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Il motto di spirito


  • Lo spirito di parola e lo spirito di pensiero

   
  • Sigmund Freud


La filosofia tradizionale aveva inglobato il motto di spirito nella categoria del comico e questo a sua volta in quella più vasta dell'estetica.
Caratteristica della rappresentazione estetica sarebbe il puro e semplice godimento dell'idea in sé, avendo essa in se stessa la propria ragion di essere e non dovendo soddisfare alcun bisogno vitale: di fronte ad un fatto estetico l'unico atteggiamento è quello della contemplazione.
Nel caso del motto di spirito la persona si troverebbe pertanto in uno stato di "scherzosa contemplazione", accontentandosi, in altri termini, della gioia derivatagli dall'aver semplicemente udito la battuta.

Diversamente Freud intese il motto di spirito e cioè come un atto creativo "liberatorio" (le istanze morali volte alla repressione dei desideri inaccettabili vengono sollevate dal loro compito censorio permettendo un risparmio di energia psichica) ed il "piacere" che ne consegue è testimoniato dalla reazione del riso.
Egli rinvenne nel motto arguto un significato nascosto (inconscio) e nell'opera "il motto di spirito" analizzò i rapporti tra questo e altri fenomeni della vita psichica quali il sogno, i lapsus, gli atti mancati nonché i sintomi nevrotici.
Allo scopo di decifrare il motto di spirito, Freud si pone di fronte ad esso nello stesso atteggiamento da lui assunto nei confronti del sogno: come il sogno presenta una facciata esterna (contenuto manifesto), con cui occulta quella interna (contenuto latente), così il motto di spirito possiede un significato originario mascherato dal gioco di parole.
Il motto di spirito, come ogni altro prodotto psichico e culturale (dal sogno quindi alla poesia, all'arte) è passibile di interpretazione: attraverso il processo della riduzione è possibile rintracciare il senso originario occultato dal gioco di parole, o di concetti, con cui è stato espresso il motto.
Pertanto la riduzione consente di decodificare il contenuto psichico latente dopo che la veste arguta, cioè il rivestimento tecnico della battuta, è stata isolata. In altri termini il motto di spirito contiene in sé elementi che non appaiono nell'espressione verbale (la comunicazione esplicita), anche se è strettamente essenziale la presenza del rivestimento esteriore (la dizione linguistica), affinché il significato originario possa venire espresso.
Il carattere spiritoso della battuta va ricercato nella sua tecnica, cioè nella forma linguistica, o meglio nelle figure retoriche attraverso le quali essa è stata esposta.
I motti di spirito comprendono due grandi categorie: lo spirito di parola e lo spirito di pensiero. In entrambi il senso originario viene modificato dalla tecnica linguistica fino ad assumere una forma allusiva, ambigua e spiritosa; ma, mentre nello spirito di parole la tecnica principale consiste in una distorsione di senso all'interno delle singole unità lessicali, in quello di pensiero l'operazione tecnica fondamentale agisce sulla struttura concettuale di una o più frasi.
Analizzando le tecniche principali proprie dello spirito di parole, o spirito verbale, si mettono in evidenza:
a) condensazione accompagnata dalla formazione di un sostituto ottenuto con la creazione di una parola composta nuova ed originale. Esempio: "Come è vero Dio, signor dottore, stavo seduto accanto a Salomon Rotschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari" .
Questa battuta, creata dal poeta Heine, attraverso la condensazione delle parole "familiare" e "milionario" svela, con un'efficace formula sintetica, gli atteggiamenti di distaccata superiorità, sotto una maschera di condiscendenza e di disponibilità, del barone Rotschild nei confronti di un agente di borsa, che vantava di godere rapporti familiari presso il nobile ricco.
b) condensazione con un'alterazione della forma espressiva. Es.: "Ho viaggiato téte-a-béte con lui". Il significato di questa battuta, ottenuto con il processo della riduzione, è "ho viaggiato tète-a-tète con il signor X, ed il signor X è una stupida bestia". L'originalità di questa arguzia consiste nell'avere soppresso "stupida bestia" che viene tuttavia evocata dalla trasformazione del t di téte nella b di béte. Ancora un altro esempio in merito: "Traduttore - traditore!".
c) doppio senso reale e gioco di parole.
In questo caso non si crea una parola sostitutiva originale come in (a) e neppure la parola viene modificata come in (b); il doppio senso reale deriva dalla ambiguità espressiva della parola che può assumere, grazie alla sua posizione nella frase, due significati diversi od opposti.
Es.: "C'est la premier vol de l'aigle", dove "vol" sta sia per volo che per furto. Questo motto era stato assai di moda quando Napoleone, preso il potere, non aveva esitato ad accappararsi i beni della Casa d'Orleans. Ancora un altro esempio: "La differenza tra professori Ordinari e professori Straordinari consiste nel fatto che gli ordinari non fanno nulla di straordinario e gli straordinari non fanno niente che sia anche solo ordinario.
La caratteristica comune a queste tre tecniche è la condensazione; tutte infatti sono dominate da una tendenza a comprimere, a sintetizzare e a concentrare il discorso sulla parola chiave.
Le tecniche dello spirito di pensiero, o spirito concettuale, si possono così riassumere:
a) deviazione dal pensiero normale che comprende tutte le trasformazioni del pensiero, dallo spostamento verso concetti marginali, al non-senso, all'assurdità, agli errori di ragionamento.
Es.: Un vecchio professore universitario a chi si congratulava con lui in occasione della nascita del suo ultimo figlio giuntogli in età avanzata disse: "Davvero incredibile ciò che possono fare le mani umane".
La risposta del vecchio professore sembra a prima vista fuori posto; una risposta inadeguata che confonde tanto noi quanto l'interlocutore che si congratulava. Eppure anche questa battuta, apparentemente assurda, racchiude un significato che in questo caso è di carattere osceno.
Es.: "Un signore entra in una pasticceria e ordina una torta; subito dopo però la restituisce e chiede in cambio un bicchierino di liquore. Lo beve e fa per andarsene senza pagare. Il padrone lo ferma 'Che vuole da me?' — 'Deve pagare il liquore' —'Ma se le ho dato in cambio la torta!' — 'Già, ma la torta non l'ha mica pagata'. — 'Già, ma non l'ho mica mangiata'.
Questo motto presenta sotto un'apparente coerenza una forma errata di ragionamento (un sofisma) che permette al malizioso cliente di raggiungere lo scopo, cioè di gustare la consumazione, ma a spese dell'ingenuo proprietario.
b) unificazione, che consiste nella creazione di originali unità di pensiero, nella relazione di idee solitamente separate tra loro e nell'associazione di concetti opposti. L'unificazione può essere considerata come una forma di condensazione (tipica dello spirito di parole), essendo anche qui le parole soggette alla compressione e alla concentrazione.
Es.: "Sua Altezza Serenissima fa un viaggio attraverso i suoi Stati e nota tra la folla un uomo che, nell'aspetto imponente, gli assomiglia in modo straordinario. Gli fa cenno di accostarsi e gli domanda: 'Vostra madre è stata a servizio a Palazzo, vero?'. 'No, Altezza — è la risposta, — ma c'è stato mio padre'.
In questo caso la risposta arguta consiste "nel ripagare uno con ugual moneta", nel creare una relazione di contenuti tra idee antagoniste che nell'esempio riportato sta nel reciproco attacco all'onorabilità delle rispettive madri.

c) rappresentazione per opposti. Es.: "Questa donna assomiglia alla Venere è anch'essa straordinariamente vecchia, è anch'essa senza denti e ha qualche macchia bianca sulla superficie giallastra del corpo" (Heine).
Questo esempio è una rappresentazione della bruttezza attraverso un confronto con quanto c'è di più bello. Simili paragoni diventano possibili in quanto le caratteristiche, in questo caso estetiche, vengono espresse attraverso parole a doppio senso.
d) esagerazione. Es.: "ll re si degna di visitare una clinica chirurgica e trova il professore intento a eseguire l'amputazione di una gamba. Egli commenta le singole fasi dell'operazione esprimendo ad alta voce il suo reale compiacimento: 'Bravo, bravo, mio caro Consigliere!' .A operazione conclusa il professore gli si accosta e. inchinandosi profondamente domanda: 'Vostra laestà ordina che si proceda anche con l'altra gamba?'.
Questa battuta è un efficace esempio di ridondanza, di esagerazione, di "rincaro". La visita del re alla clinica coincide casualmente con un intervento di amputazione che il professore deve necessariamente eseguire per il bene del paziente. Gli elogi del sovrano rallegrano lo zelante chirurgo ed al tempo stesso intimidiscono il fedele suddito. Deferenza e compiacenza rendono ridicolmente dipendente la figura del professore da un eventuale capriccio del re (l'amputazione della gamba sana) fino ad offuscare la deontologia del medico.
Questa interpretazione, che fa del chirurgo un'umile pedina della volontà del sovrano (il medico disposto a tutto pur di compiacere l'autorità), è tuttavia opposta a quella elaborata da Freud. Egli infatti coglie nella domanda del chirurgo una disposizione ironica e graffiante verso il re sotto un'apparente veste di accondiscendenza e di ossequio.
e) rappresentazione indiretta, attraverso correlazioni, analogie, allusioni, omissioni. Es.: "Due uomini d'affari poco scrupolosi erano riusciti ad ammassare una grossa fortuna per mezzo di iniziative spericolate: ora si trattava dì farsi accogliere nella buona società. Tra i vari mezzi, sembrò loro opportuno farsi ritrarre dal pittore piú celebre e costoso della città, i cui dipinti erano considerati ogni volta un avvenimento. Le preziose tele furono mostrate per la prima volta al pubblico durante una grande `soirée'. ed i due padroni di casa accompagnarono personalmente il conoscitore d'arte e critico più influente verso la parte del salone dove i due quadri stavano appesi uno accanto all'altro, ansiosi di strappargli un giudizio ammirato. Il critico osservò a lungo i ritratti, poi scosse la testa come se il conto non tornasse e si limitò a domandare, indicando lo spazio vuoto tra le due tele: 'And where is the Saviour?' " (E il Redentore dov'è?).
I due dipinti in questione richiamano alla mente del critico un'immagine analoga e ben conosciuta da tutti, cioè il Cristo fra i due ladroni. "Dov'è il Redentore?" è una figurazione indiretta ed allusiva con cui il critico può efficacemente ed elegantemente esprimere il suo giudizio sui due padroni di casa, che, proprio perché simili ai ladronì della crocefissione, richiamano per contrasto la figura, peraltro omessa, del Cristo redentore.
Le diverse tecniche del motto dí spirito qui riassunte indicano i vari procedimenti attraverso i quali la battuta arguta devia dal pensiero normale operando distorsioni di senso, nel caso dello spirito di parole, nelle singole unità lessicali e nel caso dello spirito di pensiero sulla struttura e sulla formulazione concettuale della frase.
Condensazione e spostamento sono dunque i cardini del motto di spirito, così come lo sono nella dinamica del sogno; in entrambi í casi la loro azione, che consiste nel deformare il linguaggio normale ed il pensiero razionale, svela la presenza di un significato nascosto che approfitta per emergere proprio di particolari strategie comunicative. Se il sogno nasconde, sotto le immagini deformate del contenuto manifesto, i desideri inaccettabili e ripudiati, ma non perciò estinti (ovvero il contenuto latente), il motto di spirito lascia intravedere, con un procedimento analogo, sotto la maschera arguta, un'intenzione, cioè un desiderio, in qualche modo condannato e represso.
Una volta distinte e catalogate le diverse tecniche del motto di spirito, Freud passò ad analizzare gli scopi e le intenzioni.
L'analisi del materiale portò ad individuare due diversi generi: il motto di spirito ingenuo e il motto di spirito tendenzioso.
Nel primo il piacere deriverebbe dalla veste arguta della battuta, dalla sua struttura, nonché dalla sua tecnica espressiva; in tal caso l'effetto piacevole è solitamente moderato, suscitando nell'ascoltatore un sorriso e non invece uno scoppio irrefrenabile di risa come avviene nello spirito tendenzioso.
Nello spirito tendenzioso, che comprende motti osceni, ostili, cinici (blasfemi contro le istituzioni, le tradizioni, ecc.) e scettici (che attaccano le possibilità stesse della conoscenza), è proprio attraverso la facciata arguta che si offre soddisfazione (piacere quindi) a desideri più sostanziali altrimenti censurati.
Secondo il modello "economico" freudiano, mentre tutte le operazioni psichiche richiedono un dispendio di energia quantificabile, il piacere sarebbe sempre associato ad un "risparmio" di questa energia e ad una liberazione delle sue cariche. Pertanto il piacere, massimamente assicurato dallo spirito tendenzioso, deriverebbe dal risparmio del dispendio psichico richiesto solitamente per mantenere l'inibizione di desideri proibiti, inibizione cui il motto riesce astutamente a sottrarsi.
Il concetto di "risparmio" porta ad affermare però che lo stesso spirito ingenuo (apparentemente senza seconde finalità) è in ultima analisi "tendenzioso", poiché il piacere da esso ricavato è riconducibile ad un risparmio, ad un'economia di dispendio inibitorio.
I giochi di parole, la deviazione dal pensiero logico verso l'incongruo, la somiglianza dei suoni, le ripetizioni, caratteristiche queste del motto innocente, anche se indipendenti dai desideri osceni e aggressivi, si possono considerare tutte modalità di "alleviamento dalla costrizione" delle facoltà logiche e critiche.
Il motto ingenuo risparmierebbe cioè sulle inibizioni raziocinanti dell'uomo adulto, impegnato solitamente nell'autocontrollo, nell'ideazione più logica e coerente possibile, ecc... soddisfacendo perciò il desiderio di tornare all'infanzia che, secondo Freud resta, nonostante tutto, la sede di minor spesa energetica e perciò il luogo privilegiato per la sperimentazione del piacere.
Ma anche lo spirito tendenzioso, che cerca di appagare, seppure in modo parziale, i desideri sessuali ed aggressivi dell'uomo maturo, rimanda, nell'ottica freudiana, all'infanzia e al gioco infantile, a quel periodo in cui le inibizioni non hanno ancora messo troppe radici e ogni attività del bambino, si dispiega al di fuori di un severo controllo delle facoltà critiche.
Pertanto, se i motti si diversificano, per gli scopi, in tendenziosi ed innocenti, condividono in ultima analisi lo stesso obiettivo che è il ritorno al mondo infantile, luogo in cui per eccellenza è consentita la libera espressione, essendo il bambino affrancato dal giogo della critica razionale e dalle coercizioni del Super-io.
Se la psicogenesi del motto di spirito è analoga a quella del sogno, è pur vero che ci sono tra i due processi psichici differenze notevoli.
Nella dinamica del sogno un desiderio, che per il suo contenuto spiacevole è stato escluso dalla coscienza, viene elaborato dall'inconscio il quale, tramite la condensazione, lo spostamento e la rappresentazione simbolica, genera l'immagine onirica quale espressione camuffata di impulsi rimossi e censurati.
E' evidente che questo lavoro avviene esclusivamente all'interno dell'individuo (è cioè un fatto privato) e non si propone altro se non di risparmiare il dispiacere che altrimenti deriverebbe dal riconoscere desideri o bisogni condannati i quali, se irrompessero nella coscienza abbattendo dunque le barriere della censura, potrebbero perdipiù causare l'interruzione del sonno stesso ("il sogno è il guardiano del sonno").
Tuttavia i processi di condensazione, spostamento e rappresentazione, condivisi tanto dal sogno quanto dal motto di spirito, incidono sul meccanismo del sogno con più forza nella direzione del camuffamento.
Mentre l'inibizione nel sogno viene in qualche modo elusa solo attraverso un'intensa utilizzazione dei metodi di distorsione, nel motto di spirito essa viene raggirata attraverso le "tecniche" sopradescritte, che rappresentano la peculiarità del motto stesso.
Il sogno cerca, seppure in maniera allucinatoria, di soddisfare i bisogni vitali dell'individuo consentendogli allo stesso tempo di dormire: esso è un prodotto mentale asociale che non si propone alcuna comunicazione con l'altro. Processo intimo, incomprensibile per la persona stessa che lo ha creato, esso nasce da un compromesso tra le forze pulsionali dell'Es e quelle censorie del Super-io, e può esistere solo sotto una forma criptica.
Il motto di spirito, al contrario, è la più sociale di tutte le funzioni mentali che mirano ad ottenere una certa quota di piacere (in ciò affine a qualunque altra creazione artistica, letteraria, poetica, pittorica, ecc.). La condensazione onirica richiede un lungo e laborioso lavoro di scavo interpretativo; la condensazione del motto di spirito è invece ricchezza di comunicazione, densità espressiva subito condivisa dall'ascoltatore.
Per quanto il motto di spirito debba lottare con le forze inibitrici, solitamente esso rispetta i limiti imposti dal pensiero cosciente (per questo la battuta viene non solo comunicata come il contenuto manifesto del sogno, ma facilmente e rapidamente capita dall'altro); ed ancora, nei confronti delle istanze censorie, esso si limita a scegliere le parole, o meglio i giochi di parole, che possono apparire leciti stante l'ambiguità delle parole stesse e la molteplicità delle relazioni concettuali implicite nella frase; ed infine, l'essenza del motto di spirito (che Freud definisce come "gioco sviluppato"), sia nella forma tendenziosa che ingenua, consiste nel recupero del periodo infantile, del gioco, cioè nel piacere di eludere non solo le istanze della repressione, ma nel riattivare quello stadio anteriore attraverso un facile "tuffo all'indietro".
"Il puerile è la fonte dell'inconscio", afferma Freud, e i contenuti dell'inconscio, oltre alle tracce filogenetiche, comprendono tutti i prodotti della prima fanciullezza dell'individuo. Chi crea pertanto un motto di spirito non fa altro che ricondurre momentaneamente la propria attività mentale al periodo dell'infanzia, alla "vecchia dimora del precedente gioco di parole".
Un altro elemento di distinzione dal sogno è dato dalla diversa funzione dell'inconscio nei due processi psichici: nel motto un pensiero preconscio (cioè potenzialmente presente nell'attività mentale, anche se non espressamente attualizzato nella coscienza) viene immerso, ma solo momentaneamente, nell'inconscio per essere, subito dopo, espresso, seppure in maniera camuffata, in termini comunicativi e razionali; nel sogno, invece, il desiderio rimosso viene mascherato in maniera più massiccia, dando luogo a immagini deformate, inintelligibili ed assurde.
Tra le caratteristiche del motto di spirito, la dimensione sociale merita di essere analizzata nella sua dinamica che coinvolge almeno tre persone. Se il fine principale della battuta arguta è l'ottenimento di una certa quota di piacere, va tuttavia rilevato che nessuno può ritenersi soddisfatto dall'aver creato un motto di spirito solo per se stesso. In altri termini, il processo psichico del motto di spirito richiede necessariamente una seconda persona; infatti è solo per suo tramite che, colui che fa dello spirito, può ritenersi appagato.
Per meglio precisare, nel motto di spirito sarebbero pertanto coinvolte:
I) la persona che crea il motto (prima persona);
2) la persona alla quale esso viene raccontato (seconda persona) e di cui la prima deve guadagnarsi la complicità e l'assenso;
3) la persona, o le persone, o le istituzioni che sono oggetto, cioè vittime, del motto stesso (terza persona).
Affinché il motto di spirito, raggiunga il suo obiettivo occorre che la prima e la seconda persona abbiano in comune gli stessi desideri e le stesse inibizioni relative ad essi.
La prima persona deve cioè riattivare, attraverso la battuta, un desiderio represso nella seconda persona sulla quale grava la stessa quantità di inibizione, di censura, operante nella prima.
Tanto l'arguzia, quanto il sogno presentano, come già esposto, una veste esteriore sotto cui si cela il significato originario, cioè il desiderio condannato. Il lavoro dell'analista consiste nello smascherare. attraverso la complessa analisi interpretativa. quanto è stato occultato, distorto dalle istanze morali dell'individuo.
Di fronte al motto di spirito la seconda persona, cioè l'ascoltatore, viene a trovarsi in una posizione analoga a quella dell'analista, quantunque differenza di quest'ultimo, il fruitore del motto sembra svolgere il suo lavoro interpretativo in una quantità di tempo eccezionalmente ridotta.
La rapida intelligibilità del motto di spirito da parte dell'ascoltatore induce a ipotizzare tra la prima e la seconda persona un'immediata identificazione; a ritenere la seconda persona una sorta di specchio su cui si riflettono i processi psichici della prima; ed ancora a postulare che tra l'inconscio della prima e della seconda persona esiste una rete comunicativa che affonda nell'ambito dell'inconscio collettivo.
Il lavoro di decodifica del messaggio spiritoso da parte della seconda persona è facilitato dal fatto che i desideri, che sottendono il motto di spirito, derivano più che dalle inibizioni individuali dalla repressione sociale. In luogo della rimozione l'individuo qui opererebbe coscientemente una repressione delle proprie pulsioni, per evitare il biasimo della struttura sociale in cui egli vive ed opera.
I temi sessuali ed aggressivi, che danno origine al motto tendenzioso, vengono senza troppa fatica percepiti dall'lo che, tuttavia, con determinazione, li reprime per non incorrere nell'ostracismo della convivenza sociale.
Le inibizioni, temporaneamente alleviate dal motto di spirito, appaiono dunque prevalentemente di tipo sociale, legate ad una morale più o meno repressiva, i cui divieti e le cui prescrizioni si storicizzano in codici etici diversamente disposti a tollerare le infrazioni ai tabù imposti.
Il motto osceno può essere paragonato a tentativi di seduzione. Colui che inventa, o racconta un discorso osceno, trova parziale soddisfazione ai suoi desideri creando, con la battuta, la situazione originale repressa dalle norme sociali e cercando nello stesso tempo di coinvolgere la seconda persona nel suo racconto-seduzione fino a farla diventare suo complice.
Colui che ride del motto, mostrando partecipazione al discorso osceno, si trova pertanto nella veste di uno spettatore di un atto di aggressione sessuale che condivide l'attacco della prima persona nei confronti della terza, la vittima, la quale viene così "esposta- alla soddisfazione degli impulsi libidici delle prime due persone.
Nel motto ostile, l'attacco fisico e brutale viene sostituito dall'invettiva verbale che rende spregevole la persona, o l'istituzione, che si vuole ferire. In tal caso la seconda persona, l'ascoltatore, viene trascinata a condividere l'aggressività di chi crea la battuta nei confronti della terza, sospendendo quindi con le sue risa la repressione sociale, solitamente tesa ad inibire gli impulsi ostili.
Se la dinamica psichica e relazionale del motto tendenzioso (tendenzioso in quanto mira ad offendere il pudore, ad insultare e a ridicolizzare le istituzioni, ad attaccare e ledere la stima e la dignità personale) coinvolge nella sua globalità tre persone, quella del motto ingenuo riguarda solo la prima e la seconda persona. Essendo per natura inoffensivo, esso non può avere infatti l'intenzione di ferire o di attaccare qualcuno o qualcosa (la terza persona).
La prima persona (ingenua e candida), come già esposto, non ride della sua battuta, poiché crede di aver utilizzato del tutto normalmente e senza compromessi le sue facoltà logiche, verbali ed espressive; in quanto ingenua non ha secondi fini e perciò non ha inibizioni su cui risparmiare.
La seconda persona (l'adulto che ascolta, abituato invece a reprimere la tentazione a tornare indietro al periodo della propria fanciullezza, al gioco spensierato e libero dalle coercizioni della logica) riceve come in "regalo" dalla prima persona il mezzo per alleviare, attraverso il riso, anche se solo momentaneamente, il giogo della costrizione raziocinante.
La scarica del riso nel motto di spirito nasce quindi da uno sblocco improvviso dell'energia, che l'individuo è costretto ad impiegare per mantenere l'inibizione nei riguardi di determinati contenuti, grazie alla rapida liberazione offerta dal motto che raggira la repressione, attuando un risparmio sull'energia inibitoria.
Lo scoppio del riso, elemento fondamentale per la riuscita del motto stesso, deriva dunque da una liberazione di energia psichica, espressa per ‘ia fisiologica; attraverso il riso chi crea la battuta può amplificare il suo piacere e ridere di rimbalzo osservando l'effetto prodotto nell'ascoltatore.
Si può concludere questo paragrafo sottolineando, con una formula sintetica, i due principali obiettivi cui tende il motto di spirito, cioè il risparmio di energia psichica e la riattivazione della vita infantile, la quale può essere considerata la sede per eccellenza del risparmio totale: risparmio sulle inibizioni e risparmio sulle facoltà logico-critiche dell'adulto.


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