LA NASCITA DELLA SCRITTURA


 L'EVOLUZIONE
DELLA SCRITTURA



Tavoletta scolastica in legno ricoperto di cera risalente circa al 200 d.C. Il maestro vi ha scritto due versi come modello, e lo scolaro li ha copiati due volte.



Firma della diaconessa Eutassia su una pergamena del VII secolo d.C. Le lettere
evidenziate in rosso presentano forme e legature caratteristiche (in violetto sono state aggiunte le lettere equivalenti in un carattere greco moderno). (clicca).




Tavola comparativa dell'alfabeto cananaico e
di tre
alfabeti greci antichi:
arcaico,
ionico (di Mileto) e classico.




Nella tabella, percentuale di lettere greche maiuscole in cinque manoscritti in minuscola del X secolo d.C. L'analisi
evidenzia modificazioni nell'uso di caratteri
minuscoli e maiuscoli.





Dal segno alla scrittura
Dai cacciatori preistorici ai primi contabili


Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo.

Tremila anni di scrittura greca
Servendosi come base dell'alfabeto cananaico e introducendovi la notazione delle vocali, i Greci elaborarono una scrittura che, pur con alcune modifiche, è impiegata ancora ai nostri giorni
Jean Irigoin

II primo problema che si pone è fondamentale: che cos'è una scrittura? Per il greco, abbiamo un «alfabeto», ossia un insieme di caratteri grafici che possiedono ciascuno un proprio singolo valore e che servono a trasporre per iscritto un insieme di suoni. Questo insieme di segni può apparire convenzionale e arbitrario agli occhi di chi se ne serve. Con qualche lieve adattamento (qui sottolineato con il corsivo), ciò che Gottfried Leibniz (1646-1716) scriveva del linguaggio nei suoi Nuovi saggi sull'intelletto umano vale anche per la scrittura: «Bisogna ammettere che non vi è alcuna connessione naturale fra certi suoni articolati e certe lettere (in tal caso, infatti, non vi sarebbe che un unico alfabeto tra gli uomini), ma che sia stata una convenzione arbitraria a decidere che quella tal lettera sia il segno di quel suono articolato».

Nel suo Corso di linguistica generale, il linguista svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913), parlando proprio della scrittura, si spinge ancor più avanti: «Poiché il segno grafico è arbitrario, la sua forma ha poca importanza; o meglio, non ha importanza che nei limiti imposti dal sistema».
La lunga storia della scrittura greca conferma questi concetti. È una storia che ebbe inizio verso la metà del II millennio a.C. e che non si è ancora conclusa - e di cui l'invenzione della stampa, nel Rinascimento, ha segnato un momento fondamentale, che costituirà anche il punto finale di questo articolo. Esamineremo l'apparizione di questa scrittura, le innovazioni che vi vennero introdotte e i suoi cambiamenti alla luce delle più recenti conoscenze.
I Greci non inventarono il loro alfabeto. Per due volte, a metà del II millennio, e poi ancora agli inizi del I millennio a.C., essi presero a prestito da popoli vicini due sistemi grafici distinti per mettere in iscritto la loro lingua.
Verso il 1450 a.C., o forse anche un po' di tempo prima, i Greci erano ricorsi a una scrittura che era stata elaborata a Creta, a noi nota come «Lineare A»: «lineare» perché i caratteri vi sono allineati orizzontalmente, e «A» perché questo antico sistema grafico, non ancora completamente decifrato e impiegato per scrivere una lingua che ci è ignota, servì da modello, con le necessarie modifiche, per il primo sistema di scrittura greca propriamente detta: la Lineare B.

La decifrazione della Lineare B

Esattamente da 50 anni si sa che la Lineare B nota uno stadio arcaico della lingua greca: nel 1952 infatti un giovane architetto inglese, Michael Ventris (1922-1956), che durante la seconda guerra mondiale era stato ufficiale addetto alla decrittazione dei dispacci tedeschi in codice, dimostrò - in seguito con l'aiuto del grecista John Chadwick - che i documenti d'archivio costituiti da tavolette d'argilla iscritte in Lineare B erano redatti in un dialetto greco arcaico, anteriore allo stadio linguistico testimoniatoci dal testo dei poemi omerici. Tale dialetto greco antico fu chiamato «miceneo».
I segni della Lineare B non sono alfabetici: ognuno di essi rappresenta infatti una sillaba aperta (cioè terminante in vocale). Si tratta così di un «sillabario», e non di un vero alfabeto, che nota con un singolo carattere ogni singolo suono emesso. Nonostante l'elevato numero di caratteri della Lineare B (più di 80), essi erano insufficienti per notare con precisione tutte le combinazioni sillabiche del miceneo. Una serie di convenzioni grafiche tentava di porre rimedio a questa insufficienza, ma il sistema era ingombrante e di difficile lettura.
Gli scavi hanno ritrovato testimonianze della Lineare B a Creta e nella Grecia continentale: nel Peloponneso (a Micene, a Tirinto e a Pylos, a nord della Baia di Navarrino) e fino in Beozia (nel capoluogo Tebe). La Lineare B sembra essersi estinta senza discendenti sul continente verso il 1200 a.C. Riappare però in seguito sulla lontana isola di Cipro, dove se ne possono seguire le tracce un po' modificate fin verso gli inizi de1111 secolo a.C.
La scomparsa della Lineare B lascia dunque in Grecia un vuoto che sarà colmato con un altro prestito, questa volta da una scrittura semitica nordoccidentale di tipo fenicio-cananaico. L'alfabeto cananaico, come quello ebraico, conta 22 segni, che però tutti notano solo consonanti: questo sistema grafico era dunque intermedio fra quello sillabico dell'età micenea e il vero alfabeto greco successivo, che noterà consonanti e vocali. I Greci ebbero sempre chiara l'origine straniera del loro alfabeto: alla metà del V secolo a.C., lo storico Erodoto chiama «lettere fenicie» i caratteri dell'alfabeto greco. Anche i nomi assegnati dai Greci alle loro lettere sono per la maggior parte di origine semitica e l'ordine dei due alfabeti è fondamentalmente lo stesso.  La civiltà Minoica. Clicca qui.



L'alfabeto greco fra continuità e mutamento

L'elaborazione dell'alfabeto greco completo a partire da un alfabeto cananaico puramente consonantico ha evidentemente richiesto la conoscenza approfondita delle due lingue e delle loro differenti strutture. Si dovette operare un'analisi fonetica (cioè realizzare un inventario dei suoni articolati) e una fonologia (ovvero comprendere come tali suoni fossero utilizzati all'interno dei due rispettivi sistemi linguistici).
Dove e quando venne elaborato il primo vero alfabeto greco? È una domanda difficile: probabilmente fra la Siria, intesa in senso lato, e i territori più vicini occupati da insediamenti greci, ovvero le regioni costiere dell'Asia Minore e le isole adiacenti: il Dodecanneso e le Cicladi. Una recente ipotesi di Roger Woodard, dell'Università della California, propone che l'alfabeto greco sia stato elaborato proprio a metà strada fra i due ambiti, greco e semitico: sull'isola di Cipro, dove si sarebbe evoluto senza soluzione di continuità con il sillabario miceneo-cipriota.
La diffusione dell'alfabeto fu rapida; uno dei più antichi testi greci scritti alfabeticamente è stato ritrovato sull'isola di Ischia, nel Golfo di Napoli: si tratta della cosiddetta «coppa di Nestore», scritta in versi. Tuttavia, a quest'epoca, variazioni locali fra le iscrizioni ritrovate, incise su pietra, graffite o dipinte su vasi, indicano che l'alfabeto greco non era ancora unico né standardizzato.
Quanto alla data dell'invenzione dell'alfabeto greco, necessariamente anteriore alle prime attestazioni, possiamo situarla al più tardi nella prima metà dell'VIII secolo a.C. Ma quale potrebbe essere il limite superiore? Nello stesso fascicolo del dicembre 1998 della rivista classica «Mnemosyne», due studiosi olandesi hanno proposto l'uno (S. R. Slings) una data che si aggirerebbe intorno a poco prima dell'800 a.C., l'altro (Cornelis Ruijgh) verso il 1000, cioè ben due secoli prima! R. Woodard, l'autore dell'ipotesi cipriota, da parte sua, propone la metà del IX secolo prima della nostra era.
Senza voler affrontare tutti i dettagli della costituzione dell'alfabeto greco, esaminiamone qualche tratto significativo. Le due prime lettere, alpha e béta (che per giustapposizione dei nomi hanno dato la parola «alfabeto»), portano nomi direttamente tratti da una lingua semitica cananaica ('alph, «bove» e béth, «casa», analogamente all'ebraico); la prima, che
nell'originale alfabeto semitico indicava una particolare consonante laringale assente in greco, fu reimpiegata per notare la vocale omorganica «a». I caratteri per le semivocali «w» (waw) e «y» (yòd) ebbero una sorte diversa: la seconda, scomparsa come tale in greco classico, fu utilizzata per la vocale «i» (iòta); la prima si è invece sdoppiata, per rappresentare da un lato i due suoni «w»/«v» (sotto la forma F, il «digamma» - cioè «doppio û), che presto scomparvero dalla pronuncia standard del greco antico insieme con il loro segno grafico, e dall'altro lato la vocale «u» (anticamente pronunciata nei dialetti greci come la «u» latina e italiana, ma poi realizzata in attico come la «u» francese attuale), che nell'ordine alfabetico fu posta dopo l'ultima lettera dell'alfabeto semitico originario (la «taw»), come tutti gli altri caratteri di nuova creazione.
Alcune sibilanti semitiche senza corrispondenza in greco furono soppresse, o vennero impiegate in varietà alfabetiche locali con funzioni differenti. Per finire, il «qoppa» (la «q»), che rappresentava nell'alfabeto cananaico una particolare consonante uvulare senza corrispondenze in greco, fu ritenuto un inutile doppione del «kappa» (la «k») e cadde presto in disuso. L'alfabeto latino, che discende in secondo grado dall'alfabeto greco, ha conservato il «digamma», ma con il valore di «effe» (la «F»), e il «qoppa». diventato la «q»: inoltre la lettera «X» ha in latino valore di consonante doppia («es»), valore che ha ereditato dalla variante arcaica occidentale dell'alfabeto greco, mentre gli alfabeti arcaici orientali e poi lo standard greco posteriore attribuivano a quel segno il valore «kh». In totale l'alfabeto greco classico, che sarà adottato ufficialmente ad Atene solo nell'anno 403-402 a.C., è composto da 24 lettere, di cui le ultime 5 aggiunte posteriormente in coda all'alfabeto semitico originale: l'ultima, ovvero l'«omega» (la «ò» lunga), nonché l'«omicron» (la «o» breve) e l'«epsilon» (la «e» breve) portano nomi propriamente greci, non semitici, e significano «o grande», «o piccola» ed «e semplice (o spoglia)».

Lettere per contare

Il fatto che le lettere dell'alfabeto (sia greco sia semitico) si succedessero in un ordine canonico preciso ebbe come conseguenza che ben presto i caratteri alfabetici furono impiegati per notare le cifre. Le 24 lettere greche, dall'alpha all'omega, furono usate per la scrittura dei numerali ordinali, da «primo» («A») a «ventiquattresimo» («Ù»), per esempio per i 24 canti rispettivamente dell'Iliade («A–Ù») e dell'Odissea («a–ù»); ovvero per numerare per centinaia i versi di ogni singolo canto dei due poemi (e allora «a» indicava il 100° verso, «13» il 200° e così di seguito). Per i numerali cardinali le lettere, sempre secondo la loro successione alfabetica canonica, furono ripartite in tre gruppi di nove, che indicavano rispettivamente le unità (dall'alpha alla théta), le decine e le centinaia; ma, per ottenere il totale richiesto di 27 lettere, si rese necessario utilizzare anche le tre lettere originarie dell'alfabeto cananaico in precedenza scartate, e cioè il «digamma» (poi chiamato «stigma» nel suo impiego come cifra) per il numero 6, il «qoppa» per il 90 e il «sampi» (la cui origine è discussa) per il 900. A partire dal cardinale 1000 l'aggiunta diun apice o di un pedice diacritico permetteva di utilizzare daccapo la stessa serie alfabetica, ma con i valori iniziali moltiplicati per 1000; in tal modo si poteva giungere a indicare graficamente le cifre fino a 999.999. Poiché questa serie alfabetico-numerica si basava sulla variante orientale dell'alfabeto greco, tale sistema per notare le cifre fu attribuito alla città di Mileto, sulla costa egea dell'Asia Minore.
Un altro procedimento, sempre di tipo decimale, consisteva nel rappresentare ciascun numero con la lettera iniziale del suo nome greco: A per «déka» «dieci», H per «hekatón» «cento», X per «khílioi» «mille», M per «myrioi» «diecimila»; un tratto verticale segnava in questo caso l'unità, e Ð («pente» «cinque») alleggeriva un po' la notazione, sia direttamente per le unità, sia come moltiplicatore per le cifre decimali superiori.
Ecco, a mo' di esempio, come poteva essere resa la cifra «24» o «24'» nei tre sistemi:
Ù

ÄÄIIII;
e, secondo gli ultimi due sistemi, la cifra 23.447:
,K,ÃYMZ"
MMXXXHHHHÄÄÄÄÐII.
Non è sorprendente che quest'ultimo sistema di notazione numerica sia rimasto in uso solo poco tempo. Esso tuttavia resistette ad Atene, come arcaismo: e fu anche conservato nella prassi e nel commercio librario, che avevano avuto il primo impulso in questa città, per tenere il conto progressivo dei versi (o dei loro equivalenti sillabici nel caso di manoscritti in prosa). Si tratta della cosiddetta «sticometria», cioè «misura delle linee», che aveva anche lo scopo pratico di indicare quale fosse il compenso da pagare agli scribi, che erano remunerati in base al numero delle linee copiate.
L'interesse per le lettere alfabetiche si manifesta anche in un modo del tutto differente in una commedia dell'ateniese Callia, rappresentata verso il 435 a.C. e intitolata Lo spettacolo delle lettere, in quanto ciascuno dei 24 componenti del coro rappresentava una lettera dell'alfabeto.
La sequenza e il raggruppamento delle lettere alfabetiche nella scrittura variarono nel tempo. Dapprima, seguendo l'esempio della scrittura originale semitica, i Greci scrissero da destra verso sinistra, sebbene la Lineare B corresse da sinistra verso destra. In seguito si adottò un procedimento «misto», scrivendo una linea in un senso e la linea successiva nel senso opposto, come un bove che tira l'aratro in un campo, il quale. giunto al termine di un solco, si gira e riparte in senso inverso; da cui il termine tecnico con cui viene indicata questa prassi grafica: «bustrofedica», cioè «al modo di un bove che si volta». Infine, prese il sopravvento l'abitudine di scrivere da sinistra a destra, ritornando alla prassi micenea. Questi cambiamenti nel verso della scrittura hanno comportato un ribaltamento del tracciato originario semitico delle lettere asimmetriche, come la E: da una linea all'altra, nel caso del boustrophedón, o definitivo, allorché si generalizzò l'abitudine di scrivere da sinistra a destra.
Le prime attestazioni dell'uso dell'alfabeto greco sono costituite da iscrizioni incise sulla pietra o dipinte su vasi e coppe. Sebbene in un caso la scrittura fosse tracciata con uno scalpello e nell'altro con un pennello, non si notano all'inizio differenze significative nel tracciato delle lettere, anche perché, pure nel caso delle iscrizioni su pietra, si tracciava generalmente prima uno schizzo delle lettere con un pennello o un calamo. Queste prime iscrizioni non presentano alcuna divisione fra le parole né segni diacritici, quali accenti o segni d'interpunzione.
Le singole lettere, pur costituendo un elemento necessariamente connesso al più vasto ambito della parola e della frase, tendono spesso, in epoca antica, a conservare un'individualità precisa, che trova la sua tipica espressione nello stile grafico «stoichedón» (letteralmente «lettera per lettera»), in cui ogni linea conta lo stesso numero di lettere: ognuna di queste, indipendentemente dalle dimensioni (sia la snella I, sia la più tonda Ù), occupa un identico spazio quadrato immaginario, come su una scacchiera, e le file sono allineate sia orizzontalmente sia verticalmente. È chiaro che in tale modo la fine della linea non può tenere conto della divisione sillabica delle parole.

La differenziazione della scrittura

Fino alla metà del IV secolo a.C. la scrittura dei documenti pubblici (su pietra), dei documenti privati (su lamine di piombo, per esempio) e dei libri (costituiti da rotoli di papiro) presenta una grande uniformità. Cambiamenti importanti si producono nel periodo che va dal 350 al 250 circa a.C., nel senso di una diversificazione e di una specializzazione: la scrittura epigrafica capitale persiste nelle iscrizioni incise, mentre sui libri si nota che il tracciato ad angoli di certe lettere tende ad arrotondarsi, per una naturale velocizzazione del ductus della mano, e, nel caso di documenti privati (o giudicati tali), il tracciato generale si semplifica e tendono a formarsi gruppi grafici connessi. Qui di seguito si considererà particolarmente la scrittura libraria, perché è quella più ampiamente documentata e in cui l'evoluzione è più chiaramente percepibile.
Diversi manoscritti ci testimoniano di tali evoluzioni. In un frammento di un commento a una cosmogonia orfica, vergato verso il 340 a.C., il sigma e l'epsilon sono formati da quattro tratti (Ó ed E) e l'omega presenta la forma antica che sarà poi detta «maiuscola» (Ù). Nel poema lirico I Persiani di Timoteo, datato all'ultimo quarto del IV secolo a.C., l'omega inizia invece a deformarsi. Questa lettera ha già quasi raggiunto la sua caratteristica forma, detta «minuscola» (ù), in un papiro frammentario del Fedone di Platone, che risale a circa il 280-260a.C., e dove anche il sigma ha già compiuto la sua trasformazione verso la forma «lunata», semicircolare (C), e l'epsilon comincia a tendere verso la sua forma arrotondata e stretta (å). In effetti, a partire dalle forme capitali Ó ed E, queste due lettere avrebbero potuto subire una evoluzione convergente che le avrebbe ridotte allo stesso tracciato arrotondato, costituito da due semicerchi sovrapposti aperti verso destra (å); ma ciò è stato evitato costruendo le due lettere sulla base unica di un semicerchio aperto verso destra, semplice nel caso del sigma lunato (C), e caratterizzato da una lineetta trasversale centrale nel caso della epsilon (E). Nella seconda metà del III secolo a.C. i caratteri della scrittura libraria avevano ormai assunto la forma che avrebbero conservato per più di 1000 anni, con leggere variazioni che ci permettono di datarli.

Le leggi della scrittura

La grafia segue leggi fondamentali che possono essere paragonate a quelle fonetiche. Come i suoni di una lingua costituiscono un sistema fonologico, le lettere dell'alfabeto - trascrizione dei suoni di tale lingua - costituiscono un sistema grafico. Come i cambiamenti linguistici seguono il principio di economia (massima espressività con il minimo sforzo fonetico), così anche i mutamenti del ductus grafico tendono a minimizzare lo sforzo della mano. Un'altra delle leggi generali che regolano l'evoluzione di una scrittura è il fatto che le lettere devono assimilarsi a un piccolo numero di forme di base - il cerchio, il triangolo, il quadrato o il rettangolo - ma devono conservare una sufficiente e distinta individualità per essere di agevole lettura e per non ingenerare equivoci.
La «maiuscola (o onciale) biblica» (così detta per il fatto che venne utilizzata per i grandi manoscritti pergamenacei della Bibbia greca prodotti dal IV al VI secolo d.C.) illustra bene questa legge. I primi esempi di tale scrittura risalgono al II secolo d.C. A quest'epoca la scrittura greca è ormai da tempo una scrittura delimitata da due linee immaginarie (ma anche tracciate a secco sul foglio prima della scrittura): tutte le lettere sono contenute in «moduli» inclusi in alto e in basso fra due linee parallele che ne impediscono l'estensione sopra e sotto. Su una tavoletta scolastica del II secolo il maestro ha tracciato una linea orizzontale sulla quale ha scritto l'esercizio di scrittura che l'allievo doveva copiare. Per guidare il ductus di quest'ultimo, l'insegnante ha poi tracciato due linee parallele orizzontali entro cui l'allievo doveva vergare la copiatura.
Come indica il modello dell'insegnante sulla tavoletta e come mostra anche frammento di libro risalente circa all'anno 200 della nostra era riprodotto nella stessa pagina, le lettere si inscrivevano in un quadrato virtuale; ma, a differenza della scrittura capitale delle epigrafi a «stoicnedón», i loro elementi tendono a essere tangenti ai lati del quadrato. Quattro lettere hanno ormai assunto una forma circolare: la omicron (un cerchio completo), la théta (un cerchio completo attraversato da una barra orizzontale al centro), il sigma (un cerchio incompleto aperto a destra) e l'epsilon (un cerchio incompleto aperto a destra con un trattino orizzontale al centro). Altre tre lettere tendono al triangolo isoscele: un triangolo isoscele completo (la delta), un triangolo aperto alla base (la lambda), un triangolo aperto alla base richiuso da un trattino obliquo al lato sinistro (l'alpha). La base e l'altezza del triangolo sono uguali al diametro del cerchio. La maggior parte delle altre lettere comprende uno o più lati del quadrato di base: tre lati nel caso della pi (Ð), due adiacenti per il gamma (Ã), due opposti, verticali, per éta (H), my (M) e ny (N), due opposti, orizzontali, per zéta (Z) e xi (Î), uno solo, verticale, per béta (B), kappa (K) e rhò; (P), uno solo, orizzontale, per Iati (T). Lo iòta è rappresentato con un semplice tratto verticale (I) che corrisponde a uno dei lati del quadrato di base. E' notevole che cinque lettere non rientrino in questo schema: e si tratta, guarda caso, delle cinque lettere aggiunte posteriormente in fondo all'alfabeto originario semitico (Y, Ö, ×, Ø e Ù).
L'esame del gruppo di lettere di tipo circolare mostra che ogni segno ha un valore proprio e che nessuno è caratterizzato selettivamente in rapporto agli altri tre. Tuttavia l'opposizione massima si realizza a schema chiastico, a due a due, fra le lettere che rappresentano suoni del medesimo ordine, vocali o consonanti:
Ï, -O-
C, Å.
Così si passa dall'omicron alla théta aggiungendo una barra orizzontale; e con lo stesso procedimento si ottiene un epsilon dal sigma. Le vocali si oppongono alle consonanti per un tratto pertinente contrastivo (aperto/chiuso, barrato/non barrato). Le vocali e, rispettivamente, le consonanti si oppongono fra loro per due tratti pertinenti. L'opposizione grafica è massima fra fonemi del medesimo ordine, perché è appunto fra vocali e, rispettivamente, fra consonanti che si producono più facilmente confusioni durante la lettura.

Dalla maiuscola alla minuscola

Tutto il corso della storia della scrittura greca dimostra che la sua evoluzione è soggetta alle leggi che abbiamo enunciato, e che questa avviene globalmente per l'intera struttura, e non sulle singole lettere. Queste ultime devono essere considerate per gruppi legati da caratteristiche grafiche, tenendo conto dell'opposizione fra vocali e consonanti. Tutto ciò emerge chiaramente nel passaggio dalla scrittura maiuscola, discendente dall'antica capitale delle iscrizioni, alla minuscola, che appare verso la fine dell'VIII secolo d.C.
La scrittura documentaria fin dal III secolo a.C. si era evoluta verso forme di legatura fra le lettere e di progressiva semplificazione del tracciato, per ottenere una sempre maggiore velocità del ductus: a ciò si deve anche il suo nome di «corsiva», cioè una scrittura «che corre». La corsiva documentaria, all'inizio essenzialmente una scrittura veloce d'uso quotidiano e commerciale, verso l'Vlll secolo d.C. subisce vari processi di regolarizzazione, che hanno come esito, nell'ultimo quarto di quello stesso secolo, la nascita della scrittura «minuscola», la scrittura dei libri bizantini; da scrittura «corsiva» si fa scrittura «posata», con tensioni estetiche. I copisti passano così dalla scrittura sul modulo di due linee analizzata sopra, a una scrittura il cui modulo è formato da quattro linee orizzontali parallele: le due linee centrali delimitano il nucleo delle lettere, la loro parte distintiva, mentre le due più esterne limitano verso l'alto e verso il basso lo sviluppo degli elementi accessori ascendenti e discendenti, che possono ormai avere la funzione di collegare le lettere fra di loro. (Notiamo che anche la scrittura latina attuale è concepita sul modulo minuscolo a quattro linee.)
Scrittura legata, che evita al calamo (una cannuccia temperata a un'estremità) i tempi morti sollevati dal foglio che separano il tracciato delle diverse parti di una lettera o le lettere fra loro, permettendo così di creare veloci gruppi grafici, la minuscola conosce un rapido successo: tutte le opere letterarie dell'antichità greca e dell'alto periodo bizantino, tutta la letteratura cristiana, dalla Bibbia alle opere dei Padri della Chiesa e oltre, sono in un breve lasso di tempo trascritte da antigrafi in maiuscola a copie in minuscola; operazione delicata (chiamata storicamente «metagrammatismo», ovvero «traslitterazione»), eppure fondamentale per la sopravvivenza delle opere greche classiche: tutto ciò che non venne metagrammatizzato in quest'epoca è andato perduto.
Ormai scrittura d'uso nel ÉX secolo d.C., dotata di segni diacritici quali accenti, spiriti, dieresi, interpunzione per facilitare la lettura, la minuscola resterà in uso generale fino ai tempi del Rinascimento europeo, pur con alcune modificazioni durante questo lungo periodo, per esempio accentuando il suo carattere corsivo, soprattutto a partire dalla metà del XII secolo, o impiegando sempre più frequentemente legature ardite o abbreviazioni dei segnacasi e di intere parole. Si trattò di una tendenza generale, a cui cercarono di opporsi i fautori di una scrittura tradizionale più posata.

Ricompare la maiuscola

Significativo fu anche il fenomeno che, in maniera impropria, si è definito «reintroduzione dei caratteri maiuscoli nella minuscola». Fin dalla fine del IX secolo si nota la presenza sporadica, che andrà intensificandosi col tempo, di elementi della maiuscola; alcuni di questi tracciati di tipo maiuscolo in seguito si imporranno, ciascuno in una data diversa. Come spiegare questo apparente ritorno al passato, visto che la minuscola, fin dalle sue origini, sembrava assolvere così bene ai propri scopi?
La spiegazione va ricercata non in un'ipotetica struttura teorica della minuscola, ma nella concreta attività degli scribi e dei copisti che se ne servivano. Alcuni fra loro, per esempio, avevano osservato che le lettere kappa ed éta, quali essi le vergavano, finivano per assomigliarsi troppo, con il loro attacco iniziale verso l'alto che saliva fino alla linea superiore esterna del modulo minuscolo, e che il lettore poteva cadere in equivoco. Per ovviare alla confusione, si fece ricorso, per una di queste due lettere, a una forma ispirata al tracciato maiuscolo.
L'analisi delle frequenze delle lettere maiuscole nei testi vergati in minuscola di due manoscritti del X secolo fa emergere soluzioni contrastanti: nell'anno 932, uno scriba utilizza l'83,3 per cento di kappa maiuscole e l'1,2 per cento di éta maiuscole, mentre nel 961 un altro copista verga il 5,2 per cento di kappa maiuscole e il 35,8 per cento di éta maiuscole. Mentre cioè nel 932 un copista aveva nettamente differenziato i tracciati di kappa maiuscolo e di éta minuscolo, una trentina d'anni dopo un altro scriba mostra una chiara preferenza per il kappa minuscolo, ma poi non sceglie l'éta maiuscolo che una volta su tre.
La situazione si presenta ancor più complessa per altre tre lettere che iniziano con un tratto verticale o obliquo che tocca la linea esterna inferiore del modulo minuscolo, e cioè per lambda, my e ny. Attestata già alla fine del IX secolo, la forma maiuscola del lambda tende a generalizzarsi molto presto (attestazioni nel 917, nel 932 e nel 939), mentre il my è sempre minuscolo (anni 917, 927, 932 e 939). Vi sono però eccezioni che si possono spiegare con la vicinanza formale delle tre lettere: nel 927 il lambda maiuscolo non appare, ed è il ny che in tre casi su quattro è di tipo maiuscolo; nel 975 il my maiuscolo è molto frequente, mentre il lambda maiuscolo non appare più di una volta su quattro.
Da queste due serie di esempi emerge la necessità di considerare le lettere e di studiare la loro evoluzione non prese singolarmente, ma per gruppi omogenei per tracciato: solo così potranno evidenziarsi le cause dell'evoluzione formale della scrittura, analogamente al modo in cui lo studio fonologico dei fonemi di una lingua mette in evidenza, all'interno di un sistema, la causa dei mutamenti dei suoni significanti che, da sola, la fonetica non può che constatare e descrivere.
L'alfabeto greco, quale viene impiegato nei manoscritti della fine del XV secolo e nelle prime edizioni a stampa, presenta una mescolanza di forme che risalgono sia alla minuscola sia alla maiuscola. Tale mescolanza, come dimostrano gli esempi del X secolo, è l'effetto di uno sforzo di differenziazione. I versi della Batracomiomachia, un poema parodistico pseudo-omerico, nell'edizione parigina del 18 settembre 1507 mostrano che una quota significativa delle lettere di apparenza minuscola ha in realtà un tracciato di tipo maiuscolo: in particolare béta, gamma, delta, epsilon (nella forma di due semicerchi sovrapposti aperti verso destra, quale avrebbe potuto presentarsi fin dal III secolo a.C.), éta, kappa, lambda, sigma, omega (nella forma aperta risalente anch'essa al III secolo a.C.).
Altre lettere ammettono un duplice tracciato, che può essere maiuscolo o minuscolo: il ny, per lo più di tipo minuscolo in fine di parola, presenta altrove la forma v che ricorda la metà destra della N maiuscola, ma che storicamente non deriva da questa; il pi minuscolo (ù) è utilizzato tre volte nel primo verso dell'esempio: nel verso successivo ancora per tre volte è utilizzato invece il pi di tipo maiuscolo (ð)! I capolettera dei versi, vere «maiuscole» nel senso attuale del termine, presentano il tracciato maiuscolo di E e Q, quasi un ritorno alla scrittura capitale epigrafica delle iscrizioni della Grecia classica.
Gli stili tipografici greci contemporanei conservano l'opposizione fra le maiuscole, il cui disegno si rifà alla capitale epigrafica antica, e le minuscole. Mentre alcune lettere presentano un tracciato di origine maiuscola, anche se minuscole (â, å, æ, ê, ë, î, ð, ò finale e ù), altre hanno conservato, contrariamente all'esempio parigino del 1507, il tracciato minuscolo, come ä ed ç. Così i caratteri a stampa greci moderni sono:
ABFÄEZHÈIKËMNÎÏÐÑÓÔÕÖרÙ
Gli odierni caratteri tipografici greci giustappongono, per la stessa lettera, forme maiuscole i cui modelli sono da ricercare nella capitale epigrafica del V e del IV secolo a.C., e forme minuscole che riproducono il tracciato di una minuscola bizantina evoluta: un incontro di quasi due millenni di storia della scrittura.

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