Storia della civiltà europea
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Storia:
Storia della civiltà europea 1500 - 2000
Agli inizi del sec. 14° la geografia politica europea era già nettamente
delineata in molti dei tratti che dovevano rimanere caratteristici anche in
seguito. La solidità del nuovo edificio continentale fu collaudata dalla
gravissima crisi economica e demografica sopravvenuta alla metà del secolo, di
cui la o « peste nera » segnò un momento drammatico. Da essa l'E. uscì stremata
nelle sue forze, ristrutturata nell'economia e nella geografia, meno popolosa,
ma non corse alcun rischio di dissoluzione del suo quadro civile. Dopo una
ulteriore fase di stagnazione, dalla fine del sec. 15° le forze vitali avrebbero
ripreso il sopravvento e avrebbero aperto un'altra lunghissima fase di
espansione economica e demografica che si sarebbe protratta fino alla prima metà
del sec. 17°, consolidando e sviluppando il quadro tecnico, produttivo,
mercantile, finanziario che costituiva la grande eredità europea uscita indenne
dalla crisi del sec. 14°. Non furono, però, soltanto la crisi e la stagnazione
economica a caratterizzare i secc. 14° e 15°. Fu allora anche ridisegnata per
molti aspetti la carta politica europea. Una lunga serie di conflitti oppose dal
1337 al 1453 (guerra dei Cento anni) le monarchie francese e inglese,
sciogliendo i due paesi dai confusi vincoli feudali che avevano legato la
seconda alla prima. In Italia, falliti gli sforzi egemonici dei suoi vari stati,
si affermò tra quelli maggiori (Milano, Firenze, Venezia, Roma,
Napoli) una « politica dell'equilibrio », che anticipò i criteri dei rapporti di
potenza poi prevalsi nell'E. moderna.
In Germania alcune dinastie consolidarono
le loro signorie territoriali nell'ambito dell'Impero (Baviera, Austria,
Sassonia, Brandeburgo fra le maggiori) e la floridezza e potenza delle città
della Hansa giunsero al loro apogeo. Ma l'espansione del germanesimo verso est,
che era proseguita ininterrotta dal sec. 11° in poi e aveva germanizzato le
popolazioni slave fin oltre l'Oder e insediato forti nuclei tedeschi in tutta
l'E. centro-orientale, venne fermata agli inizi del sec. 15° dalla unione della
Polonia e della Lituania sotto gli stessi sovrani. Non ebbe, invece, successo il
tentativo dei duchi di Borgogna di imporsi come grande potenza tra Francia e
Germania nel vecchio spazio lotaringico. Analogo fallimento toccò al più volte
ripetuto tentativo di formare un grande stato nello spazio danubiano, e le
spesso ricorrenti riunioni delle corone di Boemia, Ungheria e Polonia si
sciolsero altrettanto spesso. Ma un'esigenza di tal genere fu messa in maggiore
evidenza dalla conquista turca dei Balcani, che nel 1453 culminò con la caduta
di Costantinopoli nelle mani dei sultani ottomani.
Lo slancio turco sarebbe poi
proseguito ulteriormente, portando nel 1526 alla conquista dell'Ungheria, una
cui piccola parte e la congiunta corona di Boemia passarono allora agli
Asburgo.
Solo il fallimento dell'assedio posto a Vienna nel 1532 fermò la marcia ottomana
lungo il Danubio. L'eredità di Costantinopoli come centro della Chiesa ortodossa
fu, invece, raccolta dal nuovo stato russo che, formatosi intorno a Mosca, tra
la fine del sec. 15° e gli inizi del 16° estingueva la sudditanza verso i
Mongoli, fermava l'espansione lituano-polacca verso est, iniziava la lunga
azione per imporre ai signori feudali (i boiari) e ai loro principati la
supremazia del sovrano moscovita, che nel 1547 prese il titolo di zar (caesar,
imperatore), a ulteriore testimonianza del rapporto con la Bisanzio cristiana e
imperiale, diventata ora Istanbul.
All'altro capo d'Europa, nella Penisola
Iberica, si concludeva nel 1492 con la presa di Granada la riconquista cristiana
del paese. Tre forti nuclei statali erano emersi nel paese. A ovest il
Portogallo, che nel corso del sec. 15° sviluppò una grande politica marinara e
coloniale, spingendosi sulla costa africana fin oltre il Golfo di Guinea e
raggiungendo nel 1488 il Capo di Buona Speranza. A est l'Aragona, che si
avvaleva delle grandi energie di Barcellona, aveva formato un impero
mediterraneo, che dalle Baleari si estese fino alla Sardegna, alla Sicilia e
Napoli (quest'ultima poi lasciata a un ramo bastardo della dinastia). Al centro
la Castiglia, che formò dal Golfo di Biscaglia allo Stretto di Gibilterra una
solida potenza militare ed economica.
L'età moderna.
– Furono i paesi iberici le basi per le grandi scoperte
geografiche inaugurate da Colombo nel 1492, mentre Vasco de Gama giungeva nel
1498 nella vera India. Le scoperte erano anche una espressione del nuovo spirito
europeo. Nei secc. 14° e 15° si era avuta, fra le altre, anche una profonda
crisi ecclesiastico-religiosa. Le pretese teocratiche di Roma provocarono coi
sovrani urti meno felici nei loro esiti di quelli ormai tradizionali con
l'Impero. Bonifacio VIII fu umiliato da Filippo IV il Bello re di Francia
nell'episodio famoso dello « schiaffo di Anagni ». Poi il papato si trasferì da
Roma ad Avignone e vi rimase dal 1309 al 1377, proseguendo l'opera di
centralizzazione ecclesiastica, ma con grave danno del suo prestigio. Col
ritorno a Roma si aprì un'epoca di grandi lacerazioni: si contrapposero due e
perfino tre papi e obbedienze cattoliche. Il Concilio di Costanza (1414-18) e
quello di Basilea (1431-49) sembrarono mettere a rischio la monarchia papale
nella Chiesa. Infine, Roma riprese il controllo della situazione, ma il mondo
cattolico non era, tuttavia, più lo stesso. La profonda unità che lo spirito
religioso aveva conferito alla vita spirituale e morale dei secoli precedenti
era tramontata, insieme con la fede e l'ansia degli « ultimi tempi ». Ora era
possibile distinguere una religione popolare da quella delle élites; ma attese
messianiche e sete di una vita spirituale pura e intensa permanevano (come si
vide con le eresie di Wycliff e di Hus) e contrastavano fortemente con una
mondanizzazione progressiva del papato, che si espresse fra l'altro nel
nepotismo pontificio con la costituzione di principati per i familiari dei papi,
nell'accentuata venalizzazione delle cariche ecclesiastiche e
dell'amministrazione dei sacramenti, negli opportunistici cedimenti alle pretese
dei sovrani di controllare in qualche modo la Chiesa dei rispettivi paesi, nella
politica condotta dallo Stato Pontificio in Italia, e in particolare
nell'apertura del papato alla nuova cultura del tempo. Una vera e propria
rivoluzione culturale si era avuta, infatti, col passaggio dalla cultura della
Scolastica a quella dell'Umanesimo e del Rinascimento. Questa, senza negare il
quadro generale della professione di fede cristiana, vi introduceva forti
elementi di laicità, naturalismo, immanentismo e, sotto il manto di una forte
esaltazione dei modelli greci e romani, costruiva in realtà alcune premesse
fondamentali dello spirito moderno, a cominciare dalla lotta contro il principio
di autorità e dall'affermazione di valori come quello dell'eccellenza e dignità
dell'uomo o quello della bellezza. Contemporaneo fu pure il diffondersi di uno
spirito scientifico, di cui nel sec. 15° furono effetto la critica e la
filologia moderne, nonché alcune grandi invenzioni come la polvere da sparo e,
soprattutto, la stampa.
Così un'Europa rinvigorita nelle sue risorse e
nelle sue strutture poté lanciarsi agli inizi del sec. 16° sulle vie del mondo e
impegnarsi in una serie di lotte interne che ne avrebbero profondamente
trasformato la fisionomia politica e religiosa.
La crescita urbana in Europa nel corso del XVI secolo.
Le « guerre d'Italia» furono il
crogiolo in cui si formò il nuovo sistema politico europeo. Nate dalle pretese
dei re d'Aragona e di Francia sul trono di Napoli, esse determinarono un lungo
succedersi di conflitti, da cui uscì minorata la condizione dell'Italia, dove
Milano e Napoli si aggiunsero ai domini dei sovrani spagnoli, Genova fu tratta
nella loro orbita, Venezia dovette ridimensionare le sue prospettive, lo Stato
Pontificio si salvò per il peso morale del papato, la Toscana formò un
Granducato che, come gli altri stati minori della penisola, subiva l'egemonia e
il controllo spagnolo. Nel corso delle guerre italiane si dissolse l'equivoco
per cui inizialmente era apparso che la Francia fosse la potenza destinata
all'egemonia sull'Occidente. Una straordinaria serie di matrimoni e di
successioni mise nelle mani di Carlo d'Asburgo (1500-58) i Paesi Bassi e i
superstiti domini borgognoni dal 1506, Aragona e Castiglia dal 1516, i paesi
austriaci e il titolo imperiale dal 1519. Non a caso quelli spagnoli furono
considerati fra questi domini i più importanti.
Nella prima metà del secolo
nascevano in America l'impero portoghese in Brasile e quello della Spagna, ben
più ricco ed esteso, dal Messico alla Terra del Fuoco, che assicurava ai sovrani
di Castiglia enormi risorse finanziarie. La marcia trionfale verso una nuova «
monarchia universale » fu, però, decisivamente ostacolata a
Carlo V dalla
secessione religiosa iniziata da Lutero, che contrappose i protestanti o
riformatori ai cattolici e a Roma.
La questione religiosa divenne politica. Gran
parte dei principi germanici sostenne, insieme con la causa di Lutero, quella
della propria autonomia rispetto all'Impero e fu perciò appoggiata dalla Francia.
Alla fine si dovette riconoscere il passaggio al protestantesimo della maggior
parte della Germania. La posizione di Carlo V era insidiata, nello stesso tempo,
anche dai Turchi, che dilagavano nel Mediterraneo e nel 1532 giungevano ad
assediare Vienna, anch'essi in alleanza coi Francesi.
Abdicando nel 1556, Carlo
V riconosceva l'impossibilità di un Impero « universale »: al figlio Filippo
lasciò i Paesi Bassi, l'Italia e i reami spagnoli coi domini americani; al
fratello Ferdinando, dal quale iniziava così una nuova linea asburgica a Vienna,
i paesi austriaci e il titolo imperiale. Ma anche così la Spagna di
Filippo II,
che stabilì a Madrid la sua capitale, rappresentava sicuramente il più potente
paese d'E., con un impero (di cui facevano parte vari punti della costa
nordafricana, nonché le Canarie e le Filippine, così denominate in onore del re)
senza precedenti nella storia per il suo carattere mondiale. Il determinarsi
della preponderanza spagnola non poteva, tuttavia, offuscare l'importanza
epocale della Riforma protestante che, contemporaneamente, e con Calvino oltre
che con Lutero, si era diffusa non solo in Germania, ma in Scandinavia, in
Inghilterra, in Francia, nei Paesi Bassi, in Svizzera, in molte parti dell'E.
Centrale e Orientale, affacciandosi anche in Spagna e in Italia.
La Riforma
segnò, in effetti, l'avvento di una nuova intuizione religiosa che confliggeva
profondamente con quella cattolica. L'esperienza religiosa soggettiva del fedele
affermava il principio della libertà di coscienza e poneva il problema della
tolleranza al di là dell'accordo che ad Augusta nel 1555 stabilì la professione
religiosa dei sovrani come decisiva per il culto da riconoscere nei rispettivi
paesi. Il cattolicesimo rispose con la Controriforma (o Riforma cattolica), che
riorganizzò profondamente la Chiesa, migliorò di molto la preparazione culturale
e religiosa del clero, promosse la repressione attraverso un ufficio romano
dell'Inquisizione e l'indice dei libri proibiti, pose fine al nepotismo
pontificio limitandolo agli uffici e alle cariche curiali ed ecclesiastiche,
sollecitò il potere temporale ad una difesa rigorosa dell'ortodossia cattolica,
cercò di eliminare gli aspetti mondani e profani che dal mondo protestante
facevano guardare a Roma come ad una nuova Babilonia e alimentavano una forte
corrente di antiromanesimo. Nuovi ordini religiosi sostennero questa complessa
azione e in primo luogo la Compagnia di Gesù, che influì profondamente sulla
formazione delle classi dirigenti nei paesi cattolici, raccolse ed epurò ai suoi
fini la tradizione umanistica, penetrò nelle corti e nei governi coi suoi
consiglieri e confessori. Non era una nuova religiosità come quella protestante,
ma una religiosità rinnovata, che si estrinsecò in un evidente fervore di pietà,
di cultura, di arte. L'opposizione tra cattolici e protestanti dominò la scena
politica europea per oltre un secolo dopo la sistemazione di Augusta. La Spagna
di Filippo II svolse sotto questo profilo una grande azione politica, fermando
l'avanzata turca nel Mediterraneo a Lepanto nel 1571 (fu decisivo l'apporto
veneziano), rivendicando e ottenendo nel 1580 per i suoi titoli dinastici la
corona portoghese coi suoi domini, reprimendo il moto protestante nei Paesi
Bassi dove esso si trasformò nella rivolta delle province settentrionali,
sostenendo i cattolici francesi nella guerra civile coi protestanti e tentando
di piegare l'Inghilterra con la spedizione della Invincible Armada nel 1588. Il
grande disegno falli, così come quello del padre Carlo V. In Francia quasi
quarant'anni di guerre di religione, punteggiati da episodi feroci, come la
strage dei protestanti della « notte di San Bartolomeo » del 1572, finirono con
l'assunzione al trono di Enrico IV: protestante, egli si
convertì al cattolicesimo (« Parigi val bene una messa ») e concluse la pace con
Filippo II, ma riconobbe libertà di culto ai suoi ex correligionari con l'editto
di Nantes. L'Invencible Armada naufragò sulle coste inglesi : il successore
Filippo III concluse la pace con l'Inghilterra nel 1603 e una tregua con i
ribelli olandesi nel 1609.
Sotto Enrico IV la Francia tornò a una politica di
grande potenza, che, interrotta da una nuova crisi dopo il suo assassinio nel
1610, riprese a ben più lunga scadenza sotto il figlio Luigi XIII e il suo
ministro Richelieu, mentre Inghilterra e Olanda si trasformavano in grandi
potenze navali, commerciali e coloniali. Una nuova fase fu avviata nel 1618 con
la guerra dei Trent'anni, che ebbe a suo teatro soprattutto la Germania, questa
volta per iniziativa degli Asburgo di Vienna. La Spagna, sotto il governo
dell'Olivares, li appoggiò e con un nuovo e maggiore sforzo egemonico apparve
prossima al successo. Nel 1635 intervenne nel conflitto la Francia. In pochi
anni la potenza politica e militare di Madrid fu messa in ginocchio. Stremati
dallo sforzo imperiale, la Catalogna, il Portogallo, Napoli, Palermo si
ribellarono. Nel 1648 le paci di Vestfalia sancirono l'impossibilità di
riprendere il controllo della Germania, dove l'autorità imperiale subì
un'ulteriore riduzione nei confronti degli stati territoriali. Nel 1659 fu
conclusa, con la pace dei Pirenei e alcune importanti cessioni territoriali, la
guerra con la Francia. Poi fu la volta del riconoscimento dell'indipendenza
olandese e portoghese.
La Spagna rimaneva un grande impero, con un ruolo di primo piano nella politica
internazionale. Essa visse nei secc. 16° e 17° il siglo de oro della sua civiltà,
dando un contributo altissimo alla storia dell'arte e della cultura europea. Ma
non era più in grado di prendere l'iniziativa di una grande azione politica,
avendo, anzi, ora bisogno di appoggi e di alleanze per mantenere la sua
posizione. Nell'E. del tempo, esausta per il lungo sforzo bellico, la nuova
profonda crisi economica e demografica che la colpì a partire dal 1620 in poi e
una serie di agitazioni sociali e politiche hanno fatto parlare gli storici di
una crisi generale del Seicento.
In Inghilterra la dinastia degli Stuart, salita
al trono nel 1603, entrò in urto, anche per i suoi sforzi assolutistici, con
l'opinione protestante (anglicana e calvinista) dominante nel paese. Ne nacque
una lunga guerra civile, che si concluse nel 1649 con la decapitazione del re
Carlo I e la proclamazione della repubblica sotto il governo di Oliver Cromwell.
Poi nel 1660 furono restaurati gli Stuart, ma, riproducendosi il loro
antagonismo col paese, nel 1688 una nuova incruenta rivoluzione li allontanò
definitivamente e ristabilì la monarchia su basi protestanti e non
assolutistiche.
In Francia, dove nel 1643 Luigi XIV era succeduto, a due anni,
al padre e il Mazzarino a Richelieu, oltre a una lunga serie di rivolte
contadine, fra le maggiori delle molte verificatesi in tutta E. nel secolo, si
ebbero fra il 1648 e il 1652 le due rivolte della Fronda (quella parlamentare e
quella dei principi), che si conclusero con la piena restaurazione del potere
monarchico. Francia e Inghilterra fornirono allora i modelli di regime intorno a
cui avrebbe poi gravitato la vita politica europea. Non era ancora un pieno
liberalismo quello inglese, né era un completo assolutismo quello francese.
Aveva, però, un'importanza decisiva il carattere prevalentemente aperto e
dinamico del modello inglese e quello unificatore e razionalizzante del modello
francese. La monarchia costituì allora l'istituzione più caratteristica del
diritto pubblico in Europa. I regimi repubblicani non mancarono. Essi ebbero
nelle città (specialmente italiane) esempi cospicui. Repubbliche rimasero
Venezia, l'Olanda, la Svizzera, che furono tra il sec. 16° e il 18°, l'una dopo
l'altra, l'oggetto di un mito del vivere libero, del buon governo, della
saggezza politica. Ma li si considerava, in sostanza, come eccezioni alla norma.
La monarchia di diritto divino, affermatasi in contrasto con i poteri medievali
« universali » della Chiesa e dell'Impero, appariva come un potere la cui
legittimità poteva essere presupposta come originaria, oltre che consolidata
dalla tradizione. La legittimità assunse la forma della trasmissione ereditaria
del trono; e ciò può far capire perché molti conflitti europei assunsero
l'aspetto di guerre di successione e perché matrimoni e combinazioni dinastiche
avessero un'importanza politica preminente. Rare furono anche qui le eccezioni :
stabilizzatasi di fatto l'ereditarietà dell'Impero negli Asburgo, sarebbe
rimasta solo la Polonia a praticare l'elezione del re, con effetti peraltro
disastrosi sulla sua sopravvivenza di stato indipendente, tanto che alla fine
del sec. 18° portarono alla sua spartizione tra Austria, Prussia e Russia.
Amministrazione, diplomazia, eserciti e sistemi di imposte permanenti
caratterizzarono la struttura statale dello stato moderno, così come una
politica economica prevalentemente protezionistica e dirigistica, che
privilegiava l'accumulazione monetaria e lo sviluppo commerciale (donde la
definizione di mercantilismo). I problemi finanziari furono, tuttavia, il vero
tallone d'Achille delle monarchie. Il costo dello stato moderno era di molto
superiore a quello del vecchio ordinamento feudale, tanto meno complesso e
largamente diffuso sul territorio; ed era ulteriormente accresciuto dalle guerre
e dalla politica dinastica. Le guerre erano, intanto, frequentissime.
Luigi XIV, che prese di persona il governo in Francia alla morte di Mazzarino nel 1661,
poté di nuovo avviare, nell'eclisse della potenza spagnola, una fase di grande
politica di espansione. Guerra di devoluzione (1667-68), guerra d'Olanda
(1672-78), guerra della Lega d'Augusta (1688-97), bombardamento di Genova
(1684), «riunioni» alla Francia di Strasburgo e di varie zone d'Alsazia e Lorena
(1680, espansione coloniale in America (Canada e Luisiana), in India e in Africa
ne segnarono le varie tappe ed aspetti. La reazione delle potenze europee fu
lenta, ma sempre più determinata, con un'applicazione sempre più esplicita e
consapevole della politica di equilibrio, per cui a ogni spinta espansionistica
rispondeva una coalizione che vi si opponeva e a ogni guadagno territoriale di
una potenza dovevano corrispondere guadagni altrui che bilanciassero il rapporto
di forze generale. Così l'ingrandimento francese (con Strasburgo, la Franca
Contea, varie piazzeforti fiamminghe, ecc.) fu compensato da quelli di
Inghilterra e Austria, che emergevano ora come potenze decisive per l'equilibrio
(l'una sul mare e fuori d'E., l'altra sul continente), mentre Spagna e Olanda
erano costrette a consumare le loro energie per far fronte all'offensiva del
Re
Sole, come in Francia venne definito Luigi XIV per lo splendore a cui portava la
potenza della monarchia e l'economia, le lettere e le arti del paese.
L'Olanda
fu allora superata dall'Inghilterra, che aveva più volte vinto, ma conservò i
suoi possedimenti nelle Indie orientali e in alcune parti d'Africa e d'America.
Anche la civiltà olandese conobbe allora il suo massimo splendore, quasi facendo
da ponte tra il « secolo d'oro » in Spagna e il « secolo di Luigi XIV» in
Francia. Il sopravvento inglese nei commerci, nella navigazione mercantile e
nella marina militare avrebbe poi avuto il suo collaudo nelle tre consecutive
guerre di successione: la spagnola (1701-14), la polacca (1733-38) e l'austriaca
(1740-48), dalle quali, mentre furono confermati i tratti caratteristici del
sistema dell'equilibrio, la geografia politica europea venne fortemente mutata.
La corona spagnola, estintosi il ramo asburgico disceso da Carlo V, toccò a un
ramo cadetto dei Borboni di Francia, ma perse i suoi domini d'Italia e dei Paesi
Bassi. Questi ultimi, più Milano, toccarono all'Austria. Napoli e la Sicilia
andarono a un ramo cadetto della nuova dinastia borbonica di Spagna.
L'Inghilterra acquistò, con il possesso di Gibilterra, il controllo
dell'ingresso nel Mediterraneo. La Francia si assicurò la Lorena e migliorò i
suoi confini verso il Reno.
I duchi di Savoia divennero re di Sardegna, i marchesi di Brandeburgo re di
Prussia, i duchi di Baviera e di Sassonia ottennero anch'essi il titolo regio.
Fu l'apogeo della politica dell'equilibrio, con un ridimensionamento delle
superpotenze, Spagna e Francia, che avevano dominato da Carlo V a Luigi XIV, e
l'ascesa di nuove grandi potenze.
L'Inghilterra aveva ormai conseguito posizioni
coloniali di prim'ordine ed era indiscutibilmente la prima potenza navale.
L'Austria aveva non solo conseguito gli ingrandimenti dovuti alla sua
partecipazione alla spartizione dell'eredità degli Asburgo di Spagna, bensì
anche acquistato una posizione di primo piano nell'area danubiana. Gli Ottomani
avevano manifestato ancora una forte capacità espansiva, assediando Vienna nel
1683, centocinquant'anni dopo l'assedio del 1532. Fra queste date, anche dopo
Lepanto, essi avevano ancora esercitato la loro spinta sia nel Mediterraneo che
nei Balcani, sottraendo, fra l'altro, a Venezia l'isola di Creta con una lunga
guerra venticinquennale (1644-69). Il fallimento dell'assedio di Vienna segnò
invece l'inizio di un progressivo declino della loro potenza.
Alla metà del sec.
18° l'Austria aveva liberato totalmente l'Ungheria dalla soggezione che subiva
dal 1526, giungendo fino in Croazia; e, a sua volta, la Russia aveva portato
avanti una marcia sul Mar Nero e sul Caucaso, che riduceva ulteriormente e
gravemente lo spazio ottomano: una marcia che, proseguita con grande costanza,
concorse già prima della fine del secolo a fare della Turchia l'« uomo malato »
dell'equilibrio europeo (quale sarebbe rimasta per tutto il sec. 19°) e che
affacciò l'eventualità di una presenza russa a Costantinopoli con ripercussioni
gravissime sull'equilibrio mediterraneo e continentale, cui soprattutto
Inghilterra e Austria erano estremamente sensibili.
La Russia si affermò infatti
nel corso del secolo, insieme alla Prussia, come nuova grande potenza. Già nella
seconda metà del sec. I7° si era assistito al
declino di Svezia e Polonia, che
dalla fine del sec. 16° dominavano rispettivamente lo spazio baltico e quello
europeo-orientale ed erano stati alleati tradizionali della Francia nella sua
lotta antiasburgica. La Russia ne trasse i maggiori guadagni, specialmente da
quando sotto Pietro I (1689-1725) prese a sviluppare una grande politica di
occidentalizzazione del paese e dello stato, di cui il trasferimento della
capitale da Mosca a San Pietroburgo, da lui fondata sul Baltico, divenne il
simbolo. A sua volta, la Prussia si era sviluppata come grande potenza militare
e sotto Federico
II (1740-86), oltre a rafforzarsi decisivamente su questo piano, aveva sottratto
all'Austria l'importante regione della Slesia e si era posta, con ciò stesso,
quale temibile antagonista degli Asburgo nell'ambito germanico e imperiale.
Proprio per fermare la sua marcia si combatté
la guerra dei Sette anni
(1756-63), che, con un clamoroso rovesciamento delle alleanze, associò l'Austria
alla Francia e alla Russia. Appoggiata dall'Inghilterra, costante nella sua
politica di equilibrio, la Prussia superò tuttavia indenne la tempesta, mentre
la Francia fece tutte le spese di un conflitto che, da più
di un punto di vista, può essere considerato la « prima guerra mondiale »
combattuta da potenze europee, avendo interessato parimenti i domini coloniali
francesi e inglesi dall'America all'India. Fu allora liquidato il primo impero
extra-europeo della Francia che, dai tempi di Luigi XIV, si era via via
cospicuamente ingrandito. Canada e India divennero allora zona di espansione
inglese; la Francia salvò la Luisiana e qualche emporio indiano. L'Inghilterra,
che già si era assicurata posizioni di privilegio nel commercio tra la Spagna e
l'America Latina, si espanse su tutta la costa americana dalla Florida allo
Stretto di Hudson.
Il primato dell'E. nel mondo appariva saldamente stabilito ed essa premeva ormai
anche sulla Cina e sul Giappone. La coscienza della modernità la permeava tanto
che già nel sec. 17° in Francia la querelle des anciens et des modernes
rovesciava l'esemplarità attribuita agli antichi dalla cultura
umanistico-rinascimentale. Per i decenni a cavallo tra i secc. 17° e 18° si è
potuto parlare di una « crisi della coscienza europea «. Certo è che si delineò
allora una netta separazione tra valori religiosi, valori morali e valori civili
ed etico-politici, con una forte accentuazione dello spirito laico e moderno
della cultura europea, nella quale lo sviluppo delle scienze e delle tecniche,
anche nei suoi effetti sull'economia e sulla vita quotidiana, cominciava ad
apparire prodigioso e segnava un netto distacco tra l'E. e il resto del mondo.
Nel sec. 18° l'Illuminismo convogliò tutto ciò in un grande movimento di cultura
nel segno del razionalismo e della laicità, formulando nuovi ideali etici,
politici, sociali in una temperie in cui le convinzioni e la prospettiva
intellettuale si sposavano ad una vera tensione morale e spirituale. L'E. si
trasformava anche materialmente, non solo per effetto dello sviluppo scientifico
e tecnico, bensì anche per una crescita economica e demografica che avrebbe
trovato sbocco dalla fine del 18° sec. nella rivoluzione industriale, col
passaggio cioè dalle manifatture tradizionali alla produzione mediante macchine
azionate da una nuova energia, quella del vapore, di cui scoperte e invenzioni
consentirono un sempre maggiore sfruttamento. L'Inghilterra, che fu la prima (e
restò a lungo l'unica o massima) protagonista di questa rivoluzione, ne emerse
come maggiore potenza economica e finanziaria, banca e opificio del mondo.
Inoltre, si determinava così una nuova e ancor più cospicua ragione di primato
europeo, che si sommava alle precedenti e che non era puramente
tecnico-scientifica, poiché comportava un orizzonte di mentalità e di valori non
meno rilevante. Della nuova cultura fu espressione il riformismo, che permeò
l'azione dei governi e portò a molti provvedimenti innovatori nella legislazione
e nell'amministrazione, toccando l'organizzazione burocratica, i diritti
feudali, gli ordinamenti corporativi, il commercio e le manifatture, i
regolamenti sanitari e, in particolare, i beni, i privilegi e le immunità
ecclesiastiche. Episodio culminante fu, su questo piano, la soppressione della
Compagnia di Gesù, simbolo della presenza e della pressione ecclesiastica nella
società. La decise Clemente XIV nel 1773 dopo che negli anni precedenti vari
governi avevano già deciso così per i rispettivi paesi. Né era meno
significativo che alle disavventure dei gesuiti corrispondessero le fortune
della Massoneria, società segreta di ispirazione prettamente illuministica, che
penetrò largamente anche nei circoli di corte e di governo.
La rivolta delle colonie americane contro l'Inghilterra fu vissuta anch'essa
all'insegna dello spirito illuministico, come si vide nella Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e nella costituzione adottate a base del nuovo paese, gli
Stati Uniti d'America, che nacque dalla rivolta. Da questa trasse, inoltre,
origine una nuova guerra settennale (1776-83), che portò Francia e Spagna a
fianco dei ribelli americani in una sorta di rivincita della guerra dei Sette
anni. Ancora una volta, il successo pieno fu dei ribelli e ben poco toccò alla
Francia, il cui maggiore incremento in questo periodo fu l'acquisto della
Corsica nel 1768. Gli anni che seguirono cominciavano a registrare un profondo
mutamento delle condizioni dello spirito europeo. Iniziava una revisione dello
spirito illuministico, che faceva appello ad altri valori oltre la natura
dell'uomo e la ragione e trovava meno soddisfacente il riformismo come metodo
del rinnovamento. Ma la fase a cui così sembrava ci si avviasse fu
repentinamente interrotta dallo scatenarsi della rivoluzione in Francia.
L'età contemporanea. – La Rivoluzione passò via via dall'assolutismo monarchico
ad una monarchia costituzionale e liberale (1789-92), poi a una repubblica
democratica – dapprima con Robespierre e i giacobini e una politica di rigore e
di Terrore (1792-94), poi con la reazione di Termidoro a questo estremismo
(1794-95) e una direzione moderata e oscillante tra spinte restauratrici e
spinte estremistiche sotto il governo del Direttorio (1795-99) – e, infine dopo
un quinquennio di potere (1799-1804) sotto il nome di consolato, all'impero di
Napoleone Bonaparte (1804-14) e alla sua appendice dei « cento giorni » (1815).
Lo sconvolgimento nella vita europea fu profondo. Cadde il regime delle
divisioni e dei privilegi di classe, fu soppresso il sistema feudale, fu
impiantato il moderno stato di diritto, venne elaborata una legislazione moderna
e la si raccolse in un codice, si affermarono le grandi linee del liberalismo e
della democrazia, la nazione si affiancò allo Stato e ne divenne protagonista,
governo e amministrazioni furono razionalizzati e modernizzati nelle loro
strutture, gli eserciti di mestiere vennero sostituiti da quelli di leva, la
borghesia divenne il centro di gravitazione e di integrazione sociale, fu
adottato il principio del merito e della competenza in luogo di quello della
nascita, con l'ordinamento politico e i rapporti con la Chiesa venne laicizzata
anche l'istruzione. Su queste linee non vi fu soluzione sostanziale di
continuità tra la fase napoleonica e quella precedente della Rivoluzione, anche
se il carattere personale del potere di Napoleone (che lo portò alla serie
continua delle guerre nelle quali, pur dopo tante vittorie, finì col soccombere)
provocò un'involuzione autoritaria delle spinte rivoluzionarie alla libertà e
alla democrazia, in cui si può riconoscere per alcuni aspetti la prima
esperienza dittatoriale dell'E. moderna. Certo, non si trattò di svolgimenti
lineari e del tutto coerenti. Numerose furono le sopravvivenze dell'e antico
regime ». La Chiesa dimostrò un controllo e un radicamento sociale che indussero
Napoleone a riconoscerne il ruolo pubblico e a stipulare con essa nel 1801 un concordato, che è anch'esso un prototipo di numerosi e analoghi concordati
posteriori. Le spinte liberali e liberistiche prevalsero alla fine largamente su
quelle democratiche e interventistiche. Ma l'edificio rapidamente costruito
dalla rivoluzione dimostrò nei suoi tratti essenziali un'incrollabile solidità;
e la prova migliore ne fu data dal fatto che anche le potenze nemiche della
Francia e di Napoleone si uniformarono via via ai principi del nuovo regime e,
caduto Napoleone, non pensarono di ristabilire quello antico: fu invece
ristabilita, ma solo parzialmente, dal
Congresso di Vienna (1815) – sotto la
spinta della Santa Alleanza di Austria, Prussia e Russia, rivolta ad assicurare
la conservazione dei risultati della lotta antinapoleonica – la vecchia
geografia politica. Anche le guerre di Napoleone lasciarono tracce profonde,
alimentando una rapida maturazione del sentimento nazionale o in opposizione al
dominio francese che egli imponeva o secondando una nuova identità negli stati
satelliti e amici.
Chiuso il periodo rivoluzionario e napoleonico, tre grandi questioni si posero,
nella vita europea: la questione della libertà, la questione nazionale e la
questione sociale. Ripetuti sussulti insurrezionali fra il 1815 e il 1848
agitarono la Penisola Iberica, l'Italia, la Francia, i Paesi Bassi, la Germania,
la stessa Gran Bretagna, i paesi austriaci.
In Francia nel 1830 si passò a un
regime liberale più aperto sotto il ramo borbonico cadetto di Luigi Filippo
d'Orléans, che sancì il ruolo della borghesia come classe illuminata e
dominante. In Gran Bretagna le lotte sociali non toccarono né la struttura
liberale del regime, né le posizioni dell'aristocrazia tradizionale e della
nuova borghesia, ma produssero riforme elettorali e sociali che assicurarono al
regime del paese una maggiore stabilità e si accompagnarono ad una intesa
franco-britannica oggettivamente in opposizione alla Santa Alleanza. Il Belgio
potè nel 1830 staccarsi dai Paesi Bassi e costituirsi in regno indipendente a
regime liberale. Non così la Polonia ribellatasi allo zar nel 1831, mentre in
Italia due ondate insurrezionali nel
1820-21 e nel 1830-31 non modificarono né
l'assetto, né il regime politico del paese.
In Spagna la costituzione guadagnata
con la rivoluzione del 1820 fu sottoposta alle vicende di un'altalena tra forze
liberali e reazionarie che avrebbe dominato la vita nazionale per oltre un
secolo. La Grecia, con una lunga rivolta iniziata nel 1821 e con l'appoggio di
Francia e Gran Bretagna, acquistò nel 1830 l'indipendenza dall'impero ottomano e
lo stesso, in forma più attenuata e con l'appoggio della Russia, avvenne per i
Romeni. In effetti furono economia e cultura a produrre ancora una volta i
mutamenti più profondi. Dalla Gran Bretagna la rivoluzione industriale si
propagò nell'E. continentale investendo via via Francia, Germania, Paesi Bassi,
Belgio. Si configurò così nell'E. Occidentale un contrasto sociale nuovo, tra
proletariato e capitalismo industriale. Nello stesso tempo la scena culturale
europea era occupata dalla diffusione del romanticismo. Il 1848 segnò un punto
di svolta decisivo nel processo di trasformazione politica e sociale che in
forma latente o esplicita agitava l'Europa. Poi la grande ondata rivoluzionaria
si attenuò.
In Francia, dove la caduta di Luigi Filippo aveva portato alla
ribalta tendenze socialisteggianti ormai mature, il superstite bonapartismo,
sotto un nipote di Napoleone, e con l'appoggio dell'opinione clericale, restaurò
nel 1852 l'Impero. Nei paesi austriaci e in Prussia la fedeltà degli eserciti ai
sovrani salvò l'assolutismo regio. I movimenti nazionali furono repressi dalle
armate austriache in Italia e in Ungheria, dove Vienna fu aiutata dal decisivo
intervento delle armi russe. Il 1848 non passò, tuttavia, invano. Il problema
nazionale assunse, nonostante tutto, un peso ancora maggiore che nel periodo
precedente, mentre i contrasti di potenza indebolivano la capacità di reazione
dei paesi più conservatori. Di questi contrasti fu una manifestazione la guerra
russo-turca del 1853, in cui Francia e Gran Bretagna intervennero a favore di
Costantinopoli, bloccando le mire espansionistiche, appoggiate ad un'equivoca
slavofilia, dello zar. Fu la radice dell'isolamento dell'Austria, che non
ricambiò l'appoggio ricevuto dalla Russia in Ungheria nel 1848. Essa si trovò
perciò in difficile posizione contro l'alleanza franco-piemontese, che nel 1859
le strappò la Lombardia e portò alla rapida annessione delle regioni dell'Italia
centrale al regnosabaudo : capolavoro di Cavour, alla guida del governo di
Torino dal 1852, che attrasse nell'orbita liberale i moderati preoccupati delle
spinte democratiche prevalenti nel movimento nazionale promosso ed egemonizzato
da Mazzini, ma raccolse da quest'ultimo l'istanza unitaria e, a seguito
dell'impresa dei Mille guidata da
Garibaldi nel 1860, poté nel 1861 inglobare
anche il Mezzogiorno nel nuovo Regno d'Italia, pur se ne restavano ancora fuori
Roma e Venezia.
Isolata l'Austria rimase, inoltre, in Germania, dove la Prussia,
sotto il governo di Bismarck, prima la coinvolse in una guerra contro la
Danimarca per il recupero dello Schleswig e del Holstein (1864) e poi, in
alleanza con l'Italia, le mosse guerra, la batté, la costrinse a cedere Venezia
e il Veneto all'Italia, la espulse dalla Confederazione germanica e articolò
questa in due sole unità federali, del Nord e del Sud (1866). In Austria si
dovette allora mutare la forma dello stato procedendo a una sorta di federazione
con l'Ungheria, che acquistò grande peso nella politica di Vienna. Napoleone
III, rimasto inattivo in quest'ultima occasione, sentì allora il pericolo di
un'egemonia germanica. Egli aveva guadagnato alla Francia nel 1859 Nizza e
Savoia, ma si era poi alienato le simpatie degli Italiani, mantenendo un suo
protettorato sulla sovranità pontificia in Roma, a cui lo spingeva anche la
permanente necessità dell'appoggio dei cattolici al suo regime. Bismarck sfruttò
la situazione e nel 1870 lo fece cadere nella provocazione di una guerra
disastrosa, per cui dovette lasciare la Francia. Qui fu ora proclamata la
repubblica e, mentre insorgeva una nuova e più grave rivolta sociale con la
Comune di Parigi, fu proseguita la resistenza al vincitore, fino alla
conclusione nel 1871 della pace, che costò la perdita dell'Alsazia e della
Lorena e il pagamento di un'ingente indennità di guerra. A Versailles, dove fu
firmata la pace, gli stati tedeschi restaurarono l'impero sotto la sovranità del
re di Prussia e con un regime blandamente costituzionale.
Il Regno d'Italia
approfittò delle circostanze per insediarsi già nel 1870 a Roma, ponendo fine
così al potere temporale dei papi. Poiché la Gran Bretagna non era attivamente
intervenuta né in Italia, né, ancor meno, in Francia, la Russia ritenne giunto
il momento per regolare i conti con la Turchia, che tra il 1875 e il 1878 fu
praticamente espulsa da quasi tutta la Penisola Balcanica. Questa volta, però,
fu proprio la Gran Bretagna a reagire. Bismarck funse da mediatore. Un congresso
delle grandi potenze, a cui fu ammessa anche l'Italia, riunito a Berlino nel
1878 sancì l'indipendenza per la Serbia, la Romania e la Bulgaria, ma lasciò
insoddisfatta la Russia e consentì all'Austria-Ungheria di prendere sotto la sua
amministrazione la Bosnia e l'Erzegovina, poi formalmente annesse nel 1908.
Era nata una nuova Europa. Le trasformazioni economiche e sociali prodotte dalla
rivoluzione industriale (estesasi alla fine del secolo nei paesi scandinavi, in
Svizzera, in Italia, in Russia, in molte parti dell'Austria-Ungheria e della
Penisola Iberica, benché in varia misura e intensità) furono accompagnate da
invenzioni e scoperte che nel giro di poco più di mezzo secolo mutarono in
maniera radicale modi e livelli di vita e mentalità e comportamenti. Ferrovie e
navigazione a vapore, fotografia e cinema, luce ed energia elettrica, automobile
e aeroplano, telefono e radio si affermarono ovunque, tra il 1850 e il 1920, provocando una rivoluzione socio-culturale ancora più forte di quella economica
e sociale. L'E. fu allora di gran lunga più di quanto fosse mai stata il centro
mondiale egemone. In base ad accordi definiti a Berlino, i vari paesi europei
estesero i loro imperi coloniali o ne fondarono di nuovi. L'intera Africa
(tranne l'Etiopia, che si difese vittoriosamente contro l'Italia nel 1896, e la
Liberia) fu spartita fra loro ; la Cina fu ridotta in uno stato di
semidipendenza ; i paesi latinoamericani trovarono una ragione di prosperità
solo rendendo le loro economie strettamente complementari a quella europea. Il progresso materiale fu accompagnato da un lungo periodo di pace, alla quale finì
col giovare il formarsi di una alleanza franco-russa (1890) in opposizione alla
Triplice italo-austro-germanica (1882).
Enorme fu pure l'incremento demografico.
Ancor più sensibile fu, a sua volta, il mutamento culturale, con l'avvento di
tendenze materialistiche e positivistiche in appariscente sintonia con i
trionfi inauditi della tecnica e della scienza. Fu dovuta anche a questa
filosofia la certezza che l'E. rappresentasse la punta avanzata e, insieme,
l'antesignana di un passaggio obbligato per tutta l'umanità. L'imperialismo si
congiunse alla sottolineatura del « fardello dell'uomo bianco » nel conquistare
per sé e quindi nel propagare la civiltà: altro concetto che, con quelli di
storia e di progresso, di ragione e di umanità, contraddistingueva il pensiero
del tempo. L'intervento collettivo delle grandi potenze in Cina per la rivolta
dei boxer nel 1900 espresse appieno la radicata e diffusa convinzione della
centralità europea nella storia del mondo. Politicamente l'epoca portò, oltre
quello di una lunga pace, il segno di un'ampia confluenza di liberalismo e
democrazia, di una prima affermazione di partiti socialisti e di un graduale
riconoscimento di istanze da essi sostenute. Nello stesso tempo anche le Chiese,
e soprattutto quella cattolica, cominciarono a portare una maggiore attenzione
alle idee e alle questioni che si ponevano nella vita politica e sociale del
tempo con così grande rilievo e urgenza.
Nel 1864 era stata fondata a Londra una
Associazione internazionale dei lavoratori, dove Marx riuscì a far prevalere le sue idee contro altre
ispirazioni, quali quelle di Mazzini. Esauritosi rapidamente lo slancio di
questa iniziativa, ne fu avviata una seconda nel 1889. I partiti socialisti si
affermarono fortemente nei parlamenti di Gran Bretagna, Germania,
Austria-Ungheria, Francia, Italia. Parallela fu la diffusione di grandi
movimenti sindacali e di organizzazioni cooperativistiche e assistenziali.
Nel
1891 l'enciclica di papa Leone XIII Rerum novarum precisò, a sua volta, il campo
e i criteri direttivi dell'impegno sociale, oltre che politico, dei cattolici.
Furono, tuttavia, le forze democratiche e liberali a dominare il campo,
consentendo allora una serie di riforme politiche (culminanti in generale nel
suffragio universale), amministrative (a livello di garanzie giudiziarie e
nell'ambito dei governi municipali), sociali (edilizia popolare, assicurazioni e
previdenza, diritto di associazione sindacale e di sciopero), culturali
(istruzione obbligatoria, potenziamento delle università). La spinta comune fu a
una generale democratizzazione della vita politica e sociale e a una prima
affermazione della piccola borghesia connessa all'emergere della nuova società
industriale come giuntura fondamentale di questa società. Anche in paesi come
Germania e Austria-Ungheria il parlamento acquistò maggior peso.
In Russia l'autocrazia zarista andò anch'essa verso una riforma politica con concessioni
che culminarono nella convocazione della Duma. Sotto la luce splendente
dell'egemonia mondiale e del progresso in atto si celavano, tuttavia, e a tratti
apparivano, problemi e crepe di non lieve peso. Nella vita economica crisi
periodiche e profonde (1873, 1893, 1907) ricordavano che l'ormai maturo
capitalismo e la sua logica del mercato erano ben lontani dall'assicurare le
prospettive di uno sviluppo tranquillo e fatale. Né l'economia industriale si
rivelava in grado di assicurare lavoro e redditi sufficienti alla crescente
popolazione e a quella che veniva disoccupata dal progresso tecnico. Nella
seconda metà del sec. 19 da tutto il continente (meno qualche paese come la
Francia, che aveva raggiunto condizioni di sostanziale stabilità demografica già
dai primi anni post-napoleonici) partì verso il Nuovo Mondo un'emigrazione
torrenziale. Il mito dell'America come paese della fortuna si affermò in tutta
l'Europa. Le strutture politiche e le politiche sociali non riuscivano ad
assorbire e risolvere per intero il dissenso e l'emarginazione di grandi masse.
La diffusione del socialismo come ideologia della lotta di classe corrispondeva
a uno stato di esasperazione presente pressoché ovunque. Ne fu anche espressione
una tendenza anarchica che mise particolarmente piede in alcuni paesi (Russia,
Italia, Spagna) e diede luogo a una serie di assassini di sovrani o capi di
governo o di stato (Austria, Russia, Italia, Spagna, Francia), inconcludenti
politicamente, ma molto impressionanti. All'interno dei vari paesi sussistevano
sacche di depressione territoriale (come il Mezzogiorno in Italia) e settoriale
(come, in generale, le campagne) che accrescevano le ragioni di conflitto e
imponevano alle classi di governo un controllo della disciplina sociale
destinato a provocare crisi dagli sviluppi non sempre prevedibili. In Italia ciò
portò nel 1898 a uno scontro fra governo e opposizioni, da cui il regime
liberale uscì rafforzato e le forze conservatrici e reazionarie battute, ma con
lo strascico di una conflittualità sociale endemica, che avrebbe avuto un altro
episodio significativo con la i settimana rossa » del 1914. In Spagna
all'instabilità del regime liberale si accompagnò una forte sedimentazione di
tendenze rivoluzionarie, di cui si sarebbero visti i frutti col tempo. In Russia
si ebbe addirittura (1905) una rivoluzione, repressa nel sangue, ma anch'essa
foriera di futuri scuotimenti.
Non meno significative le tendenze della vita culturale; ma non tanto da tutto
ciò quanto, piuttosto, dai contrasti fra le grandi potenze venne fuori la
miscela esplosiva su cui si infransero l'ordine e la pace di quel mondo.
Nonostante tutto, e sia pure attraverso difficoltà e contraddizioni, liberalismo
e democrazia mostravano una complessiva capacità di assicurare alla lunga un
quadro di risoluzione dei grandi problemi morali e materiali, sociali ed
economici dell'epoca. Le gare di potenza vennero, invece, mostrando di non
potere e non saper seguire che una logica di tempi assai stretti inconciliabile
coi tempi lunghi degli sviluppi sociali. E ciò mentre anche su questo piano
l'emergere degli Stati Uniti e del Giappone come grandi potenze economiche e
militari (i primi batterono la Spagna nel 1898 e il secondo la Russia nel 1905)
mostrava che l'egemonia mondiale dell'E. non era più incontrastata. Alla fine le
tensioni tra le potenze europee portarono nel 1914 alla guerra tra Germania,
Austria e Turchia, da un lato, e Francia, Russia e Gran Bretagna, dall'altro.
L'Italia, lasciando la Triplice Alleanza, si schierò contro l'Austria nel 1915 e
la Germania nel 1916. Il Giappone fu pur esso contro la Germania. Gli Stati
Uniti entrarono in guerra nel 1917. La Serbia (per regolare i conti con la quale
l'Austria, con l'approvazione di Berlino, aveva iniziato le ostilità), la
Bulgaria, la Romania, il Portogallo entrarono anch'essi nel conflitto, che da
europeo (per il suo estendersi alle colonie dei paesi belligeranti) era subito
diventato mondiale e si concluse soltanto nel novembre 1918.
Dal punto di vista
militare la guerra contraddisse, peraltro, tutte le previsioni. Non ebbe corso
l'azione rapidamente risolutiva concepita dalla Germania nel 1914 contro la
Francia, violando la neutralità belga per ripetere con maggiore sicurezza la
vittoria del 1871 ; né ebbe maggiore successo il « rullo compressore« della
fanteria russa, in cui si confidava ricordando le guerre napoleoniche. Si venne
così a una guerra di logoramento, in cui contarono le risorse generali dei paesi
belligeranti, di gran lunga meno abbondanti per la Germania che per i suoi
nemici. La sconfitta tedesca divenne perciò, specialmente dopo l'entrata in
guerra degli Stati Uniti, un evento fatale, che la grande prova militare del
paese poté ritardare, non evitare. Sia nel campo dei vincitori che in quello dei
vinti la guerra creò, comunque, enormi problemi. Nel corso stesso della guerra
questi elementi procurarono il crollo del regime zarista in Russia nel marzo
1917 e nel successivo novembre l'avvento al potere della frazione maggioritaria
(bolscevica) ed estremistica dei socialisti russi, di cui era a capo Lenin.
Questi portò subito il paese fuori dalla guerra, cedendo alle richieste, per
quanto esose, dei Tedeschi vincitori, e diede l'avvio a un regime comunista. I
trattati di pace non facilitarono una stabilizzazione del continente. Quello
imposto alla Germania a Versailles costò ad essa la perdita di oltre un quinto
del proprio territorio (Alsazia e Lorena alla Francia; Slesia e Pomerania in
gran parte alla Polonia), la divisione di questo territorio in due parti,
un'enorme cifra a riparazione dei danni di guerra arrecati ai nemici, lo
smantellamento dell'industria bellica, un regime di tutela per la Saar, la
smilitarizzazione della Renania e un disarmo praticamente completo. Dalle ceneri
del dominio asburgico uscirono tre Stati : Austria, Cecoslovacchia e
Ungheria,
mentre Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina andarono a ingrandire la Serbia e a
formare con essa il Regno serbo-croato-sloveno o Iugoslavia, il Trentino e la
Venezia Giulia passavano all'Italia e la Transilvania alla Romania.
Con terre
già di sovranità austriaca, tedesca e russa si formò una grande Polonia,
restituendo l'indipendenza a quel popolo a un secolo e mezzo dalla sua prima
spartizione. I paesi baltici, anch'essi sottratti alla Russia, formarono le
repubbliche di Estonia, Lettonia e Lituania e indipendente divenne pure la
Finlandia. La Romania si ingrandì con territori già russi, oltre che con la
Transilvania e la già bulgara Dobrugia, mentre la Turchia europea era ridotta ad
una piccola regione intorno a Costantinopoli, poiché era diventata indipendente
anche l'Albania, e la nuova Iugoslavia si annetteva gran parte della Macedonia,
contesa a lungo con Grecia e Bulgaria, e il piccolo principato del Montenegro.
Queste sistemazioni si sarebbero rivelate relativamente durature, nonostante
varie e profonde modificazioni posteriori.
Netta era la riduzione di importanza
della Russia, precipitata, oltre tutto, in una guerra civile fra « bianchi » e «
rossi », che si sarebbe placata solo nel 1922, quando nacque l'Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Non riuscirono, però, i tentativi di
esportare immediatamente la rivoluzione al di là dei confini. In Polonia i Russi
furono battuti nel 1921, e già era caduto il regime comunista instaurato in
Ungheria. Si pensò allora ad un « cordone sanitario », che isolasse
politicamente, il nuovo stato sovietico e impedisse la trasmissione del fermento
rivoluzionario negli altri paesi europei. In ogni caso, la posizione
internazionale del nuovo stato non fu più quella del vecchio impero. L'URSS
attinse ora la sua maggiore importanza internazionale al ruolo di centro
mondiale del movimento comunista, organizzato nel 1919 in una Terza
Internazionale in contrapposizione alla seconda, che, dopo essere andata in
crisi con la guerra, cercava di riaffermare le posizioni del socialismo
democratico. Anche indipendentemente dalle sollecitazioni di Mosca e della Terza
Internazionale, un'ondata » rossa i attraversò, tuttavia, egualmente l'E. nei
primi anni del dopoguerra. La Germania vinta ne fu un grande epicentro. Ad
assicurare il superamento della fase di maggiore tensione fu un governo
socialdemocratico. La repubblica, la cui capitale fu posta a Weimar, ebbe una
vita instabile e difficile. Già nel 1923 una nuova forza politica, il partito
nazionalsocialista fondato da Adolf Hitler, si faceva interprete delle spinte
nazionalistiche e revanscisti-che, tentando a Monaco un colpo di stato
miseramente fallito.
Sopravvennero anche in E. i « ruggenti anni Venti », che, come negli Stati
Uniti, segnarono una grande fase di espansione dell'economia. Poi, sopravvenuta
la crisi economica mondiale nel 1929, in tutto il continente i regimi
liberaldemocratici subirono nuove e più gravi scosse. In Germania inflazione e
disoccupazione, oltre che nazionalismo e revanscismo, agli inizi del 1933
portarono al potere Hitler, che ancor più rapidamente di Mussolini, da lui
considerato suo maestro, instaurò nel paese un regime totalitario a partito
unico. Contemporaneamente in Unione Sovietica il comunismo dava luogo a una
forma parallela, benché opposta, di totalitarismo, che ebbe nella leadership ben
presto conseguita da Stalin dopo la morte di Lenin la sua massima espressione.
Sia in Germania che in Unione Sovietica i nuovi regimi conseguirono grandi
risultati economici e sociali. Al loro fondo (come, d'altronde, del fascismo
italiano) si leggeva un volontarismo che opponeva alla realtà e alle leggi delle
strutture materiali la forza di volontà e la creatività di uno slancio
etico-politico di natura del tutto particolare. Le differenze fra i tre modelli
totalitari erano, tuttavia, profonde. Né in Germania, né in Italia risultava
sconvolta la generale struttura borghese della società; e, anzi, i regimi
vigenti suonavano come una riaffermazione e una assicurazione degli interessi
della borghesia rispetto alla ondata rossa » seguita alla guerra. Nell'Unione
Sovietica, invece, lo sconvolgimento sociale era stato totale, ma non ne era
seguito il regime di eguaglianza socialista, bensì il dominio di una forza
politica, il Partito comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), sulla società e
sullo stato ed esso si traduceva, di fatto, nel dominio dei ceti e dei gruppi
che o nel partito o come suoi emissari e fiduciari guidavano la trasformazione
economica e assicuravano la stabilità e le fortune del regime. In forza di
queste differenze si potevano riconoscere nel nazismo e nel fascismo i tratti di
un processo sociale assente in URSS, ossia l'affermazione dei ceti
piccoloborghesi, che ora imponevano in pieno la loro presenza nella società. Il
modello totalitario nelle sue varie espressioni convergeva, invece, in una serie
di altre caratteristiche, che ne facevano un'esperienza fondamentale del mondo
contemporaneo. Si trattava, infatti, di regimi che esprimevano ormai appieno la
natura di massa della società contemporanea. Le tecniche del consenso congeniali
a questa società erano fondate, innanzitutto, su un uso intensivo dei mezzi di
comunicazione di massa assicurati dal progresso industriale (radio, cinema,
stampa, ecc.) e su uno sfruttamento parimenti intensivo di canali privilegiati
della comunicazione sociale (dalla scuola a sedi istituzionali e non
istituzionali) e di forme collettive di riconoscimento e di persuasione (divise,
distintivi, cerimonie, adunate, ecc.). L'identificazione sostanziale tra capo,
stato e partito andava ben oltre (facendone tutt'altra cosa) gli stessi sistemi
di costruzione delle convinzioni e del consenso, che nei paesi industrializzati
indubbiamente servivano, nello stesso tempo, alla affermazione e
commercializzazione dei nuovi prodotti dell'industria e di cui la politica in
quei paesi aveva cominciato a servirsi. Delle tecniche più avanzate si serviva
egualmente l'azione repressiva dei regimi totalitari, che rendeva la loro
dimensione poliziesca (a parte la legislazione soppressiva dei diritti politici
e civili e i sistemi violenti, dalla tortura all'assassinio e alle « spedizioni
punitive », adottati in via ordinaria) particolarmente efficace. Le risposte del
mondo liberaldemocratico alle sfide di un tale avversario furono largamente
incerte. Anche in Francia e in Gran Bretagna furono molto diffuse le simpatie
per Hitler e, soprattutto, per Mussolini, in quanto garanti della repressione
che aveva fermato le forze « sovversive », i «rossi », e garantito l'ordine
sociale vigente reprimendo l'indisciplina sociale e l'instabilità politica a cui
apparivano troppo esposti i regimi di libertà.
A sua volta, l'intellettualità
europea (e, tra essa, in particolare quella ebraica) sentì fortemente il fascino
della rivoluzione di cui l'URSS era protagonista, vide in Stalin un nuovo e più
alto e conseguente Robespierre e si disaffezionò largamente (anche per la
sfiducia determinata dai cedimenti dei regimi e delle opinioni liberali e
democratici) ai valori della libertà in quanto fondati su costituzioni e regimi
parlamentari. Superati gli anni della prosperità, il decennio 1930-40 vide
affermarsi in tutta l'E. dal Baltico all'Egeo (con la sola eccezione della
Cecoslovacchia) e nella Penisola Iberica una serie di regimi dominati dai ceti
agrari e dalla più o meno pronunciata fisionomia fascista e tradizionalistica.
L'evidenza di un più generale trionfo delle destre spinse, da un lato, i
comunisti della Terza Internazionale a mutare atteggiamento, invocando ora
l'unità antifascista e cessando di considerare liberaldemocratici e socialisti
democratici come partecipi della spinta reazionaria e totalitaria che si
denunziava nel fascismo. Dall'altro lato, essa spinse il socialismo europeo, che
pure non aveva avuto esitazioni a respingere nella sua grande maggioranza la
tentazione rivoluzionaria e le soluzioni, a
loro volta totalitarie, del
comunismo, approfondendo la propria vocazione democratica, a considerare
l'opportunità di una unità delle forze democratiche e di sinistra per fermare
l'espansione fascista e per assicurare un movimento di promozione di consistenti
riforme politiche e sociali. Fu l'epoca dei « fronti popolari », come quello che
nel 1936 giunse al potere in Francia e quello che contemporaneamente si affermò
in Spagna. In Spagna, però, la vittoria frontista portò alla reazione che,
guidata dai militari al comando del generale Francisco Franco, diede luogo ad
una lunga guerra civile (1936-39).
Ma in realtà, la scena politica europea era sempre più dominata dalle questioni
dei rapporti internazionali, nelle quali risaltò subito l'insufficienza della
Società delle Nazioni, fondata nel 1920 per assicurare una soluzione pacifica di
eventuali contrasti. Alla fine degli anni Venti si era, anzi, delineata la
possibilità di un'intesa franco-germanica (promotori Briand e Stresemann),
intorno alla quale sembrò possibile costruire un nuovo ordine europeo. Ma il
panorama, insicuro benché ancora stabile, mutò dopo l'avvento al potere di
Hitler, un nuovo avvio della politica di Mussolini e l'inizio della guerra
civile in Spagna. Hitler, disconoscendo una clausola essenziale del trattato di
pace, iniziò il riarmo del paese. Mussolini giudicò maturo il momento per una
grande iniziativa internazionale del suo regime, che negli anni precedenti aveva
condotto una politica di stabilizzazione economica, di grandi opere pubbliche e
di provvedimenti sociali, da cui era derivato un più forte consenso
dell'opinione pubblica. Nell'ottobre 1935 egli dichiarò, perciò, la guerra all'Etiopia. Nel maggio 1936 l'Etiopia era vinta, sottomessa e ridotta a colonia
italiana col rango di Impero. La Germania, che non aveva partecipato alle
sanzioni decise contro l'Italia dalla Società delle Nazioni, approfittò della
situazione per rimilitarizzare la Renania. La reazione britannica e francese fu
praticamente nulla. Ora anche la politica tedesca assunse un ritmo più rapido.
Già nel 1934 Hitler aveva esercitato una forte pressione sull'Austria, in vista
di un suo Anschluss o riunione al grande Reich tedesco. Allora Mussolini aveva
reagito, fermandolo. Ma poi fu col sostegno italiano che Hitler poté non solo
realizzare l'annessione dell'Austria, ma anche quella delle regioni della
Cecoslovacchia abitate da tedeschi (i Sudeti), privando così quest'ultima di
elementi essenziali per la sua sicurezza. In seguito, Berlino fece di parte
della Cecoslovacchia un suo protettorato (Boemia e Moravia). Gran Bretagna e
Francia si rassegnarono a Monaco (1938) a una mediazione di Mussolini, cui si
fece grande merito di avere evitato la guerra, che appariva nella logica dei
fatti. Da Londra e da Parigi si sperava che l'espansionismo hitleriano si
sarebbe fermato. In realtà, Monaco ne fu un grande incoraggiamento e il
significato negativo di quell'accordo fu ulteriormente sottolineato dalla
sottoscrizione di un'alleanza difensiva e offensiva tra Italia e Germania (Patto
di Acciaio, 1939). In Spagna, dove intanto i comunisti avevano acquisito
un'influenza determinante, vincevano i nazionalisti di Franco e instauravano un
nuovo regime parafascista. Anche per bilanciare l'espansionismo tedesco
Mussolini occupò allora l'Albania, attribuendone la corona ai sovrani d'Italia.
Era evidente quanto si fosse vicino ad un limite insuperabile di rottura. I
tentativi di riavvicinamento italo-britannico e italo-francese fatti dopo la
guerra d'Etiopia non si rivelavano duraturi, mentre Hitler avanzava ora altre
rivendicazioni per ottenere dalla Polonia Danzica e il collegamento territoriale
tra le due parti della Germania, separate dal «corridoio polacco » stabilito nel
trattato di Versailles. Mutato atteggiamento, Francia e Gran Bretagna si
orientarono allora anch'esse a un'intensificazione del loro armamento e diedero
la loro garanzia di sostegno alla Polonia. Si giocò, quindi, una serrata partita
diplomatica. Deciso alla guerra, Hitler cercò e trovò, battendo sul tempo Londra
e Parigi, che avevano preso la stessa iniziativa, un accordo con Mosca, che con
la prospettiva di reciproci vantaggi territoriali dissolveva per lui il rischio
di una guerra su due fronti e per Mosca il timore di essere giocata dalle
potenze occidentali come luogo su cui scaricare la pressione espansiva della
Germania. Al Fiihrer ciò consentiva di iniziare il le sett. 1939 l'azione che
doveva andare ben oltre le precedenti sue rivendicazioni ed eliminare la Polonia
come stato indipendente. Londra e Parigi onorarono allora la loro garanzia.
Mussolini, sorpreso dall'accelerazione da lui non prevista dell'azione di
Hitler, proclamò un'equivoca neutralità italiana, definita come «non
belligeranza» e solo nel 1940 si schierò con Hitler, che aveva intanto piegato
sia la Polonia che la Francia. La Gran Bretagna, rimasta sola, resistette.
Hitler si volse allora (giugno 1941) contro l'URSS per eliminare l'ultima
potenza militare sul continente. Non vi riuscì. Nel dicembre il Giappone attaccò
gli Stati Uniti. La guerra divenne ancor più « mondiale » di quella del 1914, e
si concluse nel 1945 con la totale sconfitta di Germania, Italia e Giappone.
L'Italia perse le sue colonie e la Venezia Giulia. La Germania, amputata di
tutte le sue regioni orientali, ridotta alla metà di quel che era nel 1914, fu
occupata per due terzi da Americani, Britannici e Francesi e per un terzo dai
Sovietici, mentre Berlino fu divisa egualmente e costituì una enclave autonoma
nella zona sovietica. La frontiera dell'URSS slittò fortemente verso ovest, e
quella della Polonia si spostò nello stesso senso. Per il resto rimasero in
vigore le frontiere prebelliche.
Dopo di allora alcuni processi appaiono dominanti nella storia europea. In primo
luogo, se la guerra aveva messo in evidenza l'ormai indiscutibile primato degli
Stati Uniti, aveva pure qualificato l'Unione Sovietica come di gran lunga
maggiore potenza del Vecchio Continente. Rapidamente apparve chiaro come non
solo la Francia, ma neppure la Gran Bretagna vincitrice del conflitto fosse in
grado di sostenere il peso extraeuropeo del suo impero e della sua posizione
prebellica. L'Unione Sovietica risultava l'unica potenza europea con effettiva
proiezione mondiale. E ciò anche perché, in ancora maggior misura di prima della
guerra, aveva luogo una fortissima espansione internazionale del movimento
comunista; Mosca poté così dare vita nel 1947 a una nuova Internazionale, il
Cominform. L'elemento ideologico e quello costituito dal grado di potenza
globale raggiunto dall'Unione Sovietica la fecero allora considerare in
Occidente come un'« altra E. », estranea ed ostile alla più autentica tradizione
europea. Si diffuse nella maggior parte dell'opinione occidentale la convinzione
che la vera E. s'identificasse con la «piccola E. », che ricalcava, con lieve
eccesso, lo spazio dell'E. carolingia. In secondo luogo, in questa piccola E.
ancor più rapidamente venivano risanate le ferite della guerra e si iniziava
un'espansione economica, che ne avrebbe fatto di nuovo un'area il cui sviluppo
era superato o pareggiato solo da quello degli Stati Uniti e del Giappone. Vi
contribuì in maniera decisiva il cosiddetto « piano Marshall », offerta di aiuto
e di impegno per la ripresa economica e il risanamento finanziario di tutti i
paesi europei già belligeranti, che gli Stati Uniti avanzarono nel 1948.
L'Unione Sovietica respinse l'offerta, e costrinse a respingerla anche paesi
come la Cecoslovacchia, ricadenti nella sua sfera di influenza. Ma alla fine
degli anni Cinquanta era già evidente una netta differenza del ritmo di sviluppo
rispettivo dell'Occidente e dell'Oriente europeo, che, quindi, consolidava la
contrapposizione delle due Europe. Al fattore di potenza e a quello economico se
ne aggiungeva, nel determinare lo stesso effetto, un terzo, legato alla rottura
delle alleanze di guerra, che erano state cementate ben più dal bisogno di
contrastare l'espansione e le ideologie dei paesi vinti che da effettiva
solidarietà politica e ideale fra democrazie occidentali e comunismo sovietico.
L'E. fu a lungo il teatro più rappresentativo e rischioso della « guerra fredda»
così iniziata. Tra il marzo 1948 e il maggio 1949 si ebbe lo sviluppo cruciale
del blocco della parte occidentale di Berlino da parte dei Sovietici. Solo con
un gigantesco ponte aereo gli Stati Uniti e le potenze occidentali occupanti
l'ex capitale germanica riuscirono a superare la grave crisi politica nata da un
sostanziale assedio. Nello stesso tempo nei paesi orientali ricadenti nell'area
di influenza sovietica (Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania, Iugoslavia,
Bulgaria, Albania) venne imposto, conculcando ogni aspirazione e manifestazione
di libertà, un regime comunista. Si formò così il campo delle cosiddette «
democrazie popolari », eufemismo che non celava la netta divisione europea tra
regimi totalitari e regimi liberaldemocratici rispettivamente a Est e a Ovest.
In Grecia solo una lunga guerra civile, fino al 1949, evitava uno svolgimento
analogo.
In opposizione alla forte pressione sovietica e comunista, si ebbe
prima una Unione europea occidentale (Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi,
Belgio e Lussemburgo) e poi, nell'aprile 1949, il Patto Atlantico (NATO) con
l'adesione dei paesi dell'Unione e di Stati Uniti, Canada, Italia, Portogallo,
Norvegia, Danimarca e Islanda. Nello stesso tempo in Germania la zona di
occupazione occidentale e quella orientale si organizzavano in due stati, l'uno
federale e democratico con capitale Bonn, l'altro comunista con capitale Berlino
Est. La Germania Federale aderì nel 1954 al Patto Atlantico, al quale rispose
allora il Patto di Varsavia fra l'URSS e i paesi comunisti dell'E. orientale.
Fra questi non era più dal 1948 la Iugoslavia, che aveva rotto i suoi rapporti
con Mosca, rifiutando la « satellizzazione » imposta di fatto dall'Unione
Sovietica nella sua sfera d'influenza. Nel 1952 erano entrati nell'alleanza
atlantica anche Grecia e Turchia. La divisione della Germania divenne, a tutti
gli effetti, il principale fattore di contrasto fra le due alleanze, contrasto
consolidato dall'erezione di un muro fra Berlino Est e Berlino Ovest nel 1961.
In quarto luogo, la diminuzione di potenza europea induceva le classi dirigenti
occidentali a un profondo ripensamento della posizione internazionale dei
rispettivi paesi, che si concretò in una serie di iniziative comunitarie che
prospettavano la piccola E. » come una sempre più concreta area unitaria, capace
anche di costituire un nuovo soggetto storico.
Il declino europeo era
rapidamente confermato dal processo di decolonizzazione dei grandi imperi delle
antiche maggiori potenze. Iniziata con l'indipendenza riconosciuta dalla Gran
Bretagna all'India (e, in sostanza, anche ai suoi vecchi dominions), già nel
1947, e poi via via alle altre colonie britanniche, la decolonizzazione ebbe
aspetti più drammatici per la Francia in Indocina e in Algeria, per i Paesi
Bassi, o per il Belgio. Alla fine degli anni Sessanta solo piccoli resti dei
vecchi imperi mantenevano lo status di colonie europee. Ultime, a seguito di
lunghe guerriglie, a ricevere l'indipendenza erano, negli anni Settanta, le
colonie portoghesi.
D'altra parte, dopo il 1945, la Gran Bretagna si lasciava
rapidamente sostituire dagli Stati Uniti nei suoi impegni nelle sue antiche aree
coloniali. Proprio dalla Gran Bretagna partiva nello stesso tempo l'appello a
una nuova collaborazione, che si concretò nella istituzione di un Consiglio
d'Europa (5 maggio 1949), inteso come organismo di collaborazione politica fra i
paesi membri. Non fu, però, la collaborazione politica, bensì quella economica a
far registrare i maggiori successi, con varie iniziative culminate prima in una
Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA, tra Francia, Italia, Germania
Federale, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) nel 1951, poi in una Comunità
economica europea (CEE) o Mercato comune e in una Comunità europea per l'energia
atomica (Euratom, fra gli stessi paesi) nel 1957, a cui si affiancò nel 1959 una
Associazione europea di libero scambio (EFTA), promossa dalla Gran Bretagna (con
Svezia, Norvegia, Danimarca, Svizzera, Austria e Portogallo) anche in
concorrenza col Mercato comune. Un grave insuccesso toccò, invece, nel 1954 al
tentativo di una Comunità europea di difesa (CED, tra gli stessi paesi della
CECA), confermando la difficoltà di un'integrazione politica, alla quale si
opponevano in pari misura le correnti del nazionalismo ancora forti specialmente
in Francia, i vari partiti comunisti e la riluttanza britannica a rinunciare
alla propria tradizione di mani libere nei confronti del continente, oltre che
al perseguimento di un rapporto speciale con gli Stati Uniti. Tuttavia, negli
anni Settanta gran parte dei paesi dell'EFTA entravano nel Mercato comune e la
«piccola E.» a sei della CEE diventava in ultimo l'E. dei Dodici (con in più
Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna e
Portogallo), con iniziative importanti come un nuovo Sistema monetario europeo
(SME) nel 1978, la messa a punto di una politica energetica comune nel 1979 e la
fissazione al 1° genn. 1993 di una fase di più stretta integrazione nella
circolazione dei beni e delle persone. D'altro canto, superate le varie
resistenze, anche l'integrazione politica riprese slancio, con l'elezione di un
parlamento europeo, parallelo alla CEE, a suffragio universale a partire dal
1979 e con la frequente assunzione di posizioni comuni sui grandi problemi
internazionali. Ma la sfasatura tra economia e politica rimaneva e non
permetteva ancora di parlare davvero di unione europea.
A questi processi ad Occidente, Mosca opponeva nel 1949 la formazione di un
Consiglio di mutua assistenza economica (COMECON), che però non riuscì ad
assumere un peso analogo a quello delle comunità europee occidentali. Nell'area
comunista si registravano, anzi, fermenti che andavano politicamente in senso
opposto, anche per effetto delle vicende interne dell'URSS. Qui la dittatura di
Stalin toccava l'apice dopo la guerra, culminando in quello che fu definito un
culto della personalità. Alla sua morte, nel 1953, sembrò aprirsi una fase di
disgelo sia nelle relazioni fra Est e Ovest che all'interno. Nel 1956 essa
assunse l'aspetto di una destalinizzazione ad opera di Chruscév. Non si toccò,
però, in nulla la sostanza totalitaria del regime, che, caduto Chruscév, sembrò
messa in ulteriore e nuova evidenza sotto Breznev, segretario del PCUS dal 1964
e poi presidente e maresciallo dell'URSS. Nei paesi satelliti la morte di
Stalin, il disgelo e la destalinizzazione provocarono una serie di agitazioni e
rivolte (a Berlino nel 1953, in Polonia e Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia
nel 1968, in Polonia nel 1970 e 1976), tutte represse con la forza o con
l'intervento armato sovietico.
Nella politica internazionale fasi di distensione
si alternarono con fasi di aspro contrasto e di vera e propria crisi (in
particolare, per l'impianto di missili sovietici a Cuba nel 1962), benché le
prime tendessero a prevalere. Con Breznev la politica di potenza e di espansione
ideologica sovietica toccò, comunque, il massimo. L'URSS si dotò di armamenti
competitivi rispetto a quelli americani e occidentali, appoggiò i movimenti
antioccidentali in ogni parte del mondo (specialmente in Indocina e nei paesi
arabi) e giunse nel 1979 a invadere l'Afghànistàn. Solo alla morte di Breznev
nel 1982 si sarebbe aperto un processo davvero diverso.
Anche il campo occidentale subì vari travagli. La leadership americana trovò una
varia resistenza nelle forze della sinistra e del nazionalismo europei. Nel 1956
l'intervento armato franco-britannico contro la nazionalizzazione egiziana del
Canale di Suez fu osteggiato duramente e fermato dagli Stati Uniti, sancendo
clamorosamente il rispettivo ben diverso grado di potenza. In Francia si ebbe
una crisi del regime parlamentare, che portò al potere nel 1958, con una nuova
costituzione presidenzialista, de Gaulle, al quale si dovette, oltre il
fallimento della CED, una politica di autonomia rispetto al Patto Atlantico e
all'URSS. Inoltre, si manifestò, nella seconda metà degli anni Sessanta, un
notevole mutamento del clima politico e culturale. Anche nel mondo cattolico si
ebbe un rivolgimento profondo col papato di Giovanni XXIII (1958-1963) e col
concilio Vaticano II da lui indetto.
Nel 1968 esplose la « contestazione », una
rivolta ideologica ai valori « occidentali» quali erano stati fino allora
intesi, che sembrò mettere a repentaglio la stessa presidenza di de Gaulle in
Francia. Sul tronco di essa si innestarono movimenti extraparlamentari di
estrema sinistra e negli anni Settanta anche gruppi terroristici,
particolarmente forti in Germania e in Italia (dove nel 1978 fu assassinato Aldo
Moro). Negli stessi anni Settanta agitò i paesi europei occidentali una grave
crisi economica, innescata anche da una nuova politica dei prezzi da parte dei
paesi produttori di petrolio, e da grandi agitazioni sindacali, lotte sociali,
dissensi clamorosi. Le spinte di sinistra, forti dopo il 1945, ma riassorbite
nella dialettica democratica durante gli anni Sessanta e Settanta, toccarono
allora il massimo, così come il processo di revisione e di critica del ruolo
dell'E. nella storia del mondo moderno, esplicitato da forti simpatie e
solidarietà per i movimenti antioccidentali e anticolonialisti, per i paesi
(come la Cina) che sembravano prospettare nuovi modelli di civiltà, per cause
particolari come quella del Vietnam o dei Palestinesi. In Grecia il regime
democratico era sovvertito (1967) da una dittatura militare. Nello stesso tempo
il solido edificio dello stato nazionale veniva messo in discussione da
agitazioni regionali, che davano o ridavano attualità politica a esigenze che
apparivano sopite (specialmente nei Paesi Baschi in Spagna e tra Fiamminghi e
Valloni in Belgio), mentre si ponevano con forza imprevista anche tensioni
internazionali, come quelle per l'Ulster tra Irlanda e Gran Bretagna e per Cipro
tra Grecia e Turchia. Nella Repubblica Federale di Germania tendenze naturali e
aspirazioni alla riunificazione nazionale si fondevano nella Ostpolitik, la
nuova politica verso l'Est, che impegnava la socialdemocrazia tedesca e il suo
leader Willy Brandt in un'azione di distensione internazionale e di cooperazione
e di penetrazione economica tedesca, che sollevava più di una preoccupazione nei
paesi occidentali. E ciò anche perché nello sviluppo economico dell'E.
postbellica la Germania Occidentale si configurava da sola come un gigante
economico in grado di rivestire ruoli politici non meno protagonistici di quello
rivendicato alla Francia da de Gaulle.
In Italia la vicenda politica del paese,
in cui era presente il più forte partito comunista dell'Occidente, appariva
fossilizzata da una mancanza di alternativa al governo dei democratici cristiani
e dei partiti centristi che dal 1947, integrati nel 1964 dai socialisti, erano
al potere. Cadevano, infine, gli ultimi regimi illiberali : in Portogallo nel
1974, ma dando luogo ad un periodo di agitazioni, che dopo alcuni anni lasciò
una solida base alla democrazia ; in Spagna dopo la morte di Franco nel 1975,
con passaggi graduali che durarono anch'essi alcuni anni ; in Grecia nel 1974,
con maggiore tranquillità, ma soffrendo molto della questione di Cipro, che
portò ad una crisi nei rapporti con la NATO.
Con gli anni Ottanta sopravvenne, poi, una serie di svolte destinate a mutare
rapidamente le tendenze che sembravano essersi duraturamente affermate dalla
fine degli anni Sessanta. A Ovest si affermava una ripresa liberal-democratica
di vasto respiro, che influenzò profondamente (e in parallelo con quanto
accadeva negli Stati Uniti) l'indirizzo di governo dei maggiori paesi (Gran
Bretagna, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia). La crisi economica
era completamente superata. Annullate le difficoltà petrolifere, lo sviluppo
economico riprendeva in proporzioni insperate e coinvolgeva paesi come la Spagna
che ne erano rimasti fino ad allora al margine. Il terrorismo andò declinando,
mentre i grandi mutamenti della vita sociale dovuti al progresso tecnico ed
economico facevano sorgere esigenze nuove, di cui un tipico esempio furono i
movimenti ecologisti, diventati allora forze politiche da cui non si poteva più
prescindere. Nel mondo cattolico, pur tra molte oscillazioni, si consolidavano
le riforme del concilio Vaticano II, concluso da papa Paolo VI (1963-78).
L'elezione a papa del polacco Giovanni Paolo II (il primo papa non italiano dopo
455 anni) diede nuovo slancio alle rivendicazioni cattoliche nell'E. Orientale e
all'azione ecumenica e pastorale della Chiesa. Fu, però, soprattutto a Est che
le cose mutarono a fondo. Con Michail Gorbaèév si apriva in Unione Sovietica
un'effettiva revisione del sistema, che manifestò una crisi profonda sia nelle
sue strutture materiali che nei suoi stessi fondamenti ideologici ed
etico-politici. In breve tempo si ebbe una sostanziale rinuncia alla
competizione diplomatico-militare e tecnico-economica con gli Stati Uniti ; fu
liquidata l'impresa in Afghanistan; fu iniziato un disarmo parziale unilaterale.
Ben più importante fu che si accettassero le spinte riformatrici nei paesi
satelliti, a cominciare dalla Polonia, dove l'elezione di un papa polacco
rinvigorì la tradizionale congiunzione fra causa nazionale e sentimento
religioso e si formò un movimento politico-sindacale (Solidarnoàé), presto
rivelatosi la forza di gran lunga maggiore del paese. Nel giro di pochissimi
anni queste spinte raggiunsero una consistenza tale da provocare fra il 1989 e
il 1990 la caduta di tutti i regimi comunisti nelle cosiddette democrazie
popolari, l'abbattimento del muro di Berlino e la riunificazione della Germania.
Solo in Bulgaria, Romania e Albania, mutato nome e programma, il partito
comunista pur contestato poté mantenere il potere. Anche il Patto di Varsavia
finiva con l'essere sciolto. Rivendicazioni nazionali e democratiche si avevano
nella stessa URSS, certamente accelerate dalla politica di riforma inaugurata da
Gorbacév con l'enunciazione di un programma di perestrojka (ristrutturazione) e
di glasnost' (trasparenza) del regime. I tre stati baltici annessi nel 1940, i
paesi del Caucaso (Georgia, Azerbaigian, Armenia, questi ultimi scossi da forti
rivalità etniche), la Moldavia reclamarono in pratica l'indipendenza. Intanto
riprendeva più liberamente la sua vita la Chiesa ortodossa. Si profilava un
potenziale problema per il peso demografico crescente dell'elemento musulmano
dominante nei paesi dell'Asia Centrale sovietica. Nella stessa Russia
propriamente detta sorgeva un movimento autonomista e nazionalista in esplicita
contrapposizione alla dirigenza sovietica ; e fermenti analoghi, benché meno
forti, si manifestavano in Ucraina. Alla fine, anche la mediazione di Gorbaèév
nel portare avanti la sua azione innovatrice mostrava i suoi limiti. Nell'estate
1991 un colpo di stato tentato da forze a lui vicine, ma più legate al vecchio
regime, fallì miseramente e lo coinvolse fino a provocarne la caduta. Clamoroso
fu allora il cedimento della stessa URSS, rinnegata da tutti i suoi componenti e
mal sostituita dalla formale costituzione di una Comunità di Stati Indipendenti.
In realtà, la Russia riprendeva la sua antica personalità storica,
liberalizzando sempre più le strutture e i suoi ordinamenti e riallacciandosi
alle sue tradizioni nazionali e religiose. Lo stesso, con le variazioni imposte
dalla rispettiva storia, accadeva in tutti i paesi già membri dell'URSS e ora
anche formalmente indipendenti, benché sempre più agitati da contrasti etnici ;
contrasti che contemporaneamente agitavano un altro paese già comunista, la
Iugoslavia, e ne provocavano la dissoluzione in vari stati indipendenti
(Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro).
All'inizio degli anni Novanta si delineava perciò la prospettiva di una
considerevole ricomposizione più unitaria e omogenea del mondo europeo, analoga
a quella prevalsa nel sec. 19° e interrotta dal 1914, sotto il segno delle idee
liberaldemocratiche, socialdemocratiche e democristiane. Tornavano in auge sia i
principi dell'economia di mercato che i valori della società industriale avanzata
e « affluente », mentre dal Terzo Mondo e dall'E. Orientale si rovesciava sulla
prospera E. Occidentale, in declino demografico, una grandiosa ondata
immigratoria. Nei decenni precedenti erano ricorsi spesso i timori di una vera e
propria finis Europae e i paralleli con altri momenti ed esperienze storiche :
in particolare, con la fine dell'impero romano e della civiltà « classica ». Ma
ad una riflessione minimamente più approfondita risultava chiara la profonda
novità della nuova e inedita fase della sua storia che l'E. andava vivendo. La
leadership tecnica e scientifica e la forza centripeta e formativa della cultura
non erano più un suo monopolio. Su questo piano l'E. si trovava a un livello
medio tra la sua ridotta forza politica e militare e la sua cresciuta e
crescente forza economica e culturale. Ma soprattutto apparivano vitali e attive
molte delle idee-forza e dei valori che ne avevano sorretto lo sviluppo
millenario. Discussi in E., le idee-forza e i valori della nazione, del
progresso, della libertà, della democrazia erano stati affermati e rivendicati
al di fuori di essa e costituivano largamente i principi in nome dei quali ci si
era ribellati e ci si ribellava ad essa e alla sua tradizione. Non era, quindi,
lo spettro di un « nuovo medioevo i a dominarne l'orizzonte quanto, piuttosto,
il profilo di un travaglio faticoso e profondo in vista di una trasformazione
che ora più che mai, e sia pure in un quadro mondiale così mutato, riguardava
insieme l'E. e il resto del mondo.
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