La psicopatologia della vita quotidiana.
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Atti
mancati ossia lapsus verbali.
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L'interpretazione dei sogni, oltre ad
essere la prima grande opera di Freud e la più importante per il successivo
sviluppo della psicoanalisi, poiché, parallelamente allo studio del sogno,
contiene un'esauriente esposizione della teoria dell'inconscio, al tempo stesso
pone le fondamenta di una nuova psicologia che riguarda non più solo la
patologia mentale, bensì la normale vita quotidiana di tutti eli uomini.
La triplice regressione che Freud mise in evidenza nel sogno: dall'attività
psichica conscia a quella inconscia, dal presente dell'individuo al suo passato
infantile, dal linguaggio di tutti i giorni a quello cifrato dei sogni, se da un
lato consenti una visione completa della vita psichica presente e passata
dell'individuo, dall'altro apri la strada ad una ben più ampia comprensione
delle più svariate espressioni dell'attività psichica umana, dalla mitologia
alla religione, dalla letteratura all'arte, dagli atti mancati alle battute di
spirito.
Dunque, si è visto come la tecnica dell'interpretazione dei sogni benché molto
importante non sia l'unico strumento di cui lo psicoanalista si serve durante
la seduta. In effetti la concreta situazione dell'analisi è una situazione viva:
pertanto è possibile che i diversi strumenti utilizzati risultino insufficienti,
quando non vengano accompagnati dalla continua attenzione ai minimi particolari
dell'intero comportamento del paziente, nella loro relazione con la produzione
verbale. Le differenti espressioni del viso, i movimenti del corpo, gli
atteggiamenti emotivi del soggetto, le alterazioni di voce, i repentini
mutamenti di umore, e molte altre manifestazioni analoghe, assumono spesso
notevole importanza ai tini dell'analisi nell'allargare, confermare o anche
mettere in dubbio i significati emergenti dalle comunicazioni verbali del
paziente.
Tra gli elementi, di cui quindi occorre tener conto, risaltano in modo
particolare tutti quegli "incidenti", o microdisfunzioni, a cui può andare
incontro l'attività psichica nella Psicopatologia della vita quotidiana. Si
tratta cioè rendendo il termine il più possibile esteso, onnicomprensivo
degli "atti mancati, ossia dei lapsus verbali, di lettura e di scrittura; delle
dimenticanze di nomi, di parole e di fatti: della dimenticanza di propositi e di
progetti; delle comuni sbadataggini; degli errori di linguaggio, di memoria e di
azione; degli smarrimenti di oggetti; dell'incidentale rottura di oggetti; dei
piccoli infortuni e delle forme non gravi di autolesione; delle azioni
sintomatiche, abituali o meno, ecc. Come si vede, si ha qui a che fare con
comportamenti che si possono riscontrare tanto in soggetti normali quanto in
soggetti nevrotici. Abitualmente essi vengono considerati comportamenti casuali,
non intenzionali e privi di significato; spesso si tende ad attribuirli alla
distrazione, alla disattenzione, alla negligenza, alla stanchezza, al caso, e
cosi va; ma Freud ha mostrato come i metodi dell'indagine psicoanalitica
consentano di scorgere dietro ad ognuno di essi allo stesso modo che nei sogni
e nei sintomi nevrotici un significato e un'intenzione.
Le dimenticanze di nomi, parole, fatti, sono forse le più semplici da
comprendere: in effetti si tratta sempre o della spiacevolezza intrinseca per
l'Io delle situazioni evocate da tali nomi, parole, o fatti, oppure perché
questi ricordano indirettamente al soggetto, per via associativa, situazioni
spiacevoli. In ogni caso tali elementi sono stati oggetto di rimozione, 'anche
se solo momentaneamente. Nelle dimenticanze è quindi la rimozione a svolgere il
ruolo principale.
Un atto mancato un po' più complesso è il lapsus verbale, che generalmente
consiste nella sostituzione della parola che si intendeva pronunciare, con
un'altra che è in parte o del tutto estranea al contesto del discorso, per cui
il senso ne risulta stravolto; il discorso appare cosi un discorso mancato, cioè
inadeguato ai suoi obiettivi. Con la psicoanalisi si è scoperto che tale
situazione si determina a causa dell'intervento di un'intenzione estranea a
quella che da sola doveva esplicitamente comparire nel discorso. Il lapsus si
rivela così un compromesso tra l'intenzione perturbata e l'intenzione
perturbatrice, un compromesso per paragonare qui il lapsus al sogno tra
l'intenzione "manifesta" e quella "latente". Il non senso, che ne consegue, è
dovuto al fatto che la frase risultante viene ad essere inadeguata tanto come
espressione della prima intenzione quanto della seconda. Che l'intenzione
estranea, per esprimersi, "scelga" il lapsus invece della comunicazione pura e
semplice, si spiega con il fatto che tale intenzione viene rifiutata dall'Io
cosciente e si vede quindi impedita una espressione diretta. Nei lapsus possono
esprimersi tendenze e pensieri che la coscienza respinge in modi più o meno
intensi; possono cioè essere rimossi, nel qual caso sì tratta di pensieri
propriamente inconsci, che non vengono riconosciuti come propri dal soggetto che
pure li ha espressi; ma può anche trattarsi di pensieri che, sia pure
inizialmente non accettati, possono essere meno lontani dalla coscienza e quindi
venire riconosciuti dal soggetto in un secondo momento, per esempio quando gli
vengano fatti notare. In ogni caso l'interpretazione di un lapsus rimane
soltanto un'ipotesi, finché non venga suffragata dalle associazioni libere del
soggetto al lapsus stesso.
Vediamo ora due esempi di "lapsus linguae"; il primo riguarda una normale
conversazione di ordinaria vita quotidiana, il secondo si verifica nel corso di
una seduta psicoanalitica. Nel primo caso un avvocato, vantando le confidenze
che riceveva dai propri clienti, avrebbe voluto dire che essi gli raccontavano
"i loro più intimi guai", ma quello che gli usci dalla bocca fu "i loro più
interminabili guai". Con questo lapsus l'avvocato rivelò all'ascoltatore proprio
quanto gli voleva nascondere, cioè che tutto quello che i clienti gli riferivano
in merito ai loro guai a volte lo seccava e gli faceva desiderare che parlassero
un po' meno di se stessi e non gli facessero perdere tanto tempo (Brenner,
1967). Mentre in questo esempio il significato risulta immediatamente chiaro per
la semplicità della sua struttura e anche per il fatto che il lapsus nasconde
pensieri non rimossi ma solo repressi, il secondo caso è un po' più complicato e
nasconde tendenze meno coscienti:
"un paziente, nel discorrere dell'interesse che aveva avuto da giovane per la
cultura fisica, fece un lapsus, e disse 'cultura fisibile' invece di 'cultura
fisica'. Quando fu richiamata la sua attenzione sulla svista che aveva commesso,
gli accadde che 'fisibile' gli suonasse nello stesso modo che `visibile'. Da lì,
le sue associazioni lo portarono al proprio inconscio desiderio di mostrare agli
altri il proprio corpo nudo, e di vedere a sua volta nudi eli altri.
Indubbiamente questi desideri debbono essere stati un fattore importante, anche
se inconscio, del suo interesse per la cultura fisica. Ma il punto, sul quale
vogliamo richiamare adesso l'attenzione, è la forma del lapsus, prodotto per la
momentanea interferenza dei desideri esibizionistici e scopofilici [ =
voyeuristici] inconsci del paziente con la sua intenzione cosciente di dire la
parola 'fisico'. Ciò che ne è risultato è una sorta di parola ibrida, la quale
ha combinato 'fisica' e `visibile': le due parole sono state condensate in una
sola, contrariamente a tutte le regole linguistiche che caratterizzano i
processi secondari del pensiero. È proprio la condensazione, cioè una delle
caratteristiche dei processi ideativi primari, che consideriamo responsabile
della combinazione di 'fisico' e 'visibile' in 'fisibile'. In altri lapsus si
osservano anche le altre caratteristiche dei processi ideativi di tipo primario:
spostamento, rappresentazione dell'intero mediante una sola parte o viceversa,
rappresentazione per analogia, rappresentazione attraverso l'opposto e
simbolismo, nel senso psicoanalitico del termine. Ciascuna di tali
caratteristiche, o diverse insieme, possono determinare la forma di una svista"
(Brenner, 1967).
Attraverso questa citazione sono emersi non solo i contenuti di un lapsus
intenzione cosciente e intenzione perturbatrice ma anche le modalità formali
che figurano nella sua costruzione.
Ritornando ai contenuti, si può dire che gli atti mancati in genere e i lapsus
tra di essi sono "mancati" solo per quanto concerne il risultato esplicito,
che ci si proponeva di conseguire, che è poi stato impedito o disturbato:
infatti su un altro piano, quello della tendenza latente, che cerca di appagarsi
e di esprimersi, si può senz'altro parlare di un atto "riuscito".
Per quanto riguarda le tendenze che si esprimono negli atti mancati, oltre a ciò
che si è detto sui maggiore o minor grado in cui esse sono rimosse, occorre
specificare che tali tendenze possono avere relazione sia con l'Es che con il
Super-io, mentre l' lo partecipa principalmente con funzioni difensive
(rimoventi); inoltre può accadere che un singolo atto mancato sia
sovradeterminato, che cioè in esso si manifestino contemporaneamente diversi
motivi inconsci, analogamente a quanto si osserva nei sintomi nevrotici e nei
sogni. "Per esempio, una paziente, mentre stava guidando la macchina del marito,
nel bel mezzo del traffico fece una frenata così improvvisa che la macchina che
la seguiva la tamponò, sfasciando il paraurti posteriore della macchina nella
quale lei si trovava. L'analisi di questo incidente ha rivelato un complicato
insieme di motivi inconsci: apparentemente ne erano presenti almeno tre, tutti
differenti tra loro, benché connessi l'uno con l'altro. Da una parte, la
paziente, inconsciamente, era molto arrabbiata con il marito per il modo in cui
la bistrattava: secondo lei, egli non faceva altro che prenderla in giro. Lo
sfasciare la macchina del marito costituiva dunque un'espressione inconscia di
quella rabbia, che essa era incapace di manifestare apertamente e direttamente
contro di lui. D'altra parte, però, si sentiva in colpa per ciò che
inconsciamente voleva fare al marito, per la rabbia che provava per lui, e il
danneggiare la sua macchina costituiva un eccellente motivo per indurlo a
punirla. Infatti, non appena avvenuto l'incidente, si rese conto di essersi
'messa nei guai'. Inoltre, la paziente aveva intensi desideri sessuali, che il
marito era incapace di soddisfare e che lei stessa aveva fortemente rimosso.
Questi inconsci desideri sessuali erano stati simbolicamente soddisfatti con
l'avere un uomo 'ficcato nella (sua) coda', secondo la sua espressione"
(Brenner, 1967). In tal caso si osservano dunque operanti al tempo stesso
desideri aggressivi e sessuali (in relazione con l'Es) e tendenze autopunitive
(legate al Super-io).
Ora, al di là delle differenze osservabili tra gli atti mancati più disparati,
Freud ha dimostrato come non solo essi non siano affatto dovuti al caso, ma come
anzi siano il risultato di processi causali. Egli ha inoltre dimostrato che
distrazione, disattenzione, fretta, affaticamento, ecc., sono tutte le
condizioni che tutt'al più possono facilitare il verificarsi di un atto mancato,
non però produrlo. Il ruolo principale viene sempre svolto da processi inconsci;
per illustrare ciò, Freud ha utilizzato il seguente paragone: se un uomo viene
aggredito e derubato in una strada buia, solitaria e malfamata, egli può sì
attribuire l'incidente alla propria imprudenza, ma, all'atto di sporgere
denuncia del fatto, egli non indicherà, quali autori dell'aggressione e della
rapina, la propria imprudenza o il buio e l'aspetto solitario della strada in
cui l'incidente gli è occorso. Eppure, a ben guardare, è proprio questo il
ragionamento di coloro che considerano la distrazione come la causa (appunto
l'autrice) degli atti mancati. La realtà è che l'uomo è stato aggredito da un
rapinatore il quale, senza dubbio, è stato favorito dal buio e dal fatto che non
c'era gente.
In questa analogia il rapinatore (l'autore dell'aggressione) sta per i processi
inconsci responsabili dell'atto mancato, mentre l'imprudenza e il buio stanno
per i fattori facilitanti quali la distrazione, la disattenzione e la
stanchezza, ecc., quei fattori cioè che creano il terreno, l'occasione
favorevole all'azione di determinati processi inconsci.
La stessa cosa si può dire per i sogni: per sognare è necessario dormire, è cioè
necessario il sonno; se dunque il sonno costituisce la condizione del sogno,
esso tuttavia non ne è la causa, la quale, come si è visto, va ricercata nei
desideri inconsci. Il fatto poi che determinati stati psichici, come la
distrazione, possano favorire il prodursi di atti mancati, si spiega con il
fatto che, quando si è distratti, le azioni cessano di essere guidate da
intenzioni coscienti e tendono a diventare automa-vengono per lo più utilizzate
dalle tendenze rimosse allo scopo di potersi appagare traducendosi in azioni.
Oltre ad analogie con i sogni, gli atti mancati presentano analogie anche con i
sintomi nevrotici: in tutte e tre i casi il soggetto si difende da determinate
tendenze inconsce, in quanto le vive come spiacevoli, ma al tempo stesso trova
un modo, sia pure indiretto, di appagare tali tendenze. In questo senso l'atto
mancato, pur costituendo una disfunzione, un comportamento inadeguato rispetto
agli obiettivi consapevoli, presenta per così dire una sua utilità: può essere
sgradevole il dover fare una determinata cosa, per esempio recarsi ad un
appuntamento, ma, se certe esigenze lo richiedono, l'atto mancato "viene in
aiuto" facendo dimenticare l'appuntamento, anche se poi esso si risolve in un
comportamento inadeguato rispetto alla realtà, come appunto nel caso del sintomo
nevrotico. Ma esistono anche differenze tra i due fenomeni; l'atto mancato,
quando è tale, ha un carattere sporadico, anche se le sue conseguenze possono
diventare durature; è proprio quando perde il suo carattere di sporadicità, per
farsi comportamento sistematico, che l'atto mancato diventa un sintomo
nevrotico, Esiste poi tutta una serie di gradini intermedi attraverso i quali si
passa insensibilmente dall'atto mancato vero e proprio a svariate forme di
inadeguatezza del comportamento quali la persistente tendenza all'infortunio, i
continui insuccessi professionali malgrado le notevoli doti e capacità di cui si
dispone, ecc. .A volte sono solo sfumature quelle che permettono di
differenziare un atto normale da un atto mancato o da un sintomo nevrotico vero
e proprio: si tratta infatti di differenze di grado, non di qualità. In ogni
caso, tuttavia, è possibile rintracciare gli elementi rimossi che determinano i
diversi comportamenti; con ciò ci si può rendere conto di come l'indagine
psicoanalitica sulla psicopatologia della vita quotidiana possa costituire un
solido punto di partenza per una ben più vasta indagine su molti altri aspetti
del comportamento umano, normale o meno che sia.
Freud ha osservato che il presupposto teorico, su cui si basa l'interpretazione
psicoanalitica degli atti mancati, è deterministico: nella vita psichica non
esiste il caso, pertanto in ogni comportamento è possibile reperire un
significato, più o meno nascosto. Lo stesso Freud ha rilevato come questa
maniera di pensare presenti più di una analogia con quella del paranoico da una
parte e dell'uomo superstizioso dall'altra.
Il paranoico tende a scorgere dietro tutti i comportamenti di coloro che lo
circondano precisi significati e intenzioni, di solito riguardanti propositi o
piani contro la sua persona; per lui, infatti, come pure per la psicoanalisi,
nulla di ciò che accade è incidentale, e praticamente ogni mossa degli altri
viene considerata un indizio della giustezza delle sue previsioni.
L'uomo superstizioso crede, come pure lo scienziato, in una sorta di
determinismo universale, nella possibilità di trovare sempre un significato
negli eventi, e guarda ad ogni circostanza fortuita come ad un indizio
significativo.
Vi sono dunque analogie precise fra l'atteggiamento psicoanalitico da una parte
e l'atteggiamento dei soggetti paranoici o superstiziosi dall'altra. La parte di
verità di tali soggetti sta nel fatto di non credere al caso, bensì alla
possibilità di vedere come significativi tutti i comportamenti umani.
Ma vi è pure una notevole differenza: l'interpretazione dei fatti che viene data
sia dal paranoico che dall'uomo superstizioso si basa non su dati obiettivi ma
su semplici impressioni, e non viene controllata, verificata; ciò che
soprattutto la caratterizza è la sistematica proiezione all'esterno di elementi
interni impulsi aggressivi, angoscia, paura, ecc. che intervengono
costantemente a distorcere la corretta percezione della realtà esterna. Se il
metodo psicoanalitico consente di stabilire quanto di distorto esiste in tali
interpretazioni, non si tratta allora semplicemente di respingerle; si tratta
invece di considerarle da un altro punto di vista, appunto quello della
psicoanalisi, per tradurle quindi nel loro reale significato. Ad esempio, un
uomo superstizioso che perde l'anello nuziale il giorno precedente il
matrimonio, può interpretare il fatto come un cattivo presagio e di
conseguenza decidere di non sposarsi perché "sarebbe disastroso forzare il
destino". "Noi non possiamo convenire nella motivazione che costui dà alla
propria rinuncia; giacché il concetto di destino, cosi formulato, e cioè inteso
come qualcosa di cosciente, che preventivamente si manifesta e che una volta
'provocato' o 'forzato', se ne vendica, è privo di senso; ma dal punto di vista
psicoanalitico dobbiamo in certo modo convenire alla conclusione di questo
individuo. Giacché se quell'incidente ha la sua ragion d'essere non in fatti
obiettivi, ma in fatti interni... del soggetto, se è cioè un atto mancato, può
veramente venire considerato significativo: significativo nel senso che può
esprimere la presenza nel soggetto di tendenze in opposizione a quel passo che
egli dovrebbe compiere, e che scartate o rimosse al momento in cui è stata
presa la decisione sono tuttora attive in lui, così da manifestarsi nell'atto
mancato. Farà perciò bene questo individuo a riprendere in esame la situazione
complessiva, ed a tener conto di questi elementi soggettivi, se il passo da
compiersi è veramente tale da richiedere una completa adesione da parte sua"
(Musatti, 1962).
La relazione, che l'uomo superstizioso suppone esistere tra dati eventi nel
caso citato lo smarrimento dell'anello inteso proprio come evento materiale e
non per il movente psichico che lo promuove e determinati fatti del futuro, in
questo caso l'andamento futuro dell'eventuale matrimonio, "non è che il modo con
cui egli interpreta (con una proiezione all'esterno analoga a quella del
paranoico) le forze psichiche che agiscono in lui, che in lui sono rimosse, ma
che tuttavia tendono a farsi luce nella sua coscienza, al modo stesso come,
provocando quei singoli atti mancati, si traducono nel suo comportamento. Cioè
il presentimento tratto da quei fatti non è che la espressione di un oscuro
avvertimento di queste tendenze interiori...", "e quindi, in certo modo, si può
veramente trarre un presagio da incidenti di questo genere... Se teniamo conto
del fatto che lo smarrimento incidentale di un dato oggetto è spesso dovuto ad
una inconscia ostilità per l'oggetto (e insieme per la persona dalla quale esso
ci proviene), possiamo ammettere che un tale incidente costituisca un indizio di
una soggettiva situazione sentimentale, tuttora inconscia e rimossa, ma che può
svilupparsi fino a produrre effetti assai più gravi... Dal punto di vista della
psicoanalisi in tutti questi fatti è possibile vedere un significato, soltanto
perché si tratta di fatti che hanno la loro origine nei meccanismi dello
psichismo del soggetto, e che rivelano perciò la presenza di dati elementi, o
fattori, in quello psichismo. Se si trattasse di puri fatti esterni al soggetto
se cioè... l'anello matrimoniale fosse scomparso perché, tolto dal dito ed
abbandonato per un istante in qualche parte, è stato rubato nessuna
conclusione legittima, naturalmente, ci sarebbe dato trarre da questi
incidenti... Ma non è così, per cui, di fronte a molte superstizioni che
troviamo diffuse nell'umanità, compito della psicoanalisi può essere
precisamente quello di convertire in una chiara consapevolezza l'oscuro
avvertimento di date tendenze nascoste, espresse da quelle superstizioni"
(Musatti, 1962).
PSICOTERAPIA DI COPPIA, PSICOTERAPIA DI
GRUPPO E PSICOTERAPIE BREVI
La necessità di
far fronte a notevoli esigenze pratiche (rendere la cura più rapida ed
accessibile al maggior numero di pazienti) ed alcune innovazioni di carattere
teoretico, espresse da vari autori a parziale modificazione della teoria
psicoanalitica (ad es. maggior rilievo, nella formazione della personalità, alla
situazione attuale che alle condizioni antecedenti, valorizzazione dei processi
intellettivi rispetto ai processi affettivi, ecc.), hanno di recente introdotto
nuove tecniche psicoterapiche dí orientamento psicoanalitico in aggiunta a
quelle tradizionali facenti capo a Freud, Adler e Jung. Fra queste tecniche le
più note sono la psicoterapia di coppia, la psicoterapia di gruppo e le
psicoterapie brevi.
Lo schema di riferimento teorico, che sostiene l'adozione del trattamento
psicoanalitico di coppia, è l'esistenza di una psicopatologia di coppia per cui
il disturbo si fonda su una interazione collusiva dei due membri. La terapia di
elezione viene effettuata da due terapeuti insieme, uno per ciascun componente
della coppia, ma viene talora adottata la soluzione di un solo terapeuta. Anche
la durata della terapia può variare, potendosi prevedere forme di intervento
brevi. Vengono anzitutto messe in luce le discordanze tra enunciazioni verbali
al terapeuta e effettivo agire nella relazione di coppia. Si tratta di solito di
una inversione di ruoli (maschile-femminile, attivo-passivo) che genera e
sostiene l'interazione patologica, sulla base di un accordo di fondo, da cui
traggono alimento gli aspetti narcisistici complementari dei due partner. I
ruoli vicendevolmente proiettati sull'altro partner sono, di solito, ruoli
assunti nella storia remota dei pazienti dalle figure genitoriali nei loro
confronti. Così in generale la donna tende a indurre nel partner il ruolo che,
nei suoi confronti, aveva svolto la madre, pur dichiarando al contrario la
somiglianza tra il partner e il padre; viceversa, l'uomo tende a indurre nella
donna il ruolo del padre, pur ribadendone la somiglianza con la madre. La
stereotipizzazione dei ruoli, specie in concomitanza con lutti, che alterino
l'equilibrio della famiglia, è particolarmente evidente. Il tentativo di
entrambi i partner di cercare alleanza e appoggio nel terapeuta complica
ulteriormente il quadro della seduta, dovendo il terapeuta stesso utilizzare
comunque l'intreccio transferale per chiarire le distorsioni patologiche dei
ruoli che, spesso in base a un mutuo accordo, stabilizzano i circoli viziosi
dell'interazione patogena di coppia (Dazzi e Molinari, 1982).
La psicoterapia di gruppo, secondo il suo più autorevole rappresentante J.L.
Moreno, parte dal presupposto che il nucleo fondamentale della psicoterapia non
è il rapporto fra paziente e terapeuta, ma "tra il paziente ed il suo universo",
vale a dire con quel mondo di strutture, istituzioni e valori che costituiscono
l'ambiente socioculturale in cui la persona è cresciuta e vive.
Secondo questa impostazione la soluzione dei conflitti emotivi, sottostanti alla
sintomatologia presentata dal paziente, può essere raggiunta in modo meno
indaginoso ed in tempo più breve attraverso una esperienza compiuta sotto la
guida del terapeuta con altri membri (in genere non più di otto o dieci)
costituenti un gruppo.
La dinamica dei processi di guarigione in corso di psicoterapia di gruppo
differisce da quella in corso di trattamento individuale nel senso che il
rapporto, in cui il paziente rivela a se stesso i propri impulsi e le relative
difese patogene, avviene attraverso la partecipazione attiva di altri membri
aventi in comune con lui il raggiungimento dello stesso scopo.
In realtà il gruppo può favorire lo sblocco delle difese neurotiche, in quanto
nel gruppo ogni membro può veder vivere in altri i propri impulsi ed acquisire
la capacità di riviverli senza paura, permettendo, di conseguenza, una relazione
interpersonale non più regolata dal controllo e dalla inibizione, ma improntata
ad una più libera spontaneità. Come riferisce Slavson, uno dei più sperimentati
specialisti in questo campo, il libero agire esterno delle tendenze, delle
ansietà e delle fantasie porta anche nel gruppo ad una specie di "catarsi",
anche se la utilizzazione produttiva della liberazione di contenuti emotivi
inconsci (che è appunto la "catarsi" nel senso freudiano) è nel gruppo
diversamente attuata. Infatti nella psicoterapia di gruppo non è solo il
terapeuta che interpreta i contenuti emersi nelle varie situazioni, ma sono gli
stessi membri che attivamente partecipano a questa analisi: in altri termini e
ii gruppo nella sua totalità che favorisce l'adozione di criteri consapevoli
atti a controllare e ad esprimere nella condotta le pulsioni emotive ed i
sentimentl.
Questo processo, come è facile immaginare, non è né breve né privo di
accadimenti qualitativi di particolare importanza teorica e pratica. Esiste
tutta una letteratura che ha cercato di precisare le varie fasi del processo
terapeutico: il passaggio dei ragionamento in termini di lo, in termini di Noi
nelle prime sedute, il guardarsi negli altri come in uno specchio nelle fasi
successive, il momento della liberazione emotiva con relativi fenomeni di
contagio psichico ed infine la fase in cui il gruppo è cosi capace di lavorare
insieme. di autoregolarsi, da considerare il terapeuta alla stessa stregua degli
altri membri.
I fenomeni più significativi, che il terapeuta, specie nelle prime sedute, deve
saper interpretare ed utilizzare con fine sensibilità, sono la formazione dei
sottogruppi (scarsa possibilità di accettazione fra i membri), il fenomeno dei
silenzi (sempre estremamente significativi) e la focalizzazione della
aggressività dei vari membri su un unico membro (il cosiddetto capro
espiatorio).
Tutti questi fenomeni vengono dal gruppo rilevati ed interpretati secondo lo
schema psicoanalitico, qualora l'intendimento della costituzione del gruppo sia
quello di raggiungere livelli di interpretazione piuttosto profonda, sul tipo
cioè del trattamento psicoanalitico individuale.
Naturalmente esistono psicoterapie di gruppo che, analogamente ai trattamenti
individuali, non hanno finalità eziologiche, ma semplicemente sintomatiche, nel
senso che intendono fornire ai membri un sostegno utile a rinforzare le difese
piuttosto che smobilitarle: un esempio di questo tipo è offerto dalle varie
riunioni di gruppo promosse dalle associazioni ad ideali umanitari per la lotta
contro l'alcolismo, le tossicomanie, ecc., che hanno lo scopo di aiutare i
pazienti offrendo loro modelli di identificazione utili a reprimere determinate
tendenze o comportamenti.
Relativamente alle psicoterapie brevi si può dire che la "brevità" della
psicoterapia ha dato adito a opinioni assai diverse, se non addirittura
contrastanti. Taluni autori hanno inteso sottolineare anzitutto la minor durata
della seduta; altri il limitato arco di tempo, qualche settimana o tutt'al più
qualche mese, occupato dalla terapia in confronto alla psicoanalisi
tradizionale; altri ancora hanno attirato l'attenzione sui fattori (come ad
esempio la passività del terapeuta) che hanno teso ad allungare sempre più le
terapie psicoanalitiche. Già negli anni '70 Sifneos (1972) indicava come
determinanti, per l'efficace utilizzazione di questo tipo di terapia, adeguati
criteri di selezione del paziente (tra gli altri, essenziali appaiono la
motivazione all'insight e al cambiamento e una problematica circoscritta) e
alcune modificazioni della tecnica (come l'interpretazione tempestiva, ripetuta
e precoce delle resistenze e delle difese, dell'ambivalenza e del transfert
negativo), con un'accentuazione della terapia come esperienza che conduce il
paziente ad apprendere e padroneggiare tecniche diverse dì soluzione dei propri
conflitti emotivi.
Per Malan (1981) il numero massimo di sedute per una psicoterapia breve dovrebbe
essere di 40: il limite inferiore non potrebbe comunque scendere al di sotto di
6 e il numero medio dovrebbe oscillare tra 20 e 30. Continua ad essere oggetto
di discussione l'eventuale necessità di fissare, fin dall'inizio, un termine
preciso per la durata della terapia. Molta importanza viene invece attribuita a
una corretta programmazione dell'intervento terapeutico che, a partire da un
conflitto attuale, spesso acuto (quello per cui il paziente cerca ausilio
terapeutico), ipotizzi un sottostante conflitto nucleare, verifichi la
congruenza tra i due, proceda a ristabilire nella situazione transferale i nessi
tra passato e presente mediante interpretazioni mirate, controlli le risposte
del paziente e contemporaneamente la persistenza o la diminuzione della sua
motivazione. L'accento prevalente sul presente del paziente, la maggiore
"attività" del terapeuta, i limiti ristretti di tempo, l'uso quasi esclusivo
delle interpretazioni di transfert caratterizzano la psicoterapia breve a
indirizzo psicoanalitico (Dazzi e Molinari, 1982).
Da: SIFNEOS P.F., Psicoterapia breve e crisi
emotiva, Martinelli, Firenze, 1983. MALAN D.H., Psicoterapia in pratica,
Cappelli, Bologna, 1981. DAll N., MOLINARI S., Il contributo della psicoanalisi,
in BOSINELLI M. (a cura di), Metodi in psicologia clinica, Il Mulino, Bologna,
125-150, 1982.
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