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Profili
delle letterature
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LETTERATURA LATINA
La lingua latina appartiene
alla famiglia indoeuropea, del gruppo italico, parlata
nell'antica Roma e, in varianti dialettali, nel Lazio.
Divenne poi lingua ufficiale e culturale della repubblica e
dell'impero romano.
L'età arcaica
L'atto di nascita di una produzione artistica in lingua
latina si fissava gi in epoca romana al 240 a.C. e
coincideva con la rappresentazione di un testo teatrale di
Livio Andronico. In realtà, almeno fin dal sec. VII, genti
del Lazio affidarono alla scrittura la registrazione di
messaggi legati alla vita pratica, dapprima in caratteri
greci, etruschi, oschi, solo più tardi e gradualmente nella
lingua latina e nei suoi caratteri alfabetici. L'alfabeto
latino si sviluppò da un particolare tipo di greco
occidentale, quello usato nella città campana di Cuma,
modificato da qualche influsso etrusco. Ai tempi di Livio
Andronico si era alquanto estesa l'alfabetizzazione:
specialmente le classi dirigenti (pubblici funzionari,
sacerdoti, capi militari) lasciavano memoria scritta della
loro attività in commentarii, e si andava affermando una
corporazione di scribi. In forma non letteraria il latino si
esplicava inoltre nelle leggi, nei trattati, nel formulario
religioso, nelle iscrizioni pubbliche, nell'oratoria. Resta
una versione rimaneggiata delle Leggi delle XII Tavole,
stilate nel 451-450 da una commissione ed esposte nel foro
romano. Esse furono per secoli oggetto di studio e
venerazione. Nel calendario, del cui rispetto erano garanti
i pontefici, vigeva la distinzione tra giorni fasti e
nefasti. Dall'originario significato di calendario annuale,
la parola fasti cominciò a indicare le liste dei magistrati
nominati anno per anno e anche la registrazione dei loro
trionfi (fasti consulares, fasti triumphales). In seguito si
estese l'uso di registrarvi gli atti ufficiali dei
magistrati ed eventi rilevanti per la comunità: di qui il
nome annales che assunse il significato di memoriali dello
Stato romano, specialmente da quando il pontefice Publio
Muzio Scevola riunì gli annali di 280 anni in un'opera che
prese il titolo di Annales Maximi. La scansione temporale
degli annali pontificali avrà un notevole influsso sulla
storiografia letteraria romana. L'abilità oratoria era tenuta
in gran conto e coltivata come condizione necessaria alla
carriera politica. Iniziatore di quest'arte fu il
leggendario Appio Claudio Cieco, ricordato per numerose
opere di guerra e di pace: la vittoria contro i Sanniti
nella terza guerra sannitica, la costruzione del primo
acquedotto romano (aqua Claudia) e della prima grande strada
(via Appia). Durante la guerra con Taranto (280-272 a.C.) si
oppose alle proposte di pace di Pirro con un famoso discorso
che Cicerone ricorda come il primo pubblicato a Roma. Tra i
generi preletterari vi sono anche i carmina: il termine sta
per poesia ed è assai generico nell'epoca arcaica. Si tratta
soprattutto di produzioni connesse alla religione e al rito
(Carmen Saliare, Carmen Arvale), ma nell'era dei carmina
ruotano anche manifestazioni popolari intrise ancora di
cultura orale. I versi fescennini (dalla città etrusca di
Fescennia o da fascinum, cioè malocchio, membro virile)
scaturivano dalla spontanea comicità delle feste rurali, dove
si improvvisavano motteggi salaci, scherni e pasquinate. La
tradizione si estenderà alle feste nuziali e ai trionfi
militari; avrà influenza sia sul teatro comico plautino, sia
sul filone della satira. Fin dai primi documenti, la
letteratura romana arcaica adottò una metrica pura importata
dalla Grecia o forme metriche impure adattate al gusto e
alle norme locali. Anche i principali generi teatrali romani
sono, in epoca arcaica, prodotti di importazione greca: così
la palliata, genere comico che prende nome dal pallio,
tipico indumento greco, e la cothurnata, genere tragico che
prende nome dai coturni, gli altissimi calzari degli attori
tragici greci. Da queste opere di ambiente greco si
svilupparono analoghi generi di ambiente romano:
rispettivamente la togata (da toga) e la praetexta
(dall'abito dei magistrati romani). Queste forme indigene
rimasero comunque condizionate allo stile e alle convenzioni
dei modelli greci. La nascita, nel 207 a.C., di una
confraternita degli autori e degli attori attesta il
riconoscimento sociale dell'attività teatrale e nello stesso
tempo la sua orgine umile, poichè gli autori vengono
assimilati alla categoria degli attori che all'epoca era
considerata indegna di cittadini romani di nascita libera
(bisogna attendere Ennio e Terenzio per una diversa
considerazione del teatro). Le ricorrenze che più si
prestavano alla rappresentazione di ludi scaenici erano le
pubbliche festività (ludi) legate a celebrazioni religiose,
come quella in onore di Giove Ottimo Massimo (novembre).
Committenti erano i nobili che ricoprivano le cariche
pubbliche, cui toccavano anche le spese. Essi trattavano la
messa in scena con gli autori e gli impresari delle
compagnie di attori. Questi ultimi recitavano con l'aiuto di
maschere, che finirono per fissare i tipi dei personaggi
ricorrenti nella commedia: il vecchio, il giovane
innamorato, lo schiavo, il parassita, il soldato, il lenone,
nei quali sono riconoscibili i modelli della Commedia Nuova
di Atene. La tragedia romana doveva rifarsi invece, a
giudicare dai frammenti, alla tragedia attica del V sec., ma
senza le parti corali che avrebbero reso necessari complessi
impianti scenici e musicali. Un genere teatrale popolare era
l'atellana, che porta il nome della città campana Atella.
Probabilmente derivata da forme orali di improvvisazione su
rudimentali canovacci (come la nostra Commedia dell'Arte),
raccoglie la vitalità farsesca e il gusto delle battute
salaci dei fescennini. Anche nell'atellana comparivano
maschere fisse, come Bucco il fanfarone, o Dossennus il
gobbo malizioso. Plauto raccoglierà l'eredità di questo
genere. Delle tragedie di Livio Andronico, greco forse
tarantino giunto a Roma alla fine della guerra contro
Taranto (272 a.C.), ci restano in tutto una quarantina di
versi frammentari. Altrettanti versi ci sono giunti
dell'opera forse più interessante: la versione in versi
saturni dell'Odissea di Omero (Odusia), che contribu alla
divulgazione della cultura greca ma anche al progresso della
cultura letteraria in lingua latina. La ricerca del patetico
e della tensione drammatica caratterizza, a partire da Livio
Andronico, tutta la poesia latina arcaica: modelli i
tragediografi attici. Il primo grande letterato latino e
cittadino romano, di origine campana, fu Gneo Nevio, che
dopo aver combattuto nella prima guerra punica (264-241)
scrisse su questo tema epico nazionale il poema in saturni
Bellum Poenicum (restano circa 60 versi). Nutrito di cultura
greca, saldava mito e storia nazionale rifacendosi alla
leggenda di Enea, rievocazione celebrativa dell'ascesa di
Roma che ispirerà l'Eneide di Virgilio. Nevio fu anche autore
tragico e comico, innovatore nello stile e anticonformista
nella vita: morì forse esiliato a Utica nel 204 o 201. La sua
fama fu eclissata da quella del poeta umbro Tito Maccio
Plauto (nato fra il 255e il 250 a.C., morto nel 184 a.C.).
Le 21 commedie riconosciute da Varrone come sicuramente
autentiche all'interno del vasto corpus plautino furono
perpetuate dalla tradizione manoscritta a scapito di altre,
perdute fin dalla tarda antichità. La vis comica di Plauto
non consiste tanto nell'originalit degli intrecci, che sono
anzi prevedibili, o nella varietà dei caratteri umani, poichè
mette in scena un numero limitato di tipi. La comicità
risiede nel libero gioco creativo che muove la figura del
servo ingegnoso, sia esso Palestrione del Miles gloriosus, o
Pseudolo il servo-poeta dell'omonima commedia, o Crisalo
(Bacchides) o Tranione (Mostellaria). Si aggiungano i valori
ritmici, che si esprimono anche con parti cantate, e la
grande varietà di giochi di parole, enigmi, doppi sensi,
metafore, neologismi e altri artifici dello stile affidati
molto spesso al servo-demiurgo. I modelli plautini
ispireranno largamente la nostra commedia umanistica e il
teatro comico europeo di età moderna. Cecilio Stazio fu
commediografo di statura non inferiore, ma di lui restano
appena 300 versi e una quarantina di titoli di palliate.
Nato in Gallia, forse a Milano, era contemporaneo di Plauto
e di Ennio; morì nel 168 a.C. Dotato di grande fantasia
comica, fu ancora pi di Plauto debitore della commedia di
Menandro, che tuttavia contaminò liberamente.
Quinto Ennio (239-169 a.C.) occupò il posto di autore tragico
lasciato vacante da Andronico e Nevio. Nato nella cittadina
pugliese di Rudiae, giunse a Roma (la tradizione dice al
seguito di Catone) e ottenne la cittadinanza romana anche
grazie ai suoi illustri mecenati: gli Scipioni e il generale
Marco Fulvio Nobiliore. La sua fama di principale autore
dell'età arcaica è legata al poema epico Annales,in esametri,
che narrava in 18 libri la storia di Roma in chiave
celebrativa, rifacendosi al modello omerico e anche
all'epica alessandrina. Grazie a Ennio nasce l'esametro
latino, che accoglie in sè nuovi elementi morfologici,
grammaticali, lessicali, metrici. Ennio rappresenta la voce
dell'ideologia aristocratica e come tale fu considerato,
almeno fino a Virgilio, il sommo poeta nazionale romano.
Marco Porcio Catone (sabino di Tusculum, nato nel 234, morto
nel 149 a.C.) fu grande oratore ma anche storiografo in
lingua latina (Origines in 7 libri). Prima di lui c'erano
stati storici annalisti che componevano in greco, come
Quinto Fabio Pittore, Cincio Alimento, Gaio Acilio e Aulo
Postumio Albino.
L'età repubblicana
Con la fine della seconda guerra punica (201), Roma aveva
conquistato il dominio del Mediterraneo e poteva ormai
reclamare l'uso della propria lingua. In compenso si erano
snaturate le antiche virtù per effetto dei mutamenti sociali,
economici e culturali.
Per 50 anni Catone fu, da politico e da letterato, il
custode della morale tradizionale, del mos maiorum (costume
degli avi) e un argine alle spinte culturali eccessivamente
ellenizzanti che provenivano da alcuni ambienti
aristocratici. Cicerone conosceva più di 150 orazioni di
Catone. Il suo trattato De agri cultura è conservato ed è il
testo di prosa latina più antico che ci sia giunto intero. La
censura assicurò a Catone il soprannome di Censore per la
nota intransigenza e il moralismo con cui esercitò questa
carica. La vittoria di Lucio Emilio Paolo a Pidna contro
Perseo, ultimo re di Macedonia (168 a.C.), apre un ventennio
di pace e di assimilazione della cultura greca: i contatti
con quel mondo cambiano il gusto, la mentalità, i consumi,
l'estetica dei Romani. La casata degli Scipioni, con i suoi
illustri ospiti (il filosofo Panezio, lo storico Polibio),
diventa un centro di diffusione dell'ellenismo. In questo
contesto esordisce il teatro di Terenzio, nato intorno al
185 a.C., o forse 10anni prima, e morto nel 159. La
tradizione vuole che sia giunto a Roma dall'Africa, schiavo
del senatore Terenzio Lucano. Egli utilizza come modelli gli
autori della Commedia Nuova: Menandro, Difilo, Apollodoro di
Caristo. Negli intrecci, le commedie di Terenzio non si
discostano da quelli già collaudati nella palliata, ma nei
contenuti entrano gli ideali di rinnovamento
dell'aristocrazia scipionica e nei personaggi, pur
fortemente tipizzati, c'è approfondimento psicologico,
umanità. Lo stile si fa misurato, pacato, quasi censurato
nella scelta lessicale e metrica; trionfa un linguaggio
verosimile e quotidiano, che è poi quello delle classi urbane
acculturate. Nelle sei commedie pervenute interamente fino a
noi la principale innovazione è l'uso del prologo come spazio
per riflessioni di carattere critico e letterario, o anche
per polemiche con gli avversari. I due maggiori tragici del
II sec. a.C. furono Marco Pacuvio (c. 220-130) e Accio (170
- 90/80), che raccolsero la lezione di Ennio ed ebbero
risonanza fino all'età augustea e oltre. Essi continuarono la
pratica della libera rielaborazione dei modelli greci (Omero
e i tragici), ma i miti furono adattati ai nuovi e più
urgenti problemi della società romana contemporanea: il
pericolo della tirannide, la diffusione di nuovi culti
religiosi o nuove correnti filosofiche. Un altro aspetto di
queste tragedie è il crescente gusto per il patetico,
l'orrido, il romanzesco da una parte; dall'altra il grande
spazio lasciato all'eloquenza, alla persuasione retorica.
Con Accio, che si segnala anche per la produzione erudita di
poeta-filologo (Didascalica,Annales, Sotadicorum liber,
Pragmatica, Parerga, Praxidicus), e con Pacuvio la tragedia
acquista prestigio e diventa sempre più un'occupazione
riservata a uomini colti e potenti. Il genere epico portato
all'eccellenza da Ennio si svilupperà come poesia celebrativa
a sfondo storico fino all'età imperiale, evidentemente
incoraggiata dal potere politico e militare. L'autore di
satire Lucilio (aristocratico di origine campana, morto nel
102 a.C.) rappresenta un nuovo tipo di intellettuale,
raffinato e appartato dalla vita pubblica. Restano frammenti
per 1300 versi dei suoi 30 libri di satire. Il significato
originario di satura sembra da collegare al valore di
mescolanza, varietà; non solo il nome ma anche il tipo di
componimento, sempre più orientato verso l'esametro, era
genuinamente romano (inaugurato da Ennio). Rispondeva al
bisogno di espressione diretta del poeta, di commento
ironico e parodistico della realtà, di intervento anche
polemico nella società contemporanea. Bersaglio della satira
era per lo più la letteratura epica e in genere ogni
espressione arcaica e declamatoria. La crisi
politico-sociale dell'età graccana mise in auge soprattutto
due generi letterari: l'oratoria e la storiografia. Si
contrapposero due stili retorici: quello fiorito e ampolloso
degli asiani (come Quinto Ortensio Ortalo) e quello
semplice, nitido e conciso degli atticisti (come Marco Bruto
e Gaio Licinio Calvo). Nella storiografia si rigettò la
tradizione annalistica: storiografi come Sempronio Asellione
o Celio Antipatro percorrono così strade diverse dagli
annalisti Lucio Calpurnio Pisone o Licinio Macro. Lucio
Cornelio Sisenna, sostenitore di Silla, è invece un esponente
della storiografia tragica, che dà spazio ai particolari
romanzeschi e favolosi. Anche gli studi filologici
progrediscono: la scuola di Pergamo ammette le anomalie
insite nel linguaggio quotidiano, nell'uso vivo e mobile
della lingua; la scuola di Alessandria vuole che la lingua
sia codificata per sempre sulla norma e sull'analogia
(regolarit e rispetto di alcuni modelli classici). Elio
Stilone cerca di conciliare le tendenze analogiste con
quelle anomaliste, seguito da Varrone. Giulio Cesare è invece
rigorosamente analogista, come testimonia il suo perduto
trattato De analogia. Mentre resistono nella tarda
repubblica i generi comici della palliata e dell'atellana,
quest'ultima rivitalizzata da Pomponio e Novio, il mimo
diventa forma di spettacolo assai richiesta, con la crescita
del gusto veristico e dell'attenzione al quotidiano: gli
attori vi recitano senza maschera, i ruoli femminili sono
ora interpretati da donne. Due autori di mimo di et
cesariana sono Decimo Laberio e Publilio Siro. Il teatro
tradizionale intanto decade, poichè l'èlite colta esprime
nuove istanze culturali.
L'età di Cesare
Nel periodo compreso tra la morte di Silla (78 a.C.) e
quella di Cesare (44 a.C.) fiorisce una vasta messe di
autori e generi letterari. Anzitutto la poesia neoterica,
cioè dei poetae novi, che segna una svolta nel gusto: tratti
distintivi del nuovo clima sono la ricerca di una forma
raffinata, cesellata, ispirata alla brevitas, secondo i
principi della poetica di Callimaco; la predilezione per i
temi della vita privata, del sentimento, dell'eros; il
disinteresse per i valori e i doveri tradizionali del
cittadino romano. Fra le personalità che anticipano il
neoterismo vi sono Q. Lutazio Catulo, poeta, storico,
oratore elegante, che introdusse nella poesia latina
l'epigramma di stampo greco e radunò un circolo di
intellettuali dediti alla poesia d'intrattenimento; inoltre
Valerio Edituo, Porcio Licino, Volcacio Sedigito, Levio,
Mazio, Sueio. Fra i neoterici veri e propri Valerio Catone,
M. Furio Bibaculo, P. Terenzio Varrone Atacino, C. Elvio
Cinna (il cui poemetto Zmyrna fu celebrato da Catullo),
Licinio Calvo e il grande Catullo. I componimenti di questi
poeti, molti dei quali orginari della Gallia Cisalpina,
erano quelli del nuovo corso alessandrino: epigrammi,
epilli, epitalami, poemetti erotico-mitologici, poesie
d'occasione di vario contenuto. Di Gaio Valerio Catullo,
nato a Verona e vissuto solo una trentina d'anni (forse fra
l'84 e il 54 a.C.), restano 116 carmi aggregati in tre
gruppi: i carmi brevi (le nugae,le bagatelle), i carmina
docta, gli epigrammi. E' una poesia preziosa, dotta, ricca di
richiami letterari e di valori formali, dove l'apparente
immediatezza dei riferimenti autobiografici (come la
drammatica passione per Lesbia) rischia di farci dimenticare
la ricercatezza compositiva. Soprattutto i carmina docta
concentrano impegno stilistico e dottrina; il carme 66 la
traduzione dell'elegia di Callimaco Chioma di Berenice; il
carme 68 già prefigura la futura elegia latina. Tito Lucrezio
Caro nacque negli anni Novanta e morì verso la metà degli anni
Cinquanta; incerta la provenienza, la classe sociale e anche
la data di composizione del suo poema epico-didascalico in
esametri: De rerum natura. L'opera, dedicata
all'aristocratico Memmio, intende divulgare in Roma la
dottrina epicurea che era già piuttosto diffusa nelle classi
elevate. Dei sei libri che la compongono, i primi due
trattano i principi della fisica epicurea, i due successivi
l'antropologia, gli ultimi la cosmologia. Il poeta batte vie
mai percorse nella letteratura latina e ha per maestri
Epicuro, Empedocle e gli autori alessandrini di poemi
didascalici (primi Arato e Nicandro); ma dai modelli greci
Lucrezio si distingue per il rigore delle argomentazioni e
per la tensione particolare che si instaura nel rapporto col
lettore-discepolo, invitato ad accettare la sfida di un
insegnamento duro e aspro: la natura materiale e mortale del
mondo, dell'uomo e dell'anima stessa.
Gli ideali filosofici dell'epicureismo, visti come fonte di
disgregazione dello Stato romano a cominciare dalla
religione, non potevano essere condivisi da Cicerone, che
peraltro ammirò l'acutezza del pensatore e la grandezza
artistica del poeta. Di Marco Tullio Cicerone (106-43a.C.)
conosciamo bene la vicenda umana e intellettuale, grazie
alla sterminata opera che rispecchia l'ultimo scorcio della
repubblica. Nella sua carriera di avvocato illustre,
politico e scrittore, Cicerone fu parte attiva nella crisi
che sconvolse lo Stato alla vigilia della dittatura di
Cesare prima, del principato di Ottaviano poi. Concepì un
disegno politico per favorire la concordia dei ceti abbienti
(senatori e cavalieri) che si rivelò fallimentare:
schieratosi dalla parte di Pompeo, ottenne il perdono di
Cesare; alleatosi con Ottaviano contro Antonio, fu ucciso
dai sicari di quest'ultimo quando i due formarono con Lepido
il secondo triumvirato. Tra le sue orazioni ricordiamo le
celebri Catilinarie, Verrine, Filippiche, Pro Milone, Pro
Sestio. Le opere retoriche cercano di dare una risposta
politica e culturale alla crisi delle istituzioni: tra esse
De oratore,Brutus, Orator. Sul modello del dialogo platonico
sono composte le opere politiche De re publica e De legibus.
Nell'opera filosofica De finibus bonorum et malorum è esposta
la teoria eclettica di Antioco di Ascalona, maestro di
Cicerone e Varrone. Altri trattati filosofici sono le
Tusculanae disputationes, sul tema della morale e della
felicità, e poi De natura deorum, De divinatione, De fato,
Cato maior de senectute, Laelius de amicitia, De officiis
(che ha per base filosofica lo stoicismo moderato di
Panezio).
I valori della prosa ciceroniana sono la bella costruzione
sintattica, la rigorosa architettura logica, la varietà dei
registri stilistici (semplice, temperato, sublime), gli
effetti metrico-ritmici delle clausole. Enorme valore
storico si riconosce agli epistolari (Ad familiares, Ad
Atticum, Ad Quintum fratrem), che ci restituiscono un
Cicerone sincero, non ufficiale. Sul finire della repubblica
fiorirono studi eruditi di carattere filologico-antiquario.
Tra le opere conservate di Marco Terenzio Varrone (116-27
a.C.) si ricordano De lingua latina e De re rustica, ma ne
scrisse numerose altre di contenuto storico, geografico,
linguistico, retorico, filosofico, scientifico. Nelle
Antiquitates, opera perduta, fu datata una volta per tutte
al 754 a.C. la fondazione di Roma. Varrone inaugurò il genere
delle Saturae Menippeae, satire pungenti dei vizi
contemporanei, che trovò dei continuatori in Petronio e
Seneca. Virgilio trasse da Varrone materia per le Georgiche
e l'Eneide. Sulla scia diretta di Varrone scrissero gli
eruditi Publio Nigidio Figulo e Cornelio Nepote (nato nel
100 a.C. in Gallia Cisalpina). Di quest'ultimo è rimasta una
parte del De viris illustribus, una raccolta di biografie
che metteva a confronto uomini della civiltà greca e illustri
cittadini romani.
L'opera di Gaio Giulio Cesare (nato da antica famiglia
patrizia nel 100 e assassinato nel 44 da aristocratici di
salda fede repubblicana) resta un esempio non superato di
nitore stilistico, semplicità e razionalità. Perciò fu ammirato
anche da Cicerone che pure da Cesare è molto lontano per forma
di scrittura e per teorie linguistiche. Nei Commentarii de
bello gallico in sette libri (l'ottavo è quasi sicuramente del
luogotenente Aulo Irzio) l'autore narra in terza persona i
fatti della campagna gallica (dal 58 al 52) che si conclude
con la sottomissione dell'intero mondo celtico. L'operazione
è presentata come necessaria conquista di carattere difensivo
e preventivo. I Commentarii de bello civili, in tre libri,
coprono i fatti del 49 e di parte del 48; in essi Cesare
cerca di accreditarsi agli occhi dei benestanti e del ceto
medio come uomo rispettoso delle leggi. Gaio Sallustio
Crispo (86-35 o 34 a.C.), conterraneo di Catone il Censore e
homo novus come lui, si dedicò alla storiografia dopo aver
ricoperto la carica di governatore della provincia di Africa
Nova per conto di Cesare (con disonore, poichè al ritorno fu
colpito da un'accusa di malversazione). Scrisse le
monografie storiche Bellum Catilinae e Bellum Iugurthinum;
l'opera più impegnativa, Historiae restò incompiuta al libro
quinto. La scelta tematica della monografia è una novità in
campo storiografico; i contenuti riflettono moralismo,
moderatismo politico di segno antinobiliare, scarsa
obiettività nel riferire e valutare i fatti. Fu lodato e
imitato, persino dal grande Tacito, per la bellezza dello
stile: sobrio, austero, arcaizzante, ma nel contempo
dinamico, intenso, ricco di effetti drammatici. Gli anni
successivi alla morte di Cesare furono angosciosi e violenti
per le guerre sanguinose tra le fazioni in lotta. Anche
Virgilio e Orazio furono vittime della crisi, prima di
trovare nel vincitore Ottaviano protezione e sostegno.
L'età di Augusto
Dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) iniziò un periodo di
concordia (pax augustea):il principato di Augusto con la sua
ideologia impresse un sigillo sulla vita letteraria,
trovando il consenso di molti validi uomini di cultura
attorno ai valori proclamati dal nuovo regime: restaurazione
religiosa, rivalutazione della tradizione (famiglia,
propriet terriera), lotta ai costumi corrotti e ai consumi
di lusso, esaltazione delle virtù nazionali contro gli
influssi orientali. Paradossalmente la retorica del potere
non aumentò l'impegno politico e sociale, anzi l'eclissi
della repubblica determinò un ripiegamento sul privato, nei
casi estremi un'atteggiamento apolitico e moralmente
disinibito. Ovidio è il poeta che maggiormente mette a nudo le
contraddizioni tra ideologia augustea e tendenze reali della
società. Mecenate, aristocratico aretino e consigliere di
Ottaviano, pur non occupando cariche ufficiali fu uomo di
potere e nel suo circolo, fondato su stretti legami privati,
promosse una letteratura nazionale di grande impegno ideale.
Tra gli amici della sua cerchia figurava già nel 38 a.C.
Publio Virgilio Marone, nato presso Mantova nel 70 a.C. da
piccoli proprietari terrieri e morto nel 19 a.C. a Brindisi.
Il primo poeta augusteo fu anche la voce più alta della
letteratura latina; da uno studio profondo dei generi della
letteratura greca seppe genialmente trarre linfa per
un'opera originale e di temperamento italico. Nei dieci
componimenti in esametri raccolti sotto il titolo Bucolica
(canti dei bovari), l'ambiente è quello pastorale e
artificioso degli idilli di Teocrito, ma Virgilio supera i
limiti del genere rivitalizzandolo con la forza del
sentimento e un tocco di realismo autobiografico.
Sul modello della poesia didascalica ellenistica (Arato,
Nicandro, Eratostene), che privilegiava la ricerca formale,
ma anche sulla scorta di Lucrezio, che aveva ridato vigore
ai contenuti didascalici, Virgilio scrisse le Georgicheun
poema sulla vita agricola che doveva rafforzare il mito
dell'unità e della pacificazione dell'Italia sotto la guida
salvatrice di Ottaviano. I contenuti dei quattro libri in
esametri sono il lavoro dei campi, l'arboricoltura,
l'allevamento del bestiame e l'apicoltura, collegati in una
studiata architettura d'insieme dove gli episodi oscillano
fra temi di morte e di vita, simmetricamente disposti. Ora
lo stile di Virgilio è maturo per misurarsi con l'epos e
confrontarsi alla pari con i grandi antecedenti: Omero ed
Ennio. Nasce l'Eneide, poema epico in 12 libri e poco meno
di 10.000 esametri, scritto in un decennio fra il 29 e la
morte. L'intento celebrativo dell'opera è quello di lodare
Augusto partendo dai suoi antenati: Enea è, per quanto
miticamente lontano e di stirpe divina, lo storico
progenitore di quell'Augusto che riporterà sulla terra l'età
dell'oro. Il modello omerico è trattato con autonomia,
trasformato con sapienza. Anzitutto l'Eneide continua
l'epopea omerica contaminando Iliade e Odissea: infatti
racconta il viaggio di Enea da Cartagine alle sponde del
Lazio, con una retrospettiva sulle vicende che avevano
condotto l'eroe da Troia a Cartagine. Questa potrebbe essere
definita la metà odissiaca del poema, alla quale segue la metà
iliadica con la narrazione della guerra in territorio
laziale. In secondo luogo l'Eneide rispecchia con una certa
fedeltà gli eventi omerici, ma nello stesso tempo opera un
rovesciamento delle sorti: in questa nuova Iliade Enea non
è un profugo perdente, ma un vincitore; la guerra porterà alla
fondazione di una nuova città e non alla distruzione; gli
scorci profetici contenuti nell'Eneide fanno balenare non
morte e sciagura, ma la futura grandezza di Roma. Al di là
della propaganda ideologica, il poema fu ed è considerato un
capolavoro per i suoi valori formali e per una sua
particolare caratteristica: il peso dello stile soggettivo
(spesso riequilibrato dall'intervento oggettivante del
poeta), che è un tratto peculiare della lirica o della
tragedia, ma non del poema epico. Anche la figura di Enea,
così ricca di sentimento e di pietas (religiosità), è in realtà
una figura antieroica.
Dell'entourage di Mecenate e di Ottaviano fece parte anche
Quinto Orazio Flacco (65 a.C. - 8 a.C.). Figlio di un
liberto e piccolo proprietario terriero, nonostante la
modesta condizione ebbe a Roma un'ottima educazione che
perfezion in Grecia. Ebbe nell'armata repubblicana di Bruto
il titolo di tribuno militare e fu coinvolto nella rotta di
Filippi. Gli furono confiscati i terreni di Venosa, ma
rientrò a Roma grazie a un'amnistia. La protezione di
Mecenate gli portò in seguito la tranquillità economica e un
podere nella campagna sabina. Intrattenne con il potere
rapporti di devota riconoscenza, senza adulazione o
servilismo. Scrisse gli Epodi, di contenuto vario, sotto
l'influsso dei Giambi di Callimaco e soprattutto dei versi
di Archiloco, anche se l'ispirazione è meno aggressiva che nel
poeta di Paro. Il modello dell'Orazio delle Satire fu invece
Lucilio, cui risale l'uso dell'esametro e la scelta di
questo genere come veicolo di critica connessa alla vita e
ai rapporti personali del poeta. Bersagli della satira
oraziana sono personaggi del popolo minuto, gli uomini e le
donne comuni nei quali è facile scoprire e analizzare vizi e
debolezze. Scopo dell'osservazione è quello di rintracciare
una via morale che porti agli obiettivi fondamentali
dell'autosufficienza interiore e della moderazione: concetti
assorbiti dall'epicureismo e dalla scuola peripatetica che
ben si adattavano all'ideologia augustea. Nelle Odi, Orazio
rivendica orgogliosamente il titolo di Alceo romano, ma
anche qui l'imitazione è libera: dalla lirica monodica vengono
la maggior parte dei metri usati, dalla lirica corale
(specialmente Pindaro) vengono la complessità strutturale e
l'impianto concettuale. E' comunque la poesia alessandrina
(Callimaco) quella che stimola maggiormente la sua
sensibilità di poeta. La bellezza dello stile è ottenuta con
una studiata riduzione dei mezzi espressivi, una dizione
asciutta, levigata, accuratissima.
Gli antichi consideravano Cornelio Gallo il creatore
dell'elegia latina, ma i maggiori rappresentanti del genere
furono, nella seconda metà del I sec. a.C., Tibullo,
Properzio e Ovidio. Albio Tibullo, nato tra il 55 e il 50
nel Lazio rurale, si legò di amicizia con il nobile
repubblicano Messalla Corvino, al cui seguito partecipò ad
alcune spedizioni militari volute da Augusto. Le elegie, che
cantino l'amore per Delia o per il giovinetto Mrato o per la
cortigiana Nèmesi, contengono il vagheggiamento di uno spazio
ideale, agreste, dove vivere gli affetti con tranquillità, in
armonia con la natura. L'altro tema dominante è quello della
pace, ovvero l'orrore per la tragedia delle guerre.
Quintiliano definì il poeta terso ed elegante. Meno armoniosa
ed equilibrata, più ruvida e densa, ma più vicina al gusto
moderno, la scrittura di Sesto Properzio, nato in Umbria tra
il 49 e il 47 a.C. Tentò a Roma la carriera forense e
politica, ma presto fu introdotto nei circoli mondani e
letterari, dove conobbe la cortigiana ispiratrice: Cinzia ne
è lo pseudonimo poetico. Probabilmente, come Tibullo non ebbe
vita lunga. Nei quattro libri di elegie seguiamo le
gradazioni della passione per Cinzia fino al distacco; a
mano a mano che si allenta il legame aumenta l'adesione alle
direttive della cultura ufficiale, che si traduce in
componimenti impegnati su personaggi e imprese attuali,
oppure in celebrazioni di miti e riti della tradizione
romana e italica. Properzio si sottrasse però alle pressioni
di Mecenate per una sua collaborazione più attiva alla
politica culturale augustea.
Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona (Abruzzo) nel 43 a.C.
e morì a Tomi nel 17 o 18 d.C. Abbandonò la carriera politica
appena intrapresa ed entrò nel circolo di Messalla Corvino.
All'apice dei successi letterari, Augusto lo fece relegare
sul mar Nero, a Tomi, non sappiamo per quale colpa (la
motivazione ufficiale fu l'immoralità della sua poesia).
Ovidio, pur avendo perfezionato il distico elegiaco, non
identificò la vita con la poesia, come i precedenti autori,
ma coltivò anche esperienze diverse dalla poesia d'amore.
Esordì con le elegie Amores dove l'eros è filtrato dall'ironia e
dal gioco intellettuale. Passò poi a una precettistica
dell'amore in cui l'erotismo diventa divertimento e
malizioso codice didascalico (Ars amatoria, Remedia amoris,
Medicamina faciei femineae). Opera di ispirazione mitologica
è invece la raccolta di lettere poetiche Heroides, che si
fingono scritte da mitiche eroine greche (ma anche da due
personaggi storici: Saffo e Didone) ai loro amanti e mariti.
E' un genere letterario inedito, che porta con sè necessarie
deformazioni del materiale narrativo dell'epos e della
tragedia. Nelle Metamorfosi confluiscono circa 250 storie
mitologiche accomunate da uno stesso tema, come avviene in
alcuni poemi alessandrini o nell'Esiodo della Teogonia e del
Catalogo. Una prodigiosa fluidità e continuità lega un
contenuto così vario e multiforme. Anche se il centro
apparente sono le metamorfosi di esseri umani, l'amore è la
vera fonte di ispirazione: un amore dettato da impulsi umani
e assai poco solenni, benchè calato nella sfera mitica e
divina. Il mondo che esce dalle Metamorfosi è dinamico e
sorprendente, illusorio e dotato di grande evidenza plastica
pur nel gioco cangiante delle trasformazioni. Nei Fasti
Ovidio si impegna a illustrare miti e costumi latini,
seguendo la traccia del calendario romano. In realtà, mentre
si accosta al programma culturale imperante, mantiene il
solito sorridente scetticismo. In forma elegiaca Ovidio
scrisse in esilio i Tristia, le Epistulae ex Ponto, il
poemetto Ibis.
I condizionamenti del potere furono meno sensibili in ambito
storiografico, dove campeggia Tito Livio, nato a Padova nel
59 a.C. e morto nella stessa città nel 17 d.C. Gli Ab urbe
condita libri, in 142 libri (sono conservati i libri 1-10 e
21-45) contengono la storia di Roma, dalla sua fondazione
fino all'età contemporanea, organizzata nella struttura
annalistica. Livio adotta uno stile ampio, limpidamente
chiaro, ma anche vario e duttile. Ricorre spesso alla
drammatizzazione del racconto, mostrando di seguire la
lezione della storiografia ellenistica detta tragica, ma
soprattutto è debitore dello stile maestoso e regolare di
Cicerone. Altri storici furono, oltre al già ricordato Asinio
Pollione, Agrippa (genero di Augusto), lo stesso Augusto
(autore dei perduti Commentarii de vita sua), Pompeo Trogo,
Velleio Patercolo e Valerio Massimo. Gli ultimi due
tributarono lodi e panegirigi al principato di Tiberio, al
quale si opponevano invece Tito Labieno e Cremuzio Cordo,
nostalgici del passato repubblicano, le cui opere furono
messe al rogo. Quinto Curzio Rufo, vissuto forse sotto il
regno di Claudio, coltivò la storia come intrattenimento
letterario (Historiae Alexandri Magni). A partire da Esopo
si era fissata in Grecia (IV sec. a.C.) una tradizione di
storie morali con personaggi animali. Lavorando su questi
testi, Fedro, schiavo di origine tracia, fondò nell'età
giulio-claudia il nuovo importante genere poetico della
favola. Gli animali protagonisti fungono da tipi fissi,
maschere psicologiche riconoscibili. Ogni favola tende alla
conclusione con un insegnamento morale.
Nella prima età imperiale si assisteva a una discreta
fioritura di letteratura scientifica: Vitruvio Pollione
pubblicò tra il 27 e il 23 a.C. il trattato De architectura,
dedicato ad Augusto che non a caso in quegli anni si
dedicava al rinnovamento dell'edilizia pubblica; Aulo
Cornelio Celso scrisse un manuale enciclopedico di cui
restano i libri relativi alla medicina;
Lucio Giunio
Moderato Columella, spagnolo, si occupò di agricoltura (De re
rustica) ; Pomponio Mela, un altro spagnolo, descrisse la
terra nella sua opera di geografia; Agrippa, genero di
Augusto, costruì una gigantesca carta geografica del mondo
conosciuto; Marco Gavio Apicio lasciò un corpus di ricette
culinarie.
L'età imperiale
La letteratura della prima età imperiale, sotto la spinta di
una realtà sociale e culturale in rapido mutamento, tende ad
allontanarsi dalle forme oggettive dell'arte classica e a
caricarsi di tensione espressiva: perciò si è parlato di
manierismo stilistico. Lucio Anneo Seneca, di Cordova, ebbe
rapporti difficili con gli imperatori Caligola e Claudio;
diventò precettore e poi consigliere politico di Nerone, che
negli ultimi anni del regno lo condannò a morte per sospetto
di congiura. Morì suicida nel 65 d.C., lasciando opere di
carattere filosofico, tragedie e scritti scientifici. Nei
Dialoghi trattò aspetti particolari dell'etica stoica, cui
aderì, come le passioni (De ira), la felicità (De vita beata),
la virtù del saggio (De constantia sapientis, De otio, De
tranquillitate animi), la precarietà della vita (De brevitate
vitae). Seneca aveva concepito il sogno di una società
ordinata e concorde sotto la guida di un monarca illuminato,
ma la progressiva degenerazione del principato neroniano
provocò il ripiegamento sulla coscienza individuale, come
mostrano le belle Epistulae ad Lucilium, strumenti di
meditazione filosofica e di perfezionamento interiore. Marco
Anneo Lucano, nipote di Seneca, visse per un certo tempo
alla corte di Nerone, poi si alienò la simpatia del principe
e fu allontanato. Aderì alla congiura di Pisone, che fu
scoperta, quindi fu obbligato a darsi la morte nel 65, a 25
anni. Lasciò incompiuto il poema epico Bellum civile (o
Pharsalia) sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo. In
trasparente polemica con Virgilio, che nell'Eneide aveva
coperto con un velo di mistificazioni l'uccisione delle
libertà repubblicane a opera della tirannide, Lucano si
riappropria dell'epica per rovesciarne quei presupposti:
interpreta l'ultimo secolo di storia in chiave pessimistica,
denunciando la guerra fratricida e le sue nefaste
conseguenze. T. Petronius Niger (soprannominato Arbiter),
suicida per volere di Nerone nel 66, è probabilmente l'autore
del Satyricon, che noi conosciamo come lungo frammento
narrativo in prosa, con parti in versi, di un romanzo molto
più vasto scritto entro la fine del II sec. Ricaviamo
l'identità dell'autore, in via ipotetica, da un ritratto che
Tacito fa, nel XVI libro degli Annali, di un cortigiano di
Nerone, detto elegantiae arbiter (giudice della
raffinatezza). Il romanzo, che narra la vita di Encolpio
attraverso una ridda di avventure, può avere come antecedenti
il romanzo greco, la novellistica comica (le favole milesie
derivate da Aristde) o la satira menippea per la mistura di
versi e prosa (prosmetro). Ma il realismo e l'attualtà della
narrazione, evidenti nel celebre brano della cena di
Trimalcione, sono dati originali di Petronio, che è autore
molto più parodistico che satirico, in quanto privo di
indignazione morale. La licenziosità del romanzo richiama in
qualche modo la tradizione dei Priapea, poesie dedicate al
dio fallico Priapo, tramandate forse dalla seconda metà del I
sec. d.C.
Autori satirici dell'età imperiale furono Persio e Giovenale.
Aulo Persio Flacco, etrusco di Volterra educato a Roma, fu
introdotto allo stoicismo dal maestro Anneo Cornuto e
frequentò gli oppositori del regime. Morì a 27 anni, nel 62.
Spinto da una visione moralistica della società, si propone
di combattere la corruzione e il vizio per una rigenerazione
delle coscienze. Nelle sue Satire esaspera tuttavia la
tensione morale in un barocchismo macabro che si compiace di
descrivere la fenomenologia del vizio. Decimo Giunio
Giovenale nacque forse nel Lazio tra il 50 e il 60 d.C.
Esercitò l'avvocatura con scarsi profitti e fu costretto a
dipendere come cliente dai potenti. Compose, fino all'età di
Adriano, delle satire in cui il poeta stesso ravvisa
nell'indignazione la sua musa ispiratrice. A differenza di
Persio, non crede alla possibilità di rigenerazione degli
uomini in preda alla corruzione dei tempi, anzi il suo
sdegno è venato di rancore verso chi nella società viene
premiato e beneficato immeritatamente. Rappresentano l'epica
di età flavia: Publio Papinio Stazio, napoletano, protetto da
Domiziano (scrisse i testi epici in esametri Thbais e
Achilleis, il poema storico De bello Germanico e le Silvae,
poesie varie d'occasione); Valerio Flacco (Argonautica);
Silio Italico (Punica, poema storico in esametri). I tre
autori assumono come referente ormai classico l'Eneide di
Virgilio. Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio
(23-79 d.C.) è l'espressione di una curiosità scientifica
nuova, di una crescente richiesta di cognizioni tecniche
nella Roma imperiale. Concepì un progetto enciclopedico di
raccolta e sistemazione dello scibile, che si tradusse nella
monumentale Naturalis historia (cioè La scienza della
natura), preceduta da un'epistola dedicatoria al futuro
imperatore Tito. Il nipote adottivo Plinio il Giovane (Gaio
Cecilio Secondo) fu retore e politico. Il suo Panegyricus è il
discorso di ringraziamento a Traiano tenuto in Senato per la
nomina a console (100 d.C.). Plinio sottolinea il merito di
Traiano di avere ridato libertà di parola e di pensiero dopo
la truce tirannia di Domiziano. Le Epistulae sono un quadro,
in stile ciceroniano, della vita mondana, intellettuale e
civile. Plinio fu allievo di Marco Fabio Quintiliano, nato
in Spagna verso il 35 d.C., maestro di retorica a Roma e
autore della Institutio oratoria (perduti i libri De causis
corruptae eloquentiae e Artis rethoricae). Egli affronta
scolasticamente il problema della corruzione morale e
letteraria dell'eloquenza e traccia nella sua opera un
programma complessivo di formazione che il futuro oratore
deve seguire con scrupolo fin dall'infanzia. Quintiliano è il
leader culturale di un nuovo classicismo che si richiama a
Cicerone, contro il modernismo linguistico di Seneca. Nativo
della Spagna fu anche Marco Valerio Marziale, che a Roma
trovò l'appoggio della famiglia di Seneca. Nell'80 compose e
pubblicò una raccolta di epigrammi per celebrare
l'inaugurazione dell'anfiteatro Flavio e da allora ebbe
notorietà pur nelle difficoltà economiche. Questo genere
minore, trascurato dai letterati latini, trova in Marziale
dignità artistica e si contrappone ai generi illustri
dell'epos e della tragedia. Segno distintivo di quest'arte
della comicità arguta e concisa è un realismo spregiudicato che
guarda la realtà sotto la lente deformante del grottesco. In
un'epoca come il II sec., che vede la netta ripresa della
retorica e dello studio filologico dei testi antichi,
l'africano Frontone, noto per le sue Epistulae al discepolo
Marco Aurelio, rappresenta la tendenza arcaizzante, che
recupera i modelli di Ennio, Plauto, Lucrezio, Sallustio e
altri preclassici.
Suo seguace fu Aulo Gellio, erudito autore dell'opera
enciclopedica Noctes Atticaee ricercatore di antichità
antiquarie. Apuleio, africano come Frontone, studiò a
Cartagine e ad Atene. In seguito al matrimonio con una ricca
vedova, subì un processo intentato dai parenti della moglie,
che lo accusavano di magia, da cui uscì assolto. Scrisse il
romanzo Metamorphoseon libri XI (Le Metamorfosi, ma noto
anche sotto il titolo L'asino d'oro), creazione originale ed
eclettica già nei modelli letterari cui rimanda: epica,
biografia, satira menippea, racconto mitologico. Narra la
vicenda del giovane Lucio, trasformato in asino da un
sortilegio e condotto a vivere sotto le spoglie asinine
molte peripezie, finchè la dea Iside e un rituale mistico non
lo restituiranno alla forma umana. Anche gli storici
mostrano di essere influenzati dalla retorica. Tacito
(54-120 d.C.), come teorico dell'oratoria, aderisce alla
tradizione ciceroniana; lo stile per si rifà a Sallustio e a
Virgilio. Descrive idealmente un popolo primitivo nel De
origine et situ Germaniae; racconta le vicende di un onesto,
incorrotto uomo d'armi nel De vita et moribus Iulii
Agricolae; descrive gli anni dal 14 al 68 d.C. negli Annales
e quelli dal 69 al 96 nelle Historiae. Grande pittore di
caratteri e di costumi, Tacito ha una visione pessimistica
della storia, incerta tra determinismo e casualità, tra
nostalgie di repubblicano e giustificazione della monarchia.
Sa sempre dare al suo racconto una tensione drammatica. Più
frammentaria, basata soprattutto su aneddoti e ispirata a un
certo moralismo, l'opera di Svetonio (70-140 d.C.) descrive
la vita di 12 imperatori nel De vita XII Caesarum. Di stile
retorico, dipendente da Livio, la storiografia di Floro.
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