Il motto di spirito
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Lo
spirito di parola e lo spirito di pensiero
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La filosofia tradizionale aveva inglobato
il motto di spirito nella categoria del comico e questo a sua volta in quella
più vasta dell'estetica.
Caratteristica della rappresentazione
estetica sarebbe il puro e semplice godimento dell'idea in sé, avendo essa in se
stessa la propria ragion di essere e non dovendo soddisfare alcun bisogno
vitale: di fronte ad un fatto estetico l'unico atteggiamento è quello della
contemplazione.
Nel caso del motto di spirito la persona si troverebbe pertanto in uno stato di
"scherzosa contemplazione", accontentandosi, in altri termini, della gioia
derivatagli dall'aver semplicemente udito la battuta.
Diversamente Freud intese il motto di spirito e cioè come un atto creativo
"liberatorio" (le istanze morali volte alla repressione dei desideri
inaccettabili vengono sollevate dal loro compito censorio permettendo un
risparmio di energia psichica) ed il "piacere" che ne consegue è testimoniato
dalla reazione del riso.
Egli rinvenne nel motto arguto un significato nascosto (inconscio) e nell'opera
"il motto di spirito" analizzò i rapporti tra questo e altri fenomeni della vita
psichica quali il sogno, i lapsus, gli atti mancati nonché i sintomi nevrotici.
Allo scopo di decifrare il motto di spirito, Freud si pone di fronte ad esso
nello stesso atteggiamento da lui assunto nei confronti del sogno: come il sogno
presenta una facciata esterna (contenuto manifesto), con cui occulta quella
interna (contenuto latente), così il motto di spirito possiede un significato
originario mascherato dal gioco di parole.
Il motto di spirito, come ogni altro prodotto psichico e culturale (dal sogno
quindi alla poesia, all'arte) è passibile di interpretazione: attraverso il
processo della riduzione è possibile rintracciare il senso originario occultato
dal gioco di parole, o di concetti, con cui è stato espresso il motto.
Pertanto la riduzione consente di decodificare il contenuto psichico latente
dopo che la veste arguta, cioè il rivestimento tecnico della battuta, è stata
isolata. In altri termini il motto di spirito contiene in sé elementi che non
appaiono nell'espressione verbale (la comunicazione esplicita), anche se è
strettamente essenziale la presenza del rivestimento esteriore (la dizione
linguistica), affinché il significato originario possa venire espresso.
Il carattere spiritoso della battuta va ricercato nella sua tecnica, cioè nella
forma linguistica, o meglio nelle figure retoriche attraverso le quali essa è
stata esposta.
I motti di spirito comprendono due grandi categorie: lo spirito di parola e lo
spirito di pensiero. In entrambi il senso originario viene modificato dalla
tecnica linguistica fino ad assumere una forma allusiva, ambigua e spiritosa;
ma, mentre nello spirito di parole la tecnica principale consiste in una
distorsione di senso all'interno delle singole unità lessicali, in quello di
pensiero l'operazione tecnica fondamentale agisce sulla struttura concettuale di
una o più frasi.
Analizzando le tecniche principali proprie dello spirito di parole, o spirito
verbale, si mettono in evidenza:
a) condensazione accompagnata dalla formazione di un sostituto ottenuto con la
creazione di una parola composta nuova ed originale. Esempio: "Come è vero Dio,
signor dottore, stavo seduto accanto a Salomon Rotschild e lui mi ha trattato
proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari" .
Questa battuta, creata dal poeta Heine, attraverso la condensazione delle parole
"familiare" e "milionario" svela, con un'efficace formula sintetica, gli
atteggiamenti di distaccata superiorità, sotto una maschera di condiscendenza e
di disponibilità, del barone Rotschild nei confronti di un agente di borsa, che
vantava di godere rapporti familiari presso il nobile ricco.
b) condensazione con un'alterazione della forma espressiva. Es.: "Ho viaggiato
téte-a-béte con lui". Il significato di questa battuta, ottenuto con il processo
della riduzione, è "ho viaggiato tète-a-tète con il signor X, ed il signor X è
una stupida bestia". L'originalità di questa arguzia consiste nell'avere
soppresso "stupida bestia" che viene tuttavia evocata dalla trasformazione del t
di téte nella b di béte. Ancora un altro esempio in merito: "Traduttore -
traditore!".
c) doppio senso reale e gioco di parole.
In questo caso non si crea una parola sostitutiva originale come in (a) e
neppure la parola viene modificata come in (b); il doppio senso reale deriva
dalla ambiguità espressiva della parola che può assumere, grazie alla sua
posizione nella frase, due significati diversi od opposti.
Es.: "C'est la premier vol de l'aigle", dove "vol" sta sia per volo che per
furto. Questo motto era stato assai di moda quando Napoleone, preso il potere,
non aveva esitato ad accappararsi i beni della Casa d'Orleans. Ancora un altro
esempio: "La differenza tra professori Ordinari e professori Straordinari
consiste nel fatto che gli ordinari non fanno nulla di straordinario e gli
straordinari non fanno niente che sia anche solo ordinario.
La caratteristica comune a queste tre tecniche è la condensazione; tutte infatti
sono dominate da una tendenza a comprimere, a sintetizzare e a concentrare il
discorso sulla parola chiave.
Le tecniche dello spirito di pensiero, o spirito concettuale, si possono così
riassumere:
a) deviazione dal pensiero normale che comprende tutte le trasformazioni del
pensiero, dallo spostamento verso concetti marginali, al non-senso,
all'assurdità, agli errori di ragionamento.
Es.: Un vecchio professore universitario a chi si congratulava con lui in
occasione della nascita del suo ultimo figlio giuntogli in età avanzata disse:
"Davvero incredibile ciò che possono fare le mani umane".
La risposta del vecchio professore sembra a prima vista fuori posto; una
risposta inadeguata che confonde tanto noi quanto l'interlocutore che si
congratulava. Eppure anche questa battuta, apparentemente assurda, racchiude un
significato che in questo caso è di carattere osceno.
Es.: "Un signore entra in una pasticceria e ordina una torta; subito dopo però
la restituisce e chiede in cambio un bicchierino di liquore. Lo beve e fa per
andarsene senza pagare. Il padrone lo ferma 'Che vuole da me?' 'Deve pagare il
liquore' 'Ma se le ho dato in cambio la torta!' 'Già, ma la torta non l'ha
mica pagata'. 'Già, ma non l'ho mica mangiata'.
Questo motto presenta sotto un'apparente coerenza una forma errata di
ragionamento (un sofisma) che permette al malizioso cliente di raggiungere lo
scopo, cioè di gustare la consumazione, ma a spese dell'ingenuo proprietario.
b) unificazione, che consiste nella creazione di originali unità di pensiero,
nella relazione di idee solitamente separate tra loro e nell'associazione di
concetti opposti. L'unificazione può essere considerata come una forma di
condensazione (tipica dello spirito di parole), essendo anche qui le parole
soggette alla compressione e alla concentrazione.
Es.: "Sua Altezza Serenissima fa un viaggio attraverso i suoi Stati e nota tra
la folla un uomo che, nell'aspetto imponente, gli assomiglia in modo
straordinario. Gli fa cenno di accostarsi e gli domanda: 'Vostra madre è stata a
servizio a Palazzo, vero?'. 'No, Altezza è la risposta, ma c'è stato mio
padre'.
In questo caso la risposta arguta consiste "nel ripagare uno con ugual moneta",
nel creare una relazione di contenuti tra idee antagoniste che nell'esempio
riportato sta nel reciproco attacco all'onorabilità delle rispettive madri.
c) rappresentazione per
opposti. Es.: "Questa donna assomiglia alla Venere è anch'essa
straordinariamente vecchia, è anch'essa senza denti e ha qualche macchia bianca
sulla superficie giallastra del corpo" (Heine).
Questo esempio è una rappresentazione della bruttezza attraverso un confronto
con quanto c'è di più bello. Simili paragoni diventano possibili in quanto le
caratteristiche, in questo caso estetiche, vengono espresse attraverso parole a
doppio senso.
d) esagerazione. Es.: "ll re si degna di visitare una clinica chirurgica e trova
il professore intento a eseguire l'amputazione di una gamba. Egli commenta le
singole fasi dell'operazione esprimendo ad alta voce il suo reale compiacimento:
'Bravo, bravo, mio caro Consigliere!' .A operazione conclusa il professore gli
si accosta e. inchinandosi profondamente domanda: 'Vostra laestà ordina che si
proceda anche con l'altra gamba?'.
Questa battuta è un efficace esempio di ridondanza, di esagerazione, di
"rincaro". La visita del re alla clinica coincide casualmente con un intervento
di amputazione che il professore deve necessariamente eseguire per il bene del
paziente. Gli elogi del sovrano rallegrano lo zelante chirurgo ed al tempo
stesso intimidiscono il fedele suddito. Deferenza e compiacenza rendono
ridicolmente dipendente la figura del professore da un eventuale capriccio del
re (l'amputazione della gamba sana) fino ad offuscare la deontologia del medico.
Questa interpretazione, che fa del chirurgo un'umile pedina della volontà del
sovrano (il medico disposto a tutto pur di compiacere l'autorità), è tuttavia
opposta a quella elaborata da Freud. Egli infatti coglie nella domanda del
chirurgo una disposizione ironica e graffiante verso il re sotto un'apparente
veste di accondiscendenza e di ossequio.
e) rappresentazione indiretta, attraverso correlazioni, analogie, allusioni,
omissioni. Es.: "Due uomini d'affari poco scrupolosi erano riusciti ad ammassare
una grossa fortuna per mezzo di iniziative spericolate: ora si trattava dì farsi
accogliere nella buona società. Tra i vari mezzi, sembrò loro opportuno farsi
ritrarre dal pittore piú celebre e costoso della città, i cui dipinti erano
considerati ogni volta un avvenimento. Le preziose tele furono mostrate per la
prima volta al pubblico durante una grande `soirée'. ed i due padroni di casa
accompagnarono personalmente il conoscitore d'arte e critico più influente verso
la parte del salone dove i due quadri stavano appesi uno accanto all'altro,
ansiosi di strappargli un giudizio ammirato. Il critico osservò a lungo i
ritratti, poi scosse la testa come se il conto non tornasse e si limitò a
domandare, indicando lo spazio vuoto tra le due tele: 'And where is the
Saviour?' " (E il Redentore dov'è?).
I due dipinti in questione richiamano alla mente del critico un'immagine analoga
e ben conosciuta da tutti, cioè il Cristo fra i due ladroni. "Dov'è il
Redentore?" è una figurazione indiretta ed allusiva con cui il critico può
efficacemente ed elegantemente esprimere il suo giudizio sui due padroni di
casa, che, proprio perché simili ai ladronì della crocefissione, richiamano per
contrasto la figura, peraltro omessa, del Cristo redentore.
Le diverse tecniche del motto dí spirito qui riassunte indicano i vari
procedimenti attraverso i quali la battuta arguta devia dal pensiero normale
operando distorsioni di senso, nel caso dello spirito di parole, nelle singole
unità lessicali e nel caso dello spirito di pensiero sulla struttura e sulla
formulazione concettuale della frase.
Condensazione e spostamento sono dunque i cardini del motto di spirito, così
come lo sono nella dinamica del sogno; in entrambi í casi la loro azione, che
consiste nel deformare il linguaggio normale ed il pensiero razionale, svela la
presenza di un significato nascosto che approfitta per emergere proprio di
particolari strategie comunicative. Se il sogno nasconde, sotto le immagini
deformate del contenuto manifesto, i desideri inaccettabili e ripudiati, ma non
perciò estinti (ovvero il contenuto latente), il motto di spirito lascia
intravedere, con un procedimento analogo, sotto la maschera arguta,
un'intenzione, cioè un desiderio, in qualche modo condannato e represso.
Una volta distinte e catalogate le diverse tecniche del motto di spirito, Freud
passò ad analizzare gli scopi e le intenzioni.
L'analisi del materiale portò ad individuare due diversi generi: il motto di
spirito ingenuo e il motto di spirito tendenzioso.
Nel primo il piacere deriverebbe dalla veste arguta della battuta, dalla sua
struttura, nonché dalla sua tecnica espressiva; in tal caso l'effetto piacevole
è solitamente moderato, suscitando nell'ascoltatore un sorriso e non invece uno
scoppio irrefrenabile di risa come avviene nello spirito tendenzioso.
Nello spirito tendenzioso, che comprende motti osceni, ostili, cinici (blasfemi
contro le istituzioni, le tradizioni, ecc.) e scettici (che attaccano le
possibilità stesse della conoscenza), è proprio attraverso la facciata arguta
che si offre soddisfazione (piacere quindi) a desideri più sostanziali
altrimenti censurati.
Secondo il modello "economico" freudiano, mentre tutte le operazioni psichiche
richiedono un dispendio di energia quantificabile, il piacere sarebbe sempre
associato ad un "risparmio" di questa energia e ad una liberazione delle sue
cariche. Pertanto il piacere, massimamente assicurato dallo spirito tendenzioso,
deriverebbe dal risparmio del dispendio psichico richiesto solitamente per
mantenere l'inibizione di desideri proibiti, inibizione cui il motto riesce
astutamente a sottrarsi.
Il concetto di "risparmio" porta ad affermare però che lo stesso spirito ingenuo
(apparentemente senza seconde finalità) è in ultima analisi "tendenzioso",
poiché il piacere da esso ricavato è riconducibile ad un risparmio, ad
un'economia di dispendio inibitorio.
I giochi di parole, la deviazione dal pensiero logico verso l'incongruo, la
somiglianza dei suoni, le ripetizioni, caratteristiche queste del motto
innocente, anche se indipendenti dai desideri osceni e aggressivi, si possono
considerare tutte modalità di "alleviamento dalla costrizione" delle facoltà
logiche e critiche.
Il motto ingenuo risparmierebbe cioè sulle inibizioni raziocinanti dell'uomo
adulto, impegnato solitamente nell'autocontrollo, nell'ideazione più logica e
coerente possibile, ecc... soddisfacendo perciò il desiderio di tornare
all'infanzia che, secondo Freud resta, nonostante tutto, la sede di minor spesa
energetica e perciò il luogo privilegiato per la sperimentazione del piacere.
Ma anche lo spirito tendenzioso, che cerca di appagare, seppure in modo
parziale, i desideri sessuali ed aggressivi dell'uomo maturo, rimanda,
nell'ottica freudiana, all'infanzia e al gioco infantile, a quel periodo in cui
le inibizioni non hanno ancora messo troppe radici e ogni attività del bambino,
si dispiega al di fuori di un severo controllo delle facoltà critiche.
Pertanto, se i motti si diversificano, per gli scopi, in tendenziosi ed
innocenti, condividono in ultima analisi lo stesso obiettivo che è il ritorno al
mondo infantile, luogo in cui per eccellenza è consentita la libera espressione,
essendo il bambino affrancato dal giogo della critica razionale e dalle
coercizioni del Super-io.
Se la psicogenesi del motto di spirito è analoga a quella del sogno, è pur vero
che ci sono tra i due processi psichici differenze notevoli.
Nella dinamica del sogno un desiderio, che per il suo contenuto spiacevole è
stato escluso dalla coscienza, viene elaborato dall'inconscio il quale, tramite
la condensazione, lo spostamento e la rappresentazione simbolica, genera
l'immagine onirica quale espressione camuffata di impulsi rimossi e censurati.
E' evidente che questo lavoro avviene esclusivamente all'interno dell'individuo
(è cioè un fatto privato) e non si propone altro se non di risparmiare il
dispiacere che altrimenti deriverebbe dal riconoscere desideri o bisogni
condannati i quali, se irrompessero nella coscienza abbattendo dunque le
barriere della censura, potrebbero perdipiù causare l'interruzione del sonno
stesso ("il sogno è il guardiano del sonno").
Tuttavia i processi di condensazione, spostamento e rappresentazione, condivisi
tanto dal sogno quanto dal motto di spirito, incidono sul meccanismo del sogno
con più forza nella direzione del camuffamento.
Mentre l'inibizione nel sogno viene in qualche modo elusa solo attraverso
un'intensa utilizzazione dei metodi di distorsione, nel motto di spirito essa
viene raggirata attraverso le "tecniche" sopradescritte, che rappresentano la
peculiarità del motto stesso.
Il sogno cerca, seppure in maniera allucinatoria, di soddisfare i bisogni vitali
dell'individuo consentendogli allo stesso tempo di dormire: esso è un prodotto
mentale asociale che non si propone alcuna comunicazione con l'altro. Processo
intimo, incomprensibile per la persona stessa che lo ha creato, esso nasce da un
compromesso tra le forze pulsionali dell'Es e quelle censorie del Super-io, e
può esistere solo sotto una forma criptica.
Il motto di spirito, al contrario, è la più sociale di tutte le funzioni mentali
che mirano ad ottenere una certa quota di piacere (in ciò affine a qualunque
altra creazione artistica, letteraria, poetica, pittorica, ecc.). La
condensazione onirica richiede un lungo e laborioso lavoro di scavo
interpretativo; la condensazione del motto di spirito è invece ricchezza di
comunicazione, densità espressiva subito condivisa dall'ascoltatore.
Per quanto il motto di spirito debba lottare con le forze inibitrici,
solitamente esso rispetta i limiti imposti dal pensiero cosciente (per questo la
battuta viene non solo comunicata come il contenuto manifesto del sogno, ma
facilmente e rapidamente capita dall'altro); ed ancora, nei confronti delle
istanze censorie, esso si limita a scegliere le parole, o meglio i giochi di
parole, che possono apparire leciti stante l'ambiguità delle parole stesse e la
molteplicità delle relazioni concettuali implicite nella frase; ed infine,
l'essenza del motto di spirito (che Freud definisce come "gioco sviluppato"),
sia nella forma tendenziosa che ingenua, consiste nel recupero del periodo
infantile, del gioco, cioè nel piacere di eludere non solo le istanze della
repressione, ma nel riattivare quello stadio anteriore attraverso un facile
"tuffo all'indietro".
"Il puerile è la fonte dell'inconscio", afferma Freud, e i contenuti
dell'inconscio, oltre alle tracce filogenetiche, comprendono tutti i prodotti
della prima fanciullezza dell'individuo. Chi crea pertanto un motto di spirito
non fa altro che ricondurre momentaneamente la propria attività mentale al
periodo dell'infanzia, alla "vecchia dimora del precedente gioco di parole".
Un altro elemento di distinzione dal sogno è dato dalla diversa funzione
dell'inconscio nei due processi psichici: nel motto un pensiero preconscio (cioè
potenzialmente presente nell'attività mentale, anche se non espressamente
attualizzato nella coscienza) viene immerso, ma solo momentaneamente,
nell'inconscio per essere, subito dopo, espresso, seppure in maniera camuffata,
in termini comunicativi e razionali; nel sogno, invece, il desiderio rimosso
viene mascherato in maniera più massiccia, dando luogo a immagini deformate,
inintelligibili ed assurde.
Tra le caratteristiche del motto di spirito, la dimensione sociale merita di
essere analizzata nella sua dinamica che coinvolge almeno tre persone. Se il
fine principale della battuta arguta è l'ottenimento di una certa quota di
piacere, va tuttavia rilevato che nessuno può ritenersi soddisfatto dall'aver
creato un motto di spirito solo per se stesso. In altri termini, il processo
psichico del motto di spirito richiede necessariamente una seconda persona;
infatti è solo per suo tramite che, colui che fa dello spirito, può ritenersi
appagato.
Per meglio precisare, nel motto di spirito sarebbero pertanto coinvolte:
I) la persona che crea il motto (prima persona);
2) la persona alla quale esso viene raccontato (seconda persona) e di cui la
prima deve guadagnarsi la complicità e l'assenso;
3) la persona, o le persone, o le istituzioni che sono oggetto, cioè vittime,
del motto stesso (terza persona).
Affinché il motto di spirito, raggiunga il suo obiettivo occorre che la prima e
la seconda persona abbiano in comune gli stessi desideri e le stesse inibizioni
relative ad essi.
La prima persona deve cioè riattivare, attraverso la battuta, un desiderio
represso nella seconda persona sulla quale grava la stessa quantità di
inibizione, di censura, operante nella prima.
Tanto l'arguzia, quanto il sogno presentano, come già esposto, una veste
esteriore sotto cui si cela il significato originario, cioè il desiderio
condannato. Il lavoro dell'analista consiste nello smascherare. attraverso la
complessa analisi interpretativa. quanto è stato occultato, distorto dalle
istanze morali dell'individuo.
Di fronte al motto di spirito la seconda persona, cioè l'ascoltatore, viene a
trovarsi in una posizione analoga a quella dell'analista, quantunque differenza
di quest'ultimo, il fruitore del motto sembra svolgere il suo lavoro
interpretativo in una quantità di tempo eccezionalmente ridotta.
La rapida intelligibilità del motto di spirito da parte dell'ascoltatore induce
a ipotizzare tra la prima e la seconda persona un'immediata identificazione; a
ritenere la seconda persona una sorta di specchio su cui si riflettono i
processi psichici della prima; ed ancora a postulare che tra l'inconscio della
prima e della seconda persona esiste una rete comunicativa che affonda
nell'ambito dell'inconscio collettivo.
Il lavoro di decodifica del messaggio spiritoso da parte della seconda persona è
facilitato dal fatto che i desideri, che sottendono il motto di spirito,
derivano più che dalle inibizioni individuali dalla repressione sociale. In
luogo della rimozione l'individuo qui opererebbe coscientemente una repressione
delle proprie pulsioni, per evitare il biasimo della struttura sociale in cui
egli vive ed opera.
I temi sessuali ed aggressivi, che danno origine al motto tendenzioso, vengono
senza troppa fatica percepiti dall'lo che, tuttavia, con determinazione, li
reprime per non incorrere nell'ostracismo della convivenza sociale.
Le inibizioni, temporaneamente alleviate dal motto di spirito, appaiono dunque
prevalentemente di tipo sociale, legate ad una morale più o meno repressiva, i
cui divieti e le cui prescrizioni si storicizzano in codici etici diversamente
disposti a tollerare le infrazioni ai tabù imposti.
Il motto osceno può essere paragonato a tentativi di seduzione. Colui che
inventa, o racconta un discorso osceno, trova parziale soddisfazione ai suoi
desideri creando, con la battuta, la situazione originale repressa dalle norme
sociali e cercando nello stesso tempo di coinvolgere la seconda persona nel suo
racconto-seduzione fino a farla diventare suo complice.
Colui che ride del motto, mostrando partecipazione al discorso osceno, si trova
pertanto nella veste di uno spettatore di un atto di aggressione sessuale che
condivide l'attacco della prima persona nei confronti della terza, la vittima,
la quale viene così "esposta- alla soddisfazione degli impulsi libidici delle
prime due persone.
Nel motto ostile, l'attacco fisico e brutale viene sostituito dall'invettiva
verbale che rende spregevole la persona, o l'istituzione, che si vuole ferire.
In tal caso la seconda persona, l'ascoltatore, viene trascinata a condividere
l'aggressività di chi crea la battuta nei confronti della terza, sospendendo
quindi con le sue risa la repressione sociale, solitamente tesa ad inibire gli
impulsi ostili.
Se la dinamica psichica e relazionale del motto tendenzioso (tendenzioso in
quanto mira ad offendere il pudore, ad insultare e a ridicolizzare le istituzioni,
ad attaccare e ledere la stima e la dignità personale) coinvolge nella sua
globalità tre persone, quella del motto ingenuo riguarda solo la prima e la
seconda persona. Essendo per natura inoffensivo, esso non può avere infatti
l'intenzione di ferire o di attaccare qualcuno o qualcosa (la terza persona).
La prima persona (ingenua e candida), come già esposto, non ride della sua
battuta, poiché crede di aver utilizzato del tutto normalmente e senza
compromessi le sue facoltà logiche, verbali ed espressive; in quanto ingenua non
ha secondi fini e perciò non ha inibizioni su cui risparmiare.
La seconda persona (l'adulto che ascolta, abituato invece a reprimere la
tentazione a tornare indietro al periodo della propria fanciullezza, al gioco
spensierato e libero dalle coercizioni della logica) riceve come in "regalo"
dalla prima persona il mezzo per alleviare, attraverso il riso, anche se solo
momentaneamente, il giogo della costrizione raziocinante.
La scarica del riso nel motto di spirito nasce quindi da uno sblocco improvviso
dell'energia, che l'individuo è costretto ad impiegare per mantenere
l'inibizione nei riguardi di determinati contenuti, grazie alla rapida
liberazione offerta dal motto che raggira la repressione, attuando un risparmio
sull'energia inibitoria.
Lo scoppio del riso, elemento fondamentale per la riuscita del motto stesso,
deriva dunque da una liberazione di energia psichica, espressa per ia
fisiologica; attraverso il riso chi crea la battuta può amplificare il suo
piacere e ridere di rimbalzo osservando l'effetto prodotto nell'ascoltatore.
Si può concludere questo paragrafo sottolineando, con una formula sintetica, i
due principali obiettivi cui tende il motto di spirito, cioè il risparmio di
energia psichica e la riattivazione della vita infantile, la quale può essere
considerata la sede per eccellenza del risparmio totale: risparmio sulle
inibizioni e risparmio sulle facoltà logico-critiche dell'adulto.
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