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LETTERATURA AZERBAIGIANA - PERSIANA
Nizami Gandzevi (1141 - 1209) - I cinque poemi


I cinque poemi

Raccolta del poeta azerbaigiano-persiano Nizami (1141-1203)

Si tratta di un'imponente opera poetica, composta da cinque poemi, terminata verso il 1203. I cinque poemi hanno come titoli: Il magazzino dei misteri, Khusraw e Shirin, Leila e Mag'nun, Le sette effigi, Il libro di Alessandro.


Il magazzino dei misteri

E' il primo dei Cinque poemi del grande Nizami, seguito da Khusraw e Shirin, Leila e Magnun, Le sette effigi, e il Libro di Alessandro: complesso che costituisce un'opera monumentale della letteratura per-siana e un modello di infinite imitazioni successive. Nizami nacque a Gangia, sede allora di un piccolo principato turcoazerbaigiano (la città, dopo la sua morte, fu spazzata via dai Mongoli). Al tempo di Nizami, la vita non doveva essere facile: per le continue scorrerie dei nomadi, per le guerre tra i vari feudatari piccoli e medi, per le lotte tribali e religiose, per le rivolte popolari. Per non parlare della peste, del colera e di un terremoto che, una quarantina d'anni prima della nascita del poeta, aveva distrutto la città. Inoltre il semplice cittadino, o meglio suddito, non aveva diritti di sorta: il principe poteva a suo piacimento imprigionarlo e farlo uccidere. Nizami nei suoi poemi parla di un lontano tempo favoloso in cui regnavano la giustizia e la pace, il tempo del re Khusraw (Cosroe), nel VI secolo: tutta la sua poesia è colma di questo rimpianto, di questo sogno e dell'angoscia del suo tempo, alla quale viene contrapposto un mondo di fantasia e di giustizia. Benchè Nizami godesse di una certa tranquillità (era protetto dal principe e viveva a corte), doveva stare molto attento a quello che scriveva. Il clero musulmano controllava ogni opera per scoprirvi eresie: per esempio non si potevano cantare nei poemi eroi e re della Persia antica preislamica o bisognava fare in modo che tali eroi venissero puniti in qualche modo: così il re Lhozrev viene ucciso dal proprio figlio perchè, avendo ricevuto una lettera da Maometto nella quale gli veniva spiegata la vera fede, l'aveva rifiutata. Da certi musulmani (persiani, azerbaigiani o turchi) gli eroi della Persia antica erano malvisti: eppure i grandi poeti dell'area persiana (primo fra tutti Firdusi) riuscirono ugualmente a cantare l'epopea della Persia. La vita dei poeti non era comunque facile. Ma della vita di Nizami sappiamo ben poco. Il primo dei Cinque poemi e cioè questo Magazzino dei misteri è il meno interessante: è una specie di introduzione didattica agli altri quattro. Secondo la struttura dei poemi persiani le "introduzioni" sono molte: un'introduzione in lode di Dio, generoso di grazia e carità, una prima preghiera sui castighi e l'ira di Dio, una seconda preghiera sulla misericordia e il perdono di Dio, una lunga serie di "lodi", un "discorso sulla superiorità della parola", un secondo discorso sulla "superiorità della lingua espressa in modo ordinato di fronte alla lingua che è simile alle perle sparse", un canto sullo scendere della notte e la conoscenza del cuore; seguono numerosi canti su vari problemi filosofici e spirituali (i "venti discorsi"), in cui l'autore inserisce numerose novelle, secondo l'uso arabopersiano, con fatti strani, curiosità ecc. Ma l'elemento più importante di questo Magazzino riguarda le idee religiose dell'autore: Nizami era un mistico, e gli sta quindi particolarmente a cuore l'interpretazione mistica della sua religione. Di qui l'importanza che ha la descrizione dell'ascensione del Profeta ai "mondi angelici".


Khusraw e Shirin

E' il secondo dei Cinque poemi del grandissimo poeta. Al centro di questa lunghissima opera (circa 7000 versi), scritta nel 1180, sta la vicenda del Khusraw (Cosroe), re sasanide di Persia, e della bellissima principessa "armena Shirin. Dopo le solite numerose introduzioni e lodi (in numero di 13, fra le quali la giustificazione per aver scritto un poema il cui protagonista era un re preislamico, zoroastriano), ha inizio il racconto vero e proprio. L'eroe Khusraw ci viene subito presentato nella sua intelligenza e bellezza. Il poeta narra poi una partita di caccia del giovane principe, figlio del re Khormoz, durante la quale lo scapestrato giovane e i suoi amici rovinano un villaggio. Il re punisce i suoi amici e perdona il figlio, il quale però viene privato del suo cavallo. Una volta, dopo un profetico sogno, Khusraw ha un colloquio con un amico, il pittore Shapur, il quale gli parla di una bellissima fanciulla che vive in Armenia (cioè, per Nizami, nell'Azerbaigian): la fanciulla, Shirin viveva alla corte della principessa Mehin Bahu, sua zia. Il racconto di Shapur sulla bellezza di Shirin è tale che Khusraw se ne innamora perdutamente e ordina a Shapur di andare a prendere la bella fanciulla. Shapur obbedisce e, vista Shirin, non sapendo come fare a convincerla, dipinge il ritratto di Khusraw e lo appende a un albero, poi si nasconde. Shirin vede il ritratto e s'innamora subito del bel principe: "Ogni sguardo l'inebria, come un sorso di vino. / Ella, come sperduta, beve coppa dietro coppa. / Ha veduto il ritratto e il cuore le è venuto meno ...". Le amiche di Shirin capiscono che è incantata e come prigioniera, e volendo liberarla distruggono il ritratto: ciò avviene due volte, perchè Shapur per tre volte rifà il ritratto: la terza volta il ritratto è salvato. Allora l'amico di Khusraw si presenta sotto l'ingannevole aspetto di un mago-sacerdote, e spiega alla fanciulla chi sia il principe del ritratto. Shirin gli rivela il suo segreto amore per Khusraw. Shapur allora le dice come fare per incontrarlo e le dà un anello di Khusraw. Così lei, colto il momento, fugge verso la città di Medain. Durante la fuga a cavallo Shirin si ferma per bagnarsi a una fontana dalle chiare acque ("O, muschio delle nere trecce sulla pallida canfora!"). Intanto, alla corte del re Khormoz, maligni consiglieri insinuano che Khusraw voglia congiurare contro il padre, e Khusraw, ingiustamente accusato, preferisce fuggire. Durante la fuga, naturalmente, capita alla fonte dove Shirin fa il bagno. Lei, turbata, fugge. Khusraw piange e si avvia verso l'Armenia, dove chiede asilo alla principessa Mehin Bahu. Intanto Shirin si reca a Medain, e qui viene ospitata, secondo l'ordine del principe, in un castello: ma le ancelle, per invidia, scelgono un castello in un luogo paludoso e malsano. Tanto Khusraw quanto Shirin capiscono, quindi, che la misteriosa bagnante e il misterioso cavaliere erano proprio, reciprocamente, l'oggetto dei loro sogni d'amore. Intanto muore Khormoz, e il principe diventa re: tuttavia prima di ottenere Shirin passerà altro tempo e ci saranno complicazioni. Inoltre Shirin promette alla zia che mai concederà il proprio amore a Khusraw senza prima farsi sposare e i numerosi tentativi di lui saranno perciò vani. C'è un fidanzamento ufficiale, sotto i vigili occhi della zia, con numerose feste e trattenimenti (partite di polo, cacce al leone ecc.). Khusraw fa di tutto per sedurre la bella e lei più di una volta è sul punto di cedere, ma si riprende presto. Queste schermaglie amorose permettono al poeta di introdurre racconti e novelle. Khusraw però deve tornare in patria perchè gli affari dello Stato lo chiamano (fra l'altro c'è anche una ribellione). Lontano dalla sua Shirin, comunque la desidera sempre. E altrettanto vale per lei. Interviene un altro personaggio, Farhad lo spaccapietre, il quale costruisce per Shirin un canale che collega i pascoli con il castello della principessa: nel canale viene convogliato il latte che arriva così sempre fresco al castello. Farhad si innamora perdutamente della principessa, tanto che Khusraw lo viene a sapere e lo convoca al suo cospetto. Dopo un contrasto poetico fra i due, Khusraw gli promette che gli avrebbe lasciata Shirin se Farhad fosse riuscito a traforare un'immensa montagna. Cosa che Farhad esegue a puntino. Infine Farhad muore di dolore, a causa della falsa notizia della morte di Shirin, malignamente fattagli pervenire da Khusraw. Finalmente (ma dopo molte altre vicende avventurose e complicate) Khusraw e Shirin si sposano. Dopo le nozze Khusraw viene a sapere che in Arabia è sorto un nuovo profeta, Maometto, ma non accoglie la religione da lui predicata.

La fine di Khusraw e di Shirin è purtroppo tragica: lui viene ucciso da Shiruyè, figlio suo e di un'altra moglie, Maria, morta precedentemente. Shiruyè difatti voleva impadronirsi del trono e anche di Shirin, di cui si era incapricciato. A sua volta Shirin si uccide vicino al corpo dell'amato sposo.


Leila e Mag'nun

E' il terzo dei Cinque poemi ed composto di 4316 versi. Il racconto è preceduto dalle introduzioni; c'è una preghiera, poi una lode di Maometto, una famosa descrizione dell'ascensione di Maometto in cielo, una serie di detti sapienziali, un'introduzione in parte autobiografica, le lodi ad Askhitan, khan di Gangi (città natale di Nizami, nell'attuale Azerbaigian), un'altra lode al figlio dello scià, un ricordo in onore dei defunti ecc. La storia d'amore di Leila e Mag'nun divenne talmente popolare da essere diffusa in infinite varianti in tutti i Paesi musulmani, dall'Arabia all'India. Leila e Mag'nun sono infatti la Giulietta e il Romeo del mondo islamico. L'origine della vicenda è dunque araba: Nizami vi si ispirò e la narrò per primo in lingua persiana. Qeis (Qais), un bel bambino figlio dello sceicco della tribù dei Banu Amer, s'innamora di una sua compagna di scuola, Leila, appartenente a un'altra tribù, e per lei si comporta in modo così strano da essere soprannominato Mag'nun, cioè "pazzo" o "ebbro". Il padre di Mag'nun chiede alla famiglia di Leila la mano della ragazza per il figlio, ma ne ha uno sprezzante rifiuto; Leila viene anzi promessa in matrimonio a un mercante più vecchio di lei. Nulaf, un amico di Mag'nun, per aiutarlo, riesce a far scatenare una sanguinosa guerra fra le tribù di Leila e di Mag'nun ma senza risultati, poichè il padre di lei più che mai ostinato nel negare la mano della figlia al giovane e folle innamorato. L'amore di Mag'nun assume sempre più caratteri mistici, al punto che il giovane, ritiratosi in un deserto, emana tale sentimento che agisce misteriosamente su tutti gli animali. Leila, che intanto si è sposata, gli scrive e gli conferma il proprio amore. Ha anche con lui un incontro puramente spirituale, perchè mai tradirebbe il marito. Muore, poi, il mari-to di Leila e i due giovani si incontrano; Leila, ingannando i suoi guardiani, senza temere nè il padre nè la madre, esce nella via, incontra Zeid, un altro amico di Mag'nun, e lo prega di accompagnarla dall'amato: si incontrano nel deserto, l'uno cade senza sensi ai piedi dell'altra, le fiere del deserto li proteggono. Arriva poi Zeid e fa rinvenire i due giovani svenuti con acqua di rose. Poi Leila conduce Mag'nun nella tenda: il loro amore è puro, non carnale, e l'abbraccio dei due giovani è la fusione di due spiriti: ormai non c'è più nè Leila nè Mag'nun, nè "io" nè "tu", ma l'unità dell'amore, l'unità mistica spirituale raggiunta dai due protagonisti. Per l'estasi Mag'nun si strappa le vesti e corre nel deserto cantando cantici di gloria e d'amore. Ma poi viene l'autunno e Leila, che era tornata a casa, deperisce e muore. Zeid comunica a Mag'nun la morte di Leila e il giovane si lascia morire. Con la sua morte scompare anche l'incantesimo che aveva tenute legate le fiere del deserto. Zeid in una visione vede Leila e Mag'nun in Paradiso: fa costruire una tomba dove sono sepolti i due innamorati, e questa tomba diverrà meta dei pellegrinaggi di tutti gli Arabi "fedeli d'amore".



Le sette effigi
Poema di oltre 5000 versi, terminato nel 1187

Il poema viene tradotto anche Le sette belle o anche Libro di Bakhram. Dopo le solite numerose introduzioni fra cui interessanti i saggi Consigli e istruzioni al figlio, Nizami inizia con la presentazione del protagonista, il re persiano Bakhram, e con la descrizione dello splendido e famoso castello di Khavarnaq, fatto costruire per Bakhram, ancora principe, dal re d'Arabia Numan, che lo ospitava e lo educava. Il castello, divenuto dimora di Bakhram, era un "prodigio di bellezza scintillante nel mondo sublunare": centinaia di migliaia di pittori, architetti, saggi venivano per ammirare quel prodigio. E Bakhram diveniva famoso per la sua abilità nella caccia: "I re vicini erano orgogliosi della sua bravura / parlavano sempre con lode di Bakhram. // Dicevano: "Ha combattuto d'impeto con un feroce leone / alla caccia ha colpito un veloce leopardo". // Così parlavano tutti di Bakhram, / e la gente lo chiamava "Stella dello Yemen"". Bakhram amava specialmente cacciare i selvaggi onagri. Una volta vinse un dragone che stava a guardia di una caverna ed entrato nella caverna trovò un tesoro: che regalò agli amici e ai poveri. Questa impresa è narrata in un dipinto su un muro del castello. Un'altra volta Bakhram trova, in una camera segreta del castello, i ritratti di sette meravigliose fanciulle, ciascuna delle quali era rappresentante di una delle sette parti del mondo: così erano raffigurate, nelle sette bellezze, l'India (nella persona della figlia del ragià di nome Furak), la Cina (la bella Yaghmanaz), Nazpari rappresentava il Khorezm, Nasrinnush era la bellezza slava, Azaryun la bellezza dell'Occidente, Homay rappresentava Bisanzio ed era figlia appunto dell'imperatore. Finalmente la settima immagine era quella di Dorseti, figlia del re dei re di Persia, Cosroe (Khusraw). Morto suo padre, Bakhram diventa dunque re di Persia e governa con giustizia (rappresenta secondo Nizami il "sovrano ideale"). E il suo grande sogno è quello di sposare le sette principesse, la cui immagine era rimasta profondamente impressa nel suo cuore. Le invita tutte e sette, tutte e sette accolgono festevolmente l'invito: vengono ospitate in sette meravigliosi padiglioni dipinti in sette colori diversi; il re si reca, ogni giorno della settimana, presso una delle sette principesse, ognuna delle quali gli racconta a turno una fiaba. Queste quarantanove fiabe (le fiabe sono collegate con i colori, i colori con i padiglioni e i giorni della settimana, i giorni della settimana e i colori naturalmente, con i pianeti) costituiscono un "novelliere" nel romanzo. La fiaba della principessa slava o russa rappresenta la fonte della storia di Turandot: "Questo giorno, tutto di rosso si vestì il re Bakhram, / e volò alla torre con la cupola rossa di buon mattino. / Là c'era la principessa slava dalle rosse guance / simile al fiore e alla fiamma, tenera come l'acqua / Stava davanti a lui, piena di bellezza, / come la luna piena quando risplende in cielo". E così passarono gli anni, finchè venne anche per Bakhram, dal nobile volto, bello, imbattibile nella caccia e nell'amore così come nella fede e nella saggezza, il momento della morte, misteriosa e mistica, che gli apparve in forma di un onagro fantastico: il re lo inseguì fin dentro una caverna dalla quale non uscì mai più. La caverna simboleggia la madre Terra che accoglie amorevolmente l'eroe.



Il libro di Alessandro

E' l'ultimo dei Cinque poemi. E' in realtà formato da due poemi Il libro dell'onore (6896 versi) e Il libro della fortuna (3644 versi) dedicati rispettivamente alle imprese guerresche di Alessandro (Iskander) Magno e ai suoi insegnamenti profetici (era infatti considerato in Oriente come un profeta). Si discute sulla data di composizione dei due poemi, che sono comunque opera della tarda età di Nizami, il quale utilizzò le fonti più svariate. Precedono le introduzioni, gli elogi ecc. Ha inizio quindi il "veritiero racconto sulla nascita di Iskander". Le vicende di Alessandro costituiscono il più stupefacente racconto di notizie storiche trasfigurate e di leggende fiabesche, il tutto nel più delizioso anacronismo, per cui il Macedone partecipa a imprese avvenute molti secoli dopo di lui. Accorre in aiuto degli Egizi contro i prepotenti neri dello Zanzibar, manda il suo tributo a Dario di Persia il quale è però invidioso di lui: per cui scoppia la guerra, poi vinta da Alessandro. Dario morente gli chiede di sposare la figlia Rossane e di risparmiare la moglie, cosa che Alessandro fa. Prima della guerra con Dario, alcuni sapienti donano al Macedone un grande specchio magico che permetteva al giovane re di conoscere ciò che succedeva nel mondo. Dopo la morte di Dario, Alessandro, divenuto imperatore di Persia, diffonde la dottrina del Dio unico (era, difatti, discendente di Abramo) e fa distruggere i templi zoroastriani. Particolarmente aspra è la lotta con gli stregoni e le maghe del fuoco. Celebrate solennemente le nozze con Rossane, Iskander comincia a regnare con pace e giustizia: temendo tradimenti e sommosse, manda però Rossane in Grecia; l'accompagna il saggio Aristotele che sarà maestro di Iskenderus, il figlio di Alessandro e Rossane, il quale nascerà in Grecia. Molte sono quindi le imprese e i viaggi di Alessandro: visita la Kaaba, va nel Caucaso dove fonda la città di Tiflis e s'incontra con la regina Nushab, conquista l'imprendibile fortezza di Derbent (grazie alla preghiera magica di un eremita), entra nella grotta dove era entrato (per non uscirne più, secondo la tradizione tramandata da Firdusi) il gran re Khozrev (Cosroe), si reca quindi nel Khorasan, in India e in Cina: qui dichiara al signore della Cina di essere venuto come ospite e non come conquistatore: così avviene e i due sovrani stringono amicizia. In Cina, Alessandro organizza una gara di pittura tra artisti greci e cinesi. Dopo il piacevole soggiorno cinese, Alessandro si muove sulla strada del ritorno: attraversa la steppa dei nomadi e fieri Turchi Qypciak e giunge nella terra dei Russi: il loro signore, Kintal, raduna il suo esercito di 900.000 soldati e lo schiera per la battaglia, esaltando le prede che avrebbero potuto avere in caso di vittoria. Anche Alessandro schiera il suo immenso esercito. La battaglia prosegue accanita per molti giorni: compaiono cavalieri ignoti e i Russi gettano nella battaglia un Essere sconosciuto: "E fra i Rus, dei quali ciascuno era uno splendente e forte eroe, / dalle loro file entra in battaglia, stupite! / Qualcuno con una pelliccia strappata, uscito / dai loro mari, spaventoso, come un enorme coccodrillo". Questo spaventoso dragone per tutto il giorno fa strage fra i guerrieri di Alessandro. Giunta la notte, Alessandro e i suoi consiglieri discutono sul mostro, non sanno di che razza sia, se sia uomo o belva o essere nato in remoti paesi dove non conoscono l'uomo. Un saggio, finalmente, ricorda al re che, nei paesi dell'estremo nord, c'è una montagna dove vivono tali esseri, che hanno il corpo di ferro, la faccia rossa, gli occhi come carboni ardenti; ciascuno di essi ha la forza di un'intera armata; sulla fronte hanno un corno, come quello del rinoceronte; dormono come uccelli, ficcando il corno nel tronco di un grande albero. I Russi riescono a catturarli e a servirsene in guerra. Ma Alessandro riesce a vincerlo e a vincere i Russi (liberando Nushabè): dopo di che fa la pace con Kintal. Segue lo straordinario racconto dell'acqua viva, diffuso prima e dopo il poema di Nizami in tutto l'Oriente e in Russia: IskanderAlessandro viene a sapere che nel Paese del Buio c'è la sorgente dell'Acqua Viva, che dà l'immortalità. Alessandro vuol recarsi nel Paese del Buio, accompagnato da alcuni giovani guerrieri e anche dal padre di uno di questi. Gli arditi esploratori di quel misterioso reame penetrano dunque nelle oscure caverne, ma solo il misterioso Khezr, compagno di Alessandro, e l'altro compagno Ilyas riescono a bere l'Acqua Viva e a divenire immortali: questo ad Alessandro non è concesso. Alessandro torna poi in Grecia.
Il secondo poema, cioè il Libro della felicità, si apre anch'esso con una serie di introduzioni e dediche. Gli argomenti principali sono, anzitutto, il racconto di Iskander e del Saggio Pastore, poi quello assai curioso di Archimede che è innamorato pazzo di una bella fanciulla cinese (lo spazio e il tempo decisamente non esistevano per il fantasioso Nizami!), amore che lo distoglie dai suoi severi studi. C'è poi la storia di Maria l'Egiziana, signora di Siria che, scacciata dai nemici, si reca in Grecia dove diventa discepola di Aristotele e ottiene l'aiuto di Alessandro: questi le organizza un esercito con il quale la donna riconquista il trono. Tra le scienze apprese da Maria c'è anche quella alchemica. Maria sa trasformare qualsiasi metallo in oro e le conchiglie in perle. Alessandro, un po' inquieto per la sua grande potenza e ricchezza, vorrebbe farle guerra, ma Aristotele lo dissuade, dicendogli che Maria è pura di cuore e mai avrebbe commesso del male. La parte centrale del libro è costituita dalle dispute dei filosofi che, oltre ad Aristotele, sono, Platone, Socrate, Apollonio, Porfirio, Ermete (forse Trismegisto), Talete. Ciascuno espone la propria concezione filosofica. A essi risponde Alessandro che esalta la dottrina del Dio unico. Nell'ultima parte si narrano avventure marine di Alessandro, che ricordano a volte quelle di Ulisse. L'opera si chiude con la morte del fantastico imperatore macedone.
 

                                                       2008 Profili delle letterature