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LETTERATURA LATINA

La lingua latina appartiene alla famiglia indoeuropea, del gruppo italico, parlata nell'antica Roma e, in varianti dialettali, nel Lazio. Divenne poi lingua ufficiale e culturale della repubblica e dell'impero romano.

L'età arcaica

L'atto di nascita di una produzione artistica in lingua latina si fissava gi in epoca romana al 240 a.C. e coincideva con la rappresentazione di un testo teatrale di Livio Andronico. In realtà, almeno fin dal sec. VII, genti del Lazio affidarono alla scrittura la registrazione di messaggi legati alla vita pratica, dapprima in caratteri greci, etruschi, oschi, solo più tardi e gradualmente nella lingua latina e nei suoi caratteri alfabetici. L'alfabeto latino si sviluppò da un particolare tipo di greco occidentale, quello usato nella città campana di Cuma, modificato da qualche influsso etrusco. Ai tempi di Livio Andronico si era alquanto estesa l'alfabetizzazione: specialmente le classi dirigenti (pubblici funzionari, sacerdoti, capi militari) lasciavano memoria scritta della loro attività in commentarii, e si andava affermando una corporazione di scribi. In forma non letteraria il latino si esplicava inoltre nelle leggi, nei trattati, nel formulario religioso, nelle iscrizioni pubbliche, nell'oratoria. Resta una versione rimaneggiata delle Leggi delle XII Tavole, stilate nel 451-450 da una commissione ed esposte nel foro romano. Esse furono per secoli oggetto di studio e venerazione. Nel calendario, del cui rispetto erano garanti i pontefici, vigeva la distinzione tra giorni fasti e nefasti. Dall'originario significato di calendario annuale, la parola fasti cominciò a indicare le liste dei magistrati nominati anno per anno e anche la registrazione dei loro trionfi (fasti consulares, fasti triumphales). In seguito si estese l'uso di registrarvi gli atti ufficiali dei magistrati ed eventi rilevanti per la comunità: di qui il nome annales che assunse il significato di memoriali dello Stato romano, specialmente da quando il pontefice Publio Muzio Scevola riunì gli annali di 280 anni in un'opera che prese il titolo di Annales Maximi. La scansione temporale degli annali pontificali avrà un notevole influsso sulla storiografia letteraria romana. L'abilità oratoria era tenuta in gran conto e coltivata come condizione necessaria alla carriera politica. Iniziatore di quest'arte fu il leggendario Appio Claudio Cieco, ricordato per numerose opere di guerra e di pace: la vittoria contro i Sanniti nella terza guerra sannitica, la costruzione del primo acquedotto romano (aqua Claudia) e della prima grande strada (via Appia). Durante la guerra con Taranto (280-272 a.C.) si oppose alle proposte di pace di Pirro con un famoso discorso che Cicerone ricorda come il primo pubblicato a Roma. Tra i generi preletterari vi sono anche i carmina: il termine sta per poesia ed è assai generico nell'epoca arcaica. Si tratta soprattutto di produzioni connesse alla religione e al rito (Carmen Saliare, Carmen Arvale), ma nell'era dei carmina ruotano anche manifestazioni popolari intrise ancora di cultura orale. I versi fescennini (dalla città etrusca di Fescennia o da fascinum, cioè malocchio, membro virile) scaturivano dalla spontanea comicità delle feste rurali, dove si improvvisavano motteggi salaci, scherni e pasquinate. La tradizione si estenderà alle feste nuziali e ai trionfi militari; avrà influenza sia sul teatro comico plautino, sia sul filone della satira. Fin dai primi documenti, la letteratura romana arcaica adottò una metrica pura importata dalla Grecia o forme metriche impure adattate al gusto e alle norme locali. Anche i principali generi teatrali romani sono, in epoca arcaica, prodotti di importazione greca: così la palliata, genere comico che prende nome dal pallio, tipico indumento greco, e la cothurnata, genere tragico che prende nome dai coturni, gli altissimi calzari degli attori tragici greci. Da queste opere di ambiente greco si svilupparono analoghi generi di ambiente romano: rispettivamente la togata (da toga) e la praetexta (dall'abito dei magistrati romani). Queste forme indigene rimasero comunque condizionate allo stile e alle convenzioni dei modelli greci. La nascita, nel 207 a.C., di una confraternita degli autori e degli attori attesta il riconoscimento sociale dell'attività teatrale e nello stesso tempo la sua orgine umile, poichè gli autori vengono assimilati alla categoria degli attori che all'epoca era considerata indegna di cittadini romani di nascita libera (bisogna attendere Ennio e Terenzio per una diversa considerazione del teatro). Le ricorrenze che più si prestavano alla rappresentazione di ludi scaenici erano le pubbliche festività (ludi) legate a celebrazioni religiose, come quella in onore di Giove Ottimo Massimo (novembre). Committenti erano i nobili che ricoprivano le cariche pubbliche, cui toccavano anche le spese. Essi trattavano la messa in scena con gli autori e gli impresari delle compagnie di attori. Questi ultimi recitavano con l'aiuto di maschere, che finirono per fissare i tipi dei personaggi ricorrenti nella commedia: il vecchio, il giovane innamorato, lo schiavo, il parassita, il soldato, il lenone, nei quali sono riconoscibili i modelli della Commedia Nuova di Atene. La tragedia romana doveva rifarsi invece, a giudicare dai frammenti, alla tragedia attica del V sec., ma senza le parti corali che avrebbero reso necessari complessi impianti scenici e musicali. Un genere teatrale popolare era l'atellana, che porta il nome della città campana Atella. Probabilmente derivata da forme orali di improvvisazione su rudimentali canovacci (come la nostra Commedia dell'Arte), raccoglie la vitalità farsesca e il gusto delle battute salaci dei fescennini. Anche nell'atellana comparivano maschere fisse, come Bucco il fanfarone, o Dossennus il gobbo malizioso. Plauto raccoglierà l'eredità di questo genere. Delle tragedie di Livio Andronico, greco forse tarantino giunto a Roma alla fine della guerra contro Taranto (272 a.C.), ci restano in tutto una quarantina di versi frammentari. Altrettanti versi ci sono giunti dell'opera forse più interessante: la versione in versi saturni dell'Odissea di Omero (Odusia), che contribu alla divulgazione della cultura greca ma anche al progresso della cultura letteraria in lingua latina. La ricerca del patetico e della tensione drammatica caratterizza, a partire da Livio Andronico, tutta la poesia latina arcaica: modelli i tragediografi attici. Il primo grande letterato latino e cittadino romano, di origine campana, fu Gneo Nevio, che dopo aver combattuto nella prima guerra punica (264-241) scrisse su questo tema epico nazionale il poema in saturni Bellum Poenicum (restano circa 60 versi). Nutrito di cultura greca, saldava mito e storia nazionale rifacendosi alla leggenda di Enea, rievocazione celebrativa dell'ascesa di Roma che ispirerà l'Eneide di Virgilio. Nevio fu anche autore tragico e comico, innovatore nello stile e anticonformista nella vita: morì forse esiliato a Utica nel 204 o 201. La sua fama fu eclissata da quella del poeta umbro Tito Maccio Plauto (nato fra il 255e il 250 a.C., morto nel 184 a.C.). Le 21 commedie riconosciute da Varrone come sicuramente autentiche all'interno del vasto corpus plautino furono perpetuate dalla tradizione manoscritta a scapito di altre, perdute fin dalla tarda antichità. La vis comica di Plauto non consiste tanto nell'originalit degli intrecci, che sono anzi prevedibili, o nella varietà dei caratteri umani, poichè mette in scena un numero limitato di tipi. La comicità risiede nel libero gioco creativo che muove la figura del servo ingegnoso, sia esso Palestrione del Miles gloriosus, o Pseudolo il servo-poeta dell'omonima commedia, o Crisalo (Bacchides) o Tranione (Mostellaria). Si aggiungano i valori ritmici, che si esprimono anche con parti cantate, e la grande varietà di giochi di parole, enigmi, doppi sensi, metafore, neologismi e altri artifici dello stile affidati molto spesso al servo-demiurgo. I modelli plautini ispireranno largamente la nostra commedia umanistica e il teatro comico europeo di età moderna. Cecilio Stazio fu commediografo di statura non inferiore, ma di lui restano appena 300 versi e una quarantina di titoli di palliate. Nato in Gallia, forse a Milano, era contemporaneo di Plauto e di Ennio; morì nel 168 a.C. Dotato di grande fantasia comica, fu ancora pi di Plauto debitore della commedia di Menandro, che tuttavia contaminò liberamente.
Quinto Ennio (239-169 a.C.) occupò il posto di autore tragico lasciato vacante da Andronico e Nevio. Nato nella cittadina pugliese di Rudiae, giunse a Roma (la tradizione dice al seguito di Catone) e ottenne la cittadinanza romana anche grazie ai suoi illustri mecenati: gli Scipioni e il generale Marco Fulvio Nobiliore. La sua fama di principale autore dell'età arcaica è legata al poema epico Annales,in esametri, che narrava in 18 libri la storia di Roma in chiave celebrativa, rifacendosi al modello omerico e anche all'epica alessandrina. Grazie a Ennio nasce l'esametro latino, che accoglie in sè nuovi elementi morfologici, grammaticali, lessicali, metrici. Ennio rappresenta la voce dell'ideologia aristocratica e come tale fu considerato, almeno fino a Virgilio, il sommo poeta nazionale romano. Marco Porcio Catone (sabino di Tusculum, nato nel 234, morto nel 149 a.C.) fu grande oratore ma anche storiografo in lingua latina (Origines in 7 libri). Prima di lui c'erano stati storici annalisti che componevano in greco, come Quinto Fabio Pittore, Cincio Alimento, Gaio Acilio e Aulo Postumio Albino.

L'età repubblicana

Con la fine della seconda guerra punica (201), Roma aveva conquistato il dominio del Mediterraneo e poteva ormai reclamare l'uso della propria lingua. In compenso si erano snaturate le antiche virtù per effetto dei mutamenti sociali, economici e culturali.

Per 50 anni Catone fu, da politico e da letterato, il custode della morale tradizionale, del mos maiorum (costume degli avi) e un argine alle spinte culturali eccessivamente ellenizzanti che provenivano da alcuni ambienti aristocratici. Cicerone conosceva più di 150 orazioni di Catone. Il suo trattato De agri cultura è conservato ed è il testo di prosa latina più antico che ci sia giunto intero. La censura assicurò a Catone il soprannome di Censore per la nota intransigenza e il moralismo con cui esercitò questa carica. La vittoria di Lucio Emilio Paolo a Pidna contro Perseo, ultimo re di Macedonia (168 a.C.), apre un ventennio di pace e di assimilazione della cultura greca: i contatti con quel mondo cambiano il gusto, la mentalità, i consumi, l'estetica dei Romani. La casata degli Scipioni, con i suoi illustri ospiti (il filosofo Panezio, lo storico Polibio), diventa un centro di diffusione dell'ellenismo. In questo contesto esordisce il teatro di Terenzio, nato intorno al 185 a.C., o forse 10anni prima, e morto nel 159. La tradizione vuole che sia giunto a Roma dall'Africa, schiavo del senatore Terenzio Lucano. Egli utilizza come modelli gli autori della Commedia Nuova: Menandro, Difilo, Apollodoro di Caristo. Negli intrecci, le commedie di Terenzio non si discostano da quelli già collaudati nella palliata, ma nei contenuti entrano gli ideali di rinnovamento dell'aristocrazia scipionica e nei personaggi, pur fortemente tipizzati, c'è approfondimento psicologico, umanità. Lo stile si fa misurato, pacato, quasi censurato nella scelta lessicale e metrica; trionfa un linguaggio verosimile e quotidiano, che è poi quello delle classi urbane acculturate. Nelle sei commedie pervenute interamente fino a noi la principale innovazione è l'uso del prologo come spazio per riflessioni di carattere critico e letterario, o anche per polemiche con gli avversari. I due maggiori tragici del II sec. a.C. furono Marco Pacuvio (c. 220-130) e Accio (170 - 90/80), che raccolsero la lezione di Ennio ed ebbero risonanza fino all'età augustea e oltre. Essi continuarono la pratica della libera rielaborazione dei modelli greci (Omero e i tragici), ma i miti furono adattati ai nuovi e più urgenti problemi della società romana contemporanea: il pericolo della tirannide, la diffusione di nuovi culti religiosi o nuove correnti filosofiche. Un altro aspetto di queste tragedie è il crescente gusto per il patetico, l'orrido, il romanzesco da una parte; dall'altra il grande spazio lasciato all'eloquenza, alla persuasione retorica. Con Accio, che si segnala anche per la produzione erudita di poeta-filologo (Didascalica,Annales, Sotadicorum liber, Pragmatica, Parerga, Praxidicus), e con Pacuvio la tragedia acquista prestigio e diventa sempre più un'occupazione riservata a uomini colti e potenti. Il genere epico portato all'eccellenza da Ennio si svilupperà come poesia celebrativa a sfondo storico fino all'età imperiale, evidentemente incoraggiata dal potere politico e militare. L'autore di satire Lucilio (aristocratico di origine campana, morto nel 102 a.C.) rappresenta un nuovo tipo di intellettuale, raffinato e appartato dalla vita pubblica. Restano frammenti per 1300 versi dei suoi 30 libri di satire. Il significato originario di satura sembra da collegare al valore di mescolanza, varietà; non solo il nome ma anche il tipo di componimento, sempre più orientato verso l'esametro, era genuinamente romano (inaugurato da Ennio). Rispondeva al bisogno di espressione diretta del poeta, di commento ironico e parodistico della realtà, di intervento anche polemico nella società contemporanea. Bersaglio della satira era per lo più la letteratura epica e in genere ogni espressione arcaica e declamatoria. La crisi politico-sociale dell'età graccana mise in auge soprattutto due generi letterari: l'oratoria e la storiografia. Si contrapposero due stili retorici: quello fiorito e ampolloso degli asiani (come Quinto Ortensio Ortalo) e quello semplice, nitido e conciso degli atticisti (come Marco Bruto e Gaio Licinio Calvo). Nella storiografia si rigettò la tradizione annalistica: storiografi come Sempronio Asellione o Celio Antipatro percorrono così strade diverse dagli annalisti Lucio Calpurnio Pisone o Licinio Macro. Lucio Cornelio Sisenna, sostenitore di Silla, è invece un esponente della storiografia tragica, che dà spazio ai particolari romanzeschi e favolosi. Anche gli studi filologici progrediscono: la scuola di Pergamo ammette le anomalie insite nel linguaggio quotidiano, nell'uso vivo e mobile della lingua; la scuola di Alessandria vuole che la lingua sia codificata per sempre sulla norma e sull'analogia (regolarit e rispetto di alcuni modelli classici). Elio Stilone cerca di conciliare le tendenze analogiste con quelle anomaliste, seguito da Varrone. Giulio Cesare è invece rigorosamente analogista, come testimonia il suo perduto trattato De analogia. Mentre resistono nella tarda repubblica i generi comici della palliata e dell'atellana, quest'ultima rivitalizzata da Pomponio e Novio, il mimo diventa forma di spettacolo assai richiesta, con la crescita del gusto veristico e dell'attenzione al quotidiano: gli attori vi recitano senza maschera, i ruoli femminili sono ora interpretati da donne. Due autori di mimo di et cesariana sono Decimo Laberio e Publilio Siro. Il teatro tradizionale intanto decade, poichè l'èlite colta esprime nuove istanze culturali.

L'età di Cesare

Nel periodo compreso tra la morte di Silla (78 a.C.) e quella di Cesare (44 a.C.) fiorisce una vasta messe di autori e generi letterari. Anzitutto la poesia neoterica, cioè dei poetae novi, che segna una svolta nel gusto: tratti distintivi del nuovo clima sono la ricerca di una forma raffinata, cesellata, ispirata alla brevitas, secondo i principi della poetica di Callimaco; la predilezione per i temi della vita privata, del sentimento, dell'eros; il disinteresse per i valori e i doveri tradizionali del cittadino romano. Fra le personalità che anticipano il neoterismo vi sono Q. Lutazio Catulo, poeta, storico, oratore elegante, che introdusse nella poesia latina l'epigramma di stampo greco e radunò un circolo di intellettuali dediti alla poesia d'intrattenimento; inoltre Valerio Edituo, Porcio Licino, Volcacio Sedigito, Levio, Mazio, Sueio. Fra i neoterici veri e propri Valerio Catone, M. Furio Bibaculo, P. Terenzio Varrone Atacino, C. Elvio Cinna (il cui poemetto Zmyrna fu celebrato da Catullo), Licinio Calvo e il grande Catullo. I componimenti di questi poeti, molti dei quali orginari della Gallia Cisalpina, erano quelli del nuovo corso alessandrino: epigrammi, epilli, epitalami, poemetti erotico-mitologici, poesie d'occasione di vario contenuto. Di Gaio Valerio Catullo, nato a Verona e vissuto solo una trentina d'anni (forse fra l'84 e il 54 a.C.), restano 116 carmi aggregati in tre gruppi: i carmi brevi (le nugae,le bagatelle), i carmina docta, gli epigrammi. E' una poesia preziosa, dotta, ricca di richiami letterari e di valori formali, dove l'apparente immediatezza dei riferimenti autobiografici (come la drammatica passione per Lesbia) rischia di farci dimenticare la ricercatezza compositiva. Soprattutto i carmina docta concentrano impegno stilistico e dottrina; il carme 66 la traduzione dell'elegia di Callimaco Chioma di Berenice; il carme 68 già prefigura la futura elegia latina. Tito Lucrezio Caro nacque negli anni Novanta e morì verso la metà degli anni Cinquanta; incerta la provenienza, la classe sociale e anche la data di composizione del suo poema epico-didascalico in esametri: De rerum natura. L'opera, dedicata all'aristocratico Memmio, intende divulgare in Roma la dottrina epicurea che era già piuttosto diffusa nelle classi elevate. Dei sei libri che la compongono, i primi due trattano i principi della fisica epicurea, i due successivi l'antropologia, gli ultimi la cosmologia. Il poeta batte vie mai percorse nella letteratura latina e ha per maestri Epicuro, Empedocle e gli autori alessandrini di poemi didascalici (primi Arato e Nicandro); ma dai modelli greci Lucrezio si distingue per il rigore delle argomentazioni e per la tensione particolare che si instaura nel rapporto col lettore-discepolo, invitato ad accettare la sfida di un insegnamento duro e aspro: la natura materiale e mortale del mondo, dell'uomo e dell'anima stessa.
Gli ideali filosofici dell'epicureismo, visti come fonte di disgregazione dello Stato romano a cominciare dalla religione, non potevano essere condivisi da Cicerone, che peraltro ammirò l'acutezza del pensatore e la grandezza artistica del poeta. Di Marco Tullio Cicerone (106-43a.C.) conosciamo bene la vicenda umana e intellettuale, grazie alla sterminata opera che rispecchia l'ultimo scorcio della repubblica. Nella sua carriera di avvocato illustre, politico e scrittore, Cicerone fu parte attiva nella crisi che sconvolse lo Stato alla vigilia della dittatura di Cesare prima, del principato di Ottaviano poi. Concepì un disegno politico per favorire la concordia dei ceti abbienti (senatori e cavalieri) che si rivelò fallimentare: schieratosi dalla parte di Pompeo, ottenne il perdono di Cesare; alleatosi con Ottaviano contro Antonio, fu ucciso dai sicari di quest'ultimo quando i due formarono con Lepido il secondo triumvirato. Tra le sue orazioni ricordiamo le celebri Catilinarie, Verrine, Filippiche, Pro Milone, Pro Sestio. Le opere retoriche cercano di dare una risposta politica e culturale alla crisi delle istituzioni: tra esse De oratore,Brutus, Orator. Sul modello del dialogo platonico sono composte le opere politiche De re publica e De legibus. Nell'opera filosofica De finibus bonorum et malorum è esposta la teoria eclettica di Antioco di Ascalona, maestro di Cicerone e Varrone. Altri trattati filosofici sono le Tusculanae disputationes, sul tema della morale e della felicità, e poi De natura deorum, De divinatione, De fato, Cato maior de senectute, Laelius de amicitia, De officiis (che ha per base filosofica lo stoicismo moderato di Panezio).
I valori della prosa ciceroniana sono la bella costruzione sintattica, la rigorosa architettura logica, la varietà dei registri stilistici (semplice, temperato, sublime), gli effetti metrico-ritmici delle clausole. Enorme valore storico si riconosce agli epistolari (Ad familiares, Ad Atticum, Ad Quintum fratrem), che ci restituiscono un Cicerone sincero, non ufficiale. Sul finire della repubblica fiorirono studi eruditi di carattere filologico-antiquario. Tra le opere conservate di Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.) si ricordano De lingua latina e De re rustica, ma ne scrisse numerose altre di contenuto storico, geografico, linguistico, retorico, filosofico, scientifico. Nelle Antiquitates, opera perduta, fu datata una volta per tutte al 754 a.C. la fondazione di Roma. Varrone inaugurò il genere delle Saturae Menippeae, satire pungenti dei vizi contemporanei, che trovò dei continuatori in Petronio e Seneca. Virgilio trasse da Varrone materia per le Georgiche e l'Eneide. Sulla scia diretta di Varrone scrissero gli eruditi Publio Nigidio Figulo e Cornelio Nepote (nato nel 100 a.C. in Gallia Cisalpina). Di quest'ultimo è rimasta una parte del De viris illustribus, una raccolta di biografie che metteva a confronto uomini della civiltà greca e illustri cittadini romani.
L'opera di Gaio Giulio Cesare (nato da antica famiglia patrizia nel 100 e assassinato nel 44 da aristocratici di salda fede repubblicana) resta un esempio non superato di nitore stilistico, semplicità e razionalità. Perciò fu ammirato anche da Cicerone che pure da Cesare è molto lontano per forma di scrittura e per teorie linguistiche. Nei Commentarii de bello gallico in sette libri (l'ottavo è quasi sicuramente del luogotenente Aulo Irzio) l'autore narra in terza persona i fatti della campagna gallica (dal 58 al 52) che si conclude con la sottomissione dell'intero mondo celtico. L'operazione è presentata come necessaria conquista di carattere difensivo e preventivo. I Commentarii de bello civili, in tre libri, coprono i fatti del 49 e di parte del 48; in essi Cesare cerca di accreditarsi agli occhi dei benestanti e del ceto medio come uomo rispettoso delle leggi. Gaio Sallustio Crispo (86-35 o 34 a.C.), conterraneo di Catone il Censore e homo novus come lui, si dedicò alla storiografia dopo aver ricoperto la carica di governatore della provincia di Africa Nova per conto di Cesare (con disonore, poichè al ritorno fu colpito da un'accusa di malversazione). Scrisse le monografie storiche Bellum Catilinae e Bellum Iugurthinum; l'opera più impegnativa, Historiae restò incompiuta al libro quinto. La scelta tematica della monografia è una novità in campo storiografico; i contenuti riflettono moralismo, moderatismo politico di segno antinobiliare, scarsa obiettività nel riferire e valutare i fatti. Fu lodato e imitato, persino dal grande Tacito, per la bellezza dello stile: sobrio, austero, arcaizzante, ma nel contempo dinamico, intenso, ricco di effetti drammatici. Gli anni successivi alla morte di Cesare furono angosciosi e violenti per le guerre sanguinose tra le fazioni in lotta. Anche Virgilio e Orazio furono vittime della crisi, prima di trovare nel vincitore Ottaviano protezione e sostegno.

L'età di Augusto

Dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) iniziò un periodo di concordia (pax augustea):il principato di Augusto con la sua ideologia impresse un sigillo sulla vita letteraria, trovando il consenso di molti validi uomini di cultura attorno ai valori proclamati dal nuovo regime: restaurazione religiosa, rivalutazione della tradizione (famiglia, propriet terriera), lotta ai costumi corrotti e ai consumi di lusso, esaltazione delle virtù nazionali contro gli influssi orientali. Paradossalmente la retorica del potere non aumentò l'impegno politico e sociale, anzi l'eclissi della repubblica determinò un ripiegamento sul privato, nei casi estremi un'atteggiamento apolitico e moralmente disinibito. Ovidio è il poeta che maggiormente mette a nudo le contraddizioni tra ideologia augustea e tendenze reali della società. Mecenate, aristocratico aretino e consigliere di Ottaviano, pur non occupando cariche ufficiali fu uomo di potere e nel suo circolo, fondato su stretti legami privati, promosse una letteratura nazionale di grande impegno ideale. Tra gli amici della sua cerchia figurava già nel 38 a.C. Publio Virgilio Marone, nato presso Mantova nel 70 a.C. da piccoli proprietari terrieri e morto nel 19 a.C. a Brindisi. Il primo poeta augusteo fu anche la voce più alta della letteratura latina; da uno studio profondo dei generi della letteratura greca seppe genialmente trarre linfa per un'opera originale e di temperamento italico. Nei dieci componimenti in esametri raccolti sotto il titolo Bucolica (canti dei bovari), l'ambiente è quello pastorale e artificioso degli idilli di Teocrito, ma Virgilio supera i limiti del genere rivitalizzandolo con la forza del sentimento e un tocco di realismo autobiografico.
Sul modello della poesia didascalica ellenistica (Arato, Nicandro, Eratostene), che privilegiava la ricerca formale, ma anche sulla scorta di Lucrezio, che aveva ridato vigore ai contenuti didascalici, Virgilio scrisse le Georgicheun poema sulla vita agricola che doveva rafforzare il mito dell'unità e della pacificazione dell'Italia sotto la guida salvatrice di Ottaviano. I contenuti dei quattro libri in esametri sono il lavoro dei campi, l'arboricoltura, l'allevamento del bestiame e l'apicoltura, collegati in una studiata architettura d'insieme dove gli episodi oscillano fra temi di morte e di vita, simmetricamente disposti. Ora lo stile di Virgilio è maturo per misurarsi con l'epos e confrontarsi alla pari con i grandi antecedenti: Omero ed Ennio. Nasce l'Eneide, poema epico in 12 libri e poco meno di 10.000 esametri, scritto in un decennio fra il 29 e la morte. L'intento celebrativo dell'opera è quello di lodare Augusto partendo dai suoi antenati: Enea è, per quanto miticamente lontano e di stirpe divina, lo storico progenitore di quell'Augusto che riporterà sulla terra l'età dell'oro. Il modello omerico è trattato con autonomia, trasformato con sapienza. Anzitutto l'Eneide continua l'epopea omerica contaminando Iliade e Odissea: infatti racconta il viaggio di Enea da Cartagine alle sponde del Lazio, con una retrospettiva sulle vicende che avevano condotto l'eroe da Troia a Cartagine. Questa potrebbe essere definita la metà odissiaca del poema, alla quale segue la metà iliadica con la narrazione della guerra in territorio laziale. In secondo luogo l'Eneide rispecchia con una certa fedeltà gli eventi omerici, ma nello stesso tempo opera un rovesciamento delle sorti: in questa nuova Iliade Enea non è un profugo perdente, ma un vincitore; la guerra porterà alla fondazione di una nuova città e non alla distruzione; gli scorci profetici contenuti nell'Eneide fanno balenare non morte e sciagura, ma la futura grandezza di Roma. Al di là della propaganda ideologica, il poema fu ed è considerato un capolavoro per i suoi valori formali e per una sua particolare caratteristica: il peso dello stile soggettivo (spesso riequilibrato dall'intervento oggettivante del poeta), che è un tratto peculiare della lirica o della tragedia, ma non del poema epico. Anche la figura di Enea, così ricca di sentimento e di pietas (religiosità), è in realtà una figura antieroica.
Dell'entourage di Mecenate e di Ottaviano fece parte anche Quinto Orazio Flacco (65 a.C. - 8 a.C.). Figlio di un liberto e piccolo proprietario terriero, nonostante la modesta condizione ebbe a Roma un'ottima educazione che perfezion in Grecia. Ebbe nell'armata repubblicana di Bruto il titolo di tribuno militare e fu coinvolto nella rotta di Filippi. Gli furono confiscati i terreni di Venosa, ma rientrò a Roma grazie a un'amnistia. La protezione di Mecenate gli portò in seguito la tranquillità economica e un podere nella campagna sabina. Intrattenne con il potere rapporti di devota riconoscenza, senza adulazione o servilismo. Scrisse gli Epodi, di contenuto vario, sotto l'influsso dei Giambi di Callimaco e soprattutto dei versi di Archiloco, anche se l'ispirazione è meno aggressiva che nel poeta di Paro. Il modello dell'Orazio delle Satire fu invece Lucilio, cui risale l'uso dell'esametro e la scelta di questo genere come veicolo di critica connessa alla vita e ai rapporti personali del poeta. Bersagli della satira oraziana sono personaggi del popolo minuto, gli uomini e le donne comuni nei quali è facile scoprire e analizzare vizi e debolezze. Scopo dell'osservazione è quello di rintracciare una via morale che porti agli obiettivi fondamentali dell'autosufficienza interiore e della moderazione: concetti assorbiti dall'epicureismo e dalla scuola peripatetica che ben si adattavano all'ideologia augustea. Nelle Odi, Orazio rivendica orgogliosamente il titolo di Alceo romano, ma anche qui l'imitazione è libera: dalla lirica monodica vengono la maggior parte dei metri usati, dalla lirica corale (specialmente Pindaro) vengono la complessità strutturale e l'impianto concettuale. E' comunque la poesia alessandrina (Callimaco) quella che stimola maggiormente la sua sensibilità di poeta. La bellezza dello stile è ottenuta con una studiata riduzione dei mezzi espressivi, una dizione asciutta, levigata, accuratissima.
Gli antichi consideravano Cornelio Gallo il creatore dell'elegia latina, ma i maggiori rappresentanti del genere furono, nella seconda metà del I sec. a.C., Tibullo, Properzio e Ovidio. Albio Tibullo, nato tra il 55 e il 50 nel Lazio rurale, si legò di amicizia con il nobile repubblicano Messalla Corvino, al cui seguito partecipò ad alcune spedizioni militari volute da Augusto. Le elegie, che cantino l'amore per Delia o per il giovinetto Mrato o per la cortigiana Nèmesi, contengono il vagheggiamento di uno spazio ideale, agreste, dove vivere gli affetti con tranquillità, in armonia con la natura. L'altro tema dominante è quello della pace, ovvero l'orrore per la tragedia delle guerre. Quintiliano definì il poeta terso ed elegante. Meno armoniosa ed equilibrata, più ruvida e densa, ma più vicina al gusto moderno, la scrittura di Sesto Properzio, nato in Umbria tra il 49 e il 47 a.C. Tentò a Roma la carriera forense e politica, ma presto fu introdotto nei circoli mondani e letterari, dove conobbe la cortigiana ispiratrice: Cinzia ne è lo pseudonimo poetico. Probabilmente, come Tibullo non ebbe vita lunga. Nei quattro libri di elegie seguiamo le gradazioni della passione per Cinzia fino al distacco; a mano a mano che si allenta il legame aumenta l'adesione alle direttive della cultura ufficiale, che si traduce in componimenti impegnati su personaggi e imprese attuali, oppure in celebrazioni di miti e riti della tradizione romana e italica. Properzio si sottrasse però alle pressioni di Mecenate per una sua collaborazione più attiva alla politica culturale augustea.
Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona (Abruzzo) nel 43 a.C. e morì a Tomi nel 17 o 18 d.C. Abbandonò la carriera politica appena intrapresa ed entrò nel circolo di Messalla Corvino. All'apice dei successi letterari, Augusto lo fece relegare sul mar Nero, a Tomi, non sappiamo per quale colpa (la motivazione ufficiale fu l'immoralità della sua poesia). Ovidio, pur avendo perfezionato il distico elegiaco, non identificò la vita con la poesia, come i precedenti autori, ma coltivò anche esperienze diverse dalla poesia d'amore. Esordì con le elegie Amores dove l'eros è filtrato dall'ironia e dal gioco intellettuale. Passò poi a una precettistica dell'amore in cui l'erotismo diventa divertimento e malizioso codice didascalico (Ars amatoria, Remedia amoris, Medicamina faciei femineae). Opera di ispirazione mitologica è invece la raccolta di lettere poetiche Heroides, che si fingono scritte da mitiche eroine greche (ma anche da due personaggi storici: Saffo e Didone) ai loro amanti e mariti. E' un genere letterario inedito, che porta con sè necessarie deformazioni del materiale narrativo dell'epos e della tragedia. Nelle Metamorfosi confluiscono circa 250 storie mitologiche accomunate da uno stesso tema, come avviene in alcuni poemi alessandrini o nell'Esiodo della Teogonia e del Catalogo. Una prodigiosa fluidità e continuità lega un contenuto così vario e multiforme. Anche se il centro apparente sono le metamorfosi di esseri umani, l'amore è la vera fonte di ispirazione: un amore dettato da impulsi umani e assai poco solenni, benchè calato nella sfera mitica e divina. Il mondo che esce dalle Metamorfosi è dinamico e sorprendente, illusorio e dotato di grande evidenza plastica pur nel gioco cangiante delle trasformazioni. Nei Fasti Ovidio si impegna a illustrare miti e costumi latini, seguendo la traccia del calendario romano. In realtà, mentre si accosta al programma culturale imperante, mantiene il solito sorridente scetticismo. In forma elegiaca Ovidio scrisse in esilio i Tristia, le Epistulae ex Ponto, il poemetto Ibis.
I condizionamenti del potere furono meno sensibili in ambito storiografico, dove campeggia Tito Livio, nato a Padova nel 59 a.C. e morto nella stessa città nel 17 d.C. Gli Ab urbe condita libri, in 142 libri (sono conservati i libri 1-10 e 21-45) contengono la storia di Roma, dalla sua fondazione fino all'età contemporanea, organizzata nella struttura annalistica. Livio adotta uno stile ampio, limpidamente chiaro, ma anche vario e duttile. Ricorre spesso alla drammatizzazione del racconto, mostrando di seguire la lezione della storiografia ellenistica detta tragica, ma soprattutto è debitore dello stile maestoso e regolare di Cicerone. Altri storici furono, oltre al già ricordato Asinio Pollione, Agrippa (genero di Augusto), lo stesso Augusto (autore dei perduti Commentarii de vita sua), Pompeo Trogo, Velleio Patercolo e Valerio Massimo. Gli ultimi due tributarono lodi e panegirigi al principato di Tiberio, al quale si opponevano invece Tito Labieno e Cremuzio Cordo, nostalgici del passato repubblicano, le cui opere furono messe al rogo. Quinto Curzio Rufo, vissuto forse sotto il regno di Claudio, coltivò la storia come intrattenimento letterario (Historiae Alexandri Magni). A partire da Esopo si era fissata in Grecia (IV sec. a.C.) una tradizione di storie morali con personaggi animali. Lavorando su questi testi, Fedro, schiavo di origine tracia, fondò nell'età giulio-claudia il nuovo importante genere poetico della favola. Gli animali protagonisti fungono da tipi fissi, maschere psicologiche riconoscibili. Ogni favola tende alla conclusione con un insegnamento morale.
Nella prima età imperiale si assisteva a una discreta fioritura di letteratura scientifica: Vitruvio Pollione pubblicò tra il 27 e il 23 a.C. il trattato De architectura, dedicato ad Augusto che non a caso in quegli anni si dedicava al rinnovamento dell'edilizia pubblica; Aulo Cornelio Celso scrisse un manuale enciclopedico di cui restano i libri relativi alla medicina; Lucio Giunio Moderato Columella, spagnolo, si occupò di agricoltura (De re rustica) ; Pomponio Mela, un altro spagnolo, descrisse la terra nella sua opera di geografia; Agrippa, genero di Augusto, costruì una gigantesca carta geografica del mondo conosciuto; Marco Gavio Apicio lasciò un corpus di ricette culinarie.

L'età imperiale

La letteratura della prima età imperiale, sotto la spinta di una realtà sociale e culturale in rapido mutamento, tende ad allontanarsi dalle forme oggettive dell'arte classica e a caricarsi di tensione espressiva: perciò si è parlato di manierismo stilistico. Lucio Anneo Seneca, di Cordova, ebbe rapporti difficili con gli imperatori Caligola e Claudio; diventò precettore e poi consigliere politico di Nerone, che negli ultimi anni del regno lo condannò a morte per sospetto di congiura. Morì suicida nel 65 d.C., lasciando opere di carattere filosofico, tragedie e scritti scientifici. Nei Dialoghi trattò aspetti particolari dell'etica stoica, cui aderì, come le passioni (De ira), la felicità (De vita beata), la virtù del saggio (De constantia sapientis, De otio, De tranquillitate animi), la precarietà della vita (De brevitate vitae). Seneca aveva concepito il sogno di una società ordinata e concorde sotto la guida di un monarca illuminato, ma la progressiva degenerazione del principato neroniano provocò il ripiegamento sulla coscienza individuale, come mostrano le belle Epistulae ad Lucilium, strumenti di meditazione filosofica e di perfezionamento interiore. Marco Anneo Lucano, nipote di Seneca, visse per un certo tempo alla corte di Nerone, poi si alienò la simpatia del principe e fu allontanato. Aderì alla congiura di Pisone, che fu scoperta, quindi fu obbligato a darsi la morte nel 65, a 25 anni. Lasciò incompiuto il poema epico Bellum civile (o Pharsalia) sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo. In trasparente polemica con Virgilio, che nell'Eneide aveva coperto con un velo di mistificazioni l'uccisione delle libertà repubblicane a opera della tirannide, Lucano si riappropria dell'epica per rovesciarne quei presupposti: interpreta l'ultimo secolo di storia in chiave pessimistica, denunciando la guerra fratricida e le sue nefaste conseguenze. T. Petronius Niger (soprannominato Arbiter), suicida per volere di Nerone nel 66, è probabilmente l'autore del Satyricon, che noi conosciamo come lungo frammento narrativo in prosa, con parti in versi, di un romanzo molto più vasto scritto entro la fine del II sec. Ricaviamo l'identità dell'autore, in via ipotetica, da un ritratto che Tacito fa, nel XVI libro degli Annali, di un cortigiano di Nerone, detto elegantiae arbiter (giudice della raffinatezza). Il romanzo, che narra la vita di Encolpio attraverso una ridda di avventure, può avere come antecedenti il romanzo greco, la novellistica comica (le favole milesie derivate da Aristde) o la satira menippea per la mistura di versi e prosa (prosmetro). Ma il realismo e l'attualtà della narrazione, evidenti nel celebre brano della cena di Trimalcione, sono dati originali di Petronio, che è autore molto più parodistico che satirico, in quanto privo di indignazione morale. La licenziosità del romanzo richiama in qualche modo la tradizione dei Priapea, poesie dedicate al dio fallico Priapo, tramandate forse dalla seconda metà del I sec. d.C.
Autori satirici dell'età imperiale furono Persio e Giovenale. Aulo Persio Flacco, etrusco di Volterra educato a Roma, fu introdotto allo stoicismo dal maestro Anneo Cornuto e frequentò gli oppositori del regime. Morì a 27 anni, nel 62. Spinto da una visione moralistica della società, si propone di combattere la corruzione e il vizio per una rigenerazione delle coscienze. Nelle sue Satire esaspera tuttavia la tensione morale in un barocchismo macabro che si compiace di descrivere la fenomenologia del vizio. Decimo Giunio Giovenale nacque forse nel Lazio tra il 50 e il 60 d.C. Esercitò l'avvocatura con scarsi profitti e fu costretto a dipendere come cliente dai potenti. Compose, fino all'età di Adriano, delle satire in cui il poeta stesso ravvisa nell'indignazione la sua musa ispiratrice. A differenza di Persio, non crede alla possibilità di rigenerazione degli uomini in preda alla corruzione dei tempi, anzi il suo sdegno è venato di rancore verso chi nella società viene premiato e beneficato immeritatamente. Rappresentano l'epica di età flavia: Publio Papinio Stazio, napoletano, protetto da Domiziano (scrisse i testi epici in esametri Thbais e Achilleis, il poema storico De bello Germanico e le Silvae, poesie varie d'occasione); Valerio Flacco (Argonautica); Silio Italico (Punica, poema storico in esametri). I tre autori assumono come referente ormai classico l'Eneide di Virgilio. Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) è l'espressione di una curiosità scientifica nuova, di una crescente richiesta di cognizioni tecniche nella Roma imperiale. Concepì un progetto enciclopedico di raccolta e sistemazione dello scibile, che si tradusse nella monumentale Naturalis historia (cioè La scienza della natura), preceduta da un'epistola dedicatoria al futuro imperatore Tito. Il nipote adottivo Plinio il Giovane (Gaio Cecilio Secondo) fu retore e politico. Il suo Panegyricus è il discorso di ringraziamento a Traiano tenuto in Senato per la nomina a console (100 d.C.). Plinio sottolinea il merito di Traiano di avere ridato libertà di parola e di pensiero dopo la truce tirannia di Domiziano. Le Epistulae sono un quadro, in stile ciceroniano, della vita mondana, intellettuale e civile. Plinio fu allievo di Marco Fabio Quintiliano, nato in Spagna verso il 35 d.C., maestro di retorica a Roma e autore della Institutio oratoria (perduti i libri De causis corruptae eloquentiae e Artis rethoricae). Egli affronta scolasticamente il problema della corruzione morale e letteraria dell'eloquenza e traccia nella sua opera un programma complessivo di formazione che il futuro oratore deve seguire con scrupolo fin dall'infanzia. Quintiliano è il leader culturale di un nuovo classicismo che si richiama a Cicerone, contro il modernismo linguistico di Seneca. Nativo della Spagna fu anche Marco Valerio Marziale, che a Roma trovò l'appoggio della famiglia di Seneca. Nell'80 compose e pubblicò una raccolta di epigrammi per celebrare l'inaugurazione dell'anfiteatro Flavio e da allora ebbe notorietà pur nelle difficoltà economiche. Questo genere minore, trascurato dai letterati latini, trova in Marziale dignità artistica e si contrappone ai generi illustri dell'epos e della tragedia. Segno distintivo di quest'arte della comicità arguta e concisa è un realismo spregiudicato che guarda la realtà sotto la lente deformante del grottesco. In un'epoca come il II sec., che vede la netta ripresa della retorica e dello studio filologico dei testi antichi, l'africano Frontone, noto per le sue Epistulae al discepolo Marco Aurelio, rappresenta la tendenza arcaizzante, che recupera i modelli di Ennio, Plauto, Lucrezio, Sallustio e altri preclassici.
Suo seguace fu Aulo Gellio, erudito autore dell'opera enciclopedica Noctes Atticaee ricercatore di antichità antiquarie. Apuleio, africano come Frontone, studiò a Cartagine e ad Atene. In seguito al matrimonio con una ricca vedova, subì un processo intentato dai parenti della moglie, che lo accusavano di magia, da cui uscì assolto. Scrisse il romanzo Metamorphoseon libri XI (Le Metamorfosi, ma noto anche sotto il titolo L'asino d'oro), creazione originale ed eclettica già nei modelli letterari cui rimanda: epica, biografia, satira menippea, racconto mitologico. Narra la vicenda del giovane Lucio, trasformato in asino da un sortilegio e condotto a vivere sotto le spoglie asinine molte peripezie, finchè la dea Iside e un rituale mistico non lo restituiranno alla forma umana. Anche gli storici mostrano di essere influenzati dalla retorica. Tacito (54-120 d.C.), come teorico dell'oratoria, aderisce alla tradizione ciceroniana; lo stile per si rifà a Sallustio e a Virgilio. Descrive idealmente un popolo primitivo nel De origine et situ Germaniae; racconta le vicende di un onesto, incorrotto uomo d'armi nel De vita et moribus Iulii Agricolae; descrive gli anni dal 14 al 68 d.C. negli Annales e quelli dal 69 al 96 nelle Historiae. Grande pittore di caratteri e di costumi, Tacito ha una visione pessimistica della storia, incerta tra determinismo e casualità, tra nostalgie di repubblicano e giustificazione della monarchia. Sa sempre dare al suo racconto una tensione drammatica. Più frammentaria, basata soprattutto su aneddoti e ispirata a un certo moralismo, l'opera di Svetonio (70-140 d.C.) descrive la vita di 12 imperatori nel De vita XII Caesarum. Di stile retorico, dipendente da Livio, la storiografia di Floro.

                                                       2007 Profili delle letterature