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Profili
delle letterature
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LETTERATURA PAKISTANA
Muhammad
Iqbal: Il poema celeste
Muhammad Iqbal (Sialkot, attuale Pakistan 1877 - Lahore
1938)
Filosofo,
letterato e uomo politico indiano. Compì gli studi a Lahore
e si specializzò poi in diritto e filosofia nelle università
di Cambridge e di Monaco, subendo l’influenza di Friedrich
Nietzsche e di Henri Bergson, che conobbe personalmente.
Rientrato in India, intraprese la professione di avvocato,
dedicandosi nel contempo a un’attività politica rivolta alla
difesa dei diritti dei musulmani del subcontinente.
Eletto nel 1927 nell’assemblea provinciale del Punjab, nel
1930 assunse la presidenza dell’All-Indian Muslim League.
Inizialmente favorevole all’unità politica tra musulmani e
indù, negli anni Trenta fu tra i primi a sostenere
l’opportunità di una separazione tra le due comunità e la
formazione di uno stato islamico indipendente.
All’attività politica Iqbal accostò una fitta produzione
filosofica e letteraria in urdu,
persiano e inglese. Influenzato dal pensiero dei due grandi
riformatori islamici Al-Afghani e Sayyid Ahmad Khan, Iqbal
scrisse molte opere poetico-filosofiche (tra cui Il libro
dell’eternità, pubblicato nel 1932) in cui auspicava una
riforma di segno umanistico del pensiero filosofico e
religioso islamico, basata sullo sviluppo della coscienza
dell’individuo e la sua libertà e integrità morale.
Iqbal non vide la nascita, avvenuta nel 1947, del Pakistan,
di cui però è considerato uno dei padri spirituali.
L’anniversario della sua nascita (9 novembre) è infatti
celebrato nel paese con una festa nazionale.
Javednama
Opera del poeta pakistano Muhammad Iqbal
(1877-1938), pubblicata a Lahore nel 1932. Il titolo significa letteralmente "Libro
di Javed", dal nome del figlio del poeta, Javed, cui è dedicato il poema e in
particolare un gruppo di versi didascalici alla fine. Javed significa però anche
"eterno" e il titolo può quindi tradursi pure come "Libro dell'Eterno" o "dell'Eternità".
È un poema "masnavi" (a rime baciate) intramezzato da brani lirici monorimi ("ghazal")
e frammenti vari, che narra, sul modello esteriore della Divina Commedia dantesca (modello frequente nelle letterature musulmane), un viaggio celeste
compiuto in ispirito dal poeta, che ha come suo Virgilio il grande mistico
persiano Gialal ad-Din Rumi (1207-1273). A una ispirata preghiera iniziale,
seguono due "Prologhi", un "Prologo in cielo", molto breve, e un "Prologo in
terra", dove compare al poeta lo spirito di Rumi che gli spiega il significato
simbolico della ascensione celeste del profeta Maometto. La spinta definitiva
verso il viaggio celeste è data da Zurvan, l'angelo antico-iranico del Tempo-Destino,
reinterpretato da I. nel senso della "durata" bergsoniana. Il poeta, che assume
in questo viaggio il nuovo nome di "Zinda-rod" ("Fiume di Vita" o "Fiume Vivo"),
attraversa il cielo della Luna dove trova il saggio indiano Visvamitra e
l'angelo zoroastriano Saros (ispiratore di profeti e corrispondente all'islamico
Gabriele). Quest'ultimo lo porta a visitare le zone simboliche di quattro
profeti, Buddha, Zoroastro, Cristo, Maometto, le cui caratteristiche distintive
vengono rapidamente schizzate. Il cielo seguente, quello di Mercurio, è più
nettamente politico. Il poeta vi incontra gli spiriti di Giamaluddin al-Afghani
(m. 1897) e Sai'd Halin Pasa (m. 1914) che gli parlano di religione e patria,
comunismo e capitalismo, oriente e occidente, ecc. Il cielo di Venere contiene
gli dei degli antichi popoli, e, sotto il mare, gli spiriti di Faraone e
Kitchener. In quello di Marte, pianeta considerato simile alla Terra ma privo
della colpa d'Adamo, dopo aver conversato con un dotto marziano, il poeta
incontra una "profetessa" ultrafemminista le cui affermazioni trova modo di
criticare. Il cielo di Giove è la dimora dei nobili spiriti eretici e ribelli:
il grande mistico e martire Hallag', crocifisso a Baghdad dagli ortodossi nel
922, il grande poeta indo-musulmano di Delhi, Ghalib (m. 1869), l'eroina della
nuova religione persiana "babi", Tahira (strangolata a Teheran per mano del
carnefice nel 1852). Appare alla fine Satana, che lamenta la pochezza e
vigliaccheria delle prede che è costretto a cacciare, e, come gli eretici, è
presentato dall'A. in una luce piuttosto simpatica. Il cielo di Saturno,
conformemente alla tradizione che ne fa un pianeta infausto, alberga gli spiriti
dei traditori della patria, immersi in un mare di sangue, e il poeta coglie
l'occasione per inneggiare alla libertà dell'India e maledire i traditori. Al di
là dei cieli I. vede lo spirito solitario di Nietzsche del quale egli, pur
criticandone l'ateismo, fu grande ammiratore. Nei giardini nei castelli del
paradiso, contempla il palazzo di Sarafu 'n-nisa Begum, pia principessa
musulmana del Pangiab agli inizi del sec. XVIII, e incontra il mistico Sayyid
'Ali di Hamadan (m. 1385), apostolo del Kashmir, e il grande poeta di lingua
persiana di quella regione, Ghani (m. 1669). Un grado ancora più alto occupano i
grandi martiri-combattenti dell'Islam, che il poeta incontra dopo una breve
apparizione dell'antico poeta indù Bhartrhari. Sono tre personaggi che incarnano
per I. il tipo ideale del sovrano: Nadir Sah di Persia (m. 1747), Ahmad Sah
Durrani d'Afghanistan (m. 1773), e il noto sovrano del Mysore, Tippu Sultan (m.
1799). Congedatosi dalle "huri" del paradiso, I. passa, per un breve istante,
oltre il paradiso stesso, alla presenza di Dio. L'Eterno invita il poeta, ora
simbolo del l'Uomo, a rafforzare il proprio io, a imitarLo nella Sua creatività,
a farsi tutto suprema azione morale. Sebbene l'ispirazione poetica ceda talora,
in un'opera così vasta, all'artificio dello schema e all'astrattezza concettuale,
il Poema celeste ha un valore non soltanto di cultura (è fonte preziosa per lo
studio del modernismo musulmano indiano del secolo XX), ma anche letterario, e
si deve porre fra le opere più valide di tutta la poesia musulmana contemporanea
di cui I. è tra i massimi esponenti.
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