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LETTERATURE ANGLOAFRICANE

La moderna letteratura africana in lingua inglese ha la sua origine nella produzione degli ex schiavi del Settecento quali Ignatius Sancho (1729-1780) e Olaudah Equiano (Gustavus Vassa, 1745-1797) nonchè dagli scrittori dell'Ottocento quali Edward Blyden (1832-1912), Samuel Ajayi Crowther (c. 1806-1891) e Africanus Horton (1835-1883).

Ma è certamente solo nella seconda metà del Novecento, non a caso gli anni in cui la maggior parte degli Stati ha raggiunto l'indipendenza, che si ha una significativa fioritura di opere sia narrative che poetiche e teatrali. Da esse emerge evidente l'impegno degli intellettuali africani di consolidare il senso della raggiunta identità nazionale: lo scopo non è più quello di raccontare la vera Africa agli Europei, ma di restituire fiducia nelle proprie tradizioni fondanti alle stesse popolazioni africane spesso ancora condizionate dall'esperienza coloniale.


Africa occidentale

Significativi antecedenti di quella che oggi è considerata una delle più ricche produzioni letterarie in inglese sono stati Guanya Pau. A Story of an African Princess (1891) del liberiano Joseph J. Walters (c. 1860-1894), romanzo riscoperto e ripubblicato con successo nel 1994, il libro largamente autobiografico dell'avvocato della Costa d'Oro J. E. Casely-Hayford (1866-1930) Ethiopian Unbo-und Studies in Race Emancipation (1911), e infine il dramma The Blinkards di Kobina Sekyi (1892-1956) messo in scena nel 1915, ma pubblicato solo nel 1974.

A partire dagli anni Trenta lo sviluppo di un giornalismo popolare e la pubblicazione di testi di facile consumo darà un grande e decisivo impulso al diffondersi di un autentico clima letterario. Fra gli autori di questo filone emerge il nigeriano Cyprian Ekwensi (1921), interessato alla varietà etnica e linguistica della realtà urbana, al quale gli scrittori degli anni Settanta e Ottanta guarderanno con ammirazione.

Gli altri due romanzieri ritenuti i padri della letteratura nigeriana moderna sono Amis Tutuola (1920) e Chinua Achebe (1930), che con Dove batte la pioggia. Ciclo narrativo (1958) rivela una matura capacità di gestire sia a livello strutturale che espositivo i rapporti tra oralità e scrittura, tra il tempo lineare della storia e il tempo ciclico della tradizione, tra incrollabile adesione al passato e mutevole capacità di adattamento al futuro. In quegli stessi anni si formano i poeti Christopher Okigbo (1932-1967) e J. P. Clark (1935), quest'ultimo anche drammaturgo, entrambi impegnati a valorizzare gli aspetti formali della composizione attraverso un linguaggio che sia allo stesso tempo partecipe di istanze poetiche universali, ma anche legato alla specificità del proprio contesto culturale.

Autore aperto a più forme espressive è Wole Soyinka (1934), al quale nel 1986 venne assegnato il Nobel. Soyinka ha dominato la scena letteraria nigeriana contribuendo a superare i limiti della nègritude intesa come riaffermazione del sè implicitamente autogratificante e invitando a costruire modalità di scrittura che fossero artisticamente valide non tanto perchè autenticamente nere, ma in quanto tali. La sua opera, da cui risulta evidente l'impegno politico e sociale dell'autore, ha il pregio di riproporre, finalizzandoli al presente, i miti fondanti la tradizione culturale dell'etnia nigeriana yoruba che vengono assimilati per dignità e significati a quelli espressi da tutte le altre civiltà.

Autori di impostazione più radicale, decisi a sperimentare forme espressive esplicitamente meno elitarie, sono tra gli altri il drammaturgo e romanziere Femi Osofisan (1946) e lo scrittore Kole Omotoso (1943) che hanno contribuito al formarsi della cosiddetta tradizione alternativa.

Dopo la guerra civile numerosi intellettuali si sono posti il problema di ricomporre le faziosità e i motivi di tensione tra le diverse etnie e hanno accentuato secondo una prospettiva multiculturale e multilinguistica ogni elemento che potesse essere di stimolo per favorire l'unità nazionale.

Negli ultimi anni il tema della memoria, spesso come nei romanzi di Ben Okri (1959) legato alla leggendaria figura dell'abiku, è andato assumendo una posizione centrale nella costruzione narrativa, quasi a voler significare che superare le barriere tra passato e presente, tra realtà e immaginazione sia un modo per superare ogni altra divisione.


Sudafrica

La letteratura sudafricana è stata condizionata fin dalle sue origini, oltre che dalle divisioni interne alle varie popolazioni, dalla rigorosa pratica della discriminazione razziale tra bianchi e neri. Considerazioni di carattere politico hanno generalmente impedito che l'espressione letteraria si sviluppasse in modo unitario e conseguente; ogni generazione di scrittori ha dovuto in un certo senso ricominciare da capo.

Tra i primi autori che hanno affrontato con cognizione di causa la specificità del contesto culturale e ambientale sudafricano ricordiamo Olive Schreiner (1855-1920), autrice di Storia di una fattoria sudafricana (1883), un romanzo nel quale la soggettività femminile è indagata con straordinaria efficacia, e Sol T. Plaatje (1877-1932) che tra il 1917 e il 1920 ha scritto Mhudi, un'opera in cui l'avventura viene interpretata secondo modalità intrinsecamente transculturali.

Autori di notevole prestigio internazionale sono il poeta Roy Campbell (1901-1957) e i romanzieri William Plomer (1903-1973) e Laurence van der Post (1906), i quali per potersi esprimere liberamente diedero inizio alla cosiddetta tradizione dell'esilio. Nel 1924 era stato pubblicato God's Stepchildren di Sarah Gertrude Millin (1889-1968), un romanzo di notevole intensità e pregevole struttura nel quale viene affrontato il tema dell'amore interrazziale. Più interessati a indagare la realtà urbana si sono rivelati Eskin Mphahlele (1919) e il meticcio Peter Abrahms (1919), due tra gli scrittori più significativi degli anni Cinquanta. Sempre di ispirazione urbana è Piangi, terra amata (1948) di Alan Paton (1903-1988), ancora oggi, benchè poco apprezzato dai critici, il romanzo più popolare in Sudafrica.

Negli anni Sessanta il liberismo moderato del decennio precedente venne drasticamente sostituito da repressioni spietate. In un clima culturale così mutato la scrittura autobiografica diventa inevitabilmente il veicolo espressivo attraverso il quale gli intellettuali si interrogano sulla propria identità spesso percepita come frammentaria; elementi autobiografici per altro sono presenti anche nelle poesie di Brutus Arthur Nortje (1942-1970) e di Mongane Wally Serote (1944). Ancor più significativa in questo senso risulta l'ampia produzione narrativa basata su esperienze di reclusione, quasi che l'analisi della decostruzione della personalità operata dalle strutture carcerarie fosse l'unico modo per ritrovare il senso di sè.

Gli scrittori degli anni Settanta e Ottanta invece hanno reagito all'isolamento con decisione e, rivolgendosi essenzialmente a un pubblico di lettori neri, hanno proposto una letteratura d'impegno fortemente assertiva. Determinante è stata l'influenza del movimento della Black Consciousness che ha sostenuto il rapido rifiorire di iniziative culturali spesso tese a costruire il senso di un'identità collettiva.

La ricerca dell'identità è un tema di primaria importanza non solo per gli autori neri; anche tra gli scrittori bianchi emerge prepotente la necessità di aprire significativi confronti con la specificità della realtà sudafricana. Smarrimento, senso di precarietà, crisi dei valori, tutti elementi caratterizzanti la vita contemporanea, sono qui acuiti dalla distorta visione del mondo creata dalla segregazione.

All'area anglofona appartengono anche due figure molto note nel panorama letterario contemporaneo, Nadine Gordimer e Andrè Brink. Nelle opere di Nadine Gordimer, nata in Transvaal nel 1923, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1991, si intravvedono modelli occidentali colti, quali Flaubert. Shakespeare, Eliot, Proust, Henry James che, insieme a una forte presenza della matrice culturale sudafricana, ne caratterizzano la scrittura e lo stile tipici. Fra i numerosi scritti si possono citare il grande affresco dell'Africa tratteggiato in Un ospite d'onore (1970), Storia di mio figlio (1990), Nessuno al mio fianco (1994). Si segnala anche la raccolta di saggi Scrivere ed essere (1996), nei quali si può cogliere lo sforzo fatto da Gordimer di ricostruire la genesi della propria scrittura a partire dalle vicende biografiche e culturali che l'hanno formata.

Andrè Brink (1935), spesso scrive in "afrikaans" occupandosi poi personalmente dalla traduzione in inglese, contribuendo in questo modo a quella appropriazione e trasformazione delle lingue coloniali di cui abbiamo parlato. Fra i suoi romanzi si annoverano La prima vita di Adamastor (1993) e La polvere dei sogni (1996). Il primo è un percorso a ritroso lungo le origini della Penisola del Capo, basato su una equilibrata commistione di storia e mito. Anche nella seconda opera citata si ritrova un analogo intreccio di miti familiari e di storia recente del Sudafrica. La particolarità di questo romanzo risiede nella scelta di far parlare unicamente figure femminili che si pongono nel punto di snodo fra il passato (l'esperienza coloniale e l'apartheid) e il futuro (la fine della segregazione e lo svolgersi di elezioni democratiche).

A conferma dell'impossibilità di isolare la produzione letteraria in inglese dalle produzioni in altra lingua segnaliamo l'origine afrikaner del grande romanziere anglofono John Coetzee (1940). Autore postmodernista, Coetzee ha rivisitato le forme della scrittura della tradizione sudafricana e, più in generale, dell'intera letteratura occidentale focalizzando la propria attenzione sulla dialettica interna ai rapporti interpersonali tra familiari, tra oppressi e oppressori, tra narratore e narrazione.


Africa orientale e altri paesi

La letteratura che nasce dalla colonizzazione inglese in Kenya, in Uganda e nell'allora Tanganyka si configura all'origine essenzialmente come una letteratura dalle forti connotazioni politiche. E' interessante ricordare che il primo libro della produzione letteraria in lingua inglese è stato La montagna dello splendore - Per una antropologia dell'Africa nera (1938) di Jomo Kenyatta (1891-1979), futuro presidente del Kenya indipendente.

La produzione letteraria dei successivi decenni, in bilico tra cronaca e leggenda, troverà una forma compiuta di trapasso verso il romanzo solo con l'opera di Ngugi wa Thiorg'o (1938), attento interprete dei rapporti tra storia intesa come memoria collettiva e necessità di trarre giovamento dalle esperienze negative allo scopo di favorire una sincera identità nazionale. Sempre tratteggiati in modo complesso i protagonisti dei suoi romanzi sono infatti persone comuni dalla cui quotidianità dovrà nascere la nuova società.

Interessante tentativo di mediare tra cultura orale e scrittura è il testo teatrale The Exodus dell'ugandese Tom Omara (1946). Song of Lawino (1966), poema di grande successo dello scrittore Okot p'Bitek (1931-1982), si segnala per l'abilità con cui l'autore è riuscito a combinare la tradizione del canto tribale con le forme dell'inglese.

La letteratura ugandese ha in Taban la Liyong (1938) un'alternativa alla song school: la convinzione che la compatta visione del mondo del passato sia improponibile nella frammentaria realtà del presente suggerisce all'autore forme di espressione sincretiche che dalla poesia alla prosa lo portano a travalicare i confini dei generi.

Negli anni Settanta soprattutto in Kenya all'ambiente rurale come fonte d'ispirazione va progressivamente sostituendosi quello urbano. Parallelamente si diffonde la letteratura di consumo. Tra le numerose pubblicazioni ricordiamo per qualità e gusto irriverente il romanzo picaresco Son of Woman (1971) di Charles Mangna (1939).

Dagli anni Ottanta travagli politici hanno frenato lo sviluppo di forme letterarie in inglese. Attualmente in Tanganyka (Tanzania), che pure ha espresso autori di un certo prestigio come Peter Palangyo (1939) e Gabriel Ruhumbika (1939), si registra una sostanziale chiusura alla produzione in inglese con la sola eccezione di Abdulrazak Gurnah (1948) che però vive in Inghilterra.

Anche in altre regioni dell'Africa esiste una rilevante produzione letteraria in inglese. Nel Ghana Kofi Awoonor (1935), Ama Ata Aidoo (1942) e Ayi Kwei Armah (1939) hanno dato importanti contributi.

La sconsolata visione del mondo di Armah, che con modalità diverse cerca di recuperare invano i valori del passato, ha avuto in un autore dello Zimbabwe, Dambudzo Marechera (1955-1987), un significativo precedente. Per Marechera, la cui prosa vicina per certi aspetti alle modalità della scrittura postmoderna è stata spesso ritenuta "poco africana", la casa non è più un luogo di identità ma, in una realtà sradicata e alla deriva, diviene fonte di insicurezza e di alienazione.

Si ritrova in Doris Lessing, nata a Kermanshah (Iran) nel 1919, vissuta nello Zimbabwe fino al definitivo trasferimento in Inghilterra nel 1949, la compresenza, non priva di tensioni, delle due culture, quella africana e quella occidentale. La formazione della scrittrice avviene sullo sfondo della tradizione europea e del paesaggio africano, passando attraverso tutti i conflitti e le lacerazioni derivanti dall'essere bianca e donna in un mondo dominato dall'apartheid prima e dallo lotte di liberazione poi, fino alla decisione di partire per Londra. Fra le opere di Doris Lessing occupano un posto importante Il taccuino d'oro (1962), i racconti L'abitudine d'amare (1957), Martha Quest (1990) e le ultime pubblicazioni, il romanzo Amare, ancora (1996), in cui la scrittrice affronta il tema scabroso dell'amore che irrompe con tutta la sua urgenza nella vita di una donna anziana, e il primo volume dell'autobiografia intitolata Sotto la pelle (1994). In tutta la produzione narrativa di Lessing emerge, come uno dei motivi dominanti, la riflessione sul ruolo e le aspirazioni delle donne in un mondo che appartiene ai desideri e alle decisioni degli uomini. Questo tema, insieme a quello delle contraddizioni e dei conflitti originatisi dall'incontro fra i bianchi e i neri dovuti alla dominazione coloniale, caratterizza in modo pregnante l'opera di una delle grandi scrittrici del nostro secolo.

Sempre in Zimbabwe si segnalano le opere di Charles Mungoshi (1947) e le più recenti produzioni di Chenjenai Hove (1956) e Tsi Tsi Dangarembgda (1959). Tra gli autori più promettenti di lingua inglese ricordiamo inoltre il sudanese Jamel Mahjoub (1960) e il somalo Nuruddin Farah (1945). Di religione mussulmana e figlio di una poetessa orale, Farah è una voce singolare nel panorama della letteratura africana anglofona. La narrativa, in una mescolanza di generi e di tensioni che alternano istanze psicologiche e allegorie politiche, è per lui il mezzo attraverso il quale afferrare l'ambiguità del reale senza farsene travolgere.

Africa

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