Storia della civiltà europea


www.parodos.it    Storia:   Storia della civiltà europea 1500 - 2000

Agli inizi del sec. 14° la geografia politica europea era già nettamente delineata in molti dei tratti che dovevano rimanere caratteristici anche in seguito. La solidità del nuovo edificio continentale fu collaudata dalla gravissima crisi economica e demografica sopravvenuta alla metà del secolo, di cui la o « peste nera » segnò un momento drammatico. Da essa l'E. uscì stremata nelle sue forze, ristrutturata nell'economia e nella geografia, meno popolosa, ma non corse alcun rischio di dissoluzione del suo quadro civile. Dopo una ulteriore fase di stagnazione, dalla fine del sec. 15°  le forze vitali avrebbero ripreso il sopravvento e avrebbero aperto un'altra lunghissima fase di espansione economica e demografica che si sarebbe protratta fino alla prima metà del sec. 17°, consolidando e sviluppando il quadro tecnico, produttivo, mercantile, finanziario che costituiva la grande eredità europea uscita indenne dalla crisi del sec. 14°. Non furono, però, soltanto la crisi e la stagnazione economica a caratterizzare i secc. 14° e 15°. Fu allora anche ridisegnata per molti aspetti la carta politica europea. Una lunga serie di conflitti oppose dal 1337 al 1453 (guerra dei Cento anni) le monarchie francese e inglese, sciogliendo i due paesi dai confusi vincoli feudali che avevano legato la seconda alla prima. In Italia, falliti gli sforzi egemonici dei suoi vari stati, si affermò tra quelli maggiori (Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli) una « politica dell'equilibrio », che anticipò i criteri dei rapporti di potenza poi prevalsi nell'E. moderna.

In Germania alcune dinastie consolidarono le loro signorie territoriali nell'ambito dell'Impero (Baviera, Austria, Sassonia, Brandeburgo fra le maggiori) e la floridezza e potenza delle città della Hansa giunsero al loro apogeo. Ma l'espansione del germanesimo verso est, che era proseguita ininterrotta dal sec. 11° in poi e aveva germanizzato le popolazioni slave fin oltre l'Oder e insediato forti nuclei tedeschi in tutta l'E. centro-orientale, venne fermata agli inizi del sec. 15° dalla unione della Polonia e della Lituania sotto gli stessi sovrani. Non ebbe, invece, successo il tentativo dei duchi di Borgogna di imporsi come grande potenza tra Francia e Germania nel vecchio spazio lotaringico. Analogo fallimento toccò al più volte ripetuto tentativo di formare un grande stato nello spazio danubiano, e le spesso ricorrenti riunioni delle corone di Boemia, Ungheria e Polonia si sciolsero altrettanto spesso. Ma un'esigenza di tal genere fu messa in maggiore evidenza dalla conquista turca dei Balcani, che nel 1453 culminò con la caduta di Costantinopoli nelle mani dei sultani ottomani.

Lo slancio turco sarebbe poi proseguito ulteriormente, portando nel 1526 alla conquista dell'Ungheria, una cui piccola parte e la congiunta corona di Boemia passarono allora agli Asburgo.
Solo il fallimento dell'assedio posto a Vienna nel 1532 fermò la marcia ottomana lungo il Danubio. L'eredità di Costantinopoli come centro della Chiesa ortodossa fu, invece, raccolta dal nuovo stato russo che, formatosi intorno a Mosca, tra la fine del sec. 15° e gli inizi del 16° estingueva la sudditanza verso i Mongoli, fermava l'espansione lituano-polacca verso est, iniziava la lunga azione per imporre ai signori feudali (i boiari) e ai loro principati la supremazia del sovrano moscovita, che nel 1547 prese il titolo di zar (caesar, imperatore), a ulteriore testimonianza del rapporto con la Bisanzio cristiana e imperiale, diventata ora Istanbul.

All'altro capo d'Europa, nella Penisola Iberica, si concludeva nel 1492 con la presa di Granada la riconquista cristiana del paese. Tre forti nuclei statali erano emersi nel paese. A ovest il Portogallo, che nel corso del sec. 15° sviluppò una grande politica marinara e coloniale, spingendosi sulla costa africana fin oltre il Golfo di Guinea e raggiungendo nel 1488 il Capo di Buona Speranza. A est l'Aragona, che si avvaleva delle grandi energie di Barcellona, aveva formato un impero mediterraneo, che dalle Baleari si estese fino alla Sardegna, alla Sicilia e Napoli (quest'ultima poi lasciata a un ramo bastardo della dinastia). Al centro la Castiglia, che formò dal Golfo di Biscaglia allo Stretto di Gibilterra una solida potenza militare ed economica.

L'età moderna.

– Furono i paesi iberici le basi per le grandi scoperte geografiche inaugurate da Colombo nel 1492, mentre Vasco de Gama giungeva nel 1498 nella vera India. Le scoperte erano anche una espressione del nuovo spirito europeo. Nei secc. 14° e 15° si era avuta, fra le altre, anche una profonda crisi ecclesiastico-religiosa. Le pretese teocratiche di Roma provocarono coi sovrani urti meno felici nei loro esiti di quelli ormai tradizionali con l'Impero. Bonifacio VIII fu umiliato da Filippo IV il Bello re di Francia nell'episodio famoso dello « schiaffo di Anagni ». Poi il papato si trasferì da Roma ad Avignone e vi rimase dal 1309 al 1377, proseguendo l'opera di centralizzazione ecclesiastica, ma con grave danno del suo prestigio. Col ritorno a Roma si aprì un'epoca di grandi lacerazioni: si contrapposero due e perfino tre papi e obbedienze cattoliche. Il Concilio di Costanza (1414-18) e quello di Basilea (1431-49) sembrarono mettere a rischio la monarchia papale nella Chiesa. Infine, Roma riprese il controllo della situazione, ma il mondo cattolico non era, tuttavia, più lo stesso. La profonda unità che lo spirito religioso aveva conferito alla vita spirituale e morale dei secoli precedenti era tramontata, insieme con la fede e l'ansia degli « ultimi tempi ». Ora era possibile distinguere una religione popolare da quella delle élites; ma attese messianiche e sete di una vita spirituale pura e intensa permanevano (come si vide con le eresie di Wycliff e di Hus) e contrastavano fortemente con una mondanizzazione progressiva del papato, che si espresse fra l'altro nel nepotismo pontificio con la costituzione di principati per i familiari dei papi, nell'accentuata venalizzazione delle cariche ecclesiastiche e dell'amministrazione dei sacramenti, negli opportunistici cedimenti alle pretese dei sovrani di controllare in qualche modo la Chiesa dei rispettivi paesi, nella politica condotta dallo Stato Pontificio in Italia, e in particolare nell'apertura del papato alla nuova cultura del tempo. Una vera e propria rivoluzione culturale si era avuta, infatti, col passaggio dalla cultura della Scolastica a quella dell'Umanesimo e del Rinascimento. Questa, senza negare il quadro generale della professione di fede cristiana, vi introduceva forti elementi di laicità, naturalismo, immanentismo e, sotto il manto di una forte esaltazione dei modelli greci e romani, costruiva in realtà alcune premesse fondamentali dello spirito moderno, a cominciare dalla lotta contro il principio di autorità e dall'affermazione di valori come quello dell'eccellenza e dignità dell'uomo o quello della bellezza. Contemporaneo fu pure il diffondersi di uno spirito scientifico, di cui nel sec. 15° furono effetto la critica e la filologia moderne, nonché alcune grandi invenzioni come la polvere da sparo e, soprattutto, la stampa.
Così un'Europa rinvigorita nelle sue risorse e nelle sue strutture poté lanciarsi agli inizi del sec. 16° sulle vie del mondo e impegnarsi in una serie di lotte interne che ne avrebbero profondamente trasformato la fisionomia politica e religiosa. La crescita urbana in Europa nel corso del XVI secolo.
Le « guerre d'Italia» furono il crogiolo in cui si formò il nuovo sistema politico europeo. Nate dalle pretese dei re d'Aragona e di Francia sul trono di Napoli, esse determinarono un lungo succedersi di conflitti, da cui uscì minorata la condizione dell'Italia, dove Milano e Napoli si aggiunsero ai domini dei sovrani spagnoli, Genova fu tratta nella loro orbita, Venezia dovette ridimensionare le sue prospettive, lo Stato Pontificio si salvò per il peso morale del papato, la Toscana formò un Granducato che, come gli altri stati minori della penisola, subiva l'egemonia e il controllo spagnolo.
Nel corso delle guerre italiane si dissolse l'equivoco per cui inizialmente era apparso che la Francia fosse la potenza destinata all'egemonia sull'Occidente. Una straordinaria serie di matrimoni e di successioni mise nelle mani di Carlo d'Asburgo (1500-58) i Paesi Bassi e i superstiti domini borgognoni dal 1506, Aragona e Castiglia dal 1516, i paesi austriaci e il titolo imperiale dal 1519. Non a caso quelli spagnoli furono considerati fra questi domini i più importanti.
Nella prima metà del secolo nascevano in America l'impero portoghese in Brasile e quello della Spagna, ben più ricco ed esteso, dal Messico alla Terra del Fuoco, che assicurava ai sovrani di Castiglia enormi risorse finanziarie. La marcia trionfale verso una nuova « monarchia universale » fu, però, decisivamente ostacolata a Carlo V dalla secessione religiosa iniziata da Lutero, che contrappose i protestanti o riformatori ai cattolici e a Roma.

La questione religiosa divenne politica. Gran parte dei principi germanici sostenne, insieme con la causa di Lutero, quella della propria autonomia rispetto all'Impero e fu perciò appoggiata dalla Francia. Alla fine si dovette riconoscere il passaggio al protestantesimo della maggior parte della Germania. La posizione di Carlo V era insidiata, nello stesso tempo, anche dai Turchi, che dilagavano nel Mediterraneo e nel 1532 giungevano ad assediare Vienna, anch'essi in alleanza coi Francesi. Abdicando nel 1556, Carlo V riconosceva l'impossibilità di un Impero « universale »: al figlio Filippo lasciò i Paesi Bassi, l'Italia e i reami spagnoli coi domini americani; al fratello Ferdinando, dal quale iniziava così una nuova linea asburgica a Vienna, i paesi austriaci e il titolo imperiale.
Ma anche così la Spagna di Filippo II, che stabilì a Madrid la sua capitale, rappresentava sicuramente il più potente paese d'E., con un impero (di cui facevano parte vari punti della costa nordafricana, nonché le Canarie e le Filippine, così denominate in onore del re) senza precedenti nella storia per il suo carattere mondiale. Il determinarsi della preponderanza spagnola non poteva, tuttavia, offuscare l'importanza epocale della Riforma protestante che, contemporaneamente, e con Calvino oltre che con Lutero, si era diffusa non solo in Germania, ma in Scandinavia, in Inghilterra, in Francia, nei Paesi Bassi, in Svizzera, in molte parti dell'E. Centrale e Orientale, affacciandosi anche in Spagna e in Italia.
La Riforma segnò, in effetti, l'avvento di una nuova intuizione religiosa che confliggeva profondamente con quella cattolica. L'esperienza religiosa soggettiva del fedele affermava il principio della libertà di coscienza e poneva il problema della tolleranza al di là dell'accordo che ad Augusta nel 1555 stabilì la professione religiosa dei sovrani come decisiva per il culto da riconoscere nei rispettivi paesi. Il cattolicesimo rispose con la Controriforma (o Riforma cattolica), che riorganizzò profondamente la Chiesa, migliorò di molto la preparazione culturale e religiosa del clero, promosse la repressione attraverso un ufficio romano dell'Inquisizione e l'indice dei libri proibiti, pose fine al nepotismo pontificio limitandolo agli uffici e alle cariche curiali ed ecclesiastiche, sollecitò il potere temporale ad una difesa rigorosa dell'ortodossia cattolica, cercò di eliminare gli aspetti mondani e profani che dal mondo protestante facevano guardare a Roma come ad una nuova Babilonia e alimentavano una forte corrente di antiromanesimo. Nuovi ordini religiosi sostennero questa complessa azione e in primo luogo la Compagnia di Gesù, che influì profondamente sulla formazione delle classi dirigenti nei paesi cattolici, raccolse ed epurò ai suoi fini la tradizione umanistica, penetrò nelle corti e nei governi coi suoi consiglieri e confessori. Non era una nuova religiosità come quella protestante, ma una religiosità rinnovata, che si estrinsecò in un evidente fervore di pietà, di cultura, di arte.
L'opposizione tra cattolici e protestanti dominò la scena politica europea per oltre un secolo dopo la sistemazione di Augusta. La Spagna di Filippo II svolse sotto questo profilo una grande azione politica, fermando l'avanzata turca nel Mediterraneo a Lepanto nel 1571 (fu decisivo l'apporto veneziano), rivendicando e ottenendo nel 1580 per i suoi titoli dinastici la corona portoghese coi suoi domini, reprimendo il moto protestante nei Paesi Bassi dove esso si trasformò nella rivolta delle province settentrionali, sostenendo i cattolici francesi nella guerra civile coi protestanti e tentando di piegare l'Inghilterra con la spedizione della Invincible Armada nel 1588. Il grande disegno falli, così come quello del padre Carlo V. In Francia quasi quarant'anni di guerre di religione, punteggiati da episodi feroci, come la strage dei protestanti della « notte di San Bartolomeo » del 1572, finirono con l'assunzione al trono di Enrico IV: protestante, egli si convertì al cattolicesimo (« Parigi val bene una messa ») e concluse la pace con Filippo II, ma riconobbe libertà di culto ai suoi ex correligionari con l'editto di Nantes. L'Invencible Armada naufragò sulle coste inglesi : il successore Filippo III concluse la pace con l'Inghilterra nel 1603 e una tregua con i ribelli olandesi nel 1609.
Sotto Enrico IV la Francia tornò a una politica di grande potenza, che, interrotta da una nuova crisi dopo il suo assassinio nel 1610, riprese a ben più lunga scadenza sotto il figlio Luigi XIII e il suo ministro Richelieu, mentre Inghilterra e Olanda si trasformavano in grandi potenze navali, commerciali e coloniali. Una nuova fase fu avviata nel 1618 con la guerra dei Trent'anni, che ebbe a suo teatro soprattutto la Germania, questa volta per iniziativa degli Asburgo di Vienna. La Spagna, sotto il governo dell'Olivares, li appoggiò e con un nuovo e maggiore sforzo egemonico apparve prossima al successo. Nel 1635 intervenne nel conflitto la Francia. In pochi anni la potenza politica e militare di Madrid fu messa in ginocchio. Stremati dallo sforzo imperiale, la Catalogna, il Portogallo, Napoli, Palermo si ribellarono. Nel 1648 le paci di Vestfalia sancirono l'impossibilità di riprendere il controllo della Germania, dove l'autorità imperiale subì un'ulteriore riduzione nei confronti degli stati territoriali. Nel 1659 fu conclusa, con la pace dei Pirenei e alcune importanti cessioni territoriali, la guerra con la Francia. Poi fu la volta del riconoscimento dell'indipendenza olandese e portoghese.

La Spagna rimaneva un grande impero, con un ruolo di primo piano nella politica internazionale. Essa visse nei secc. 16° e 17° il siglo de oro della sua civiltà, dando un contributo altissimo alla storia dell'arte e della cultura europea. Ma non era più in grado di prendere l'iniziativa di una grande azione politica, avendo, anzi, ora bisogno di appoggi e di alleanze per mantenere la sua posizione. Nell'E. del tempo, esausta per il lungo sforzo bellico, la nuova profonda crisi economica e demografica che la colpì a partire dal 1620 in poi e una serie di agitazioni sociali e politiche hanno fatto parlare gli storici di una crisi generale del Seicento.

In Inghilterra la dinastia degli Stuart, salita al trono nel 1603, entrò in urto, anche per i suoi sforzi assolutistici, con l'opinione protestante (anglicana e calvinista) dominante nel paese. Ne nacque una lunga guerra civile, che si concluse nel 1649 con la decapitazione del re Carlo I e la proclamazione della repubblica sotto il governo di Oliver Cromwell. Poi nel 1660 furono restaurati gli Stuart, ma, riproducendosi il loro antagonismo col paese, nel 1688 una nuova incruenta rivoluzione li allontanò definitivamente e ristabilì la monarchia su basi protestanti e non assolutistiche.

In Francia, dove nel 1643 Luigi XIV era succeduto, a due anni, al padre e il Mazzarino a Richelieu, oltre a una lunga serie di rivolte contadine, fra le maggiori delle molte verificatesi in tutta E. nel secolo, si ebbero fra il 1648 e il 1652 le due rivolte della Fronda (quella parlamentare e quella dei principi), che si conclusero con la piena restaurazione del potere monarchico.
Francia e Inghilterra fornirono allora i modelli di regime intorno a cui avrebbe poi gravitato la vita politica europea. Non era ancora un pieno liberalismo quello inglese, né era un completo assolutismo quello francese. Aveva, però, un'importanza decisiva il carattere prevalentemente aperto e dinamico del modello inglese e quello unificatore e razionalizzante del modello francese. La monarchia costituì allora l'istituzione più caratteristica del diritto pubblico in Europa. I regimi repubblicani non mancarono. Essi ebbero nelle città (specialmente italiane) esempi cospicui. Repubbliche rimasero Venezia, l'Olanda, la Svizzera, che furono tra il sec. 16° e il 18°, l'una dopo l'altra, l'oggetto di un mito del vivere libero, del buon governo, della saggezza politica. Ma li si considerava, in sostanza, come eccezioni alla norma.
La monarchia di diritto divino, affermatasi in contrasto con i poteri medievali « universali » della Chiesa e dell'Impero, appariva come un potere la cui legittimità poteva essere presupposta come originaria, oltre che consolidata dalla tradizione. La legittimità assunse la forma della trasmissione ereditaria del trono; e ciò può far capire perché molti conflitti europei assunsero l'aspetto di guerre di successione e perché matrimoni e combinazioni dinastiche avessero un'importanza politica preminente.
Rare furono anche qui le eccezioni : stabilizzatasi di fatto l'ereditarietà dell'Impero negli Asburgo, sarebbe rimasta solo la Polonia a praticare l'elezione del re, con effetti peraltro disastrosi sulla sua sopravvivenza di stato indipendente, tanto che alla fine del sec. 18° portarono alla sua spartizione tra Austria, Prussia e Russia.
Amministrazione, diplomazia, eserciti e sistemi di imposte permanenti caratterizzarono la struttura statale dello stato moderno, così come una politica economica prevalentemente protezionistica e dirigistica, che privilegiava l'accumulazione monetaria e lo sviluppo commerciale (donde la definizione di mercantilismo). I problemi finanziari furono, tuttavia, il vero tallone d'Achille delle monarchie. Il costo dello stato moderno era di molto superiore a quello del vecchio ordinamento feudale, tanto meno complesso e largamente diffuso sul territorio; ed era ulteriormente accresciuto dalle guerre e dalla politica dinastica. Le guerre erano, intanto, frequentissime.

Luigi XIV, che prese di persona il governo in Francia alla morte di Mazzarino nel 1661, poté di nuovo avviare, nell'eclisse della potenza spagnola, una fase di grande politica di espansione. Guerra di devoluzione (1667-68), guerra d'Olanda (1672-78), guerra della Lega d'Augusta (1688-97), bombardamento di Genova (1684), «riunioni» alla Francia di Strasburgo e di varie zone d'Alsazia e Lorena (1680, espansione coloniale in America (Canada e Luisiana), in India e in Africa ne segnarono le varie tappe ed aspetti. La reazione delle potenze europee fu lenta, ma sempre più determinata, con un'applicazione sempre più esplicita e consapevole della politica di equilibrio, per cui a ogni spinta espansionistica rispondeva una coalizione che vi si opponeva e a ogni guadagno territoriale di una potenza dovevano corrispondere guadagni altrui che bilanciassero il rapporto di forze generale.
Così l'ingrandimento francese (con Strasburgo, la Franca Contea, varie piazzeforti fiamminghe, ecc.) fu compensato da quelli di Inghilterra e Austria, che emergevano ora come potenze decisive per l'equilibrio (l'una sul mare e fuori d'E., l'altra sul continente), mentre Spagna e Olanda erano costrette a consumare le loro energie per far fronte all'offensiva del Re Sole, come in Francia venne definito Luigi XIV per lo splendore a cui portava la potenza della monarchia e l'economia, le lettere e le arti del paese.
L'Olanda fu allora superata dall'Inghilterra, che aveva più volte vinto, ma conservò i suoi possedimenti nelle Indie orientali e in alcune parti d'Africa e d'America. Anche la civiltà olandese conobbe allora il suo massimo splendore, quasi facendo da ponte tra il « secolo d'oro » in Spagna e il « secolo di Luigi XIV» in Francia. Il sopravvento inglese nei commerci, nella navigazione mercantile e nella marina militare avrebbe poi avuto il suo collaudo nelle tre consecutive guerre di successione: la spagnola (1701-14), la polacca (1733-38) e l'austriaca (1740-48), dalle quali, mentre furono confermati i tratti caratteristici del sistema dell'equilibrio, la geografia politica europea venne fortemente mutata. La corona spagnola, estintosi il ramo asburgico disceso da Carlo V, toccò a un ramo cadetto dei Borboni di Francia, ma perse i suoi domini d'Italia e dei Paesi Bassi. Questi ultimi, più Milano, toccarono all'Austria. Napoli e la Sicilia andarono a un ramo cadetto della nuova dinastia borbonica di Spagna. L'Inghilterra acquistò, con il possesso di Gibilterra, il controllo dell'ingresso nel Mediterraneo. La Francia si assicurò la Lorena e migliorò i suoi confini verso il Reno.
I duchi di Savoia divennero re di Sardegna, i marchesi di Brandeburgo re di Prussia, i duchi di Baviera e di Sassonia ottennero anch'essi il titolo regio. Fu l'apogeo della politica dell'equilibrio, con un ridimensionamento delle superpotenze, Spagna e Francia, che avevano dominato da Carlo V a Luigi XIV, e l'ascesa di nuove grandi potenze.
L'Inghilterra aveva ormai conseguito posizioni coloniali di prim'ordine ed era indiscutibilmente la prima potenza navale. L'Austria aveva non solo conseguito gli ingrandimenti dovuti alla sua partecipazione alla spartizione dell'eredità degli Asburgo di Spagna, bensì anche acquistato una posizione di primo piano nell'area danubiana. Gli Ottomani avevano manifestato ancora una forte capacità espansiva, assediando Vienna nel 1683, centocinquant'anni dopo l'assedio del 1532. Fra queste date, anche dopo Lepanto, essi avevano ancora esercitato la loro spinta sia nel Mediterraneo che nei Balcani, sottraendo, fra l'altro, a Venezia l'isola di Creta con una lunga guerra venticinquennale (1644-69). Il fallimento dell'assedio di Vienna segnò invece l'inizio di un progressivo declino della loro potenza.

Alla metà del sec. 18° l'Austria aveva liberato totalmente l'Ungheria dalla soggezione che subiva dal 1526, giungendo fino in Croazia; e, a sua volta, la Russia aveva portato avanti una marcia sul Mar Nero e sul Caucaso, che riduceva ulteriormente e gravemente lo spazio ottomano: una marcia che, proseguita con grande costanza, concorse già prima della fine del secolo a fare della Turchia l'« uomo malato » dell'equilibrio europeo (quale sarebbe rimasta per tutto il sec. 19°) e che affacciò l'eventualità di una presenza russa a Costantinopoli con ripercussioni gravissime sull'equilibrio mediterraneo e continentale, cui soprattutto Inghilterra e Austria erano estremamente sensibili.

La Russia si affermò infatti nel corso del secolo, insieme alla Prussia, come nuova grande potenza. Già nella seconda metà del sec. I7° si era assistito al declino di Svezia e Polonia, che dalla fine del sec. 16° dominavano rispettivamente lo spazio baltico e quello europeo-orientale ed erano stati alleati tradizionali della Francia nella sua lotta antiasburgica. La Russia ne trasse i maggiori guadagni, specialmente da quando sotto Pietro I (1689-1725) prese a sviluppare una grande politica di occidentalizzazione del paese e dello stato, di cui il trasferimento della capitale da Mosca a San Pietroburgo, da lui fondata sul Baltico, divenne il simbolo. A sua volta, la Prussia si era sviluppata come grande potenza militare e sotto Federico II (1740-86), oltre a rafforzarsi decisivamente su questo piano, aveva sottratto all'Austria l'importante regione della Slesia e si era posta, con ciò stesso, quale temibile antagonista degli Asburgo nell'ambito germanico e imperiale.
Proprio per fermare la sua marcia si combatté la guerra dei Sette anni (1756-63), che, con un clamoroso rovesciamento delle alleanze, associò l'Austria alla Francia e alla Russia. Appoggiata dall'Inghilterra, costante nella sua politica di equilibrio, la Prussia superò tuttavia indenne la tempesta, mentre la Francia fece tutte le spese di un conflitto che, da più di un punto di vista, può essere considerato la « prima guerra mondiale » combattuta da potenze europee, avendo interessato parimenti i domini coloniali francesi e inglesi dall'America all'India. Fu allora liquidato il primo impero extra-europeo della Francia che, dai tempi di Luigi XIV, si era via via cospicuamente ingrandito. Canada e India divennero allora zona di espansione inglese; la Francia salvò la Luisiana e qualche emporio indiano. L'Inghilterra, che già si era assicurata posizioni di privilegio nel commercio tra la Spagna e l'America Latina, si espanse su tutta la costa americana dalla Florida allo Stretto di Hudson.
Il primato dell'E. nel mondo appariva saldamente stabilito ed essa premeva ormai anche sulla Cina e sul Giappone. La coscienza della modernità la permeava tanto che già nel sec. 17° in Francia la querelle des anciens et des modernes rovesciava l'esemplarità attribuita agli antichi dalla cultura umanistico-rinascimentale. Per i decenni a cavallo tra i secc. 17° e 18° si è potuto parlare di una « crisi della coscienza europea «. Certo è che si delineò allora una netta separazione tra valori religiosi, valori morali e valori civili ed etico-politici, con una forte accentuazione dello spirito laico e moderno della cultura europea, nella quale lo sviluppo delle scienze e delle tecniche, anche nei suoi effetti sull'economia e sulla vita quotidiana, cominciava ad apparire prodigioso e segnava un netto distacco tra l'E. e il resto del mondo.

Nel sec. 18° l'Illuminismo convogliò tutto ciò in un grande movimento di cultura nel segno del razionalismo e della laicità, formulando nuovi ideali etici, politici, sociali in una temperie in cui le convinzioni e la prospettiva intellettuale si sposavano ad una vera tensione morale e spirituale. L'E. si trasformava anche materialmente, non solo per effetto dello sviluppo scientifico e tecnico, bensì anche per una crescita economica e demografica che avrebbe trovato sbocco dalla fine del 18° sec. nella rivoluzione industriale, col passaggio cioè dalle manifatture tradizionali alla produzione mediante macchine azionate da una nuova energia, quella del vapore, di cui scoperte e invenzioni consentirono un sempre maggiore sfruttamento. L'Inghilterra, che fu la prima (e restò a lungo l'unica o massima) protagonista di questa rivoluzione, ne emerse come maggiore potenza economica e finanziaria, banca e opificio del mondo. Inoltre, si determinava così una nuova e ancor più cospicua ragione di primato europeo, che si sommava alle precedenti e che non era puramente tecnico-scientifica, poiché comportava un orizzonte di mentalità e di valori non meno rilevante. Della nuova cultura fu espressione il riformismo, che permeò l'azione dei governi e portò a molti provvedimenti innovatori nella legislazione e nell'amministrazione, toccando l'organizzazione burocratica, i diritti feudali, gli ordinamenti corporativi, il commercio e le manifatture, i regolamenti sanitari e, in particolare, i beni, i privilegi e le immunità ecclesiastiche. Episodio culminante fu, su questo piano, la soppressione della Compagnia di Gesù, simbolo della presenza e della pressione ecclesiastica nella società. La decise Clemente XIV nel 1773 dopo che negli anni precedenti vari governi avevano già deciso così per i rispettivi paesi. Né era meno significativo che alle disavventure dei gesuiti corrispondessero le fortune della Massoneria, società segreta di ispirazione prettamente illuministica, che penetrò largamente anche nei circoli di corte e di governo.

La rivolta delle colonie americane contro l'Inghilterra fu vissuta anch'essa all'insegna dello spirito illuministico, come si vide nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e nella costituzione adottate a base del nuovo paese, gli Stati Uniti d'America, che nacque dalla rivolta. Da questa trasse, inoltre, origine una nuova guerra settennale (1776-83), che portò Francia e Spagna a fianco dei ribelli americani in una sorta di rivincita della guerra dei Sette anni. Ancora una volta, il successo pieno fu dei ribelli e ben poco toccò alla Francia, il cui maggiore incremento in questo periodo fu l'acquisto della Corsica nel 1768. Gli anni che seguirono cominciavano a registrare un profondo mutamento delle condizioni dello spirito europeo. Iniziava una revisione dello spirito illuministico, che faceva appello ad altri valori oltre la natura dell'uomo e la ragione e trovava meno soddisfacente il riformismo come metodo del rinnovamento. Ma la fase a cui così sembrava ci si avviasse fu repentinamente interrotta dallo scatenarsi della rivoluzione in Francia.

L'età contemporanea. – La Rivoluzione passò via via dall'assolutismo monarchico ad una monarchia costituzionale e liberale (1789-92), poi a una repubblica democratica – dapprima con Robespierre e i giacobini e una politica di rigore e di Terrore (1792-94), poi con la reazione di Termidoro a questo estremismo (1794-95) e una direzione moderata e oscillante tra spinte restauratrici e spinte estremistiche sotto il governo del Direttorio (1795-99) – e, infine dopo un quinquennio di potere (1799-1804) sotto il nome di consolato, all'impero di Napoleone Bonaparte (1804-14) e alla sua appendice dei « cento giorni » (1815).
Lo sconvolgimento nella vita europea fu profondo. Cadde il regime delle divisioni e dei privilegi di classe, fu soppresso il sistema feudale, fu impiantato il moderno stato di diritto, venne elaborata una legislazione moderna e la si raccolse in un codice, si affermarono le grandi linee del liberalismo e della democrazia, la nazione si affiancò allo Stato e ne divenne protagonista, governo e amministrazioni furono razionalizzati e modernizzati nelle loro strutture, gli eserciti di mestiere vennero sostituiti da quelli di leva, la borghesia divenne il centro di gravitazione e di integrazione sociale, fu adottato il principio del merito e della competenza in luogo di quello della nascita, con l'ordinamento politico e i rapporti con la Chiesa venne laicizzata anche l'istruzione. Su queste linee non vi fu soluzione sostanziale di continuità tra la fase napoleonica e quella precedente della Rivoluzione, anche se il carattere personale del potere di Napoleone (che lo portò alla serie continua delle guerre nelle quali, pur dopo tante vittorie, finì col soccombere) provocò un'involuzione autoritaria delle spinte rivoluzionarie alla libertà e alla democrazia, in cui si può riconoscere per alcuni aspetti la prima esperienza dittatoriale dell'E. moderna. Certo, non si trattò di svolgimenti lineari e del tutto coerenti. Numerose furono le sopravvivenze dell'e antico regime ». La Chiesa dimostrò un controllo e un radicamento sociale che indussero Napoleone a riconoscerne il ruolo pubblico e a stipulare con essa nel 1801 un concordato, che è anch'esso un prototipo di numerosi e analoghi concordati posteriori. Le spinte liberali e liberistiche prevalsero alla fine largamente su quelle democratiche e interventistiche. Ma l'edificio rapidamente costruito dalla rivoluzione dimostrò nei suoi tratti essenziali un'incrollabile solidità; e la prova migliore ne fu data dal fatto che anche le potenze nemiche della Francia e di Napoleone si uniformarono via via ai principi del nuovo regime e, caduto Napoleone, non pensarono di ristabilire quello antico: fu invece ristabilita, ma solo parzialmente, dal Congresso di Vienna (1815) – sotto la spinta della Santa Alleanza di Austria, Prussia e Russia, rivolta ad assicurare la conservazione dei risultati della lotta antinapoleonica – la vecchia geografia politica. Anche le guerre di Napoleone lasciarono tracce profonde, alimentando una rapida maturazione del sentimento nazionale o in opposizione al dominio francese che egli imponeva o secondando una nuova identità negli stati satelliti e amici.
Chiuso il periodo rivoluzionario e napoleonico, tre grandi questioni si posero, nella vita europea: la questione della libertà, la questione nazionale e la questione sociale. Ripetuti sussulti insurrezionali fra il 1815 e il 1848 agitarono la Penisola Iberica, l'Italia, la Francia, i Paesi Bassi, la Germania, la stessa Gran Bretagna, i paesi austriaci.

In Francia nel 1830 si passò a un regime liberale più aperto sotto il ramo borbonico cadetto di Luigi Filippo d'Orléans, che sancì il ruolo della borghesia come classe illuminata e dominante. In Gran Bretagna le lotte sociali non toccarono né la struttura liberale del regime, né le posizioni dell'aristocrazia tradizionale e della nuova borghesia, ma produssero riforme elettorali e sociali che assicurarono al regime del paese una maggiore stabilità e si accompagnarono ad una intesa franco-britannica oggettivamente in opposizione alla Santa Alleanza. Il Belgio potè nel 1830 staccarsi dai Paesi Bassi e costituirsi in regno indipendente a regime liberale. Non così la Polonia ribellatasi allo zar nel 1831, mentre in Italia due ondate insurrezionali nel 1820-21 e nel 1830-31 non modificarono né l'assetto, né il regime politico del paese.

In Spagna la costituzione guadagnata con la rivoluzione del 1820 fu sottoposta alle vicende di un'altalena tra forze liberali e reazionarie che avrebbe dominato la vita nazionale per oltre un secolo. La Grecia, con una lunga rivolta iniziata nel 1821 e con l'appoggio di Francia e Gran Bretagna, acquistò nel 1830 l'indipendenza dall'impero ottomano e lo stesso, in forma più attenuata e con l'appoggio della Russia, avvenne per i Romeni. In effetti furono economia e cultura a produrre ancora una volta i mutamenti più profondi. Dalla Gran Bretagna la rivoluzione industriale si propagò nell'E. continentale investendo via via Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio. Si configurò così nell'E. Occidentale un contrasto sociale nuovo, tra proletariato e capitalismo industriale. Nello stesso tempo la scena culturale europea era occupata dalla diffusione del romanticismo. Il 1848 segnò un punto di svolta decisivo nel processo di trasformazione politica e sociale che in forma latente o esplicita agitava l'Europa. Poi la grande ondata rivoluzionaria si attenuò.

In Francia, dove la caduta di Luigi Filippo aveva portato alla ribalta tendenze socialisteggianti ormai mature, il superstite bonapartismo, sotto un nipote di Napoleone, e con l'appoggio dell'opinione clericale, restaurò nel 1852 l'Impero. Nei paesi austriaci e in Prussia la fedeltà degli eserciti ai sovrani salvò l'assolutismo regio. I movimenti nazionali furono repressi dalle armate austriache in Italia e in Ungheria, dove Vienna fu aiutata dal decisivo intervento delle armi russe. Il 1848 non passò, tuttavia, invano. Il problema nazionale assunse, nonostante tutto, un peso ancora maggiore che nel periodo precedente, mentre i contrasti di potenza indebolivano la capacità di reazione dei paesi più conservatori. Di questi contrasti fu una manifestazione la guerra russo-turca del 1853, in cui Francia e Gran Bretagna intervennero a favore di Costantinopoli, bloccando le mire espansionistiche, appoggiate ad un'equivoca slavofilia, dello zar.
Fu la radice dell'isolamento dell'Austria, che non ricambiò l'appoggio ricevuto dalla Russia in Ungheria nel 1848. Essa si trovò perciò in difficile posizione contro l'alleanza franco-piemontese, che nel 1859 le strappò la Lombardia e portò alla rapida annessione delle regioni dell'Italia centrale al regnosabaudo : capolavoro di Cavour, alla guida del governo di Torino dal 1852, che attrasse nell'orbita liberale i moderati preoccupati delle spinte democratiche prevalenti nel movimento nazionale promosso ed egemonizzato da Mazzini, ma raccolse da quest'ultimo l'istanza unitaria e, a seguito dell'impresa dei Mille guidata da Garibaldi nel 1860, poté nel 1861 inglobare anche il Mezzogiorno nel nuovo Regno d'Italia, pur se ne restavano ancora fuori Roma e Venezia.

Isolata l'Austria rimase, inoltre, in Germania, dove la Prussia, sotto il governo di Bismarck, prima la coinvolse in una guerra contro la Danimarca per il recupero dello Schleswig e del Holstein (1864) e poi, in alleanza con l'Italia, le mosse guerra, la batté, la costrinse a cedere Venezia e il Veneto all'Italia, la espulse dalla Confederazione germanica e articolò questa in due sole unità federali, del Nord e del Sud (1866). In Austria si dovette allora mutare la forma dello stato procedendo a una sorta di federazione con l'Ungheria, che acquistò grande peso nella politica di Vienna. Napoleone III, rimasto inattivo in quest'ultima occasione, sentì allora il pericolo di un'egemonia germanica. Egli aveva guadagnato alla Francia nel 1859 Nizza e Savoia, ma si era poi alienato le simpatie degli Italiani, mantenendo un suo protettorato sulla sovranità pontificia in Roma, a cui lo spingeva anche la permanente necessità dell'appoggio dei cattolici al suo regime. Bismarck sfruttò la situazione e nel 1870 lo fece cadere nella provocazione di una guerra disastrosa, per cui dovette lasciare la Francia. Qui fu ora proclamata la repubblica e, mentre insorgeva una nuova e più grave rivolta sociale con la Comune di Parigi, fu proseguita la resistenza al vincitore, fino alla conclusione nel 1871 della pace, che costò la perdita dell'Alsazia e della Lorena e il pagamento di un'ingente indennità di guerra. A Versailles, dove fu firmata la pace, gli stati tedeschi restaurarono l'impero sotto la sovranità del re di Prussia e con un regime blandamente costituzionale.
Il Regno d'Italia approfittò delle circostanze per insediarsi già nel 1870 a Roma, ponendo fine così al potere temporale dei papi. Poiché la Gran Bretagna non era attivamente intervenuta né in Italia, né, ancor meno, in Francia, la Russia ritenne giunto il momento per regolare i conti con la Turchia, che tra il 1875 e il 1878 fu praticamente espulsa da quasi tutta la Penisola Balcanica. Questa volta, però, fu proprio la Gran Bretagna a reagire. Bismarck funse da mediatore. Un congresso delle grandi potenze, a cui fu ammessa anche l'Italia, riunito a Berlino nel 1878 sancì l'indipendenza per la Serbia, la Romania e la Bulgaria, ma lasciò insoddisfatta la Russia e consentì all'Austria-Ungheria di prendere sotto la sua amministrazione la Bosnia e l'Erzegovina, poi formalmente annesse nel 1908.

Era nata una nuova Europa. Le trasformazioni economiche e sociali prodotte dalla rivoluzione industriale (estesasi alla fine del secolo nei paesi scandinavi, in Svizzera, in Italia, in Russia, in molte parti dell'Austria-Ungheria e della Penisola Iberica, benché in varia misura e intensità) furono accompagnate da invenzioni e scoperte che nel giro di poco più di mezzo secolo mutarono in maniera radicale modi e livelli di vita e mentalità e comportamenti. Ferrovie e navigazione a vapore, fotografia e cinema, luce ed energia elettrica, automobile e aeroplano, telefono e radio si affermarono ovunque, tra il 1850 e il 1920, provocando una rivoluzione socio-culturale ancora più forte di quella economica e sociale. L'E. fu allora di gran lunga più di quanto fosse mai stata il centro mondiale egemone. In base ad accordi definiti a Berlino, i vari paesi europei estesero i loro imperi coloniali o ne fondarono di nuovi. L'intera Africa (tranne l'Etiopia, che si difese vittoriosamente contro l'Italia nel 1896, e la Liberia) fu spartita fra loro ; la Cina fu ridotta in uno stato di semidipendenza ; i paesi latinoamericani trovarono una ragione di prosperità solo rendendo le loro economie strettamente complementari a quella europea.
Il progresso materiale fu accompagnato da un lungo periodo di pace, alla quale finì col giovare il formarsi di una alleanza franco-russa (1890) in opposizione alla Triplice italo-austro-germanica (1882).
Enorme fu pure l'incremento demografico. Ancor più sensibile fu, a sua volta, il mutamento culturale, con l'avvento di tendenze materialistiche e positivistiche in appariscente sintonia con i trionfi inauditi della tecnica e della scienza. Fu dovuta anche a questa filosofia la certezza che l'E. rappresentasse la punta avanzata e, insieme, l'antesignana di un passaggio obbligato per tutta l'umanità. L'imperialismo si congiunse alla sottolineatura del « fardello dell'uomo bianco » nel conquistare per sé e quindi nel propagare la civiltà: altro concetto che, con quelli di storia e di progresso, di ragione e di umanità, contraddistingueva il pensiero del tempo. L'intervento collettivo delle grandi potenze in Cina per la rivolta dei boxer nel 1900 espresse appieno la radicata e diffusa convinzione della centralità europea nella storia del mondo. Politicamente l'epoca portò, oltre quello di una lunga pace, il segno di un'ampia confluenza di liberalismo e democrazia, di una prima affermazione di partiti socialisti e di un graduale riconoscimento di istanze da essi sostenute. Nello stesso tempo anche le Chiese, e soprattutto quella cattolica, cominciarono a portare una maggiore attenzione alle idee e alle questioni che si ponevano nella vita politica e sociale del tempo con così grande rilievo e urgenza.
Nel 1864 era stata fondata a Londra una Associazione internazionale dei lavoratori, dove Marx riuscì a far prevalere le sue idee contro altre ispirazioni, quali quelle di Mazzini. Esauritosi rapidamente lo slancio di questa iniziativa, ne fu avviata una seconda nel 1889. I partiti socialisti si affermarono fortemente nei parlamenti di Gran Bretagna, Germania, Austria-Ungheria, Francia, Italia. Parallela fu la diffusione di grandi movimenti sindacali e di organizzazioni cooperativistiche e assistenziali.
Nel 1891 l'enciclica di papa Leone XIII Rerum novarum precisò, a sua volta, il campo e i criteri direttivi dell'impegno sociale, oltre che politico, dei cattolici. Furono, tuttavia, le forze democratiche e liberali a dominare il campo, consentendo allora una serie di riforme politiche (culminanti in generale nel suffragio universale), amministrative (a livello di garanzie giudiziarie e nell'ambito dei governi municipali), sociali (edilizia popolare, assicurazioni e previdenza, diritto di associazione sindacale e di sciopero), culturali (istruzione obbligatoria, potenziamento delle università). La spinta comune fu a una generale democratizzazione della vita politica e sociale e a una prima affermazione della piccola borghesia connessa all'emergere della nuova società industriale come giuntura fondamentale di questa società. Anche in paesi come Germania e Austria-Ungheria il parlamento acquistò maggior peso.

In Russia l'autocrazia zarista andò anch'essa verso una riforma politica con concessioni che culminarono nella convocazione della Duma. Sotto la luce splendente dell'egemonia mondiale e del progresso in atto si celavano, tuttavia, e a tratti apparivano, problemi e crepe di non lieve peso. Nella vita economica crisi periodiche e profonde (1873, 1893, 1907) ricordavano che l'ormai maturo capitalismo e la sua logica del mercato erano ben lontani dall'assicurare le prospettive di uno sviluppo tranquillo e fatale. Né l'economia industriale si rivelava in grado di assicurare lavoro e redditi sufficienti alla crescente popolazione e a quella che veniva disoccupata dal progresso tecnico. Nella seconda metà del sec. 19 da tutto il continente (meno qualche paese come la Francia, che aveva raggiunto condizioni di sostanziale stabilità demografica già dai primi anni post-napoleonici) partì verso il Nuovo Mondo un'emigrazione torrenziale. Il mito dell'America come paese della fortuna si affermò in tutta l'Europa. Le strutture politiche e le politiche sociali non riuscivano ad assorbire e risolvere per intero il dissenso e l'emarginazione di grandi masse. La diffusione del socialismo come ideologia della lotta di classe corrispondeva a uno stato di esasperazione presente pressoché ovunque. Ne fu anche espressione una tendenza anarchica che mise particolarmente piede in alcuni paesi (Russia, Italia, Spagna) e diede luogo a una serie di assassini di sovrani o capi di governo o di stato (Austria, Russia, Italia, Spagna, Francia), inconcludenti politicamente, ma molto impressionanti. All'interno dei vari paesi sussistevano sacche di depressione territoriale (come il Mezzogiorno in Italia) e settoriale (come, in generale, le campagne) che accrescevano le ragioni di conflitto e imponevano alle classi di governo un controllo della disciplina sociale destinato a provocare crisi dagli sviluppi non sempre prevedibili. In Italia ciò portò nel 1898 a uno scontro fra governo e opposizioni, da cui il regime liberale uscì rafforzato e le forze conservatrici e reazionarie battute, ma con lo strascico di una conflittualità sociale endemica, che avrebbe avuto un altro episodio significativo con la i settimana rossa » del 1914. In Spagna all'instabilità del regime liberale si accompagnò una forte sedimentazione di tendenze rivoluzionarie, di cui si sarebbero visti i frutti col tempo. In Russia si ebbe addirittura (1905) una rivoluzione, repressa nel sangue, ma anch'essa foriera di futuri scuotimenti.

Non meno significative le tendenze della vita culturale; ma non tanto da tutto ciò quanto, piuttosto, dai contrasti fra le grandi potenze venne fuori la miscela esplosiva su cui si infransero l'ordine e la pace di quel mondo. Nonostante tutto, e sia pure attraverso difficoltà e contraddizioni, liberalismo e democrazia mostravano una complessiva capacità di assicurare alla lunga un quadro di risoluzione dei grandi problemi morali e materiali, sociali ed economici dell'epoca. Le gare di potenza vennero, invece, mostrando di non potere e non saper seguire che una logica di tempi assai stretti inconciliabile coi tempi lunghi degli sviluppi sociali. E ciò mentre anche su questo piano l'emergere degli Stati Uniti e del Giappone come grandi potenze economiche e militari (i primi batterono la Spagna nel 1898 e il secondo la Russia nel 1905) mostrava che l'egemonia mondiale dell'E. non era più incontrastata.
Alla fine le tensioni tra le potenze europee portarono nel 1914 alla guerra tra Germania, Austria e Turchia, da un lato, e Francia, Russia e Gran Bretagna, dall'altro.
L'Italia, lasciando la Triplice Alleanza, si schierò contro l'Austria nel 1915 e la Germania nel 1916. Il Giappone fu pur esso contro la Germania. Gli Stati Uniti entrarono in guerra nel 1917. La Serbia (per regolare i conti con la quale l'Austria, con l'approvazione di Berlino, aveva iniziato le ostilità), la Bulgaria, la Romania, il Portogallo entrarono anch'essi nel conflitto, che da europeo (per il suo estendersi alle colonie dei paesi belligeranti) era subito diventato mondiale e si concluse soltanto nel novembre 1918.

Dal punto di vista militare la guerra contraddisse, peraltro, tutte le previsioni. Non ebbe corso l'azione rapidamente risolutiva concepita dalla Germania nel 1914 contro la Francia, violando la neutralità belga per ripetere con maggiore sicurezza la vittoria del 1871 ; né ebbe maggiore successo il « rullo compressore« della fanteria russa, in cui si confidava ricordando le guerre napoleoniche. Si venne così a una guerra di logoramento, in cui contarono le risorse generali dei paesi belligeranti, di gran lunga meno abbondanti per la Germania che per i suoi nemici. La sconfitta tedesca divenne perciò, specialmente dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti, un evento fatale, che la grande prova militare del paese poté ritardare, non evitare. Sia nel campo dei vincitori che in quello dei vinti la guerra creò, comunque, enormi problemi. Nel corso stesso della guerra questi elementi procurarono il crollo del regime zarista in Russia nel marzo 1917 e nel successivo novembre l'avvento al potere della frazione maggioritaria (bolscevica) ed estremistica dei socialisti russi, di cui era a capo Lenin. Questi portò subito il paese fuori dalla guerra, cedendo alle richieste, per quanto esose, dei Tedeschi vincitori, e diede l'avvio a un regime comunista. I trattati di pace non facilitarono una stabilizzazione del continente.
Quello imposto alla Germania a Versailles costò ad essa la perdita di oltre un quinto del proprio territorio (Alsazia e Lorena alla Francia; Slesia e Pomerania in gran parte alla Polonia), la divisione di questo territorio in due parti, un'enorme cifra a riparazione dei danni di guerra arrecati ai nemici, lo smantellamento dell'industria bellica, un regime di tutela per la Saar, la smilitarizzazione della Renania e un disarmo praticamente completo. Dalle ceneri del dominio asburgico uscirono tre Stati : Austria, Cecoslovacchia e Ungheria, mentre Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina andarono a ingrandire la Serbia e a formare con essa il Regno serbo-croato-sloveno o Iugoslavia, il Trentino e la Venezia Giulia passavano all'Italia e la Transilvania alla Romania.
Con terre già di sovranità austriaca, tedesca e russa si formò una grande Polonia, restituendo l'indipendenza a quel popolo a un secolo e mezzo dalla sua prima spartizione. I paesi baltici, anch'essi sottratti alla Russia, formarono le repubbliche di Estonia, Lettonia e Lituania e indipendente divenne pure la Finlandia. La Romania si ingrandì con territori già russi, oltre che con la Transilvania e la già bulgara Dobrugia, mentre la Turchia europea era ridotta ad una piccola regione intorno a Costantinopoli, poiché era diventata indipendente anche l'Albania, e la nuova Iugoslavia si annetteva gran parte della Macedonia, contesa a lungo con Grecia e Bulgaria, e il piccolo principato del Montenegro. Queste sistemazioni si sarebbero rivelate relativamente durature, nonostante varie e profonde modificazioni posteriori.

Netta era la riduzione di importanza della Russia, precipitata, oltre tutto, in una guerra civile fra « bianchi » e « rossi », che si sarebbe placata solo nel 1922, quando nacque l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Non riuscirono, però, i tentativi di esportare immediatamente la rivoluzione al di là dei confini. In Polonia i Russi furono battuti nel 1921, e già era caduto il regime comunista instaurato in Ungheria. Si pensò allora ad un « cordone sanitario », che isolasse politicamente, il nuovo stato sovietico e impedisse la trasmissione del fermento rivoluzionario negli altri paesi europei. In ogni caso, la posizione internazionale del nuovo stato non fu più quella del vecchio impero. L'URSS attinse ora la sua maggiore importanza internazionale al ruolo di centro mondiale del movimento comunista, organizzato nel 1919 in una Terza Internazionale in contrapposizione alla seconda, che, dopo essere andata in crisi con la guerra, cercava di riaffermare le posizioni del socialismo democratico. Anche indipendentemente dalle sollecitazioni di Mosca e della Terza Internazionale, un'ondata » rossa i attraversò, tuttavia, egualmente l'E. nei primi anni del dopoguerra. La Germania vinta ne fu un grande epicentro. Ad assicurare il superamento della fase di maggiore tensione fu un governo socialdemocratico. La repubblica, la cui capitale fu posta a Weimar, ebbe una vita instabile e difficile. Già nel 1923 una nuova forza politica, il partito nazionalsocialista fondato da Adolf Hitler, si faceva interprete delle spinte nazionalistiche e revanscisti-che, tentando a Monaco un colpo di stato miseramente fallito.

Sopravvennero anche in E. i « ruggenti anni Venti », che, come negli Stati Uniti, segnarono una grande fase di espansione dell'economia. Poi, sopravvenuta la crisi economica mondiale nel 1929, in tutto il continente i regimi liberaldemocratici subirono nuove e più gravi scosse. In Germania inflazione e disoccupazione, oltre che nazionalismo e revanscismo, agli inizi del 1933 portarono al potere Hitler, che ancor più rapidamente di Mussolini, da lui considerato suo maestro, instaurò nel paese un regime totalitario a partito unico. Contemporaneamente in Unione Sovietica il comunismo dava luogo a una forma parallela, benché opposta, di totalitarismo, che ebbe nella leadership ben presto conseguita da Stalin dopo la morte di Lenin la sua massima espressione. Sia in Germania che in Unione Sovietica i nuovi regimi conseguirono grandi risultati economici e sociali. Al loro fondo (come, d'altronde, del fascismo italiano) si leggeva un volontarismo che opponeva alla realtà e alle leggi delle strutture materiali la forza di volontà e la creatività di uno slancio etico-politico di natura del tutto particolare. Le differenze fra i tre modelli totalitari erano, tuttavia, profonde. Né in Germania, né in Italia risultava sconvolta la generale struttura borghese della società; e, anzi, i regimi vigenti suonavano come una riaffermazione e una assicurazione degli interessi della borghesia rispetto alla ondata rossa » seguita alla guerra. Nell'Unione Sovietica, invece, lo sconvolgimento sociale era stato totale, ma non ne era seguito il regime di eguaglianza socialista, bensì il dominio di una forza politica, il Partito comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), sulla società e sullo stato ed esso si traduceva, di fatto, nel dominio dei ceti e dei gruppi che o nel partito o come suoi emissari e fiduciari guidavano la trasformazione economica e assicuravano la stabilità e le fortune del regime. In forza di queste differenze si potevano riconoscere nel nazismo e nel fascismo i tratti di un processo sociale assente in URSS, ossia l'affermazione dei ceti piccoloborghesi, che ora imponevano in pieno la loro presenza nella società. Il modello totalitario nelle sue varie espressioni convergeva, invece, in una serie di altre caratteristiche, che ne facevano un'esperienza fondamentale del mondo contemporaneo. Si trattava, infatti, di regimi che esprimevano ormai appieno la natura di massa della società contemporanea. Le tecniche del consenso congeniali a questa società erano fondate, innanzitutto, su un uso intensivo dei mezzi di comunicazione di massa assicurati dal progresso industriale (radio, cinema, stampa, ecc.) e su uno sfruttamento parimenti intensivo di canali privilegiati della comunicazione sociale (dalla scuola a sedi istituzionali e non istituzionali) e di forme collettive di riconoscimento e di persuasione (divise, distintivi, cerimonie, adunate, ecc.). L'identificazione sostanziale tra capo, stato e partito andava ben oltre (facendone tutt'altra cosa) gli stessi sistemi di costruzione delle convinzioni e del consenso, che nei paesi industrializzati indubbiamente servivano, nello stesso tempo, alla affermazione e commercializzazione dei nuovi prodotti dell'industria e di cui la politica in quei paesi aveva cominciato a servirsi. Delle tecniche più avanzate si serviva egualmente l'azione repressiva dei regimi totalitari, che rendeva la loro dimensione poliziesca (a parte la legislazione soppressiva dei diritti politici e civili e i sistemi violenti, dalla tortura all'assassinio e alle « spedizioni punitive », adottati in via ordinaria) particolarmente efficace. Le risposte del mondo liberaldemocratico alle sfide di un tale avversario furono largamente incerte. Anche in Francia e in Gran Bretagna furono molto diffuse le simpatie per Hitler e, soprattutto, per Mussolini, in quanto garanti della repressione che aveva fermato le forze « sovversive », i «rossi », e garantito l'ordine sociale vigente reprimendo l'indisciplina sociale e l'instabilità politica a cui apparivano troppo esposti i regimi di libertà.

A sua volta, l'intellettualità europea (e, tra essa, in particolare quella ebraica) sentì fortemente il fascino della rivoluzione di cui l'URSS era protagonista, vide in Stalin un nuovo e più alto e conseguente Robespierre e si disaffezionò largamente (anche per la sfiducia determinata dai cedimenti dei regimi e delle opinioni liberali e democratici) ai valori della libertà in quanto fondati su costituzioni e regimi parlamentari. Superati gli anni della prosperità, il decennio 1930-40 vide affermarsi in tutta l'E. dal Baltico all'Egeo (con la sola eccezione della Cecoslovacchia) e nella Penisola Iberica una serie di regimi dominati dai ceti agrari e dalla più o meno pronunciata fisionomia fascista e tradizionalistica. L'evidenza di un più generale trionfo delle destre spinse, da un lato, i comunisti della Terza Internazionale a mutare atteggiamento, invocando ora l'unità antifascista e cessando di considerare liberaldemocratici e socialisti democratici come partecipi della spinta reazionaria e totalitaria che si denunziava nel fascismo. Dall'altro lato, essa spinse il socialismo europeo, che pure non aveva avuto esitazioni a respingere nella sua grande maggioranza la tentazione rivoluzionaria e le soluzioni, a loro volta totalitarie, del comunismo, approfondendo la propria vocazione democratica, a considerare l'opportunità di una unità delle forze democratiche e di sinistra per fermare l'espansione fascista e per assicurare un movimento di promozione di consistenti riforme politiche e sociali. Fu l'epoca dei « fronti popolari », come quello che nel 1936 giunse al potere in Francia e quello che contemporaneamente si affermò in Spagna. In Spagna, però, la vittoria frontista portò alla reazione che, guidata dai militari al comando del generale Francisco Franco, diede luogo ad una lunga guerra civile (1936-39).

Ma in realtà, la scena politica europea era sempre più dominata dalle questioni dei rapporti internazionali, nelle quali risaltò subito l'insufficienza della Società delle Nazioni, fondata nel 1920 per assicurare una soluzione pacifica di eventuali contrasti. Alla fine degli anni Venti si era, anzi, delineata la possibilità di un'intesa franco-germanica (promotori Briand e Stresemann), intorno alla quale sembrò possibile costruire un nuovo ordine europeo. Ma il panorama, insicuro benché ancora stabile, mutò dopo l'avvento al potere di Hitler, un nuovo avvio della politica di Mussolini e l'inizio della guerra civile in Spagna. Hitler, disconoscendo una clausola essenziale del trattato di pace, iniziò il riarmo del paese. Mussolini giudicò maturo il momento per una grande iniziativa internazionale del suo regime, che negli anni precedenti aveva condotto una politica di stabilizzazione economica, di grandi opere pubbliche e di provvedimenti sociali, da cui era derivato un più forte consenso dell'opinione pubblica. Nell'ottobre 1935 egli dichiarò, perciò, la guerra all'Etiopia. Nel maggio 1936 l'Etiopia era vinta, sottomessa e ridotta a colonia italiana col rango di Impero. La Germania, che non aveva partecipato alle sanzioni decise contro l'Italia dalla Società delle Nazioni, approfittò della situazione per rimilitarizzare la Renania. La reazione britannica e francese fu praticamente nulla. Ora anche la politica tedesca assunse un ritmo più rapido. Già nel 1934 Hitler aveva esercitato una forte pressione sull'Austria, in vista di un suo Anschluss o riunione al grande Reich tedesco. Allora Mussolini aveva reagito, fermandolo. Ma poi fu col sostegno italiano che Hitler poté non solo realizzare l'annessione dell'Austria, ma anche quella delle regioni della Cecoslovacchia abitate da tedeschi (i Sudeti), privando così quest'ultima di elementi essenziali per la sua sicurezza. In seguito, Berlino fece di parte della Cecoslovacchia un suo protettorato (Boemia e Moravia). Gran Bretagna e Francia si rassegnarono a Monaco (1938) a una mediazione di Mussolini, cui si fece grande merito di avere evitato la guerra, che appariva nella logica dei fatti. Da Londra e da Parigi si sperava che l'espansionismo hitleriano si sarebbe fermato. In realtà, Monaco ne fu un grande incoraggiamento e il significato negativo di quell'accordo fu ulteriormente sottolineato dalla sottoscrizione di un'alleanza difensiva e offensiva tra Italia e Germania (Patto di Acciaio, 1939). In Spagna, dove intanto i comunisti avevano acquisito un'influenza determinante, vincevano i nazionalisti di Franco e instauravano un nuovo regime parafascista. Anche per bilanciare l'espansionismo tedesco Mussolini occupò allora l'Albania, attribuendone la corona ai sovrani d'Italia. Era evidente quanto si fosse vicino ad un limite insuperabile di rottura. I tentativi di riavvicinamento italo-britannico e italo-francese fatti dopo la guerra d'Etiopia non si rivelavano duraturi, mentre Hitler avanzava ora altre rivendicazioni per ottenere dalla Polonia Danzica e il collegamento territoriale tra le due parti della Germania, separate dal «corridoio polacco » stabilito nel trattato di Versailles. Mutato atteggiamento, Francia e Gran Bretagna si orientarono allora anch'esse a un'intensificazione del loro armamento e diedero la loro garanzia di sostegno alla Polonia. Si giocò, quindi, una serrata partita diplomatica. Deciso alla guerra, Hitler cercò e trovò, battendo sul tempo Londra e Parigi, che avevano preso la stessa iniziativa, un accordo con Mosca, che con la prospettiva di reciproci vantaggi territoriali dissolveva per lui il rischio di una guerra su due fronti e per Mosca il timore di essere giocata dalle potenze occidentali come luogo su cui scaricare la pressione espansiva della Germania. Al Fiihrer ciò consentiva di iniziare il le sett. 1939 l'azione che doveva andare ben oltre le precedenti sue rivendicazioni ed eliminare la Polonia come stato indipendente. Londra e Parigi onorarono allora la loro garanzia. Mussolini, sorpreso dall'accelerazione da lui non prevista dell'azione di Hitler, proclamò un'equivoca neutralità italiana, definita come «non belligeranza» e solo nel 1940 si schierò con Hitler, che aveva intanto piegato sia la Polonia che la Francia. La Gran Bretagna, rimasta sola, resistette. Hitler si volse allora (giugno 1941) contro l'URSS per eliminare l'ultima potenza militare sul continente. Non vi riuscì. Nel dicembre il Giappone attaccò gli Stati Uniti. La guerra divenne ancor più « mondiale » di quella del 1914, e si concluse nel 1945 con la totale sconfitta di Germania, Italia e Giappone. L'Italia perse le sue colonie e la Venezia Giulia. La Germania, amputata di tutte le sue regioni orientali, ridotta alla metà di quel che era nel 1914, fu occupata per due terzi da Americani, Britannici e Francesi e per un terzo dai Sovietici, mentre Berlino fu divisa egualmente e costituì una enclave autonoma nella zona sovietica. La frontiera dell'URSS slittò fortemente verso ovest, e quella della Polonia si spostò nello stesso senso. Per il resto rimasero in vigore le frontiere prebelliche.

Dopo di allora alcuni processi appaiono dominanti nella storia europea. In primo luogo, se la guerra aveva messo in evidenza l'ormai indiscutibile primato degli Stati Uniti, aveva pure qualificato l'Unione Sovietica come di gran lunga maggiore potenza del Vecchio Continente. Rapidamente apparve chiaro come non solo la Francia, ma neppure la Gran Bretagna vincitrice del conflitto fosse in grado di sostenere il peso extraeuropeo del suo impero e della sua posizione prebellica. L'Unione Sovietica risultava l'unica potenza europea con effettiva proiezione mondiale. E ciò anche perché, in ancora maggior misura di prima della guerra, aveva luogo una fortissima espansione internazionale del movimento comunista; Mosca poté così dare vita nel 1947 a una nuova Internazionale, il Cominform. L'elemento ideologico e quello costituito dal grado di potenza globale raggiunto dall'Unione Sovietica la fecero allora considerare in Occidente come un'« altra E. », estranea ed ostile alla più autentica tradizione europea. Si diffuse nella maggior parte dell'opinione occidentale la convinzione che la vera E. s'identificasse con la «piccola E. », che ricalcava, con lieve eccesso, lo spazio dell'E. carolingia. In secondo luogo, in questa piccola E. ancor più rapidamente venivano risanate le ferite della guerra e si iniziava un'espansione economica, che ne avrebbe fatto di nuovo un'area il cui sviluppo era superato o pareggiato solo da quello degli Stati Uniti e del Giappone. Vi contribuì in maniera decisiva il cosiddetto « piano Marshall », offerta di aiuto e di impegno per la ripresa economica e il risanamento finanziario di tutti i paesi europei già belligeranti, che gli Stati Uniti avanzarono nel 1948. L'Unione Sovietica respinse l'offerta, e costrinse a respingerla anche paesi come la Cecoslovacchia, ricadenti nella sua sfera di influenza. Ma alla fine degli anni Cinquanta era già evidente una netta differenza del ritmo di sviluppo rispettivo dell'Occidente e dell'Oriente europeo, che, quindi, consolidava la contrapposizione delle due Europe. Al fattore di potenza e a quello economico se ne aggiungeva, nel determinare lo stesso effetto, un terzo, legato alla rottura delle alleanze di guerra, che erano state cementate ben più dal bisogno di contrastare l'espansione e le ideologie dei paesi vinti che da effettiva solidarietà politica e ideale fra democrazie occidentali e comunismo sovietico.

L'E. fu a lungo il teatro più rappresentativo e rischioso della « guerra fredda» così iniziata. Tra il marzo 1948 e il maggio 1949 si ebbe lo sviluppo cruciale del blocco della parte occidentale di Berlino da parte dei Sovietici. Solo con un gigantesco ponte aereo gli Stati Uniti e le potenze occidentali occupanti l'ex capitale germanica riuscirono a superare la grave crisi politica nata da un sostanziale assedio. Nello stesso tempo nei paesi orientali ricadenti nell'area di influenza sovietica (Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania, Iugoslavia, Bulgaria, Albania) venne imposto, conculcando ogni aspirazione e manifestazione di libertà, un regime comunista. Si formò così il campo delle cosiddette « democrazie popolari », eufemismo che non celava la netta divisione europea tra regimi totalitari e regimi liberaldemocratici rispettivamente a Est e a Ovest. In Grecia solo una lunga guerra civile, fino al 1949, evitava uno svolgimento analogo.

In opposizione alla forte pressione sovietica e comunista, si ebbe prima una Unione europea occidentale (Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) e poi, nell'aprile 1949, il Patto Atlantico (NATO) con l'adesione dei paesi dell'Unione e di Stati Uniti, Canada, Italia, Portogallo, Norvegia, Danimarca e Islanda. Nello stesso tempo in Germania la zona di occupazione occidentale e quella orientale si organizzavano in due stati, l'uno federale e democratico con capitale Bonn, l'altro comunista con capitale Berlino Est. La Germania Federale aderì nel 1954 al Patto Atlantico, al quale rispose allora il Patto di Varsavia fra l'URSS e i paesi comunisti dell'E. orientale. Fra questi non era più dal 1948 la Iugoslavia, che aveva rotto i suoi rapporti con Mosca, rifiutando la « satellizzazione » imposta di fatto dall'Unione Sovietica nella sua sfera d'influenza. Nel 1952 erano entrati nell'alleanza atlantica anche Grecia e Turchia. La divisione della Germania divenne, a tutti gli effetti, il principale fattore di contrasto fra le due alleanze, contrasto consolidato dall'erezione di un muro fra Berlino Est e Berlino Ovest nel 1961. In quarto luogo, la diminuzione di potenza europea induceva le classi dirigenti occidentali a un profondo ripensamento della posizione internazionale dei rispettivi paesi, che si concretò in una serie di iniziative comunitarie che prospettavano la piccola E. » come una sempre più concreta area unitaria, capace anche di costituire un nuovo soggetto storico.

Il declino europeo era rapidamente confermato dal processo di decolonizzazione dei grandi imperi delle antiche maggiori potenze. Iniziata con l'indipendenza riconosciuta dalla Gran Bretagna all'India (e, in sostanza, anche ai suoi vecchi dominions), già nel 1947, e poi via via alle altre colonie britanniche, la decolonizzazione ebbe aspetti più drammatici per la Francia in Indocina e in Algeria, per i Paesi Bassi, o per il Belgio.
Alla fine degli anni Sessanta solo piccoli resti dei vecchi imperi mantenevano lo status di colonie europee. Ultime, a seguito di lunghe guerriglie, a ricevere l'indipendenza erano, negli anni Settanta, le colonie portoghesi.
D'altra parte, dopo il 1945, la Gran Bretagna si lasciava rapidamente sostituire dagli Stati Uniti nei suoi impegni nelle sue antiche aree coloniali. Proprio dalla Gran Bretagna partiva nello stesso tempo l'appello a una nuova collaborazione, che si concretò nella istituzione di un Consiglio d'Europa (5 maggio 1949), inteso come organismo di collaborazione politica fra i paesi membri. Non fu, però, la collaborazione politica, bensì quella economica a far registrare i maggiori successi, con varie iniziative culminate prima in una Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA, tra Francia, Italia, Germania Federale, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) nel 1951, poi in una Comunità economica europea (CEE) o Mercato comune e in una Comunità europea per l'energia atomica (Euratom, fra gli stessi paesi) nel 1957, a cui si affiancò nel 1959 una Associazione europea di libero scambio (EFTA), promossa dalla Gran Bretagna (con Svezia, Norvegia, Danimarca, Svizzera, Austria e Portogallo) anche in concorrenza col Mercato comune. Un grave insuccesso toccò, invece, nel 1954 al tentativo di una Comunità europea di difesa (CED, tra gli stessi paesi della CECA), confermando la difficoltà di un'integrazione politica, alla quale si opponevano in pari misura le correnti del nazionalismo ancora forti specialmente in Francia, i vari partiti comunisti e la riluttanza britannica a rinunciare alla propria tradizione di mani libere nei confronti del continente, oltre che al perseguimento di un rapporto speciale con gli Stati Uniti. Tuttavia, negli anni Settanta gran parte dei paesi dell'EFTA entravano nel Mercato comune e la «piccola E.» a sei della CEE diventava in ultimo l'E. dei Dodici (con in più Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna e Portogallo), con iniziative importanti come un nuovo Sistema monetario europeo (SME) nel 1978, la messa a punto di una politica energetica comune nel 1979 e la fissazione al 1° genn. 1993 di una fase di più stretta integrazione nella circolazione dei beni e delle persone. D'altro canto, superate le varie resistenze, anche l'integrazione politica riprese slancio, con l'elezione di un parlamento europeo, parallelo alla CEE, a suffragio universale a partire dal 1979 e con la frequente assunzione di posizioni comuni sui grandi problemi internazionali. Ma la sfasatura tra economia e politica rimaneva e non permetteva ancora di parlare davvero di unione europea.

A questi processi ad Occidente, Mosca opponeva nel 1949 la formazione di un Consiglio di mutua assistenza economica (COMECON), che però non riuscì ad assumere un peso analogo a quello delle comunità europee occidentali. Nell'area comunista si registravano, anzi, fermenti che andavano politicamente in senso opposto, anche per effetto delle vicende interne dell'URSS. Qui la dittatura di Stalin toccava l'apice dopo la guerra, culminando in quello che fu definito un culto della personalità. Alla sua morte, nel 1953, sembrò aprirsi una fase di disgelo sia nelle relazioni fra Est e Ovest che all'interno. Nel 1956 essa assunse l'aspetto di una destalinizzazione ad opera di Chruscév. Non si toccò, però, in nulla la sostanza totalitaria del regime, che, caduto Chruscév, sembrò messa in ulteriore e nuova evidenza sotto Breznev, segretario del PCUS dal 1964 e poi presidente e maresciallo dell'URSS.
Nei paesi satelliti la morte di Stalin, il disgelo e la destalinizzazione provocarono una serie di agitazioni e rivolte (a Berlino nel 1953, in Polonia e Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, in Polonia nel 1970 e 1976), tutte represse con la forza o con l'intervento armato sovietico.
Nella politica internazionale fasi di distensione si alternarono con fasi di aspro contrasto e di vera e propria crisi (in particolare, per l'impianto di missili sovietici a Cuba nel 1962), benché le prime tendessero a prevalere. Con Breznev la politica di potenza e di espansione ideologica sovietica toccò, comunque, il massimo. L'URSS si dotò di armamenti competitivi rispetto a quelli americani e occidentali, appoggiò i movimenti antioccidentali in ogni parte del mondo (specialmente in Indocina e nei paesi arabi) e giunse nel 1979 a invadere l'Afghànistàn. Solo alla morte di Breznev nel 1982 si sarebbe aperto un processo davvero diverso.

Anche il campo occidentale subì vari travagli. La leadership americana trovò una varia resistenza nelle forze della sinistra e del nazionalismo europei. Nel 1956 l'intervento armato franco-britannico contro la nazionalizzazione egiziana del Canale di Suez fu osteggiato duramente e fermato dagli Stati Uniti, sancendo clamorosamente il rispettivo ben diverso grado di potenza. In Francia si ebbe una crisi del regime parlamentare, che portò al potere nel 1958, con una nuova costituzione presidenzialista, de Gaulle, al quale si dovette, oltre il fallimento della CED, una politica di autonomia rispetto al Patto Atlantico e all'URSS. Inoltre, si manifestò, nella seconda metà degli anni Sessanta, un notevole mutamento del clima politico e culturale. Anche nel mondo cattolico si ebbe un rivolgimento profondo col papato di Giovanni XXIII (1958-1963) e col concilio Vaticano II da lui indetto.

Nel 1968 esplose la « contestazione », una rivolta ideologica ai valori « occidentali» quali erano stati fino allora intesi, che sembrò mettere a repentaglio la stessa presidenza di de Gaulle in Francia. Sul tronco di essa si innestarono movimenti extraparlamentari di estrema sinistra e negli anni Settanta anche gruppi terroristici, particolarmente forti in Germania e in Italia (dove nel 1978 fu assassinato Aldo Moro). Negli stessi anni Settanta agitò i paesi europei occidentali una grave crisi economica, innescata anche da una nuova politica dei prezzi da parte dei paesi produttori di petrolio, e da grandi agitazioni sindacali, lotte sociali, dissensi clamorosi. Le spinte di sinistra, forti dopo il 1945, ma riassorbite nella dialettica democratica durante gli anni Sessanta e Settanta, toccarono allora il massimo, così come il processo di revisione e di critica del ruolo dell'E. nella storia del mondo moderno, esplicitato da forti simpatie e solidarietà per i movimenti antioccidentali e anticolonialisti, per i paesi (come la Cina) che sembravano prospettare nuovi modelli di civiltà, per cause particolari come quella del Vietnam o dei Palestinesi. In Grecia il regime democratico era sovvertito (1967) da una dittatura militare. Nello stesso tempo il solido edificio dello stato nazionale veniva messo in discussione da agitazioni regionali, che davano o ridavano attualità politica a esigenze che apparivano sopite (specialmente nei Paesi Baschi in Spagna e tra Fiamminghi e Valloni in Belgio), mentre si ponevano con forza imprevista anche tensioni internazionali, come quelle per l'Ulster tra Irlanda e Gran Bretagna e per Cipro tra Grecia e Turchia. Nella Repubblica Federale di Germania tendenze naturali e aspirazioni alla riunificazione nazionale si fondevano nella Ostpolitik, la nuova politica verso l'Est, che impegnava la socialdemocrazia tedesca e il suo leader Willy Brandt in un'azione di distensione internazionale e di cooperazione e di penetrazione economica tedesca, che sollevava più di una preoccupazione nei paesi occidentali. E ciò anche perché nello sviluppo economico dell'E. postbellica la Germania Occidentale si configurava da sola come un gigante economico in grado di rivestire ruoli politici non meno protagonistici di quello rivendicato alla Francia da de Gaulle.

In Italia la vicenda politica del paese, in cui era presente il più forte partito comunista dell'Occidente, appariva fossilizzata da una mancanza di alternativa al governo dei democratici cristiani e dei partiti centristi che dal 1947, integrati nel 1964 dai socialisti, erano al potere. Cadevano, infine, gli ultimi regimi illiberali : in Portogallo nel 1974, ma dando luogo ad un periodo di agitazioni, che dopo alcuni anni lasciò una solida base alla democrazia ; in Spagna dopo la morte di Franco nel 1975, con passaggi graduali che durarono anch'essi alcuni anni ; in Grecia nel 1974, con maggiore tranquillità, ma soffrendo molto della questione di Cipro, che portò ad una crisi nei rapporti con la NATO.

Con gli anni Ottanta sopravvenne, poi, una serie di svolte destinate a mutare rapidamente le tendenze che sembravano essersi duraturamente affermate dalla fine degli anni Sessanta. A Ovest si affermava una ripresa liberal-democratica di vasto respiro, che influenzò profondamente (e in parallelo con quanto accadeva negli Stati Uniti) l'indirizzo di governo dei maggiori paesi (Gran Bretagna, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia). La crisi economica era completamente superata. Annullate le difficoltà petrolifere, lo sviluppo economico riprendeva in proporzioni insperate e coinvolgeva paesi come la Spagna che ne erano rimasti fino ad allora al margine. Il terrorismo andò declinando, mentre i grandi mutamenti della vita sociale dovuti al progresso tecnico ed economico facevano sorgere esigenze nuove, di cui un tipico esempio furono i movimenti ecologisti, diventati allora forze politiche da cui non si poteva più prescindere. Nel mondo cattolico, pur tra molte oscillazioni, si consolidavano le riforme del concilio Vaticano II, concluso da papa Paolo VI (1963-78). L'elezione a papa del polacco Giovanni Paolo II (il primo papa non italiano dopo 455 anni) diede nuovo slancio alle rivendicazioni cattoliche nell'E. Orientale e all'azione ecumenica e pastorale della Chiesa. Fu, però, soprattutto a Est che le cose mutarono a fondo. Con Michail Gorbaèév si apriva in Unione Sovietica un'effettiva revisione del sistema, che manifestò una crisi profonda sia nelle sue strutture materiali che nei suoi stessi fondamenti ideologici ed etico-politici. In breve tempo si ebbe una sostanziale rinuncia alla competizione diplomatico-militare e tecnico-economica con gli Stati Uniti ; fu liquidata l'impresa in Afghanistan; fu iniziato un disarmo parziale unilaterale. Ben più importante fu che si accettassero le spinte riformatrici nei paesi satelliti, a cominciare dalla Polonia, dove l'elezione di un papa polacco rinvigorì la tradizionale congiunzione fra causa nazionale e sentimento religioso e si formò un movimento politico-sindacale (Solidarnoàé), presto rivelatosi la forza di gran lunga maggiore del paese. Nel giro di pochissimi anni queste spinte raggiunsero una consistenza tale da provocare fra il 1989 e il 1990 la caduta di tutti i regimi comunisti nelle cosiddette democrazie popolari, l'abbattimento del muro di Berlino e la riunificazione della Germania. Solo in Bulgaria, Romania e Albania, mutato nome e programma, il partito comunista pur contestato poté mantenere il potere. Anche il Patto di Varsavia finiva con l'essere sciolto. Rivendicazioni nazionali e democratiche si avevano nella stessa URSS, certamente accelerate dalla politica di riforma inaugurata da Gorbacév con l'enunciazione di un programma di perestrojka (ristrutturazione) e di glasnost' (trasparenza) del regime. I tre stati baltici annessi nel 1940, i paesi del Caucaso (Georgia, Azerbaigian, Armenia, questi ultimi scossi da forti rivalità etniche), la Moldavia reclamarono in pratica l'indipendenza. Intanto riprendeva più liberamente la sua vita la Chiesa ortodossa. Si profilava un potenziale problema per il peso demografico crescente dell'elemento musulmano dominante nei paesi dell'Asia Centrale sovietica. Nella stessa Russia propriamente detta sorgeva un movimento autonomista e nazionalista in esplicita contrapposizione alla dirigenza sovietica ; e fermenti analoghi, benché meno forti, si manifestavano in Ucraina. Alla fine, anche la mediazione di Gorbaèév nel portare avanti la sua azione innovatrice mostrava i suoi limiti. Nell'estate 1991 un colpo di stato tentato da forze a lui vicine, ma più legate al vecchio regime, fallì miseramente e lo coinvolse fino a provocarne la caduta. Clamoroso fu allora il cedimento della stessa URSS, rinnegata da tutti i suoi componenti e mal sostituita dalla formale costituzione di una Comunità di Stati Indipendenti. In realtà, la Russia riprendeva la sua antica personalità storica, liberalizzando sempre più le strutture e i suoi ordinamenti e riallacciandosi alle sue tradizioni nazionali e religiose. Lo stesso, con le variazioni imposte dalla rispettiva storia, accadeva in tutti i paesi già membri dell'URSS e ora anche formalmente indipendenti, benché sempre più agitati da contrasti etnici ; contrasti che contemporaneamente agitavano un altro paese già comunista, la Iugoslavia, e ne provocavano la dissoluzione in vari stati indipendenti (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro).

All'inizio degli anni Novanta si delineava perciò la prospettiva di una considerevole ricomposizione più unitaria e omogenea del mondo europeo, analoga a quella prevalsa nel sec. 19° e interrotta dal 1914, sotto il segno delle idee liberaldemocratiche, socialdemocratiche e democristiane. Tornavano in auge sia i principi dell'economia di mercato che i valori della società industriale avanzata e « affluente », mentre dal Terzo Mondo e dall'E. Orientale si rovesciava sulla prospera E. Occidentale, in declino demografico, una grandiosa ondata immigratoria. Nei decenni precedenti erano ricorsi spesso i timori di una vera e propria finis Europae e i paralleli con altri momenti ed esperienze storiche : in particolare, con la fine dell'impero romano e della civiltà « classica ». Ma ad una riflessione minimamente più approfondita risultava chiara la profonda novità della nuova e inedita fase della sua storia che l'E. andava vivendo. La leadership tecnica e scientifica e la forza centripeta e formativa della cultura non erano più un suo monopolio. Su questo piano l'E. si trovava a un livello medio tra la sua ridotta forza politica e militare e la sua cresciuta e crescente forza economica e culturale. Ma soprattutto apparivano vitali e attive molte delle idee-forza e dei valori che ne avevano sorretto lo sviluppo millenario. Discussi in E., le idee-forza e i valori della nazione, del progresso, della libertà, della democrazia erano stati affermati e rivendicati al di fuori di essa e costituivano largamente i principi in nome dei quali ci si era ribellati e ci si ribellava ad essa e alla sua tradizione. Non era, quindi, lo spettro di un « nuovo medioevo i a dominarne l'orizzonte quanto, piuttosto, il profilo di un travaglio faticoso e profondo in vista di una trasformazione che ora più che mai, e sia pure in un quadro mondiale così mutato, riguardava insieme l'E. e il resto del mondo.
 

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