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Profili
delle letterature
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LETTERATURA ITALIANA
Dati fondamentali che caratterizzano l'intera storia
letteraria italiana sono da un lato il contributo regionale
al comune patrimonio, testimoniato dall'esistenza fin dalle
origini di una vivace produzione dialettale accanto a quella
illustre, favorita, se non determinata, dal permanere nel
tempo di una situazione di frazionamento politico, ma anche
e soprattutto per il carattere eminentemente accademico
assunto da quest'ultima; dall'altro l'influsso che il
latino, sia dal punto di vista culturale che linguistico, ha
esercitato su di essa, spiegabile con la familiarità che con
tale lingua ebbero tutti i più grandi autori italiani almeno
fino al sec. XIX, e dalla relativa uniformità tra di esso e
il toscano tale che permise una facile trasposizione di
termini e di strutture da quello a questo. Dal punto di
vista strettamente cronologico, il primo documento
letterario italiano è considerato il Cantico di frate Sole
(1255) di S. Francesco, in un dialetto, quello umbro, in cui
si registra negli stessi anni un'ampia produzione di laudi
(Iacopone da Todi).
Caratterizzate da una spiccata
regionalità sono anche le altre esperienze che
contemporaneamente si sviluppano nella penisola: il filone
didattico-moraleggiante nell'Italia settentrionale
(Giacomino da Verona, Anonimo Genovese, Uguccione da Lodi,
Pietro da Bescapé e soprattutto il milanese Bonvesin de la
Riva) e la `scuola siciliana', fiorita alla corte di
Federico II (1221-50), che vide l'elaborazione di una poesia
dai modi estremamente aulici e ricercati da parte di
un'intera generazione di funzionari, giudici e notai (Pier
della Vigna, Guido delle Colonne, Iacopo da Lentini ecc.).
Successivamente (2a metà sec. XIII) il centro culturale
propulsore si sposta nell'Italia centrale. Attorno
all'università di Bologna hanno grande sviluppo gli studi di
retorica (G. Fava, B. Giamboni) e l'attività dei
volgarizzatori (B. Latini), sia da opere classiche che di
altre lingue europee contemporanee, che determinano il
nascere di una prosa caratterizzata da un periodare
fortemente modellato sul latino. Sul versante della poesia
si ha da un lato l'esperienza comico-realistica toscana
(Rustico di Filippo, Folgore da San Gimignano, Cecco
Angiolieri), che vede il ricorso a forme schiettamente
vernacolari e a temi decisamente bassi, dall'altro lo
svilupparsi di un filone più aulico che attraverso Guittone
d'Arezzo e i cosiddetti `siculo-toscani' (B. Orbicciani, C.
Davanzati), porta, negli ultimi decenni del secolo, al
movimento dello Stilnovo (G. Guinizelli, G. Cavalcanti, il
giovane Dante).
Con Dante si ha, alle soglie del sec. XIV,
la prima pausa di riflessione: nel De vulgari eloquentia
egli compie un excursus sulla produzione letteraria
precedente nelle lingue neolatine e delinea la necessità per
quella italiana di giungere a una lingua di cultura capace
di esprimere la nuova sensibilità, e partecipa egli stesso
alla sua prima formulazione sia per la poesia (liriche
all'interno della Vita Nuova, Commedia) sia per la prosa nei
suoi due registri alto (Convivio) e dimesso (Vita Nuova).
L'opera iniziata da Dante trovò il suo compimento in G.
Boccaccio (Decamerone) e F. Petrarca (Canzoniere), la cui
importanza sta innanzi tutto nell'aver saputo creare opere
così formalmente ineccepibili, da essere assunte nel sec.
XVI a modello, contribuendo in modo inequivocabile
all'affermazione del fiorentino come lingua letteraria
italiana; in secondo luogo, inaugurando un nuovo modo di
guardare alla classicità, essi ispirarono di fatto il
movimento umanistico del secolo successivo (umanesimo).
Caratterizzato dal nuovo entusiasmo legato alla riscoperta
dei classici latini e greci, quest'ultimo espresse il meglio
di sé negli studi critico-filologici (L. Valla, A.
Poliziano) e nell'attività filosofica dei neoplatonici (M.
Ficino, Pico della Mirandola), e trovò nel dialogo la forma
retorica più congeniale.
Dopo il ristagno della prima metà
del sec. XV, la letteratura tornò a fiorire più tardi
rivelando da un lato il sussistere di esperienze legate
all'ambito regionale (Lorenzo il Magnifico, Poliziano, L.
Pulci a Firenze; letteratura cortigiana e maccheronica, M.M.
Boiardo, Ruzante nell'Italia settentrionale), ma mostrando
d'altra parte l'incipiente affermazione del fiorentino
trecentesco al di fuori della Toscana (Novellino di Masuccio
Salernitano e Arcadia di I. Sannazaro).
La definitiva
affermazione di questa tendenza, che rappresenterà uno dei
caratteri fondamentali di tutta la letteratura italiana
successiva, si ha nei primi decenni del sec. XVI con l'opera
normativa di P. Bembo (Prose della volgar lingua), e
soprattutto con l'adeguamento a essa di personalità come L.
Ariosto (Orlando furioso) e del largo stuolo di petrarchisti
attivi in particolare nel secondo trentennio del secolo (V.
Colonna, V. Franco, G. Della Casa, G. Tarsia).
Altri grandi
filoni della produzione cinquecentesca sono quello storico,
che ebbe i massimi rappresentanti in N. Machiavelli
(Discorsi, Il principe), particolarmente vicino alla cultura
e alla lingua dell'ambiente fiorentino contemporaneo, e F.
Guicciardini (Storia d'Italia), maggiormente attento alla
lezione bembiana e influenzato dal periodare latino, e il
filone teatrale. Questo, inizialmente legato all'imitazione
dei classici e limitato alla commedia (N. Machiavelli, L.
Ariosto, P. Aretino), si aprì successivamente anche a nuove
forme (tragedie di G.G. Trissino), fino a stabilizzarsi
nella 2a metà del secolo negli stereotipi della commedia
dell'arte.
In questi anni si assiste a un profondo
cambiamento nella temperie culturale, fortemente influenzata
dal nuovo pensiero controriformista e dal razionalismo
aristotelico diffuso dagli ambienti universitari.
Espressione tipica del tempo è T. Tasso che con la
Gerusalemme liberata, opera dalla genesi alquanto
tormentata, rivela l'intimo dissidio che un'epoca
prevalentemente votata al rispetto delle forme esteriori
provocava in animi particolarmente sensibili alle
manifestazioni del sentimento.
In aperto contrasto con la
cultura dominante furono G. Galilei, scienziato di statura
europea e iniziatore della prosa scientifica italiana, alla
cui personalità e opera si ispirò un folto gruppo di
scienziati (E. Torricelli, F. Redi, L. Magalotti), T.
Campanella, filosofo e poeta, propugnatore di una
letteratura più incisiva sulla realtà e lo storico P. Sarpi,
che nell'Istoria del concilio tridentino attuò un'acuta
analisi della chiesa contemporanea.
Il sec. XVII vide la piena
fioritura letteraria del barocco, evasione nel
meraviglioso e nel bizzarro perseguita attraverso un
esasperato sperimentalismo linguistico e formale; al suo
interno si distinsero il poeta G.B. Marino (Adone) e i
prosatori P.S. Pallavicino e D. Bartoli. La letteratura
dialettale, dopo la piena affermazione della lingua
fiorentina, assume più espressamente il carattere di
letteratura di riflesso e ha i suoi esiti migliori nel
Bertoldo del bolognese G.B. Croce e nel Cunto de li cunti
del napoletano G.B. Basile, e nell'opera del milanese C.M.
Maggi, col quale comincia a manifestarsi la vitalità di un
ambiente, quello milanese appunto, che continuerà
ininterrotta lungo i secoli successivi.
In opposizione alla
magniloquenza del barocco si sviluppò negli ultimi anni del
secolo il movimento classicista dell'Arcadia, che trovò in
G.M. Crescimbeni, fautore di una poesia di elegante
semplicità, e in G.V. Gravina, sostenitore invece di una
maggior pregnanza dei contenuti e per questo presto
costretto a staccarsene, gli iniziali promotori. Sulla linea
intrapresa dall'Arcadia si sviluppò successivamente il
melodramma (P. Metastasio).
Gli esponenti culturalmente più
significativi del sec. XVIII sono però da ricercare fra gli
eruditi e filosofi quali P. Giannone, giurista e storico,
L.A. Muratori, e soprattutto G.B. Vico, il cui pensiero avrà
profondi influssi sulla filosofia successiva.
Dopo la metà
del secolo, sulla spinta dell'illuminismo francese,
particolare vivacità intellettuale e un nuovo interesse per
i problemi politici ed economici della società, mostrarono
l'ambiente napoletano (A. Genovesi, F. Galiani, M. Pagano) e
quello milanese, che ebbe nei fratelli A. e P. Verri, C.
Beccaria, G.R. Carli e P. Frisi, promotori della rivista Il
Caffè, gli esponenti più agguerriti.
Nel teatro dominò la
figura di C. Goldoni, convinto assertore della necessità di
un rinnovamento del teatro che egli stesso perseguì in
direzione di un maggior realismo con la viva
rappresentazione dell'ambiente borghese e mercantile
veneziano e con l'impiego del dialetto in funzione mimetica.
Diretti eredi dell'illuminismo italiano furono sul finire
del secolo G. Parini che, pur in forme strettamente
improntate al classicismo, seppe esprimere una forte
tensione civile e morale e V. Alfieri nel quale già si
avvertono i primi sentori della crisi del razionalismo.
I
primi anni del sec. XIX furono caratterizzati dal dibattito
tra romantici e classicisti, che dall'ambito squisitamente
letterario si ampliò ad abbracciare problemi di ordine
politico e sociale. Il movimento romantico, che aveva avuto
un precursore in U. Foscolo (Ultime lettere di Jacopo
Ortis), trovò tra i suoi più convinti divulgatori il gruppo
milanese del Conciliatore. Il panorama letterario
ottocentesco resta comunque dominato dalle figure di G.
Leopardi e A. Manzoni. Il primo, al di là del valore
artistico della sua poesia, fu rappresentante di quel filone
di pensiero che, pur esprimendosi in forme improntate al
classicismo, si faceva portavoce di istanze fortemente
progressiste, caratterizzate dal fermo rifiuto di ogni fuga
verso lo spiritualismo e dalla critica dell'ottimismo
indotto dalla fiducia nel progresso umano; il secondo, più
vicino alla sensibilità romantica e mosso da una sincera
fede in Dio e nel suo intervento provvidenziale nel mondo,
ebbe un ruolo di straordinaria importanza nella storia della
cultura italiana per aver saputo dare voce per la prima
volta a rappresentanti del popolo e per aver introdotto in
una letteratura fino ad allora essenzialmente aulica, uno
schietto realismo. Più vicini alle problematiche politiche e
sociali, per lo più affrontate in chiave libertaria e
risorgimentale, furono C. Cattaneo, G. Mazzini, V. Gioberti,
ecc. La produzione dialettale trova nel milanese C. Porta,
polemico difensore contro il classicista P. Giordani della
liceità e del valore della poesia in vernacolo, e nel romano
G. Belli
i suoi migliori interpreti.
Nel periodo
postunitario dopo l'esperienza della scapigliatura (I.U.
Tarchetti, E. Praga, G. Faldella, C. Dossi, V. Imbriani)
che, pur nella profonda disomogeneità dei principi
ispirativi dei suoi rappresentanti, si oppone essenzialmente
alla sciatta produzione dei manzoniani, esiti artistici di
un certo valore furono raggiunti dal movimento verista (G.
Verga, L. Capuana) e dalla personalità isolata di I. Nievo.
Nell'ultimo scorcio del secolo, dopo la poesia patriottica e
nazionalistica di G. Carducci, già si avvertono atmosfere e
temi decadentisti, che trovano in particolare voce
nell'opera di A. Fogazzaro, G. Pascoli e soprattutto in G.
D'Annunzio, destinato ad avere un profondo influsso su tutta
la poesia successiva. Nei primi anni del sec. XX il
movimento del naturalismo ottocentesco prosegue
nell'attività di alcuni epigoni (F. De Roberto, M. Serao, G.
Deledda), ma da esso muovono anche alcuni fra i maggiori
romanzieri novecenteschi come I. Svevo, L. Pirandello, F.
Tozzi, fino ad A. Moravia. Una forte valenza di rottura con
le esperienze precedenti hanno invece il movimento
d'avanguardia del futurismo (F.T. Marinetti, A. Palazzeschi)
e quello più intimistico e autoironico del crepuscolarismo
(S. Corazzini, G. Gozzano).
L'intera cultura del periodo
precedente la 2a guerra mondiale fu dominata dall'idealismo
di B. Croce, che, tranne nel caso di A. Gramsci, lucido
sostenitore della necessità di una figura di intellettuale
`organico' al sistema politico e di una letteratura più
`popolare', condizionò ogni esperienza critica e filosofica
del tempo; ispirato all'idealismo fu per esempio l'ambiente
sviluppatosi attorno alla rivista La Voce (P. Jahier, C.
Rebora, C. Sbarbaro).
Sempre nello stesso periodo, in un panorama letterario
dominato fino ad allora dalla figura incontrastata di
D'Annunzio, fanno la loro comparsa tre poeti d'eccezione: U.
Saba, G. Ungaretti, E. Montale, che nella loro spiccata
individualità e all'interno di una profonda differenza dei
motivi ispiratori e delle forme poetiche della loro opera,
sono forse da considerare i maggiori esponenti della poesia
novecentesca italiana. Per il resto, tranne i casi isolati
dell'esasperato sperimentalismo espressionistico di C.E.
Gadda, e del simbolismo orfico di D. Campana, gli esiti più
pregevoli si ebbero all'interno del movimento dell'ermetismo
(S. Quasimodo) o nel genere della cosiddetta `prosa d'arte',
sviluppatasi in particolare intorno alla rivista La Ronda
(V. Cardarelli, R. Bacchelli, E. Cecchi).
Nell'immediato
dopoguerra nacque la corrente neorealista che a livello
letterario improntò soltanto in parte la produzione di B.
Fenoglio, V. Pratolini, E. Vittorini, C. Pavese e del primo
I. Calvino. Si diffuse contemporaneamente la tendenza a uno
spiccato sperimentalismo, di cui si fecero portavoce i
promotori della rivista Officina (F. Fortini, P.P. Pasolini)
e in forme più estremiste il Gruppo '63. Negli anni
successivi si è assistito al contrario a un ritorno, almeno
nel campo della prosa, alle forme più classiche del romanzo
storico pur rivisitato in chiave postmoderna o piegato a
messaggero di moderne tematiche a sfondo sociale, etico o
metafisico (L. Sciascia, E. Morante, G. Bassani, C. Cassola,
P. Levi, G. Tomasi di Lampedusa, P. Volponi, U. Eco, ecc.).
In campo poetico, accanto ad autori rappresentativi quali M.
Luzi, G. Giudici, A. Zanzotto, V. Sereni, G. Raboni, ecc., è
continuato nel sec. XX lo sviluppo della poesia dialettale,
nella quale vanno almeno ricordati il milanese D. Tessa, il
veneziano G. Noventa, il triestino V. Giotti, il genovese E.
Firpo, oltre alla produzione in friulano di P.P. Pasolini e
l'esperienza giocata su un piano di alto sperimentalismo
linguistico del lucano A. Pierro.
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