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IL MALE E LA VERITÀ
Sant'Agostino, Confessioni, VII, 12-20.

Allora mi fu chiaro anche che sono buone le cose soggette a corruzione,
perché non potrebbero corrompersi né se fossero sommi beni, nè se non
fossero beni. Se fossero beni sommi, sarebbero incorruttibili. Se non
fossero beni per nulla, non avrebbero in sé nulla di corruttibile. La
corruzione è infatti un danno; se la sua opera non consistesse
nell'alterare ciò che è buono, non farebbe certo danno. E dunque: o la
corruzione non è un danno, il che è impossibile; oppure, ed è cosa
certissima, tutte le cose che si corrompono patiscono privazione di valore.
Se poi sono private di tutto quanto il bene, allora non potranno esistere
più. Se invece esistono senza possibilità di corruzione, allora esistono
in una condizione migliore, perché rimangono incorruttibili. Qual cosa può
essere più assurda di questa e cioè pretendere che una cosa divenga
migliore per aver perduto ogni bene? Dunque la privazione completa di ogni
valore equivale alla non esistenza delle cose. Perciò finché sono, sono
bene. Dunque tutto ciì che esiste è bene; e il male, di cui cercavo
l'origine, non è una sostanza, se fosse tale infatti sarehbe bene. Infatti
o sarebbe una sostanza incorruttibile, e allora sarebbe inevitabilmente un
grande bene; o sarebbe una sostanza corruttibile, ma allora questa non
potrebbe certo corrompersi, senza essere buona. Così vidi e mi fu chiaro
che tu hai fatto buone tutte le cose e che non c'è nessuna sostanza che tu
non abbia fatto. E poiché non hai fatto tutte le cose uguali, è per questo
che esse sono buone singolarmente e sono buone nella loro totalità.
Infatti il nostro Dio ha fatto tutte le cose assai buone. Quindi per te il
male non esiste affatto; non solo per te, ma neppure per tutto ciò che tu
hai creato, perché fuori della tua creazione non esiste cosa che,
irrompendo, possa sconvolgere l'ordine che tu vi hai imposto. Tra le parti
del creato ve ne sono certo alcune che, per non essere in accordo con
alcune altre, sono giudicate cattive, mentre si accordano con altre ancora
e perciò sono buone e sono buone in se stesse. Inoltre tutte queste parti
che non si accordano fra loro, si accordano poi con la porzione inferiore
dell'universo, che noi chiamiamo terra, la quale è provvista di un suo
cielo, percorso da nubi e da venti, a lei confacente. Ormai mi guarderò
bene dal dire: Potessero non esistere, cose di tal genere! Quand'anche
vedessi soltanto queste cose, potrei certo desiderarne di migliori, ma non
potrei mancare di lodarti anche per esse.
[...]
E capii per esperienza che non c'è da stupirsi se ad un palato malato il
pane stesso, così gradito ad un palato sano, è penoso e se la luce,
amabile per gli occhi limpidi, è odiosa per quelli feriti. Così la tua
giustizia è sgradita ai cattivi. Tanto più lo sono la vipera ed il
vermiciatolo, che tu hai creato buoni, adatti alle parti inferiori del
creato. A queste i malvagi si adattano nella misura in cui non ti
assomigliano, mentre si accordano alle parti superiori nella misura in cui
ti assomigliano. Cercai allora quale mai fosse l'essenza della malvagità e
trovai che essa non è una sostanza, bensì la perversione della volontà,
che si distoglie dalla sostanza per eccellenza, cioè da te, o Dio, per
volgersi alle cose più basse, con le viscere proiettate fonti e il ventre
tumefatto.
[...]
Ma allora, dopo la una lettura delle opere dei filosofi platonici, quando
ebbi appreso a cercare la verità al di là delle realtà dei corpi, vidi le
tue perfezioni invisibili, divenute intelligibili attraverso le cose
create e, pur essendone respinto nel mio tentativo, compresi che cosa
fosse questa verità che le tenebre dell'anima mia ancora non riti
consentivano di contemplare. Ero certo che tu esisti; che tu sei infinito,
senza tuttavia spanderti attraverso spazi finiti o infiniti; che tu sei
veramente Colui che é, sempre medesimo a te stesso, serva mai diventare un
altro, né essere diversamente in qualcuna delle tue parti o in taluno dei
tuoi movimenti; che le altre cose procedono tutte quante da te, per
questa sola prova, però decisiva e cioè perché sono. Di tutto questo, io
ne ero certo; tuttavia ero ancora troppo debole per godere di te.
Cianciavo sì su questi ctrgamenti, come se fossi sapiente; ma se non
avessi cercato la via nel Cristo, nostro Salvatore, sarei stato ben presto
morente, e non sapiente. Mi aveva preso una smania di sembrare sapiente,
pieno com'ero del mio castigo e non ne avevo gli occhi gonfi di pianto e
per di più ero tutto orgoglioso della mia scienza. Non avevo infatti
ancora quella carità che edifica sul fondamento dell'umiltà, che è Gesù
Cristo. Quando mai quei libri me l'avrebbero insegnata? Tuttavia credo che
tu abbia voluto ch'io m'imbattessi in quelli, prima di meditare le tue
Scritture, perché si imprimessero nella mia memoria le disposizioni da
essi lasciatemi, cosicché, quando poi i tuoi libri mi avessero ammansito e
sotto il tocco delle tue dita avessi rimarginato le mie ferite, sapessi
distinguere e rilevare la differenza che intercorre fra la presunzione e
la confessione, fra coloro che vedono la mèta da raggiungere, ma non
vedono la strada e la via che invece porta alla patria beata, non solo per
vederla, ma pure per abitarla. Se fossi stato istruito fin dall'inizio
dalle tue sante Scritture, se avessi assaporato la tua dolcezza,
praticandole e se mi fossi imbattuto solo dopo in quelle opere, forse esse
mi avrebbero sradicato dal fondamento della pietà. Oppure, se anche avessi
perseguito nei sentimenti salutari di cui mi ero imbevuto, mi sarei
immaginato che si poteva pur derivarli dal solo studio di quei libri.
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