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La ricerca di Dio
La verità è Dio: questo è il principio fondamentale della teologia
agostiniana. Il carattere fondamentale della verità è nel fatto che essa
ci rivela ciò che è, in contrasto al falso che fa apparire o credere
ciò
che non è. La verità è la rivelazione dell'essere come tale. Essa è
l'essere che si rivela, l'essere che illumina la ragione umana della sua
luce e le fornisce la norma di ogni giudizio, la misura di ogni
valutazione In questo rivelarsi dell'essere all'interiorità dell'uomo, in
questo suo valere di fronte all'uomo come il principio illuminante della
sua ricerca è la verità. Ma l'Essere che si rivela e parla all'uomo,
l'Essere che è Parola e Ragione iluminante è Dio nel suo Logos o Verbo (De
vera rel., 36).
La verità non è dunque che il Logos o Verbo di Dio. La prima e
fondamentale determinazione teologica del Dio cristiano scaturisce dunque
dall'impianto stesso della ricerca agostiniana. Proprio in quanto l'uomo
ricerca Dio nell'interiorità della sua coscienza, Dio è per lui Essere e
Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. Dio si rivela come trascendenza all'uomo
che incessantemente e amorosamente lo cerca nella profondità del suo io:
ciò vuol dire che Egli non è essere se non in
quanto è insieme manifestazione di sé come tale, cioè Verità: che non è
trascendenza, se non in quanto è insieme rivelazione, che non è Padre se
non in quanto è insieme Figlio, Logos o Verbo che muove incontro all'uomo
per trarlo a sé. Le due prime persone della Trinità si manifestano
all'uomo nella ricerca; e così l'altra, lo Spirito Santo, che è l'amore.
Dio è Amore oltre che Verità; amore e verità vanno congiunti perché non ci
può essere amore se non per la verità e nella verità. Amare Dio significa
amare l'Amore, ma non si può amare l'Amore se non si ama chi ama. Non è
amore quello che non ama nessuno. L'uomo perciò non può amare Dio, che è
l'Amore, se non ama l'altro uomo. L'amore fraterno tra gli uomini «non
solo deriva da Dio ma è Dio stesso» (De trin., VIII, 12). Dio si rivela
come Verità solo a chi cerca la verità, Dio si offre come Amore solo a chi
ama. La ricerca di Dio non può esser dunque solo intellettuale, è anche
bisogno di amore: essa muove dalla domanda fondamentale: «Che cosa amo, o
Dio, quando amo te?» (Coni., X, 6).
Qui è il nodo della ricerca diretta all'anima e della ricerca diretta a
Dio, nodo che è il centro della personalità di Agostino. Non è possibile
cercare Dio se non profondandosi nella propria interiorità, se non
confessandosi e riconoscendo il vero se stesso; ma questo riconoscimento
è lo stesso riconoscimento di Dio come verità e trascendenza. Se l'uomo
non cerca se stesso non può riconoscere Dio. L'intera esperienza della
vita di Agostino si esprime in questa formula, giacché solo al di là di sé,
in ciò che trascende la parte più alta dell'io, si intravede, per la
stessa impossibilità di raggiungerla, la realtà dell'essere trascendente.
Da un lato, le determinazioni di Dio si radicano nella ricerca giacché Dio
si rivela come trascendenza e verità solo nella ricerca; dall'altro lato
la ricerca si fonda sulle determinazioni della trascendenza divina. Certo, l'uomo non può riconoscere la trascendenza se non cerca,
ma non può cercare se la trascendenza non lo chiama a sé, e non lo sorregge
rivelandoglisi
nella sua imperscrutabilità. Dio, proprio nella sua trascendenza, è il trascendentale dell'anima, la condizione della sua ricerca, di ogni sua
attività.
Ed è, nello stesso tempo, la condizione dei rapporti interumani. Dio è
Amore e condiziona e rende possibile ogni amore.
Ma non è possibile riconoscerlo come amore, e quindi amarlo, se non
si ama; e non può amarsi che l'altro uomo. Amare l'Amore, significa, in
primo luogo, amare; e non si può amare che l'uomo. L'amore fraterno, la
carità cristiana, condiziona il rapporto tra Dio e l'uomo; e nello stesso
tempo ne è condizionato. Anche qui l'Amore divino, lo Spirito Santo, è
nella sua trascendenza, il trascendentale della ricerca che porta l'uomo
versa l'altro uomo.
II tema dell'intera speculazione di S. Agostino è uno solo ed è il tema
della sua vita: il rapporto tra l'anima e Dio, tra la ricerca umana e il
suo termine trascendente e divino. Ma questo rapporto si atteggia in S.
Agostino religiosamente, non filosoficamente. Il suo accento non batte
sulla possibilità umana della ricerca del trascendente ma sulla presenza
del trascendente all'uomo Come possibilità della ricerca. L'iniziativa è
abbandonata a Dio
Proprio mentre l'uomo si tende nell'iniziativa della
ricerca e brucia nell'ardore di essa le scorie della sua umanità inferiore,
deve riconoscere che l'iniziativa non è sua, ma è di Dio, che egli giunge
a rapportarsi alla trascendenza divina solo perché essa gli si rivela,
giunge ad amare Dio solo perché Dio lo ama. Lo sforzo filosofico si
trasforma in umiltà religiosa: la ricerca diventa fede. La libertà
dell'iniziativa filosofica appare come grazia. L'esigenza di riportare
ogni sforzo, ogni valore umano alla grazia divina non è un puro risultato
della polemica contro i pelagiani, un risultato negatore dei più pròfondi
motivi agostiniani, ma è esigenza intrinseca della speculazione
agostiniana.
Tale esigenza è fondata sul rapporto con cui nella personalità di Agostino
si annodano la filosofia e la religione, la ricerca e la fede: rapporto di
tensione, per il quale esse si richiamano, e nello stesso tempo si
oppongono, l'una all'altra. |
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L'uomo
La possibilità di cercare Dio e di amarlo è radicata nella stessa natura
dell'uomo. Se fossimo animali, potremmo amare soltanto la vita carnale e
gli oggetti sensibili. Se fossimo alberi, non potremmo amare nulla di ciò
che ha movimento e sensibilità. Ma siamo uomini, creati ad immagine del
nostro creatore che è la vera Eternità, l'eterna Verità, l'eterno e vero
Amore; abbiamo dunque la possibilità di ritornare a Lui, in cui il nostro
essere non avrà più morte, il nostro sapere non avrà più errori, il nostro
amore non avrà più offese (De civ. Dei, X1, 28).
Questa possibilità di ritornare a Dio nella triplice forma della sua
natura, è inscritta nella triplice forma della nature umana, in guanto
immagine di Dio. «lo sono, io conosco, io voglio. Sono in guanto so e
voglio; so di essere e di volere; voglio essere e sapere. Veda chi può
come in queste tre cose ci sia una vita inseparabile, un'unica vita,
un'unica mente, un'unica essenza e come la distinzione sia inseparabile e,
tuttavia, ci sia» (Cunf., XIII, 11 ). Sono i tre aspetti del 'uomo che si rivelano nelle tre facoltà dell'anirna
umana, la rnemoria, l'intelligenza e la volontà, le quali insieme, e
ognuna per sé, costituiscono la vita, la mente e la sostanza dell'anima.
«lo, dice Agostino (De trias., X, 18), ricordo di aver memoria,
intelligenza e volontà; intendo di intendere, di volere e di ricordare e
voglio volere, ricordare ed intendere».
E ricordo tutta la mia memoria, tutta l'intelligenza e tutta la volontà e
similmente intendo e voglio tutte queste tre cose; le quali dunque coincidono in pieno e, pur nella loro distinzione,
costituiscono un'unità, una sola vita, una sola mente e una sola essenza.
In questa unità dell'anima che si differenzia nelle sue facoltà autonome,
ognuna delle quali comprende le altre, è l'immagine della trinità divina:
immagine impari, ma pur sempre immagine.
La struttura stessa dell'uomo interiore rende dunque
possibile la ricerca di Dio. Che l'uomo sia fatto ad immagine di Dio
significa dunque che l'uomo può cercare Dio ed amarlo e rapportarsi
all'essere di lui. Dio ha creato l'uomo affinché egli sia, giacché
l'essere, anche in grado minore, è sempre un bene e il supremo Essere è
il supremo Bene; ma l'uomo può allontanarsi e decadere dall'essere e in
tal caso pecca. La costituzione dell'uomo come immagine di Dio, se gli dà
la possibilità di rapportarsi a Dio, non gli garantisce la realizzazione
necessaria di questa possibilità. L:uumu è infarti in primo luogo l'uomo
vecchio, l'uomo esteriore o carnale, che nasce e cresce, invecchia e muore.
Ma in secondo luogo può essere anche
uomo nuovo o spirituale, può rinascere spiritualmente e riuscire ad aggiogare l'anima
alla legge divina. Anche quest'uomo nuovo
ha le sue età che però non sono date dal trascorrere del tempo, ma dal suo avvicinarsi
progressivo al divino. (De vera
rel., 26). Ogni individuo è per sua natura un uomo vecchio, ma deve
diventare un uomo nuovo, deve rinascere alla vita spirituale.
Questa rinascita gli si presenta come l'alternativa fra cui deve scegliere:
o vivere secondo la carne e indebolire e rompere il proprio rapporto con
l'essere, cioè con Dio e cadere nella menzogna e nel peccato; o vivere
secondo lo spinto rinsaldando il proprio rapporto con Dio e prepararsi a partecipare alla sua stessa eternità (De civ. Dei, XIV, I, 4).
Ma la prima scelta non è veramente una scelta né una decisione. La vera
scelta è quella con cui l'uomo decide di aderire all'essere, cioè di
rapportarsi a Dio.
La causa del peccato, così degli angeli ribelli a Dio come degli uomini, è
una sola: la rinunzia a quell'adesione. «La causa della beatitudine degli
angeli buoni è che essi aderiscono a ciò che veramente è;
mentre la causa
della miseria degli angeli cattivi è che essi si sono allontanati
dall'essere e si sono rivolti a se stessi che non sono l'essere.
Il loro vizio fu dunque quello della superbia» (Ib., Xll, 6). Proprio
questa superbia della volontà che si distoglie dall'essere e si attacca a
ciò che è da menu dell'essere è il peccato.
Il quale perciò non ha una causa efficiente ma solo una causa deficiente:
non è una realizzazione (effectio) ma una defezione (defectio). E rinunzia
a ciò che è sommo per adattarsi a ciò che è inferiore. Voler trovare le
cause di tale defezione è come voler vedere le tenebre o udire il silenzio:
esse non si possono conoscere che ignorandole, mentre conoscendole si
ignorano (Ib., XII, 7). |
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Il problema della creazione e del tempo
In quanto è Essere, Dio è il fondamento di tutto ciò che è; è dunque il
creatore di tutto. E difatti la mutevolezza del mondo che ci sta intorno
dimostra che esso non è l'essere: ha dovuto dunque essere creato e ha
dovuto essere creato da un Essere eterno (Conf., XI, 4). Dio ha creato
tutto attraverso la Parola, ma la parola di cui parla il
racconto della Genesi non è la parola sensibile, ma il Logos o Figlio di Dio, che è
coeterno con lui (Ib., XI, 7). Il Logos o Figlio ha in sé le idee, cioè le forme o le ragioni immutabili delle cose,
che sono eterne come eterno è egli stesso; ed in conformità di tali forme
o ragioni sono formate tutte le cose che nascono e muoiono (De div. quaest.
83, q. 46). Queste forme o idee non costituiscono dunque, come voleva
Platone, un mondo intellegibile, ma l'eterna ed immutabile Ragione
attraverso la quale Dio ha creato il mondo. Separare il mondo
intellegibile da Dio significherebbe ammettere che Dio sia privo di
ragione nella creazione del mondo o prima di essa (Retract., 1, 3). Le
idee divine sono da Agostino avvicinate alle ragioni seminali di cui
parlavano gli Stoici (§ 93). L'ordine del mondo che dipende dalla
divisione delle cose in generi e specie, è garantito appunto dalle ragioni
seminali, che, implicite nella mente divina, determinano, nell'atto della
creazione, la divisione e l'ordinamento delle cose singole.
Alcuni Padri della Chiesa, per esempio Origene, ritenevano che la
creazione del mondo fosse eterna non potendo essa implicare un mutamento
nella volontà divina. Il problema si presenta anche ad Agostino. «Che cosa
faceva Dio prima di creare il cielo e la terra?». Si potrebbe rispondere
scherzosamente: «Preparava l'Inferno per chi vuol saper troppo»; ma
sarebbe un eludere con lo scherzo un problema serio. In realtà, Dio è
l'autore non solo di ciò che esiste nel tempo, ma del tempo stesso. Prima
della creazione non c'era tempo: non c'era dunque un «prima» e non ha
senso domandarsi che cosa Dio facesse «allora». L'eternità è al disopra di
ogni tempo: in Dio nulla è passato e nulla è futuro perché il suo essere è
immutabile e l'immutabilità è un presente eterno in cui nulla trapassa. Ma
che cosa è il tempo?
Certamente, la realtà del tempo non è nulla di permanente. Il passato è
tale perché non è più, il futuro è tale perché non è ancora; e se il
presente fosse sempre presente e non trapassasse continuamente nel passato,
non sarebbe tempo, ma eternità. Nonostante questa fuggevolezza del tempo
noi, però, riusciamo a misurarlo e parliamo di un tempo breve o lungo, sia passato sia futuro. Come e dove effettuiamo questa
misura? Agostino risponde: nell'anima.
Non si può certo misurare il passato che non è più, o il futuro che non è
ancora; ma noi conserviamo la memoria del passato e siamo in attesa del
futuro. Il futuro non c'è ancora, ma c'è nell'anima l'attesa delle cose
future; il passato non c'è più, ma c'è nell'anima la memoria delle cose
passate. Il presente è privo di durata e in un istante trapassa, ma dura
nell'anima l'attenzione alle cose presenti. Il tempo trova nell'anima la
sua realtà: nel distendersi (distensio) della vita interiore dell'uomo
attraverso l'attenzione, la memoria e l'aspettazione, nella continuità
interiore della coscienza che conserva dentro di sé il passato e si
protende verso il futuro. Partito alla ricerca della realtà oggettiva del
tempo, Agostino giunge invece a chiarirne la soggettività. Ancora una
volta il ripiegarsi della coscienza su se stessa appare come il metodo
risolutivo di un problema fondamentale.
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La polemica contro il manicheismo
La raggiunta determinazione della natura del peccato poneva in grado S.
Agostino di affrontare il problema del male nel mondo e di combattere
vittoriosamente le affermazioni dei Manichei. Ciò che secondo S. Agostino
smentisce inconfutabilmente il principio stesso del manicheismo è il
carattere fondamentale di Dio: l'íncorruttíbílítà che a Dio è propria in
quanto è lo stesso Essere.
L'argomentaziane del suo amico Nebridio faceva vedere il contrasto tra
questo carattere della divinità e la tesi dei Manichei. Questi ammettevano
che Dio dovesse combattere eternamente con il principio del male. Ma se il
principio del male può nuocere a Dio, Dio non è incorruttibile, perché può
subirne l'offesa. E se non gli può nuocere manca qualsiasi motivo perché
Dio debba combattere (Conf., VII, 2). Sicché il riconoscimento
dell'incorruttibilità di Dio toglie ogni fondamento all'affermazione
manichea di un principio del male; ma nello stesso tempo ripropone in
tutta la sua urgenza e grandiosità il problema del male nel mondo. Se Dio
è l'autore di tutto ed anche dell'uomo, donde deriva il male? Se del male
è autore il diavolo, donde deriva il diavolo stesso? Se il male dipende
dalla materia di cui il mondo è formato, perché Dio nell'ordinarla lasciò
in essa un residuo di male? Quale che sia la soluzione a cui si ricorre,
la realtà del male contraddice alla bontà perfetta di Dio: non rimane
dunque che negare la realtà del male; e tale è la soluzione per cui si
risolve Agostino.
Tutto ciò che è, in quanto è, è bene. Anche le cose corruttibili sono
buone, giacché se tali non fossero non potrebbero, corrompendosi, perdere
la loro bontà. Ma a misura che si corrompono, esse non
perdono la bontà soltanto, ma anche la realtà; giacché se perdessero la
bontà continuando ad essere, arriverebbero a un punto in cui sarebbero
prive del tutto di bontà e tuttavia reali: quindi incorruttibili. Ma
incorruttibile è Dio ed è assurdo supporre che le cose corrompendosi si
avvicinino a Dio. Bisogna dunque ammettere che a misura che si corrompono,
le cose perdono la loro realtà, che il male assoluto è il nulla assoluto e
che l'essere e il bene coincidono (Conf., VII, 12 sgg.).
Non vi può essere dunque altro male al mondo se non il peccato e la pena
del peccato. Ora il peccato consiste, come si è visto, nella deficienza
della volontà che rinunzia all'essere e si attacca a ciò che è inferiore.
Come non è un male l'acqua, mentre invece è un male il precipitarsi
volontariamente nell'acqua, così nessuna cosa creata, per quanto umile sia,
è un male; ma è male l'attaccarsi ad essa come se fosse l'essere e
rinunciare per essa all'essere vero (De vera red., 20). Dalla tesi
manichea che faceva del male non soltanto una realtà, ma un principio
sostanziale del mondo, S. Agostino è giunto alla tesi opposta: la
negazione totale della realtà o sostanzialità del male e la riduzione di
esso alla defezione della volontà umana di fronte all'essere.
Il male non è dunque realtà neppure nell'uomo giacché è
defezione, deficienza, rinunzia, non-decisione, non-scelta; anche
nell'uomo è dunque nonessere e morte. Nel peccato Dio, che è l'essere,
abbandona l'anima, proprio come nella morte del corpo l'anima abbandona il
corpo (De civ. Dei, XIII, 2).
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La polemica contro il donatismo
La seconda grande polemica di Agostino è quella contro il donatismo. Si
tratta di una polemica che condusse Agostino a chiarire vigorosamente
punti fondamentali della sua costruzione religiosa. Il donatismo (così
chiamato da Donato di Case Nere, uno dei suoi corifei),
quando Agostino fu consacrato vescovo, dilagava nell'Africa romana da
circa un secolo. Era un movimento scismatico fondato sul principio
dell'assoluta intransigenza della Chiesa di fronte allo Stato.
La Chiesa è una comunità di perfetti che non devono avere contatti con
le autorità civili. Quelle autorità religiose che tollerano tali contatti
perdono la capacità di amministrare i sacramenti, e i fedeli devono
ritenerli traditori e rinnovare il battesimo e gli altri sacramenti
ricevuti da esse. Queste affermazioni dei Donatisti rendevano impossibile
ogni gerarchia ecclesiastica perché davano a qualsiasi fedele il diritto
di indagare i titoli del suo superiore gerarchico e di negargli, ove lo
credesse opportuno, obbedienza e disciplina.
Inoltre, legando il valore dei sacramenti
alla purezza di vita del ministro, esponevano i sacramenti stessi ad un dubbio continuo. Stabilivano infine tra la
Chiesa e lo
Stato un'antitesi che isteriliva l'azione della Chiesa in una pura
negazione.
Contro il donatismo, Agostino afferma la validità dei sacramenti
indipendentemente dalla persona di chi li amministra. E' Cristo che opera
direttamente attraverso il sacerdote e conferisce efficacia al sacramento
che egli amministra; non può esservi quindi dubbio su tale efficacia.
Inoltre la comunità dei fedeli non può essere ristretta a una minoranza di
persone che si isolano dal resto dell'umanità. «Il sangue di Cristo fu il
prezzo per l'universo, non per una minoranza. Solo la Chiesa che ha
innalzato le sue tende dovunque è vita civile, testimonia, con la sua
stessa esistenza, la validità del Vangelo nel mondo. E questa Chiesa è la
Chiesa di Roma». Così S. Agostino vedeva nell'universalità della Chiesa la
dimostrazione di fatto del valore del messaggio cristiano, e nello stesso
tempo difendeva questa universalità contro il tentativo di negarla e di
ridurre la comunità cristiana, come volevano i Donatisti, ad una
conventicola d'isolati.
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La polemica contro il pelagianesimo
La terza grande polemica agostiniana è quella contro il pelagianesimo. E' la polemica che ha avuto la maggiore portata nella formulazione della
dottrina agostiniana, conducendo Agostino a fissare con straordinaria
energia e chiarezza il suo pensiero sul problema del libero arbitrio e
della grazia.
Il monaco inglese Pelagio viveva a Roma nei primi anni del secolo V Lì
ebbe la prima volta sentore della dottrina agostiniana della grazia
espressa nella famosa invocazione a Dio: «Concedi quel che comandi e
comanda pure ciò che vuoi» (Da quod iubes et Tube quod vis).
Venuto poi Pelagio a Cartagine con l'amico Celestio, quando
all'avvicinarsi dei Goti molte famiglie romane si rifugiavano in Africa,
le sue critiche all'agostinismo si diffusero per opera soprattutto di
Celestio nel gregge stesso del vescovo Agostino. Il punto di vista di
Pelagio consisteva essenzialmente nel negare che la colpa di Adamo avesse
indebolita radicalmente la libertà originaria dell'uomo e quindi la sua
capacità di fare il bene.
Il peccato di Adamo è solo un esempio cattivo che pesa bensì sulle nostre
capacità e rende ad esse più difficile il cómpito di operare il bene, ma
non lo rende impossibile e soprattutto non toglie ad esse la possibilità
di reagire e decidersi per il meglio. Per Pelagio l'uomo, sia prima del
peccato di Adamo, sia dopo, è naturalmente capace di operare virtuosamente
senza bisogno del soccorso straordinario della grazia. Ma questa dottrina
conduceva a ritenere inutile l'opera redentrice del Cristo. Se il peccato
di Adamo non ha messo l'uomo nella impossibilità di salvarsi con le sole
sue forze, l'uomo non ha evidentemente bisogno dell'aiuto soprannaturale
portatogli dall'incarnazione del Verbo né quindi ha bisogno di essere reso
partecipe di questo aiuto dall'opera mediatrice della Chiesa e dai
sacramenti che essa amministra.
Di fronte a una dottrina che si prospettava così rovinosa per la dogmatica cristiana e il
compito della Chiesa, Agostino reagisce
energicamente, affermando che con Adamo e in Adamo ha peccato tutta
l'umanìtà e che quindi il genere umano è una sola «massa dannata», nessun
membro della quale può essere sottratto alla dovuta punizione, se
non dalla misericordia e dalla non dovuta grazia di Dio
(De civ. Dei, XIII, 14). E per giustificare la trasmissione del peccato
Agostino fu indotto a difendere sull'origine dell'anima, non
il creazionismo (giacché non
si può ammettere che Dio crei un'anima dannata),
ma il traducianismo per il
quale l'anima viene trasmessa di padre in figlio attraverso la generazione del
corpo. La vigoria con
la quale Agostino difese queste tesi lo portò a non esitare dinanzi a
nessuna delle conseguenze di esse. Egli inclinò quindi a un pessimismo
radicale sulla natura e la possibilità dell'uomo,
ritenuto incapace di compiere il più piccolo passo sulla via dell'elevazione spirituale e della salvezza; e fu portato ad insistere sul carattere imperscrutabile della scelta divina che predestina
alcuni uomi
ni e danna gli altri. Ma per quanto queste conclusioni appaiano
paradossali (e la stessa Chiesa cattolica dovette mitigarne il rigore) non
c'è dubbio che il principio sul quale S. Agostino le fonda ha nella sua
dottrina un alto valore, del tutto indipendente dalla polemica
antipelagiana.
Questo principio è l'identità della libertà umana con la grazia divina. La
volontà, secondo Agostino, è libera soltanto quando non è asservita al
vizio e al peccato; ed è questa libertà che può essere restituita all'uomo
solo dalla grazia divina (Ih., XIV, 11). Il primo libero arbitrio, quello
che fu dato ad Adamo, consisteva nel poter non peccare. Perduta questa
libertà per la colpa originaria, la libertà finale, quella che Dio darà
come premio consisterà nel non poter peccare.
Quest'ultima libertà sarà data all'uomo come un dono divino, giacché non
appartiene alla natura umana, e renderà quest'ultima partecipe
dell'impeccabilità propria di Dio. Ma poiché la prima libertà è stata data
all'uomo affinché egli si procuri l'ultima e compiuta libertà, è evidente
che solo quest'ultima esprime ciò che l'uomo veramente deve essere e può
essere. Il non poter peccare, la liberazione totale dal male, è una
possibilità dell'uomo fondata sul dono divino: «Dio stesso è la nostra
possibilità» dice Agostino (Sol., 11, 1; De grazia Chr., 25).
Queste parole di S. Agostino esprimono l'identità essenziale della libertà
e della grazia. Ciò che nell'uomo è sforzo di liberazione, volontà tesa a
cercare e ad amare Dio, è, nella sua ultima possibilità, l'azione
gratificante di Dio. Agostino non può ammettere come facevano i Pelagiani
o i Semipelagiani, una cooperazione dell'uomo con Dio, giacché l'uomo non
è sullo stesso piano di Dio. Dio è l'Essere che gli dà esistenza, la
Verità che dà legge alla sua ragione, l'Amore che lo chiama ad amare.
Senza Dio l'uomo non può che allontanarsi dall'essere, dalla verità e
dall'amore, cioè peccare e dannarsi. Perciò egli non può avere meriti
propri da far valere di fronte a Dio. I meriti dell'uomo non sono che doni
divini; ed a Dio, non a sé, l'uomo deve attribuirli (De gratia et Libero
arbitrio, 6). L'iniziativa non può appartenere che a Dio perché Dio, come
Essere, Verità ed Amore è la sola forza dell'uomo. La grazia divina si rivela nell'uomo
come libertà: come ricerca della verità e del bene, allontanamento
dall'errore e dal vizio, aspirazione all'impeccabilità finale. Proprio la
volontà umana di liberazione è l'azione di grazia. S. Agostino ha
concepito il rapporto tra Dio e l'uomo nel modo più intrinseco; e così
riconosce all'iniziativa divina tutti i caratteri positivi dell'uomo.
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