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Il significato dei sintomi


  • Il sintomo nevrotico

   
  • Il pensiero neurotico


Nel corso della discussione riguardante i sogni, gli atti mancati e le battute di spirito, si è più volte sottolineato un aspetto che tali diversi fenomeni presentano in comune con il sintomo nevrotico: tutti presentano infatti la caratteristica di essere formazioni di compromesso, espressioni di conflitto psichico, ossia manifestazioni attraverso le quali si esprimono contemporaneamente dei desideri rimossi e delle istanze difensive.
Con ciò si afferma implicitamente che anche isintomi nevrotici, nonostante quello che frequentemente appare, come il loro carattere assurdo e incongruente, rivelano un'intenzione e un significato nascosti.
Freud ha fatto spesso notare come il sintomo nevrotico abbia una stretta analogia con il sogno manifesto; anche il processo di formazione del sintomo è molto simile a quello che si osserva nel lavoro onirico: entrano anche qui in gioco processi di condensazione, spostamento, simbolizzazione, ecc. Anche nel caso del sintomo, si tratta del fatto che un desiderio inconscio è alla ricerca di un appagamento, ma incontra l'ostacolo dell'Io che se ne difende, perché sente come un pericolo la possibilità che tale desiderio trovi la maniera di esprimersi e di realizzarsi. I motivi per cui l'Io si difende con la rimozione da determinati desideri dell'Es, possono essere disparati; una delle ragioni, per es., può essere una forte disapprovazione da parte del Super-io, cosicché l'Io 'si incarica', per conto del Super-io, di respingere nell'inconscio determinati impulsi. Il risultato di tale conflitto consiste nel fatto che i desideri inconsci, che malgrado tutto riescono a superare le difese dell'Io, raggiungono soltanto una forma di soddisfacimento sostitutiva ed estremamente mascherata. Inoltre, pur soddisfacendo i desideri inconsci entro certi limiti ristretti, il sintomo rappresenta al tempo stesso un inconscio ripudio di tali desideri. Di conseguenza l'Io ritrova di fronte a sé i sintomi, che costituiscono un "ritorno del rimosso", benché in forma sostitutiva e mascherata.
Da qui nasce il concetto di utile primario della malattia (o del sintomo nevrotico): Freud ritiene che esso consista nell'abolizione o nella diminuzione dell'angoscia, della paura o del senso di colpa che verrebbero avvertiti, se i desideri rimossi irrompessero nella coscienza. Ciò può sembrare strano, se si considera quanto spesso i sintomi nevrotici siano accompagnati dall'ansia, ma il paradosso è più apparente che reale: infatti un altro aspetto dei sintomi consiste nel fatto che i conflitti inconsci, che in essi si esprimono, costituiscono una riattivazione di conflitti infantili che a suo tempo diedero origine a difese patologiche; in altri termini, i conflitti che si traducono nei sintomi nevrotici esprimono una regressione a conflitti nevrotici infantili, ad esempio conflitti edipici, che nell'infanzia hanno avuto un esito patologico. Se pertanto i desideri infantili rimossi in questione riuscissero ad affiorare esplicitamente alla coscienza nella loro forma infantile originaria, sarebbero accompagnati da tutta l'angoscia, il terrore o il senso di colpa che già nell'infanzia erano stati provocati da tali desideri. Permettendo invece un'espressione soltanto parziale e travestita dei desideri originari, attraverso quella formazione di compromesso che è il sintomo nevrotico, l'Io è in Brado di evitare almeno in parte, se non tutto, l'intenso disagio che altrimenti ne sarebbe derivato. E' da notare quanto il sintomo nevrotico sia simile — da questo punto di vista — a quell'altra formazione di compromesso che Freud ha chiamato sogno manifesto.
Freud ha rilevato anche l'esistenza di un utile secondario: una volta che si è formato un sintomo, l'Io può scoprire che esso porta con sé alcuni vantaggi, i quali possono indurre un nevrotico a rimanere legato alla propria malattia. Ciò può essere espresso in forma efficace, anche se il riferimento è un po' paradossale, dalla constatazione che: "il trattamento di forme gravi di obesità è sempre un problema difficile, ma diventa addirittura impossibile se la paziente che vogliamo curare fa la donna cannone in un circo, e trota nella sua malattia il modo di guadagnarsi da vivere" (Brenner, 1967). I vantaggi secondari (o esterni) derivano dai riflessi sociali della malattia. Possono consistere nel ricavare attenzioni, cure e premure: nell'essere esonerati, sia pure temporaneamente, da impegni, responsabilità, decisioni; nell'esprimere, in forma indiretta (e quindi coperta e clecolpevolizzata), valenze extrapunitive, vendicative (sovraccarico di responsabilità, di lavoro, fastidi, doveri assistenziali, ecc.... per le persone "care"); nell'attuare una pratica di vita autopunitiva (limitazioni sociali, isolamento, sofferenza, ecc....) che ha valore espiativo ed al tempo stesso è un messaggio (più o meno inconscio) sia accusatorio, sia di richiesta d'amore, comprensione, aiuto, ecc.... Occorre ricordare che la sofferenza fisica e morale è uno dei più potenti messaggi sociali, di tipo preverbale, altamente espressivo, che può veicolare sia gli aspetti aggressivi (accusatori, colpevolizzanti), sia amorosi (attivando la pietà, la compassione). Questa richiesta indiretta, passiva, pagata con l'impotenza e la sofferenza, è considerata socialmente accettabile, è favorita da un certo tipo di morale ed è spesso considerata preferibile alla chiarificazione dei veri termini del conflitto. L'utile secondario, quindi, pur non essendo all'origine del sintomo, lo consolida e lo stabilizza, accentuando le resistenze all'azione terapeutica.
Per illustrare, ora, almeno alcuni aspetti di quanto fin qui esposto, vediamo l'esempio di "un giovanotto che ha il seguente sintomo: tutte le volte che esce di casa deve assicurarsi che siano staccate tutte le luci e le lampade da tavolo. La fantasia terrorizzante, che serviva come razionalizzazione di questo comportamento, era che, se le luci non fossero state staccate, sarebbe potuto avvenire un corto circuito mentre non c'era nessuno, e la casa quindi sarebbe potuta bruciare. ...il confitto originario era edipico. (...) Nel corso dell'analisi si è appurato che il sintomo di quel giovanotto aveva questo significato inconscio, o latente: senza rendersene conto il paziente desiderava prendere il posto del padre con la madre. Nella sua fantasia inconscia ciò si sarebbe potuto produrre nel seguente modo: sarebbe bruciata la casa, il padre si sarebbe avvilito per la perdita della casa, si sarebbe dato al bere e sarebbe diventato incapace di lavorare, di modo che il paziente avrebbe dovuto prendere il posto di lui quale capofamiglia. In questo caso l'irruzione del desiderio dell'Es è rappresentata da due fatti: I) il preoccuparsi spesso di quella parte della fantasia di prendere il posto del padre che aveva il permesso di rimanere cosciente, cioè il fatto che la casa sarebbe bruciata, e 2) il fatto che nelle sue ispezioni all'appartamento prima di uscire, il paziente inseriva e toglieva le spine delle luci, ed esprimeva cosi il proprio desiderio di bruciare la casa, nonostante la propria, cosciente, preoccupazione della necessità di prevenire un tale disastro. D'altra parte, é altrettanto chiara anche la parte giocata dall'Io in questo sintomo: annullamento, rimozione, ansia e colpa" (Brenner, 1967).
In questo esempio si può notare la presenza di un aspetto magico, che è tipico delle azioni coatte della nevrosi ossessiva, ad es. dei rigidi cerimoniali ossessivi che un nevrotico si sente assolutamente costretto ad eseguire in modo stereotipato prima di andare a letto. Queste azioni coatte, in genere, rappresentano un annullamento simbolico, in fantasia, di ciò che è stato realizzato, ma che sul piano cosciente è stato rimosso: per es. l'uccisione, in fantasia, di una persona amata. Nell'inconscio non c'è distinzione tra realtà e fantasia e inoltre vige il principio dell'onnipotenza dei pensieri per cui, ad es., il solo desiderio di uccidere una persona viene sentito come equivalente all'averla realmente uccisa. Ciò aiuta a spiegare quello che accade nella mente del nevrotico ossessivo: per effetto dell'onnipotenza dei pensieri il solo avere concepito il desiderio di uccidere la persona amata viene scambiato inconsciamente, dall'ossessivo, con un'azione realizzata: inconsciamente, cioè, egli crede di avere effettivamente ucciso. Ma se il solo pensiero ha magicamente ucciso, allora altrettanto onnipotentemente l'ossessivo crede di poter risuscitare l'ucciso con un gesto di contro-magia, appunto l'azione coatta (o parte di essa). Il solo gesto, inconsciamente, annulla magicamente l'uccisione fantasticata. Alcuni rituali tipici della sintomatologia ossessiva esprimono molto bene tale interpretazione, in quanto vi compare un atto (come ad esempio aprire un cassetto, o fare un movimento con la mano sinistra oppure toccare un oggetto, ecc.) che coattivamente deve essere ripetuto nel suo contrario (chiudere il cassetto, fare il movimento con la mano destra, toccare un oggetto una seconda volta, ecc.).
La tecnica terapeutica, in tali casi, è chiara: se infatti il soggetto nevrotico diventa consapevole dei desideri ostili rimossi che nutre nei confronti di una persona amata (= ambivalenza), questi desideri cessano anche di venire confusi con azioni, perdono cioè la loro onnipotenza e tendono ad essere neutralizzati dalla sua più forte buona disposizione d'animo cosciente, cosicché egli non ha più bisogno di ricorrere a gesti magici per proteggere da essi il loro destinatario.
È soltanto per il grado in cui sono coatte e complicate, che tali azioni ossessive differiscono da altre azioni come "far croce" con le dita per proteggere un amico dal malaugurio che inconsciamente rivolgiamo contro il suo successo.
In fondo, ogni individuo normale ha il suo rituale del coricarsi o certe piccole abitudini stereotipate che ripete sempre nell'identico modo. Ciò che differenzia questi comportamenti rispetto a quelli nevrotici è la possibilità di abbandonarli senza difficoltà se le circostanze lo richiedono.
Ciononostante i significati e le intenzioni sono gli stessi in entrambi i casi. Questo fatto costituisce un'illustrazione della tesi sempre sostenuta da Freud: che non c'è una linea netta di demarcazione fra normalità e anormalità psichica: i conflitti inconsci sono gli stessi, ma nei nevrotici sono molto più intensi. Le differenze, cioè, sono di quantità e non di qualità.



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