Fioritura della letteratura delle immagini nel contesto del rinascimento
 



I mitografi e il "Rinascimento"

Tra il 1540 circa e il 1600 vide la luce un numero impressionante di testi dedicati alla mitologia, le antichità, le imprese, i geroglifici, gli usi ed i costumi degli antichi; frutto del lavoro di umanisti ed eruditi impegnati in un lavoro di decifrazione e, assai più spesso, di divulgazione, questi manuali presentano come dato comune l’attenzione alle immagini sia come oggetto di decifrazione che di creazione letteraria, nella maggior parte dei casi poi, gli autori si rivolgono consapevolmente ad un pubblico interessato alla produzione artistica o alla ricerca archeologica e tutti, in maniera diretta o attraverso successive mediazioni, finirono con l’influenzare la creazione di opere d’arte di tema mitologico.

La grande fortuna del genere trova motivazioni interne nel nuovo ruolo degli umanisti, alle prese con un profondo mutamento culturale che condurrà ad un passaggio dalla ricerca filologica e dal commentario erudito dei testi classici, a monumentali sintesi spesso corredate di indici, sommari e tavole: vere e proprie summae del sapere acquisito in periodi di più vivace e fertile ricerca, sistemate ora per un più largo pubblico.
In questi stessi anni le ville, le dimore di città, le logge, i giardini si vanno popolando di immagini degli dei dipinte o scolpite in stucco, le statue antiche si confondono con quelle moderne, le feste, i trionfi e gli apparati celebrativi richiedono ricostruzioni esatte di favole, divinità e personificazioni; i committenti di tanto sfarzo si rivolgono a consiglieri e "direttori artistici" - tra i quali spiccano per intraprendenza Annibal Caro al servizio dei Farnese e Vincenzo Borghini per i Medici - per elaborare programmi elaborati, e a
équipe di pittori, scultori e scenografi - dirette da Giorgio Vasari, i fratelli Zuccari, Pirro Ligorio etc.-. E’ richiesta familiarità con l’Olimpo e le fonti classiche, correttezza filologica, rapidità di esecuzione, fantasia inventiva, arguzia di concetti e allo stesso tempo facilità di interpretazione; per tener testa ad un compito così arduo giungevano in soccorso i manuali i quali, caldamente consigliati da Gian Paolo Lomazzo e Giovan Battista Armenini, venendo incontro a tutti i suddetti requisiti, garantiscono una uniformità di linguaggio - scritto e visivo -, un territorio comune di intesa per artisti, committenti e pubblico.

I manuali nelle discipline storico-artistiche: la questione del metodo

L’analisi di quella che è stata felicemente definita "letteratura delle immagini" ha avuto origine dalle ricerche condotte da Aby Warburg che per primo sottolineò l’importanza dei testi letterari, classici e umanistici, per interpretare le opere d’arte del Rinascimento già nel suo primo studio sulla Primavera e la Nascita di Venere di Botticelli, pubblicato nel 1893; furono Fritz Saxl e Jean Seznec a raccogliere l’eredità di Warburg approfondendo in maniera sistematica la cultura astrologica e quella mitologica nella tradizione letteraria e figurativa dal medioevo al rinascimento. L’opera di Seznec, uscita nel 1940 nella collana degli Studies of the Warburg Institute, rimane ancor oggi la trattazione più completa sull’argomento sebbene, per la sua vastità, essa sia stata forzatamente suddivisa secondo uno schema derivato dall’enciclopedismo medievale preso in prestito dalle opere di Emile Mâle; da allora, grazie alle indagini più circoscritte di Erwin Panofsky, la correlazione tra testi e immagini ha trovato concreta applicazione nel campo dell’interpretazione dei dipinti ma poco è stato fatto per giungere ad una conoscenza più approfondita dei singoli manuali e dei loro autori.

In Italia pesava ancora il severo giudizio espresso da Benedetto Croce proprio in occasione della pubblicazione del libro di Seznec a proposito di chi ha «fame di allegorie e di ritrovamenti del significato loro» e che, in una ipotetica dicotomia tra forme e contenuti, per altro adottata dagli stessi warburghiani, prendeva partito deciso per le prime classificando ogni indagine del significato come mera "distrazione" dai contenuti estetici delle pitture. A Londra intanto il dibattito interno all’Istituto Warburg procedeva seguendo dialettiche a cui l’Italia risultava estranea: nel 1972 E.H. Gombrich, nella sua opera di revisione del metodo di Panofsky, reimpostava i termini del rapporto tra testi e immagini; nel suo Immagini Simboliche (1978), soprattutto nei capitoli dedicati ai limiti del’iconologia e alle filosofie del simbolismo, ridimensionando la portata misteriosofica e filosofica del simbolismo pagano rinascimentale, istituiva un parallelo tra retorica e pittura basato nel loro comune uso di figure tratte dall’universo pagano («il modo più semplice in cui l’arte e la retorica possono utilizzare la forma della personificazione rimane tuttora intimamente legato alla mitologia»). Gombrich considerava così un nuovo rapporto tra testi e immagini basato non più sulla dipendenza ma su analogie di procedimenti costruttivi e faceva dei manuali e testi di mitologia e personificazioni non più un semplice strumento di lettura delle opere d’arte ma il soggetto di studi autonomi tesi a dare fondamento filologico alla ricerca iconologica.

I manuali e gli autori

Tutta questa letteratura delle immagini trova la sua pubblicazione intorno alla metà del XVI secolo, per lo più al nord - soprattutto a Venezia e a Basilea - , ma la sua elaborazione e redazione si disloca in decenni diversi; l’analisi di questi testi deve dunque tener conto innanzi tutto delle diversità tipologiche, cronologiche e contenutistiche. Dal 1544 al 1556 vedono la luce l’Opera aliquot di Celio Calcagnini (1479-1541), il De deis gentium varia et multiplex historia di Lilio Gregorio Giraldi (1479-1552), il Geniales Dies di Alessandro degli Alessandri (1461-1523) gli Hieroglyphica di Pierio Valeriano (1477-1558) e le Symbolicae quaestiones di Achille Bocchi (1488-1550); tra i 1556 e il 1571 escono la prima edizione di Le Immagini de gli dei degli antichi di Vincenzo Cartari (1531-post 1571), Le pitture di Anton Francesco Doni (1513-1574), la seconda edizione delle Mythologiae di Natale Conti (1520-1580) e la seconda edizione delle Immagini di Cartari; infine tra il 1571 e il 1593 viene redatto il Trattato sugli dei di Pirro Ligorio (1513/14-1583) ed esce il manuale destinato a soppiantare nel nuovo secolo i precedenti:l'Iconologia di Cesare Ripa (1560-1625).
A pochi anni di distanza si succedono in verità ben tre generazioni di letterati e umanisti, i debiti e i prestiti dei vari testi sono indissolubilmente intrecciati tra loro con continui rimandi a opere precedenti, ma se il materiale passato in consegna da una generazione ad un’altra è in fondo sempre quello umanistico della metà XV- inizio XVI secolo cambia gradualmente, ma anche profondamente, il modo di affrontarlo, interpretarlo e porgerlo al pubblico.

L’Alessandri, Calcagnini, Bocchi, Valeriano e Giraldi avevano partecipato agli anni d’oro del pontificato di Leone X a Roma animando i cenacoli culturali della rinata Accademia Romana di Angelo Colocci, Jacopo Sadoleto, Blosio Palladio, Cibo e Romolo Amaseo, nelle loro opere il clima di quegli anni romani ormai tramontati traspare in filigrana accompagnato dalla nostalgica consapevolezza di essere gli ultimi testimoni di un umanesimo ormai fortemente compromesso dagli eventi storici e politici; è dunque il tentativo di fornire una summa del sapere acquisito e di codificare la vitale eredità umanistica del passato che spinge soprattutto Calcagnini, Valeriano e Giraldi a comporre le loro prolisse e dotte opere.

Vincenzo Cartari e l’amico Anton Francesco Doni quel clima l’hanno già lasciato alle spalle, il primo riprende a piene mani dai suoi predecessori ma seleziona, organizza e interpreta favole e miti con l’occhio puntato al nuovo pubblico di artisti e poeti - come afferma lo stesso Marcolini nella prefazione alla prima edizione - e, in un impresa assai più editoriale che umanistica, divulga abilmente fattezze e attributi, significati e varianti di immagini divine già pronte ad essere tradotte in pittura.

Doni e Cartari, coerentemente al programma editoriale dell’amico Marcolini, scrivono rigorosamente in volgare mentre la Mythologia venne redatta in latino presupponendo una diffusione al di fuori dei confini italiani; e ancora il libello di Doni non ha carattere manualistico ma risulta al contrario una scelta di temi su cui l’autore esercita il genere letterario dell’ekphrasis, pretese letterarie accompagnano anche il lavoro di Conti che dà maggior spessore al suo testo inserendovi riflessioni sul significato morale e filosofico delle favole antiche con un occhio rivolto all’arte retorica ed un altro alla letteratura tridentina controriformistica.
Sebbene coetaneo di Cartari e Conti Ligorio istituisce, con il suo trattato sugli dei rimasto manoscritto tra i volumi conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, un ponte tra i manuali di metà secolo e l’opera di Cesare Ripa distinguendosi poi da entrambi per l’eccezionalità della sua personalità dedita a studi archeologici, all’attività pittorica, di disegnatore e architetto; tuttavia il patrimonio di conoscenze antiquarie di cui l’autore è certamente in possesso, non si integra perfettamente con la trattazione mitografica rimanendo in qualche modo giustapposto, laddove emerge invece una prolissità di considerazioni morali, filosofiche e attualizzanti sconosciuta ai suoi predecessori e inficiante una possibile pubblicazione e diffusione del materiale; sarà soprattutto lo stesso Ligorio a far uso del trattato per i programmi iconografici e decorativi da lui presieduti o i suoi amici antiquari, primo fra tutti Fulvio Orsini che sperava in una pubblicazione dell’ opera omnia dell’amico e che seppe farsi tramite di una sua diffusione capillare ma pur sempre elitaria.

Le fonti

Tutti i manuali presi in considerazione si rifanno più o meno dichiaratamente ad un patrimonio di conoscenze comuni, a fonti classiche pubblicate o tradotte a cavallo tra il XV e il XVI secolo o a mitografi medievali tra i quali spiccano Boccaccio e Fulgenzio. A tutto questo materiale si aggiunge gradualmente quello dei successivi testi sulla mitologia istituendo una vera e propria catena di rimandi e plagi, una rete nella quale, come già notava R.J. Clements (1960), è spesso difficile orientarsi con sicurezza. Gli unici elementi che possono offrire un discrimine sono dunque quelli cronologici e la diversa preponderanza che assumono, presso alcuni autori, determinate fonti.

Le varianti tipologiche che segnano le opere di Alessandri, Calcagnini, Bocchi, Valeriano e Giraldi riconducono a modelli letterari diversi: l’emblematica di Alciati per Bocchi, il genere del saggio umanistico di erasmiana memoria per Calcagnini, il trattato storico ed erudito sui costumi degli antichi per l’Alessandri, gli Hieroglyphica di Horapollo e Dell’interpretazione dei sogni di Artemidoro per Valeriano; un caso a sè costituisce il trattato di Giraldi in quanto unisce le caratteristiche del manuale mitografico, sul modello di Boccaccio, con quelle di trattato erudito dedicato a problemi di traduzione ed etimologia. Le fonti letterarie a cui si rifanno sono per lo più di prima mano e coprono la letteratura classica sul tema, accanto ad esse compaiono, non sempre citati, i più recenti il Boccaccio, Alberico, Fulgenzio e Marziano Capella; Varrone è una fonte importante per l’Alessandri, Horapollo e Artemidoro naturalmente per Valeriano mentre di Pausania fa ampio uso Giraldi.

Diversamente per Cartari e Conti entriamo nel campo del plagio e delle fonti di seconda mano; è stato più volte sottolineata l’assoluta dipendenza delle Immagini degli dei dal De Deis gentium di Giraldi quasi che Cartari abbia voluto offrire una versione ridotta e tradotta del ponderoso testo del predecessore, le fonti usate sono infatti le stesse: i testi classici, medievali, Boccaccio, i compendi sulle medaglie e sulle antichità (in special modo le popolari raccolte di Sebastiano Erizzo e Guillame Du Choul ) e i trattati di emblemi a cui si aggiunge un frequente ricorso a Ovidio, di cui Cartari era stato traduttore. La profonda differenza di organizzazione del materiale diviene però una discriminante essenziale e farà la fortuna del manuale di Cartari, impostato com’è su modelli mitografici quali quelli di Alberico e Boccaccio e corredato, fatto questo essenziale, di immagini incise da Bolognino Zaltieri ed eseguite molto probabilmente da Giuseppe Porta.

Un’analoga suddivisione viene adottata da Natale Conti ma il testo si sviluppa in questo caso più liberamente, le fonti variano rispetto agli esempi precedenti per il frequente ricorso ai lirici ed agli idilli greci, nonché all’autorità di Platone; Conti mostra di avere interessi maggiormente letterari e filosofici, dichiara esplicitamente il fine morale delle sue favole ma si mostra assai meno incisivo di Cartari nell’influenzare la produzione artistica coeva. Una profonda influenza la Mythologia per la verità la ebbe su Pirro Ligorio, costui, come sappiamo dalla famigerata frase dell’amico Augustin, non conoscendo bene il greco e latino, si sarebbe appoggiato proprio ai manuali di Giraldi e Cartari come guida all’interpretazione dei reperti studiati; sebbene riesca difficile credere che la sua monumentale opera manoscritta si fondi semplicemente su manuali mitografici, certamente il libro di Napoli dedicato agli dei risulta debitore soprattutto a Cartari e Conti - elemento quest’ultimo da tenere in considerazione ai fini della datazione del manoscritto che dovrebbe risultare redatto dopo il 1556 - a cui si aggiunge, come abbiamo detto, un cospicuo numero di antichità portate a confronto con i testi e tutta una serie di considerazioni morali e filosofiche di natura allegorica; nell’insieme il materiale assemblato è poi suddiviso in capitoli e paragrafi che, invece di aggiungere chiarezza e leggibilità, risultano forzati e confondono quello che i suoi modelli avevano ordinato.
Stupisce quindi di ritrovare alcune iconografie del manoscritto riutilizzate dal ben più popolare Cesare Ripa; uno studio sistematico sull’Iconologia è caldamente auspicato ma a tutt’oggi assente, poco sappiamo anche della vita dell’autore ma è ben nota la grande influenza che seppe esercitare sulla produzione artistica del XVII secolo.

A differenza dei manuali precedenti, ai quali per altro si rifà ampiamente - soprattutto Cartari, Conti, Doni e Valeriano -, Ripa dimostra infatti un’inusuale attenzione alle fonti figurative ed un contatto con il sistema artistico, in special modo romano, maturato nei lunghi anni di soggiorno in palazzo Salviati a Roma; le sue personificazioni bizzarre, composte apponendo singolari attributi a figure umane e seguendo un metodo non dissimile a quello degli emblematisti, fecero in breve tempo la loro comparsa sulle tele e sulle pareti di dimore e chiese in Italia e all’estero.

Le illustrazioni

I manuali mitografici costituiscono una fonte per le immagini letteraria, il corredo illustrativo infatti, sentito come necessario per gli autori di altri generi di compendi come quelli di emblemi o medaglie, non viene utilizzato mai per la prima edizione dei testi ma compare in molti di essi dopo il 1570 come abbellimento estetico o guida alla lettura ma raramente come contributo sostanziale e integrazione al testo. A dimostrazione di questa irrilevanza delle illustrazioni basterebbe il curioso fenomeno del riuso delle immagini nel tempo a corredo di testi diversi - è il caso ad esempio degli Hieroglyphica di Valeriano e della Mythologia di Conti abbelliti con materiale di riuso-, e la dipendenza di molte tavole da precedenti compendi di emblemi e medaglie piuttosto che da opere antiche o pitture originali -come nel caso indicativo delle Immagini di Cartari-. Questa tendenza muta decisamente solo alle soglie del XVII secolo insieme alla considerazione delle illustrazioni intese ora come documenti primari di informazione: è questa la motivazione che spinge Lorenzo Pignoria a rieditare il testo di Cartari nel 1615 con un nuovo apparato iconografico più strettamente legato a reperti archeologici e ad usare medaglie, cammei, statue e rilievi direttamente osservati nelle collezioni degli amici veneti, romani e francesi.
Non stupisce allora che poco ci sia stato tramandato circa gli autori delle illustrazioni dei testi cinquecenteschi e che quel poco riguardi principalmente gli incisori e mai i disegnatori, e non è un caso che proprio dal Pignoria veniamo informati circa la collaborazione di Giuseppe Porta alle Immagini degli dei del 1571, incise dallo Zaltieri, o sull’attività di illustratore di Pirro Ligorio disegnatore delle Favole di Esopo di Gabriele Faerno e del De Arte Gymanstica di Girolamo Mercuriale.

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