Parodos
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Ed Alcinoo di nuovo: Ospite, un’alma
Già non s’annida in me, che fuoco prenda
Sì prontamente. Alla ragione io cedo,
E quel, che onesto è più, sempre io trascelgo.
(Omero, Odissea, XVII, 390-393)
La prima proiezione utopica conosciuta risale a Omero, (Odissea, Libro VII), che
descrive il giardino utopico di Alcinoo, dove le fioriture si susseguono, senza
soluzione di continuità, con il progredire delle stagioni. Esiodo (VIII-VII sec
a.C.) ne Le opere e i giorni, propone il primo esempio di poema didascalico,
dove raccoglie consigli per l’agricoltura e la la navigazione e pone al centro
dell’attività umana il lavoro, che conferisce dignità e pone l’uomo nel sistema
ordinato della giustizia. Pindaro (518-438 a.C.) allude a una mitica isola degli
uomini "felici e beati". Infine Platone (428-347 a.C.), nella Repubblica e nelle
Leggi, discetta sulla formazione dello stato e sulla natura della giustizia.
L'esempio di Platone è probabilmente il più celebre e autorevole di tutta la
letteratura utopica classica, ed ha influenzato gran parte delle opere che sono
seguite, di cui la più importante è quella di Thomas More.
Tra gli scrittori che si sono succeduti in epoca classica, citiamo ancora
Aristofane (445-388 a.C., Gli uccelli, Lisistrata, Le donne a parlamento),
Evemero (III sec. a.C., Scritto sacro, la sua isola si chiamava Pancadia),
Plutarco (46/50 a.C.- dopo il 120 ), Publio Ovidio Nasone (43 a.C.- 18, Fasti),
Publio Virgilio Marone (70-19 a.C., Bucoliche) e Quinto Orazio Flacco, (65-8 a.C.,
Satire).
Le utopie cristiane, scritte tra il II ed il XVI secolo, si preoccupano
soprattutto del regno ideale di Dio sulla terra, che deve essere realizzato o
dalla Chiesa cristiana nella sua totalità, o da uno dei movimenti al suo interno.
Nell'era cristiana si possono riscontrare molte utopie religiose, alcune delle
quali sono in stretto rapporto con lo sviluppo del monachesimo, mentre altre
sono manifestazione di una delle possibile forme del millenarismo.
I testi più significativi della cultura italiana, rientrano in un percorso che
si snoda intorno a un progetto di pace (Gian Mario Anselmi, Mappe della
letteratura europea e mediterranea, Bruno Mondadori, 2000), stimolato forse
dall’eterno conflitto tra Chiesa e Impero e da quello parallelo, che contrappone
il Cristianesimo all'Islam, per la riconquista di Gerusalemme. I più importanti
sono: De civitate Dei, di Agostino (354-430), una sistemazione della cultura e
della storia in un ottica teologica; la Monarchia di Dante Alighieri, l’opera in
cui viene trattata con maggior chiarezza l’utopia politica del poeta fiorentino,
ma anche la rappresentazione fantastica del viaggio compiuto da Dante nella sua
Commedia, dalle invettive e la dura condanna dell’avversario politico all’ardore
profetico di una pace meritata, lascia trasparire una funzione etica e salvifica
di speranza.
Tommaso d’Aquino (1221-1274) non ha pregiudizi di fronte alle tre forme
classiche di governo, monarchia, aristocrazia e democrazia, a patto che non
degenerino nella tirannide, pericolo condiviso anche dalla democrazia, qualora
non rispetti la giustizia.
Dedicato a Lorenzo de’ Piero de' Medici, il Principe (1513) di Niccolò
Machiavelli è un compendio di regole di opportunità politica e discute la
possibilità di un principato innovativo. In quest’opera, come nei quasi
contemporanei Ricordi (1512-1530) di Francesco Guicciardini, l’utopia non
interessa un luogo, ma un individuo. Ma in Machiavelli, il principe, che
concentra in sé virtù e gusto e si adopera al governo dello stato con lo stesso
spirito di un artista che si dedica a un opera d’arte, il criterio dell’utilità
prevale sul concetto di etica, mentre per Guicciardini non è realistico operare
il male, sia pure per conseguire il bene della comunità.
Utopie architettoniche
Ma questo periodo è anche culla di una delle tante utopie parallele a quella
letteraria. Nei dipinti medioevali e del primo Rinascimento spesso si può
scorgere la città ideale del cristianesimo, incastonata nello sfondo del quadro,
come nell’Adorazione dell’agnello (1432) di Van Eyck (circa 1391-1441),
Van Eyck, Adorazione dell'agnello,
1432
o come soggetto principale, come nelle prospettive de La città ideale,
attribuita a Piero Della Francesca (circa 1420-1492).
Piero della Francesca, La città ideale, 1475
Nella sua opera più famosa, Dieci libri sull’Architettura, Leon Battista Alberti
(1401-1472) pone i fondamenti per l’utopia che vedrà il suo maggiore sviluppo
nell’Idealismo inglese del secolo XIX, e descrive una città costruita intorno a
una piazza quadrata.
(In Dall'utopia all'anti-utopia, la fortuna di un genere letterario che si è
mantenuto attuale attraverso i secoli evolvendosi, dal trattato filosofico al
romanzo, alla fantascienza)
Dall'utopia all'antiutopia
La fortuna di un genere letterario che si è mantenuto attuale attraverso i
secoli evolvendosi, dal trattato filosofico al romanzo, alla fantascienza
Il termine utopia indica una società i cui abitanti condividono una
situazione ideale in tutti i campi della vita sociale. L’origine del concetto di
utopia è da porre in contrapposizione a quello di “mito”, che allude invece a
una condizione di felicità che si perde nella notte dei tempi: si tratti del
paradiso terrestre o dell’età dell’oro (Joseph J. Kockelmans). Rispetto al mito,
l’utopia, inverte la freccia del tempo: solleva il passato remoto della sua
rilevanza, che trasmette tutta al futuro.
I miti sono narrazioni che scaturiscono da una particolare forma di pensiero, il
pensiero mitopoietico, che ha la funzione di creare il ricordo di un passato
leggendario, per legittimare teorie e dogmi che stabiliscono le condizioni
razionali per gestire soluzioni morali, o pratiche, o linee politiche,
altrimenti insostenibili.
Mito e utopia si servono entrambi dell’immaginazione ma, mentre il mito fonda la
propria legittimazione sulla fede nella propria autenticità, l’utopia è fin
dall'origine una “finzione” e come tale trova il suo campo più fecondo proprio
nella letteratura. Utopia letteraria è il resoconto scritto di una forma di
pensiero che riguarda società e costumi ideali che tendono a un’irrealizzabile
perfezione. È l’illusione che, esaurito il suo “momento”, il pendolo della
storia possa giungere definitivamente ad arrestarsi nel più intermedio dei mondi
possibili, tra due estremi: sbilanciato il primo nel senso di una estrema
libertà; il secondo nel senso di una giustizia estrema (Friedrich Dürrenmatt,
Nel cuore del pianeta, Marcos y Marcos 2003).
Il genere utopico trova la propria ispirazione è in uno stato d’insoddisfazione
per il presente, che induce a sognare un futuro ideale.
La formulazione del termine utopia si deve all’estro fortunato di un umanista e
filosofo inglese, Thomas More (1478-1535), che lo coniò per denominare il luogo
immaginario in cui è ambientato il breve trattato De optimo republicae statu
deque nova insula Utopia (1516). Il significato del termine, che deriva dal
greco ou=non topos=luogo, non-luogo, indica uno stato ideale che non esiste ma
che sarebbe opportuno prendere a modello, in rapporto a una situazione
irrazionale e caotica. Tali erano le vicende che interessavano l’Europa nel
‘500, al tempo della Riforma.
Il genere utopico, fonda tuttavia le sue radici in un’area geografica assai
diversa dall’Inghilterra del XVI secolo – e molto prima che Thomas More gli
attribuisse un nome – costellando la storia di esempi, tracce di un cammino che
procede verso Occidente, di pari passo con lo sviluppo dell’umanità.
Lo scherzo letterario di Thomas More riscosse un successo notevolissimo, se si
pensa che dal 1516 non si ebbe quasi generazione che non descrisse la sua
utopia.
L'utopia da More alla Rivoluzione Francese
Nella narrativa utopica del periodo di tempo tra More e la Rivoluzione Francese,
dal XVI al XVIII secolo, il punto focale slitta dalla prospettiva religiosa a
quella sociale e politica, sebbene generalmente queste utopie più recenti non
siano anticristiane.
Tommaso Campanella (1568-1639), frate domenicano
delinea nel suo La città del sole (1602) uno stato teocratico basato sulla
proprietà comune. Quanto a La Nuova Atlantide (1627), si tratta di un’operetta
che Francesco Bacone inserì in appendice al Sylva sylvarum, ovvero una storia
naturale, in cui esalta una comunità utopica di saggi.
Le avventure di Telemaco (1695) di François Fénélon,
descrive il viaggio immaginario di Telemaco alla ricerca del padre Ulisse, in
compagnia del saggio Mentore. Romanzo di formazione, contiene concetti di
politica moderna basati su un’idea di tolleranza. Di lì a poco, anche
Giambattista Vico (1668-1744) suggerì che la società richieda un cambiamento
della nostra mente, che consapevolmente l’uomo è in grado di cambiare il suo
metro di giudizio e nella sua opera incompiuta, De antiquissima italorum
sapientia ex linguae latinae originibus eruenda, si ispira alla tradizione di
una leggendaria setta di filosofi che sarebbe precedente a Pitagora.
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) nel suo Discorso
sull’ineguaglianza tra gli uomini (1755) sviluppa il principio di critica
sociale, con l’allusione implicita di un possibile e opportuna riconciliazione
tra individuo e società, attraverso (Il contratto sociale, 1762) l’elaborazione
dei concetti di sovranità, libertà e democrazia. Nella Nouvelle Eloise (1761),
descrive la comunità fantastica di Clarens, situata realisticamente sulle rive
del Lac Leman e pertanto estremamente credibile. Candide ou l'optimisme (1759) è
un racconto filosofico in cui Voltaire confuta l'ottimismo di Leibniz e mostra
come, se presi alla lettera, certi principî filosofici possano generare
situazioni comiche e surreali. L'ironia non risparmia neppure i sogni di una
società perfetta (Eldorado).
A Louis Sebastian Mercier (1740-1814) si deve
un'innovazione fondamentale che avrà ripercussioni sulla letteratura a seguire e
favorirà la nascita del genere fantascientifico. Questo scrittore colloca la sua
società ideale, in L'an 2240, non più in un luogo immaginario, utopico, ma in un
tempo immaginario, mettendo in atto uno straniamento cognitivo di tipo u-cronico,
anziché u-topico. Anche il marchese de Sade (1740-1814) scrisse il suo testo
utopico: Si tratta di Aline e Valcour (1788), in cui l'autore contrappone utopie
basate su principî opposti, che si elidono reciprocamente e portano a mettere in
discussione l'utilità stessa di qualsiasivoglia norma, di tipo sociale o morale
che sia.
Infine, Claude-Henri de Rouvroy Saint-Simon
(1760-1825), uno degli artefici del pensiero europeista moderno, nel suo Nuovo
cristianesimo (1825) avanza l’idea di una società fondata sul lavoro industriale
nella quale la produzione è pianificata centralmente e i produttori partecipano
del prodotto proporzionalmente al lavoro prestato.
L'Ottocento
Dalla fine del XVIII all'inizio del XX secolo si hanno molte utopie sociali e
politiche di carattere a-religioso o persino totalmente antireligioso, che
mirano a promuovere una qualche forma di socialismo o comunismo.
Viaggio in Icaria (1840) l’opera più importante di Etienne Cabet, un viaggio
immaginario in cui descrive l’organizzazione collettivistica ed egualitaria di
una società ideale basata sulla comunione dei beni ma più vicino a una morale
cristiana, che materialista. La razza a venire, è un romanzo utopico (1871) di
Bulwer-Lytton, uomo politico, e scrittore attento alle mode letterarie del
tempo. In seguito all’adesione al socialismo William Morris scrisse Notizie da
nessun luogo (1891), romanzo utopistico di ispirazione radicale.
Nel saggio The Veins of Wealth, John Ruskin (1819-1900), autore del libro Le
pietre di Venezia (1852), frutto del suo folgorante amore per l’arte gotica e di
un lungo periodo di studio, descriverà gli ideali di una riforma sociale e
architettonica e lancerà il concetto di ricompensa per il contributo del singolo
al benessere della società
Se nel Settecento sono stati i filosofi francesi ad introdurre la nozione di 'ideologia'
per indicare i fondamenti delle idee morali e politiche senza dover ricorrere
alla metafisica, a questo concetto venne attribuito più tardi un ruolo
preminente nella filosofia di Marx ed Engels. Nel Novecento i rapporti tra
ideologia e utopia hanno occupato il centro di un dibattito piuttosto vivace.
Il Novecento e le anti-utopie
Nel XX secolo si sono manifestate accanto alla nuova produzione utopica vera e
propria, diverse forme di narrativa anti-utopica ed anche, almeno in parte, uno
sforzo per sostituire le idee utopiche classiche con varie forme di fantascienza.
Lo psicologo comportamentista Burrhus Frederick Skinner immagina un proprio
mondo ideale, in cui la virtuosità o la viziosità delle situazioni dipende dai
comportamenti indotti nei singoli per mezzo della scienza, spostando l'enfasi
del problema dalla sfera politica-economica a quella culturale e psicologica.
Il primo autorevole esempio di anti-utopia si ebbe nel nel 1726, con la
pubblicazione dei Gulliver's Travels, di Jonathan Swift, in cui le società
immaginate sono altrettante contro-società, visioni crudemente grottesche delle
società che si proclamano ideali e, al tempo stesso, amara satira dell'ordine
sociale esistente».
Non è qui esagerato affermare che i più grandi romanzi utopici descrivono in
realtà anti-utopie.
Né l'opera Brave New Word (1932) di Aldous Huxley (1894-1963), né 1984, che
George Orwell scrisse nel 1949, sono viaggi immaginari. Sono invece descrizioni
di un mondo osservato dal suo claustrofobico interno. A differenza dei
Gulliver's Travels, in queste opere l'ideale non si trova al di sopra dell'uomo,
irraggiungibile ma, appunto, “ideale”; esso si trova al di sotto dell'uomo, nel
conflitto che ha luogo tra gli artificiali valori del sistema e i valori
fondamentali dell'individuo.