisogno di rilassarsi e che la musica leggera consola più di un severo concerto. In altri termini il nostro non stava solo pensando alla radio come a un mezzo per inculcare nelle masse i prinćpi del nazismo, ma anche a uno strumento di controllo narcotico temperando pertanto la sua durezza ideologica e il suo indubbio fanatismo con una visione molto realistica, diremmo oggi molto commerciale, di un rapporto tra fini e mezzi. Vi lascio decidere se e quanto la sua lezione abbia fatto scuola anche in tempi presenti, sia pure con il solito passaggio hegeliano da una storia in forma di tragedia a una storia in forma di farsa, dal Crepuscolo degli Dei a Domenica In . Naturalmente dovremmo concludere che il discorso deve passare, il nostro discorso, da una valutazione della quantità di informazioni ricevibile alla sua qualità, ma anche questa è una mossa pericolosa, perchè indubbiamente il dottor Goebbels riteneva che la sua radio di stato fosse ispirata ai prinćpi di una qualità ottimale e lo stesso potrebbe ritenere qualsiasi dittatore o imam fondamentalista di qualsiasi religione. In effetti l'unica salvaguardia della qualità non è la riduzione dell'informazione a un canale unico, per quanto qualitativamente apprezzabile, ma la libera proliferazione dei canali, in modo che gli utenti siano in grado di andare a cercare l'informazione che corrisponde al loro criterio di qualità. Credo però che dovremmo ancora spendere alcune parole sulla nozione quantitativa di informazione. Infatti esiste una soglia al di sotto della quale poca informazione non è sufficiente a garantire la pluralità dei canali e quindi per così dire a garantire il libero mercato della qualità, che poi è appunto la circolazione della cultura; ma vi è anche una soglia oltre la quale l'eccessiva quantità di informazione uccide l'informazione e non produce cultura. Se fin qui c'eravamo rifatti a un concetto molto più vasto di informazione dobbiamo riflettere su quali sono le qualità e le operazioni fondamentali che svolge una cultura nel suo complesso. La cultura, nelle sue forme dell'enciclopedia, del museo, della biblioteca, della raccolta di tutto ciò che è degno di essere conosciuto, è la memoria. E' la memoria sulla quale si fonde l'identità di una collettività, così come la nostra memoria individuale è la garanzia della nostra identità. Chi perde la memoria ha perduto l'anima. Personalmente sono contrario alla metempsicosi perchè non me ne importa niente di reincarnarmi in una vacca se quella vacca non è capace di dire "io che nel 1936 ho fatto questo e questo..." Tanto vale allora non reincarnarsi. Ora, una delle cose che la memoria fa, nella sua forma anche collettiva di enciclopedia, è quella di immagazzinare, di conservare, ma questa non è la sua sola funzione. L'altra funzione fondamentale della memoria è quella di filtrare e di buttare via, magari a torto - sul che poi prosperano gli psicanalisti che vanno a ricuperare quello che era stato buttato via - ma guai se la memoria collettiva individuale non buttasse via. Voi tutti conoscete quel personaggio di Jorge Luis Borges, Funes el memorioso che ricordava tutto: ogni foglia che lui aveva visto in ogni momento della sua vita, ogni rumore che aveva ascoltato, ogni parola che gli era stata detta e così via; quest'uomo dalla memoria totale era un perfetto idiota ormai incapace di ragionare perchè incapace di filtrare. Lo stesso avviene per la memoria collettiva. Fortunatamente la cultura ci avverte che non è necessario conoscere il nome del primo caduto di Waterloo - magari c'è un documento da qualche parte e uno storico, tanto per guadagnare poi una cattedra universitaria, un giorno lo andrà a ricercare, ma non è necessario per la nostra vita. Le enciclopedie non ci parlano più di quello che è successo a Calpurnia, moglie di Cesare, dopo le Idi di Marzo e non per antifemminismo, immagino, ma perchè quello che ha fatto Calpurnia, il giorno in cui è diventata vedova, è stato irrilevante per la nostra vita collettiva, mentre non è irrilevante quello che ha fatto, poniamo, Giovanna d'Arco. Tutti i libri scolastici ci parlano sia del sistema tolemaico che di quello copernicano, ma solo certi libri molto specialistici dedicati a quello che in Francia si chiamano les fous litteraires, ci parlano di opere pubblicate ancora oggi da pseudo geni incompresi che dimostrano, per esempio, che la terra è quadrata o è cava all'interno e ospita un'altra civiltà. Di solito noi siamo tenuti fuori da questa informazione che non ci serve, se non per scrivere qualche articolo divertente. Pertanto l'enciclopedia filtra sia nel senso che distingue il vero dal falso; e se ci parla sia di Napoleone che di Renzo Tramaglino, ci avverte che Napoleone è un personaggio storico e Renzo Tramaglino un personaggio fittizio. E persino nel campo delle arti elabora quella cosa un po' orrenda che si chiama il canone, ma che in fin dei conti seleziona le opere che vale la pena di conservare, e per le altre pazienza. Una delle cose che mi ha sempre stupito nel leggere la Poetica di Aristotele è il numero di tragedie che lui cita e di cui noi non sappiamo niente. Il dubbio è che Sofocle, Eschilo ed Euripide siano sopravissuti non perchè fossero più bravi, ma perchè più raccomandati e quindi in grado di farsi rappresentare molto frequentemente; non lo sapremo mai più, ma in ogni caso questo è stato il modo in cui la civiltà greca ha deciso quali opera far sopravvivere - e per fortuna è stato così, altrimenti avremmo troppe tragedie da leggere. Persino in una società dove pensiamo che la circolazione di
informazione si approssimi ad un modello ideale, quale quello del
giornalismo americano, abbiamo un caso tipico in cui l'eccesso di
informazione uccide l'informazione. Lo cito sempre, da anni, ma l'esempio è sempre buono:
è il "New York Times" della domenica che si compone, tra
supplementi vari, di circa 600 pagine e dice veramente ogni cosa che è degna
di essere pubblicata. Una settimana però non è sufficiente per leggerlo e se
qualcuno ce la facesse, alla fine sarebbe diventato Funes el memorioso.
Quindi il "New York Times" della domenica è la pubblicazione che da meno
informazione di tutti perchè uccide per eccesso l'informazione che dà.
[ Ma l'enciclopedia, cioè la cultura, non solo filtra, ma gerarchizza le nozioni e le discrimina. Guardate che ci sono alcune forme di comunicazioni di massa che fanno ancora questo. Il giornale quotidiano lo fa: se vengono abbattute le Twin Towers lo mette in prima pagina, se una famiglia si schianta sull'autostrada a Molfetta ne darà notizia di solito nelle pagine di cronaca e addirittura ghettizza in sezioni particolari il pettegolezzo sullo spettacolo o le notizie sportive, a meno che non venga fuori il caso Juventus che diventa di interesse generale e passa in prima pagina. Questa è una funzione positiva che il giornale svolge perchè ci dice quali sono le cose più rilevanti per noi. Inoltre l'enciclopedia ci informa, come ho detto, sia sul sistema tolemaico che su quello copernicano, ma ci fa sapere anche che con le correzioni di Galileo e Keplero il secondo è per ora ancora quello buono, mentre il primo non funziona più. Internet, oltre ad addensare e incrementare eccessivamente l'informazione presenta un altro inconveniente: nessuno è in grado di valutare l'attendibilità della fonte; su uno stesso argomento ci può essere un sito tenuto da un pazzo, da un criminale, da una persona di buona volontà che però non è riuscita a riunire le nozioni sufficienti, da un centro di studi qualificato; ciascuno di noi, se specializzato su un certo argomento, può su quell'argomento controllare l'attendibilità dei siti, ma appena passa ad un argomento su cui non ha particolare competenza non sa se quello che gli viene detto è attendibile o meno, mentre questo avviene ancora, in parte, sia con i giornali, che ciascuno sceglie dando maggior credito a una testa piuttosto che a un'altra, che con i libri, perchè lo stesso nome di una casa editrice, sia essa universitaria oppure nota per pubblicazioni pornografiche, ci dice più o meno chi e come può avere filtrato quella informazione. Il fatto che l'enciclopedia discrimini e gerarchizzi è quello che permette alla vita associata di svolgersi. Può darsi che quello che l'enciclopedia ha filtrato, gerarchizzato e discriminato sia sbagliato, ma per lo meno provvede una base sulla quale tutti ci intendiamo e in base alla quale possiamo condurre anche una critica all'enciclopedia stessa e ai criteri con cui è organizzata e proporre nozioni alternative. Infine l'enciclopedia non ci parla solo del presente ma anche del passato e stabilisce dei rapporti di prospettiva. L'appiattimento del presente sul passato è emblematico in una serie impressionante di esempi; uno per tutti è la pausa che precede la fine della trasmissione di Amadeus, nella quale il giornalista annuncia le notizie del telegiornale imminente in un elenco che non è nemmeno gerarchico; certo se viene eletto il Presidente della Repubblica, probabilmente quella sarà la prima notizia del sommario, ma il giorno prima, in cui c'è discussione sulla presidenza della Repubblica, la prima notizia del sommario può essere l'efferato omicidio avvenuto a Canicatt́. Questo appiattimento delle informazioni, vuoi storico vuoi gerarchico, si verifica anche su internet, sebbene la rete sia capace anche di fornirci informazione storica. Vi faccio un esempio tra i più banali: dovevo cercare delle buone immagini delle arpie nella società greca, ho consultato Google Image, noto motore di ricerca. Ho ottenuto un elenco sterminato di siti sulle arpie; in alcuni ci sono vasi a figure rosse e altre rappresentazioni delle arpie greche; in altri, anche se l' informazione concerne le arpie greche, le illustrazioni (spesso senza citare nè fonte nè data) possono essere o di pittori dell'800 oppure di illustratori da fantascienza alla Frazzetta. Io sono un ragazzo intelligente e colto e riconosco se l'immagine è quella di un vaso a figure rosse o di un seguace di Frazzetta, ma l'utente medio si trova completamente spaesato perchè non ha alcuna nozione della differenza storica di quella rappresentazione delle arpie. Ancor più frequentemente questo succede con l'informazione televisiva: uguale rilievo acquistano, in una trasmissione, qualsiasi dei recenti eventi terroristici, che dovrebbero essere messi in connessione con l'11 settembre 2001 e che invece vengono accostati al delitto di Cogne. Ora, un evento terroristico non solo interessa tutta l'umanità, ma prelude ad eventi futuri, mentre l'omicidio di Cogne - comunque le cose siano date, sia stata la mamma, sia stato qualcun altro – è uno degli accadimenti sia pur fra i più dolorosi, ma anche fra i più banali del mondo, perchè dai tempi di Medea in avanti ogni tanto una madre che ammazza i figli c'è, e il fatto non prelude a un nuovo massacro degli innocenti, ma rimane, solitamente, un fatto isolato. La televisione ci parla delle piogge o dell'inondazione del Danubio senza ricordarci che 20 anni fa c'era stata un uguale precipitazione nè che il Danubio, vuoi qua vuoi là, va fuori dagli argini quasi ogni anno: l'evento ci viene presentato come eccezionale, analogamente alla caduta delle Torri Gemelle. Un altro esempio: il passato. Seppure la televisione può presentarci alle undici di sera delle buone ricostruzioni del fascismo in Italia o della seconda guerra mondiale, ci presenta con analoga rilevanza ricostruzioni fasulle della storia del Santo Graal o dei Templari, e poi ci si lamenta se il grosso pubblico non distingue più tra Wojtyla e Il Codice da Vinci, ovvero tra il Gesù di Wojtyla e quello di Dan Brown. L'indistinzione progressiva tra realtà e fiction ha portato a quello che è stato chiamato irrealismo quotidiano, per cui abbiamo goduto tutti di una prima guerra del Golfo senza renderci conto che tutto quanto vedevamo era materiale di repertorio; abbiamo tutti compianto il gabbiano coperto di petrolio per scoprire successivamente che si trattava di un gabbiano di repertorio, che non si trovava lì in quel momento, ma da qualche altra parte qualche anno prima, ma a nessuno è importato niente: il gabbiano ha svolto lo stesso la sua funzione. Nell'ambito di questo irrealismo Maria Pia Pozzato sta per pubblicare la prefazione a un libro di ricerche su argomenti di attualità dove sottolinea fenomeni di turismo macabro: durante le vacanze di Pasqua intere famiglie, con il padre in canottiera alla guida di un'utilitaria, si recano sul luogo della morte del piccolo Tommaso e scattano fotografie per poi inviarle come SMS con gli auguri di Pasqua. Ma ci sono delle forme di turismo ancora più macabro: anni fa gli stessi padri in canottiera hanno condotto i loro figli a vedere il "mulino bianco" che era un vecchio e qualsiasi mulino ridipinto per permettere di cavarne l'immagine di una marca di biscotti, e non si capisce se la gente andava a vedere il vero mulino (rappresentato poi sulle scatole di biscotti) o il mulino falso ricostruito perchè quello vero era quello sulle scatole di biscotti. Mi sorge il dubbio che sia molto più macabra questa forma di turismo che non la visita sui luoghi dell'uccisione del povero Tommaso, così che alla fine, come notava sempre la Pozzato in questo articolo, perchè dovremmo stupirci nel vedere una giovane soldatessa tenere al guinzaglio un prigioniero iracheno, quando una biondina qualsiasi di Novi Ligure, così simile in tutto alle nostre figlie e sorelle, ha ucciso la madre e fatto a pezzi il fratello nella vasca da bagno? Il fatto è che a un certo punto tutte le notizie vengono ad equivalersi e nessuno acquista è in grado di rendersi conto che per la biondina di Novi Ligure c'è niente da fare, mentre sulla tortura bellica potremmo assumere una responsabilità civile e politica e quindi reclamare qualche voce in capitolo. Benissimo. L'enciclopedia filtra, discrimina, stabilisce prospettive
tra ieri e oggi mentre la crescita esponenziale di una informazione di massa
elimina o indebolisce queste tre funzioni fondamentali. Tutto questo avviene
non tanto perchè l'informazione difetti in qualità - esistono sempre, l'una
accanto all'altra, informazioni di diversa qualità, dalla trasmissione del
concerto alla esibizione delle sorelle Lecciso, dalle notizie su Bin Laden
ai film dell'orrore - ma perchè è l'incremento, il livellamento quantitativo
dell'informazione che rende sempre più difficile orientarsi in questa
ragnatela che non è più solo quella del web ma è quella complessiva della
circolazione culturale. Quale può essere la soluzione? La soluzione ideale
sarebbe ricorrere a una teoria dei tipi, cioè instaurare una gerarchia di
metalinguaggi: così come si manifesta periodicamente sulla stampa
un'attenzione autoriflessiva - la stampa ancora critica la stampa - si
potrebbe arrivare ad una educazione permanente all'uso dell'informazione: la
televisione dovrebbe, ad esempio, essere in grado di dedicare parte del suo
spazio all'educazione, all'ascolto televisivo e alla critica della
televisione; ma proprio questa capacità autocritica dei vari canali di
informazione viene resa impossibile dalla lotta per gli indici di ascolto.
Pretendere questo da un servizio televisivo, almeno quale oggi si configura,
sarebbe come pretendere da una azienda di detersivi una critica della
propria pubblicità dei detersivi, il che equivarrebbe al suicidio: "Non
è vero che io lavo più bianco, è soltanto un'invenzione dei miei pubblicitari".
Eppure non è impossibile arrivare a questo. Recentemente mi intrattenevo
sulla difficoltà di discriminare tra fonti attendibili e no; e sulla
tragedia per cui i ragazzini, dalla scuola media fino all'università,
dovendo fare una esercitazione ormai copiano da internet; e sull'altra
tragedia per cui non sempre o quasi mai i professori sono in grado di capire
se qualcosa è stato copiato da internet o prodotto autonomamente. Uno dei
modi per riciclare criticamente e didatticamente questa intera situazione
sarebbe dare come esercizio: prendete l'argomento X e valutate quali siti
internet sono attendibili e quali no. E' un'attività che prevederebbe un
lavoro di confronto, tra i siti e le enciclopedie scritte, e inducendo una
sorta di sindrome del sospetto potrebbe favorire un cambio di atteggiamento
nei confronti dei canali di informazione, più critico e consapevole. Questo
è il problema che si pone anche per una televisione che si voglia oggi
veramente servizio pubblico: sapere uscire da uno stretto regime
concorrenziale per potere elaborare anche i propri contravveleni e cioè dei
modi di criticare la stessa informazione che fornisce e di affrontare il
problema della propria funzione di filtro. E non posso che riprendere la
conclusione di Alain Touraine, visto che siamo qui e di questo parliamo.
Solo una nuova radiotelevisione come vero servizio pubblico sottratto alle
sirene della concorrenza e alla lotta per l'auditel può prendere in carico
questi problemi; non risolverli tutti, certo, perchè è come la globalizzazione: sono problemi che ho definito "tettonici", che ormai
accadono così come accadono i terremoti o gli spostamenti delle morene in
montagna, ma persino quelli si possono, almeno in parte, prevedere,
calmierare e controllare. Grazie. |
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