Casi clinici

Aforismi

Psicanalisi

Sessuologia

Sigmund Freud

     Home page

Indice

Psicologia

Cerca

Contatti






La psicopatologia della vita quotidiana.


  • Atti mancati ossia lapsus verbali.

   
  • Sigmund Freud


L'interpretazione dei sogni, oltre ad essere la prima grande opera di Freud e la più importante per il successivo sviluppo della psicoanalisi, poiché, parallelamente allo studio del sogno, contiene un'esauriente esposizione della teoria dell'inconscio, al tempo stesso pone le fondamenta di una nuova psicologia che riguarda non più solo la patologia mentale, bensì la normale vita quotidiana di tutti eli uomini.

La triplice regressione che Freud mise in evidenza nel sogno: dall'attività psichica conscia a quella inconscia, dal presente dell'individuo al suo passato infantile, dal linguaggio di tutti i giorni a quello cifrato dei sogni, se da un lato consenti una visione completa della vita psichica presente e passata dell'individuo, dall'altro apri la strada ad una ben più ampia comprensione delle più svariate espressioni dell'attività psichica umana, dalla mitologia alla religione, dalla letteratura all'arte, dagli atti mancati alle battute di spirito.
Dunque, si è visto come la tecnica dell'interpretazione dei sogni — benché molto importante — non sia l'unico strumento di cui lo psicoanalista si serve durante la seduta. In effetti la concreta situazione dell'analisi è una situazione viva: pertanto è possibile che i diversi strumenti utilizzati risultino insufficienti, quando non vengano accompagnati dalla continua attenzione ai minimi particolari dell'intero comportamento del paziente, nella loro relazione con la produzione verbale. Le differenti espressioni del viso, i movimenti del corpo, gli atteggiamenti emotivi del soggetto, le alterazioni di voce, i repentini mutamenti di umore, e molte altre manifestazioni analoghe, assumono spesso notevole importanza ai tini dell'analisi nell'allargare, confermare o anche mettere in dubbio i significati emergenti dalle comunicazioni verbali del paziente.
Tra gli elementi, di cui quindi occorre tener conto, risaltano in modo particolare tutti quegli "incidenti", o microdisfunzioni, a cui può andare incontro l'attività psichica nella Psicopatologia della vita quotidiana. Si tratta cioè — rendendo il termine il più possibile esteso, onnicomprensivo — degli "atti mancati”, ossia dei lapsus verbali, di lettura e di scrittura; delle dimenticanze di nomi, di parole e di fatti: della dimenticanza di propositi e di progetti; delle comuni sbadataggini; degli errori di linguaggio, di memoria e di azione; degli smarrimenti di oggetti; dell'incidentale rottura di oggetti; dei piccoli infortuni e delle forme non gravi di autolesione; delle azioni sintomatiche, abituali o meno, ecc. Come si vede, si ha qui a che fare con comportamenti che si possono riscontrare tanto in soggetti normali quanto in soggetti nevrotici. Abitualmente essi vengono considerati comportamenti casuali, non intenzionali e privi di significato; spesso si tende ad attribuirli alla distrazione, alla disattenzione, alla negligenza, alla stanchezza, al caso, e cosi va; ma Freud ha mostrato come i metodi dell'indagine psicoanalitica consentano di scorgere dietro ad ognuno di essi — allo stesso modo che nei sogni e nei sintomi nevrotici — un significato e un'intenzione.
Le dimenticanze di nomi, parole, fatti, sono forse le più semplici da comprendere: in effetti si tratta sempre o della spiacevolezza intrinseca per l'Io delle situazioni evocate da tali nomi, parole, o fatti, oppure perché questi ricordano indirettamente al soggetto, per via associativa, situazioni spiacevoli. In ogni caso tali elementi sono stati oggetto di rimozione, 'anche se solo momentaneamente. Nelle dimenticanze è quindi la rimozione a svolgere il ruolo principale.
Un atto mancato un po' più complesso è il lapsus verbale, che generalmente consiste nella sostituzione della parola che si intendeva pronunciare, con un'altra che è in parte o del tutto estranea al contesto del discorso, per cui il senso ne risulta stravolto; il discorso appare cosi un discorso mancato, cioè inadeguato ai suoi obiettivi. Con la psicoanalisi si è scoperto che tale situazione si determina a causa dell'intervento di un'intenzione estranea a quella che da sola doveva esplicitamente comparire nel discorso. Il lapsus si rivela così un compromesso tra l'intenzione perturbata e l'intenzione perturbatrice, un compromesso — per paragonare qui il lapsus al sogno — tra l'intenzione "manifesta" e quella "latente". Il non senso, che ne consegue, è dovuto al fatto che la frase risultante viene ad essere inadeguata tanto come espressione della prima intenzione quanto della seconda. Che l'intenzione estranea, per esprimersi, "scelga" il lapsus invece della comunicazione pura e semplice, si spiega con il fatto che tale intenzione viene rifiutata dall'Io cosciente e si vede quindi impedita una espressione diretta. Nei lapsus possono esprimersi tendenze e pensieri che la coscienza respinge in modi più o meno intensi; possono cioè essere rimossi, nel qual caso sì tratta di pensieri propriamente inconsci, che non vengono riconosciuti come propri dal soggetto che pure li ha espressi; ma può anche trattarsi di pensieri che, sia pure inizialmente non accettati, possono essere meno lontani dalla coscienza e quindi venire riconosciuti dal soggetto in un secondo momento, per esempio quando gli vengano fatti notare. In ogni caso l'interpretazione di un lapsus rimane soltanto un'ipotesi, finché non venga suffragata dalle associazioni libere del soggetto al lapsus stesso.
Vediamo ora due esempi di "lapsus linguae"; il primo riguarda una normale conversazione di ordinaria vita quotidiana, il secondo si verifica nel corso di una seduta psicoanalitica. Nel primo caso un avvocato, vantando le confidenze che riceveva dai propri clienti, avrebbe voluto dire che essi gli raccontavano "i loro più intimi guai", ma quello che gli usci dalla bocca fu "i loro più interminabili guai". Con questo lapsus l'avvocato rivelò all'ascoltatore proprio quanto gli voleva nascondere, cioè che tutto quello che i clienti gli riferivano in merito ai loro guai a volte lo seccava e gli faceva desiderare che parlassero un po' meno di se stessi e non gli facessero perdere tanto tempo (Brenner, 1967). Mentre in questo esempio il significato risulta immediatamente chiaro per la semplicità della sua struttura e anche per il fatto che il lapsus nasconde pensieri non rimossi ma solo repressi, il secondo caso è un po' più complicato e nasconde tendenze meno coscienti:
"un paziente, nel discorrere dell'interesse che aveva avuto da giovane per la cultura fisica, fece un lapsus, e disse 'cultura fisibile' invece di 'cultura fisica'. Quando fu richiamata la sua attenzione sulla svista che aveva commesso, gli accadde che 'fisibile' gli suonasse nello stesso modo che `visibile'. Da lì, le sue associazioni lo portarono al proprio inconscio desiderio di mostrare agli altri il proprio corpo nudo, e di vedere a sua volta nudi eli altri. Indubbiamente questi desideri debbono essere stati un fattore importante, anche se inconscio, del suo interesse per la cultura fisica. Ma il punto, sul quale vogliamo richiamare adesso l'attenzione, è la forma del lapsus, prodotto per la momentanea interferenza dei desideri esibizionistici e scopofilici [ = voyeuristici] inconsci del paziente con la sua intenzione cosciente di dire la parola 'fisico'. Ciò che ne è risultato è una sorta di parola ibrida, la quale ha combinato 'fisica' e `visibile': le due parole sono state condensate in una sola, contrariamente a tutte le regole linguistiche che caratterizzano i processi secondari del pensiero. È proprio la condensazione, cioè una delle caratteristiche dei processi ideativi primari, che consideriamo responsabile della combinazione di 'fisico' e 'visibile' in 'fisibile'. In altri lapsus si osservano anche le altre caratteristiche dei processi ideativi di tipo primario: spostamento, rappresentazione dell'intero mediante una sola parte o viceversa, rappresentazione per analogia, rappresentazione attraverso l'opposto e simbolismo, nel senso psicoanalitico del termine. Ciascuna di tali caratteristiche, o diverse insieme, possono determinare la forma di una svista" (Brenner, 1967).
Attraverso questa citazione sono emersi non solo i contenuti di un lapsus — intenzione cosciente e intenzione perturbatrice — ma anche le modalità formali che figurano nella sua costruzione.
Ritornando ai contenuti, si può dire che gli atti mancati in genere — e i lapsus tra di essi — sono "mancati" solo per quanto concerne il risultato esplicito, che ci si proponeva di conseguire, che è poi stato impedito o disturbato: infatti su un altro piano, quello della tendenza latente, che cerca di appagarsi e di esprimersi, si può senz'altro parlare di un atto "riuscito".
Per quanto riguarda le tendenze che si esprimono negli atti mancati, oltre a ciò che si è detto sui maggiore o minor grado in cui esse sono rimosse, occorre specificare che tali tendenze possono avere relazione sia con l'Es che con il Super-io, mentre l' lo partecipa principalmente con funzioni difensive (rimoventi); inoltre può accadere che un singolo atto mancato sia sovradeterminato, che cioè in esso si manifestino contemporaneamente diversi motivi inconsci, analogamente a quanto si osserva nei sintomi nevrotici e nei sogni. "Per esempio, una paziente, mentre stava guidando la macchina del marito, nel bel mezzo del traffico fece una frenata così improvvisa che la macchina che la seguiva la tamponò, sfasciando il paraurti posteriore della macchina nella quale lei si trovava. L'analisi di questo incidente ha rivelato un complicato insieme di motivi inconsci: apparentemente ne erano presenti almeno tre, tutti differenti tra loro, benché connessi l'uno con l'altro. Da una parte, la paziente, inconsciamente, era molto arrabbiata con il marito per il modo in cui la bistrattava: secondo lei, egli non faceva altro che prenderla in giro. Lo sfasciare la macchina del marito costituiva dunque un'espressione inconscia di quella rabbia, che essa era incapace di manifestare apertamente e direttamente contro di lui. D'altra parte, però, si sentiva in colpa per ciò che inconsciamente voleva fare al marito, per la rabbia che provava per lui, e il danneggiare la sua macchina costituiva un eccellente motivo per indurlo a punirla. Infatti, non appena avvenuto l'incidente, si rese conto di essersi 'messa nei guai'. Inoltre, la paziente aveva intensi desideri sessuali, che il marito era incapace di soddisfare e che lei stessa aveva fortemente rimosso. Questi inconsci desideri sessuali erano stati simbolicamente soddisfatti con l'avere un uomo 'ficcato nella (sua) coda', secondo la sua espressione" (Brenner, 1967). In tal caso si osservano dunque operanti al tempo stesso desideri aggressivi e sessuali (in relazione con l'Es) e tendenze autopunitive (legate al Super-io).
Ora, al di là delle differenze osservabili tra gli atti mancati più disparati, Freud ha dimostrato come non solo essi non siano affatto dovuti al caso, ma come anzi siano il risultato di processi causali. Egli ha inoltre dimostrato che distrazione, disattenzione, fretta, affaticamento, ecc., sono tutte le condizioni che tutt'al più possono facilitare il verificarsi di un atto mancato, non però produrlo. Il ruolo principale viene sempre svolto da processi inconsci; per illustrare ciò, Freud ha utilizzato il seguente paragone: se un uomo viene aggredito e derubato in una strada buia, solitaria e malfamata, egli può sì attribuire l'incidente alla propria imprudenza, ma, all'atto di sporgere denuncia del fatto, egli non indicherà, quali autori dell'aggressione e della rapina, la propria imprudenza o il buio e l'aspetto solitario della strada in cui l'incidente gli è occorso. Eppure, a ben guardare, è proprio questo il ragionamento di coloro che considerano la distrazione come la causa (appunto l'autrice) degli atti mancati. La realtà è che l'uomo è stato aggredito da un rapinatore il quale, senza dubbio, è stato favorito dal buio e dal fatto che non c'era gente.
In questa analogia il rapinatore (l'autore dell'aggressione) sta per i processi inconsci responsabili dell'atto mancato, mentre l'imprudenza e il buio stanno per i fattori facilitanti quali la distrazione, la disattenzione e la stanchezza, ecc., quei fattori cioè che creano il terreno, l'occasione favorevole all'azione di determinati processi inconsci.
La stessa cosa si può dire per i sogni: per sognare è necessario dormire, è cioè necessario il sonno; se dunque il sonno costituisce la condizione del sogno, esso tuttavia non ne è la causa, la quale, come si è visto, va ricercata nei desideri inconsci. Il fatto poi che determinati stati psichici, come la distrazione, possano favorire il prodursi di atti mancati, si spiega con il fatto che, quando si è distratti, le azioni cessano di essere guidate da intenzioni coscienti e tendono a diventare automa-vengono per lo più utilizzate dalle tendenze rimosse allo scopo di potersi appagare traducendosi in azioni. Oltre ad analogie con i sogni, gli atti mancati presentano analogie anche con i sintomi nevrotici: in tutte e tre i casi il soggetto si difende da determinate tendenze inconsce, in quanto le vive come spiacevoli, ma al tempo stesso trova un modo, sia pure indiretto, di appagare tali tendenze. In questo senso l'atto mancato, pur costituendo una disfunzione, un comportamento inadeguato rispetto agli obiettivi consapevoli, presenta per così dire una sua utilità: può essere sgradevole il dover fare una determinata cosa, per esempio recarsi ad un appuntamento, ma, se certe esigenze lo richiedono, l'atto mancato "viene in aiuto" facendo dimenticare l'appuntamento, anche se poi esso si risolve in un comportamento inadeguato rispetto alla realtà, come appunto nel caso del sintomo nevrotico. Ma esistono anche differenze tra i due fenomeni; l'atto mancato, quando è tale, ha un carattere sporadico, anche se le sue conseguenze possono diventare durature; è proprio quando perde il suo carattere di sporadicità, per farsi comportamento sistematico, che l'atto mancato diventa un sintomo nevrotico, Esiste poi tutta una serie di gradini intermedi attraverso i quali si passa insensibilmente dall'atto mancato vero e proprio a svariate forme di inadeguatezza del comportamento quali la persistente tendenza all'infortunio, i continui insuccessi professionali malgrado le notevoli doti e capacità di cui si dispone, ecc. .A volte sono solo sfumature quelle che permettono di differenziare un atto normale da un atto mancato o da un sintomo nevrotico vero e proprio: si tratta infatti di differenze di grado, non di qualità. In ogni caso, tuttavia, è possibile rintracciare gli elementi rimossi che determinano i diversi comportamenti; con ciò ci si può rendere conto di come l'indagine psicoanalitica sulla psicopatologia della vita quotidiana possa costituire un solido punto di partenza per una ben più vasta indagine su molti altri aspetti del comportamento umano, normale o meno che sia.
Freud ha osservato che il presupposto teorico, su cui si basa l'interpretazione psicoanalitica degli atti mancati, è deterministico: nella vita psichica non esiste il caso, pertanto in ogni comportamento è possibile reperire un significato, più o meno nascosto. Lo stesso Freud ha rilevato come questa maniera di pensare presenti più di una analogia con quella del paranoico da una parte e dell'uomo superstizioso dall'altra.
Il paranoico tende a scorgere dietro tutti i comportamenti di coloro che lo circondano precisi significati e intenzioni, di solito riguardanti propositi o piani contro la sua persona; per lui, infatti, come pure per la psicoanalisi, nulla di ciò che accade è incidentale, e praticamente ogni mossa degli altri viene considerata un indizio della giustezza delle sue previsioni.
L'uomo superstizioso crede, come pure lo scienziato, in una sorta di determinismo universale, nella possibilità di trovare sempre un significato negli eventi, e guarda ad ogni circostanza fortuita come ad un indizio significativo.
Vi sono dunque analogie precise fra l'atteggiamento psicoanalitico da una parte e l'atteggiamento dei soggetti paranoici o superstiziosi dall'altra. La parte di verità di tali soggetti sta nel fatto di non credere al caso, bensì alla possibilità di vedere come significativi tutti i comportamenti umani.
Ma vi è pure una notevole differenza: l'interpretazione dei fatti che viene data sia dal paranoico che dall'uomo superstizioso si basa non su dati obiettivi ma su semplici impressioni, e non viene controllata, verificata; ciò che soprattutto la caratterizza è la sistematica proiezione all'esterno di elementi interni — impulsi aggressivi, angoscia, paura, ecc. — che intervengono costantemente a distorcere la corretta percezione della realtà esterna. Se il metodo psicoanalitico consente di stabilire quanto di distorto esiste in tali interpretazioni, non si tratta allora semplicemente di respingerle; si tratta invece di considerarle da un altro punto di vista, appunto quello della psicoanalisi, per tradurle quindi nel loro reale significato. Ad esempio, un uomo superstizioso che perde l'anello nuziale il giorno precedente il matrimonio, può interpretare il fatto come un cattivo presagio e di conseguenza decidere di non sposarsi perché "sarebbe disastroso forzare il destino". "Noi non possiamo convenire nella motivazione che costui dà alla propria rinuncia; giacché il concetto di destino, cosi formulato, e cioè inteso come qualcosa di cosciente, che preventivamente si manifesta e che una volta 'provocato' o 'forzato', se ne vendica, è privo di senso; ma dal punto di vista psicoanalitico dobbiamo in certo modo convenire alla conclusione di questo individuo. Giacché se quell'incidente ha la sua ragion d'essere non in fatti obiettivi, ma in fatti interni... del soggetto, se è cioè un atto mancato, può veramente venire considerato significativo: significativo nel senso che può esprimere la presenza nel soggetto di tendenze in opposizione a quel passo che egli dovrebbe compiere, e che — scartate o rimosse al momento in cui è stata presa la decisione — sono tuttora attive in lui, così da manifestarsi nell'atto mancato. Farà perciò bene questo individuo a riprendere in esame la situazione complessiva, ed a tener conto di questi elementi soggettivi, se il passo da compiersi è veramente tale da richiedere una completa adesione da parte sua" (Musatti, 1962).
La relazione, che l'uomo superstizioso suppone esistere tra dati eventi — nel caso citato lo smarrimento dell'anello inteso proprio come evento materiale e non per il movente psichico che lo promuove — e determinati fatti del futuro, in questo caso l'andamento futuro dell'eventuale matrimonio, "non è che il modo con cui egli interpreta (con una proiezione all'esterno analoga a quella del paranoico) le forze psichiche che agiscono in lui, che in lui sono rimosse, ma che tuttavia tendono a farsi luce nella sua coscienza, al modo stesso come, provocando quei singoli atti mancati, si traducono nel suo comportamento. Cioè il presentimento tratto da quei fatti non è che la espressione di un oscuro avvertimento di queste tendenze interiori...", "e quindi, in certo modo, si può veramente trarre un presagio da incidenti di questo genere... Se teniamo conto del fatto che lo smarrimento incidentale di un dato oggetto è spesso dovuto ad una inconscia ostilità per l'oggetto (e insieme per la persona dalla quale esso ci proviene), possiamo ammettere che un tale incidente costituisca un indizio di una soggettiva situazione sentimentale, tuttora inconscia e rimossa, ma che può svilupparsi fino a produrre effetti assai più gravi... Dal punto di vista della psicoanalisi in tutti questi fatti è possibile vedere un significato, soltanto perché si tratta di fatti che hanno la loro origine nei meccanismi dello psichismo del soggetto, e che rivelano perciò la presenza di dati elementi, o fattori, in quello psichismo. Se si trattasse di puri fatti esterni al soggetto — se cioè... l'anello matrimoniale fosse scomparso perché, tolto dal dito ed abbandonato per un istante in qualche parte, è stato rubato — nessuna conclusione legittima, naturalmente, ci sarebbe dato trarre da questi incidenti... Ma non è così, per cui, di fronte a molte superstizioni che troviamo diffuse nell'umanità, compito della psicoanalisi può essere precisamente quello di convertire in una chiara consapevolezza l'oscuro avvertimento di date tendenze nascoste, espresse da quelle superstizioni" (Musatti, 1962).


PSICOTERAPIA DI COPPIA, PSICOTERAPIA DI GRUPPO E PSICOTERAPIE BREVI


La necessità di far fronte a notevoli esigenze pratiche (rendere la cura più rapida ed accessibile al maggior numero di pazienti) ed alcune innovazioni di carattere teoretico, espresse da vari autori a parziale modificazione della teoria psicoanalitica (ad es. maggior rilievo, nella formazione della personalità, alla situazione attuale che alle condizioni antecedenti, valorizzazione dei processi intellettivi rispetto ai processi affettivi, ecc.), hanno di recente introdotto nuove tecniche psicoterapiche dí orientamento psicoanalitico in aggiunta a quelle tradizionali facenti capo a Freud, Adler e Jung. Fra queste tecniche le più note sono la psicoterapia di coppia, la psicoterapia di gruppo e le psicoterapie brevi.
Lo schema di riferimento teorico, che sostiene l'adozione del trattamento psicoanalitico di coppia, è l'esistenza di una psicopatologia di coppia per cui il disturbo si fonda su una interazione collusiva dei due membri. La terapia di elezione viene effettuata da due terapeuti insieme, uno per ciascun componente della coppia, ma viene talora adottata la soluzione di un solo terapeuta. Anche la durata della terapia può variare, potendosi prevedere forme di intervento brevi. Vengono anzitutto messe in luce le discordanze tra enunciazioni verbali al terapeuta e effettivo agire nella relazione di coppia. Si tratta di solito di una inversione di ruoli (maschile-femminile, attivo-passivo) che genera e sostiene l'interazione patologica, sulla base di un accordo di fondo, da cui traggono alimento gli aspetti narcisistici complementari dei due partner. I ruoli vicendevolmente proiettati sull'altro partner sono, di solito, ruoli assunti nella storia remota dei pazienti dalle figure genitoriali nei loro confronti. Così in generale la donna tende a indurre nel partner il ruolo che, nei suoi confronti, aveva svolto la madre, pur dichiarando al contrario la somiglianza tra il partner e il padre; viceversa, l'uomo tende a indurre nella donna il ruolo del padre, pur ribadendone la somiglianza con la madre. La stereotipizzazione dei ruoli, specie in concomitanza con lutti, che alterino l'equilibrio della famiglia, è particolarmente evidente. Il tentativo di entrambi i partner di cercare alleanza e appoggio nel terapeuta complica ulteriormente il quadro della seduta, dovendo il terapeuta stesso utilizzare comunque l'intreccio transferale per chiarire le distorsioni patologiche dei ruoli che, spesso in base a un mutuo accordo, stabilizzano i circoli viziosi dell'interazione patogena di coppia (Dazzi e Molinari, 1982).
La psicoterapia di gruppo, secondo il suo più autorevole rappresentante J.L. Moreno, parte dal presupposto che il nucleo fondamentale della psicoterapia non è il rapporto fra paziente e terapeuta, ma "tra il paziente ed il suo universo", vale a dire con quel mondo di strutture, istituzioni e valori che costituiscono l'ambiente socioculturale in cui la persona è cresciuta e vive.
Secondo questa impostazione la soluzione dei conflitti emotivi, sottostanti alla sintomatologia presentata dal paziente, può essere raggiunta in modo meno indaginoso ed in tempo più breve attraverso una esperienza compiuta sotto la guida del terapeuta con altri membri (in genere non più di otto o dieci) costituenti un gruppo.
La dinamica dei processi di guarigione in corso di psicoterapia di gruppo differisce da quella in corso di trattamento individuale nel senso che il rapporto, in cui il paziente rivela a se stesso i propri impulsi e le relative difese patogene, avviene attraverso la partecipazione attiva di altri membri aventi in comune con lui il raggiungimento dello stesso scopo.
In realtà il gruppo può favorire lo sblocco delle difese neurotiche, in quanto nel gruppo ogni membro può veder vivere in altri i propri impulsi ed acquisire la capacità di riviverli senza paura, permettendo, di conseguenza, una relazione interpersonale non più regolata dal controllo e dalla inibizione, ma improntata ad una più libera spontaneità. Come riferisce Slavson, uno dei più sperimentati specialisti in questo campo, il libero agire esterno delle tendenze, delle ansietà e delle fantasie porta anche nel gruppo ad una specie di "catarsi", anche se la utilizzazione produttiva della liberazione di contenuti emotivi inconsci (che è appunto la "catarsi" nel senso freudiano) è nel gruppo diversamente attuata. Infatti nella psicoterapia di gruppo non è solo il terapeuta che interpreta i contenuti emersi nelle varie situazioni, ma sono gli stessi membri che attivamente partecipano a questa analisi: in altri termini e ii gruppo nella sua totalità che favorisce l'adozione di criteri consapevoli atti a controllare e ad esprimere nella condotta le pulsioni emotive ed i sentimentl.
Questo processo, come è facile immaginare, non è né breve né privo di accadimenti qualitativi di particolare importanza teorica e pratica. Esiste tutta una letteratura che ha cercato di precisare le varie fasi del processo terapeutico: il passaggio dei ragionamento in termini di lo, in termini di Noi nelle prime sedute, il guardarsi negli altri come in uno specchio nelle fasi successive, il momento della liberazione emotiva con relativi fenomeni di contagio psichico ed infine la fase in cui il gruppo è cosi capace di lavorare insieme. di autoregolarsi, da considerare il terapeuta alla stessa stregua degli altri membri.
I fenomeni più significativi, che il terapeuta, specie nelle prime sedute, deve saper interpretare ed utilizzare con fine sensibilità, sono la formazione dei sottogruppi (scarsa possibilità di accettazione fra i membri), il fenomeno dei silenzi (sempre estremamente significativi) e la focalizzazione della aggressività dei vari membri su un unico membro (il cosiddetto capro espiatorio).
Tutti questi fenomeni vengono dal gruppo rilevati ed interpretati secondo lo schema psicoanalitico, qualora l'intendimento della costituzione del gruppo sia quello di raggiungere livelli di interpretazione piuttosto profonda, sul tipo cioè del trattamento psicoanalitico individuale.
Naturalmente esistono psicoterapie di gruppo che, analogamente ai trattamenti individuali, non hanno finalità eziologiche, ma semplicemente sintomatiche, nel senso che intendono fornire ai membri un sostegno utile a rinforzare le difese piuttosto che smobilitarle: un esempio di questo tipo è offerto dalle varie riunioni di gruppo promosse dalle associazioni ad ideali umanitari per la lotta contro l'alcolismo, le tossicomanie, ecc., che hanno lo scopo di aiutare i pazienti offrendo loro modelli di identificazione utili a reprimere determinate tendenze o comportamenti.
Relativamente alle psicoterapie brevi si può dire che la "brevità" della psicoterapia ha dato adito a opinioni assai diverse, se non addirittura contrastanti. Taluni autori hanno inteso sottolineare anzitutto la minor durata della seduta; altri il limitato arco di tempo, qualche settimana o tutt'al più qualche mese, occupato dalla terapia in confronto alla psicoanalisi tradizionale; altri ancora hanno attirato l'attenzione sui fattori (come ad esempio la passività del terapeuta) che hanno teso ad allungare sempre più le terapie psicoanalitiche. Già negli anni '70 Sifneos (1972) indicava come determinanti, per l'efficace utilizzazione di questo tipo di terapia, adeguati criteri di selezione del paziente (tra gli altri, essenziali appaiono la motivazione all'insight e al cambiamento e una problematica circoscritta) e alcune modificazioni della tecnica (come l'interpretazione tempestiva, ripetuta e precoce delle resistenze e delle difese, dell'ambivalenza e del transfert negativo), con un'accentuazione della terapia come esperienza che conduce il paziente ad apprendere e padroneggiare tecniche diverse dì soluzione dei propri conflitti emotivi.
Per Malan (1981) il numero massimo di sedute per una psicoterapia breve dovrebbe essere di 40: il limite inferiore non potrebbe comunque scendere al di sotto di 6 e il numero medio dovrebbe oscillare tra 20 e 30. Continua ad essere oggetto di discussione l'eventuale necessità di fissare, fin dall'inizio, un termine preciso per la durata della terapia. Molta importanza viene invece attribuita a una corretta programmazione dell'intervento terapeutico che, a partire da un conflitto attuale, spesso acuto (quello per cui il paziente cerca ausilio terapeutico), ipotizzi un sottostante conflitto nucleare, verifichi la congruenza tra i due, proceda a ristabilire nella situazione transferale i nessi tra passato e presente mediante interpretazioni mirate, controlli le risposte del paziente e contemporaneamente la persistenza o la diminuzione della sua motivazione. L'accento prevalente sul presente del paziente, la maggiore "attività" del terapeuta, i limiti ristretti di tempo, l'uso quasi esclusivo delle interpretazioni di transfert caratterizzano la psicoterapia breve a indirizzo psicoanalitico (Dazzi e Molinari, 1982).

Da: SIFNEOS P.F., Psicoterapia breve e crisi emotiva, Martinelli, Firenze, 1983. MALAN D.H., Psicoterapia in pratica, Cappelli, Bologna, 1981. DAll N., MOLINARI S., Il contributo della psicoanalisi, in BOSINELLI M. (a cura di), Metodi in psicologia clinica, Il Mulino, Bologna, 125-150, 1982.



Torna all'indice


Collaborations extérieures

Pregiudizio e quotidianità  La paura del diverso
(Psicologia sociale)

I santi taumaturghi e le malattie mentali Caratteristiche del popolo universale
(
Cosma e Damiano)

Ned H. Kalin  La neurobiologia della paura

Principi di piacere fonti della gioia di vivere
(
Bacco, tabacco e Venere)