LA NASCITA DELLA SCRITTURA

 L'EVOLUZIONE
DELLA
SCRITTURA



Frammento di pendaglio in osso scoperto nel sito
di Tossal de la Roca presso AliCante (8000 a.C.).
Questo oggetto è lavorato sulle due facce con quattro gruppi
di brevi incisioni disposte in file parallele (il dettaglio
delle incisioni è mostrato per una faccia). L'analisi
al microscopio mostra che ciascuna serie è stata realizzata
con uno strumento differente e diverse tecniche d'incisione.













Dal segno alla scrittura

Dai cacciatori preistorici ai primi contabili


Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo.


Le prime informazioni registrate

L'analisi microscopica dei segni incisi su manufatti del Paleolitico superiore rivela che i primi sistemi destinati a conservare informazioni risalgono a quell'epoca


La scrittura non è un semplice sostituto visivo della parola, e l'analisi dei più antichi sistemi di segni dimostra che la sua storia non può essere seguita come un percorso ideale che vada dalla pittografia alla scrittura alfabetica. Per questo motivo è legittimo chiedersi se sia ancora utile basare lo studio delle prime scritture e dei più antichi sistemi concepiti per registrare informazioni sul legame più o meno forte che questi sistemi possiedono con il linguaggio. La risposta data da ricercatori come Roy Harris dell'Università di Oxford è negativa: essi propongono un'analisi indipendente dei segni, per mettere a punto teorie globali della comunicazione. In quest'ottica, lo studio dei sistemi di segni viene
a includere quello dei «sistemi di scrittura». Il suo obiettivo diventa l'analisi della capacità degli esseri umani di tipo moderno di elaborare sistemi di segni, a partire da almeno 35.000 anni fa, all'inizio del Paleolitico superiore, in Europa e probabilmente da circa 60.000 anni fa in Africa.
È certo che, per esprimersi nella cultura materiale e tramandarsi di generazione in generazione, simili sistemi richiedono l'acquisizione preliminare di un linguaggio orale articolato. Il linguaggio è in effetti il solo sistema di comunicazione che possieda intrinsecamente un metalinguaggio in grado di permettere la creazione e la trasmissione di codici grafici simbolici. Ma una volta creati, questi sistemi, anche nel caso mantengano un legame relativamente stretto con la lingua, rispondono a regole proprie, che è fondamentale comprendere.
Dalla scoperta, avvenuta oltre un secolo fa in giacimenti del Paleolitico superiore, in Francia, di frammenti ossei recanti serie di incisioni, gli archeologi hanno proposto un gran numero di ipotesi per interpretare questi oggetti: si tratterebbe di «annotazioni di caccia» (per tenere il conto delle prede uccise), metodi per ricordare canti, indicazioni del numero di persone partecipanti a una cerimonia o anche sistemi di notazione o di calcolo.
Alexander Marshack della Harvard University ha interpretato molti di questi oggetti come calendari lunari, ma le sue ipotesi sono controverse, in quanto non si basano su criteri stabiliti sperimentalmente, e neppure su un quadro teorico esplicito.
Così, si pone la domanda: che cos'è, esattamente, un «sistema di notazione», e quanti tipi di «notazione» possono concepire gli esseri umani? Dato che le informazioni possono essere immagazzinate e recuperate in modi assai diversi, abbiamo denominato «sistema di memoria artificiale» (SMA) ogni oggetto materiale creato e utilizzato per registrare, conservare, trattare, trasmettere e leggere informazioni. In questo modo ci liberiamo dalla dicotomia scrittura/non scrittura e possiamo confrontare sistemi assai diversi, dal nodo sul fazzoletto al calcolatore.
Alla ricerca dei principi che ne regolano la concezione e l'impiego, abbiamo esaminato parecchi sistemi di memoria artificiale, provenienti da diverse regioni del mondo e utilizzati ai fini più vari, in contesti sociali e culturali differenti (rosari, bastoni con tacche, oggetti incisi, cordicelle con nodi o conchiglie e cosi via).
Per ciascun oggetto etnografico, abbiamo studiato i materiali utilizzati e abbiamo valutato quali probabilità avrebbero di essere riconosciuti come sistemi di memoria artificiale in uno scavo archeologico. In effetti, certi oggetti etnogratici non recano traccia alcuna di intervento umano; altri, conte gli oggetti di pietra o di avorio con tacche incise, verrebbero facilmente identificati come manufatti, ma la loro interpretazione come SMA sarebbe dubbia.
Un'attenzione particolare è stata dedicata ai modi in cui vengono registrate e recuperate le informazioni. Questa analisi ha rivelato che nel codice di un sistema di memoria artificiale possono intervenire quattro fattori: la forma degli elementi che racchiudono le informazioni, la loro distribuzione spaziale, il loro accumulo nel corso del tempo e il loro numero. Il rosario cattolico, per esempio, funziona, nella sua forma più nota, in base a un codice fondato sulla distribuzione spaziale degli clementi che veicolano l'informazione e sulla forma degli stessi: l'ordine dei grani indica la squenza delle preghiere, mentre la lunghezza dei segmenti di catena fra un grano e l'altro indica la preghiera da recitare.
Se incidiamo una tacca su un bastone ogni volta che deve essere memorizzato un fatto, il codice di questo sistema si basa sull'accumulo nel tempo di elementi che veicolano informazioni. In effetti, se le tacche non sono differenziabili a occhio, la loro morfologia non potrà avere alcun ruolo nel codice. Questo è vero anche per la posizione delle tacche sull'oggetto: è possibile aggiungerne di nuove in uno spazio ancora libero del bastone, o intercalandole a tacche già presenti, senza modificare l'informazione registrata. La distribuzione spaziale non rientra nel codice. L'aroko, utilizzato dai Jebu dell'Africa occidentale, è un SAM il cui codice si basa sul numero e sulla distribuzione spaziale; esso è costituito da file di conchiglie, che veicolano messaggi diversi a seconda del loro numero e della posizione reciproca.
Il materiale etnografico rivela che ciascun codice include uno, due, tre o anche tutti e quattro i fattori citati in precedenza (forma, distribuzione, accumulo nel tempo, numero): le associazioni possibili sono 15. Questi fattori, inoltre, possono organizzarsi in maniera gerarchica all'interno del codice.
Il quipu, impiegato dagli Inca, illustra questa organizzazione gerarchica. Esso è formato da parecchie cordicelle di diverse lunghezze e colori, appese a una fascia portata alla cintola. La posizione e il tipo dei nodi su ciascuna cordicella denotano il numero e il tipo di oggetti o di esseri viventi rappresentati. Questo sistema funziona con un codice basato sulla distribuzione spaziale (posizione della corda e del nodo) e sull'aspetto degli elementi che recano l'informazione (colore della corda, tipo di nodo). Per registrare o recuperare l'informazione, si considera in primo luogo una cordicella determinata da posizione e colore, e poi si esamina la posizione dei nodi e la loro forma.
Nel nostro studio teniamo anche conto del modo in cui si recupera l'informazione. Con un rosario basta il tatto, mentre con un quipu occorrono il tatto e la vista. Analizziamo anche l'efficacia di ciascun sistema in termini di quantità e qualità di informazioni immagazzinate, della possibilità di aggiornarle e dello sforzo richiesto per l'apprendimento e la trasmissione del codice.
Grazie a questo metodo, classifichiamo i sistemi di memoria artificiale in funzione dei loro elementi formali, e probabilmente invarianti, che intervengono nell'elaborazione di ogni tipo di codice, e non di caratteristiche proprie a ciascun sistema, come la sua funzione specifica o il significato attribuito a ciascun segno. Il modello così elaborato serve dunque a comprendere, una volta applicato al materiale archeologico, come erano utilizzati questi sistemi e in che modo si siano evoluti. Tuttavia il nostro modello non serve per determinare a che cosa servivano: lo scopo non è di decodificare questi sistemi, ma di sapere a che tipo di codice ci troviamo di fronte.

I sistemi di notazione del Paleolitico

L'analisi del materiale etnografico indica che numerosi sistemi di memoria artificiale del Paleolitico sono definitivamente perduti. Come si può sapere, per esempio, se le conchiglie o i denti infilati su una cordicella erano utilizzati come i rosari attuali o come ornamenti? Tuttavia i siti del Paleolitico superiore contengono centinaia di oggetti con gruppi di segni, che costituiscono un materiale eccellente per identificare eventuali sistemi di memoria.
Cambiamenti ripetuti di utensili, variazioni nelle tecniche di incisione, nella disposizione dei segni e nella loro morfologia sono altrettanti indizi che servono a identificare tali sistemi. Quando i segni sono realizzati con l'aiuto di strumenti di selce e le fasi sono separate da intervalli di tempo relativamente lunghi, si osserverà probabilmente un cambiamento di utensile a ogni nuova fase di incisione dal momento che gli strumenti litici si usurano. L'identificazione dei sistemi di memoria basati sull'accumulo di informazioni nel tempo dipende dunque, in primo luogo, dall'analisi tecnica preliminare dei segni.
L'analisi di incisioni sia antiche sia realizzate a scopo sperimentale, condotta da 15 anni con microscopi ottici ed elettronici, sistemi per l'analisi di immagini e ricostruzioni tridimensionali, ha permesso di individuare alcuni criteri diagnostici. Da una parte, abbiamo potuto identificare le tecniche di realizzazione dei segni e, dall'altra, siamo riusciti a stabilire se le variazioni morfologiche fra i segni sono il risultato del cambiamento dell'utensile (indice di un possibile accumulo nel tempo dei segni) o di altri fenomeni (usura, frattura, riaffilatura della zona attiva dello strumento, variabilità nei gesti e così via).
L'analisi di reperti paleolitici con questi metodi è in corso, ma i risultati già ottenuti permettono di affermare che sistemi di memoria artificiale furono messi a punto e utilizzati fin dall'arrivo degli uomini anatomicamente moderni in Europa. Codici basati sulla combinazione di due e forse tre fattori (morfologia, distribuzione spaziale e accumulo nel tempo) appaiono a quest'epoca e vengono impiegati per tutto il Paleolitico superiore. Durante questi 20.000 anni, essi coesistettero con codici apparentemente più semplici, basati su un solo fattore (l'accumulo nel tempo).
Nel corso di questo lungo periodo, vi furono cambiamenti nell'organizzazione dei codici e forse anche nel tipo di informazioni conservate. Si nota tuttavia una continuità nella scelta delle materie prime, nelle tecniche di incisione, nelle competenze gestuali chiamate in causa per la fabbricazione e l'incisione degli oggetti.

Innovazione e immagazzinamento delle informazioni

Dal confronto con altri tipi di sistemi di memoria artificiale, sappiamo che le tecniche utilizzate per codificare le informazioni, la scelta del supporto, la sua preparazione e le sue dimensioni non sono fattori neutri: condizionano invece l'accesso alle informazioni, determinano il contesto dove si compie lo scambio di informazioni e sovente sono informativi quanto il messaggio stesso. Ciascuna innovazione tecnica permette nuove forme di immagazzinamento e di recupero delle informazioni. Queste innovazioni determinano le condizioni della conoscenza e, in una certa misura, il funzionamento stesso del pensiero umano.
Da questo punto di vista, non si distinguono grandi cambiamenti qualitativi nel corso del Paleolitico superiore. I sistemi di memoria di cui disponiamo si trovano su oggetti unici, solidi e trasportabili. La necessità di un facile trasporto sembra confermata dal fatto che, in certi casi, questi sistemi sono stati realizzati su oggetti destinati a fungere anche da strumenti, e in altri casi sono lavorati in modo da poter essere appesi e, forse, indossati come ornamenti.
Nondimeno, una costola con tacche scoperta a Solutré differisce dai sistemi di memoria di La Marche e Tossal de la Roca. Questi ultimi permettono di registrare un gran numero di segni su una superficie ridotta. A La Marche, 237 segni formano 18 gruppi isomorfi su 48 righe; a Tossal 134 incisioni disposte su 8 righe sono concentrate in meno di 2 centimetri quadrati.
Alla fine del Paleolitico superiore, altri oggetti rinvenuti in Europa testimoniano pratiche simili. Oltre un migliaio di piccole incisioni sono per esempio disposte sulla faccia di un frammento di costola di otto centimetri di lunghezza proveniente dal sito maddaleniano di Tai (Dròme). Novecento incisioni sono realizzate su un metapodio di cervo trovato nella sepoltura di Los Azules; un numero confrontabile di incisioni si trova pure sui ciottoli di Oktizini (Turchia), su un sasso della grotta di La Ferrovia (Italia) o sul corno di renna di Zigeunerhiihle (Austria). L'aumento del numero di segni e la riduzione delle loro dimensioni, che si osservano alla fine del Paleolitico superiore, denotano un incremento del volume di informazioni registrate.
Per di più, mentre su certi oggetti più antichi l'informazione poteva essere recuperata per mezzo del tatto (come nella scrittura Braille) o di tatto e vista insieme, questo incremento coincide anche con un impiego sistematico della vista nella lettura dell'informazione. Gli oggetti di La Marche e di Laugerie Basse indicano che in questo momento vengono pure adottati in maniera sistematica codici complessi, fondati su una organizzazione gerarchica dell'informazione e tali da sfruttare le differenze morfologiche fra segni e quelle nella loro disposizione.
Gli elementi di continuità indicano che nel corso del Paleolitico superiore la produzione e l'impiego dei sistemi di memoria artificiale avvennero in contesti sociali simili. È possibile che solo pochi individui fossero pienamente a conoscenza dei codici più complessi, e che questa competenza sia stata solo uno degli elementi del ruolo che costoro rivestivano nelle società paleolitiche. Gli individui specializzati nella conservazione della memoria dei gruppi umani senza scrittura - anziani, iniziati o sciamani - sono senza dubbio coloro che realizzarono questi oggetti e trasmisero i codici a essi associati.
Questa ipotesi - l'esistenza di iniziati dallo status sociale particolare - è confermata dal numero relativamente ridotto di simili oggetti nella documentazione archeologica, anche in siti che hanno fornito migliaia di reperti in materiali ossei o cornei. Sebbene venissero impiegati solo da poche persone, come lo era la scrittura prima dell'avvento della stampa, non vi è però dubbio che i sistemi artificiali con memoria abbiano arricchito qualitativamente il patrimonio collettivo delle società paleolitiche, modificato l'atteggiamento mentale e influito sui meccanismi decisionali degli uomini preistorici.

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