LA NASCITA DELLA SCRITTURA

 L'EVOLUZIONE
DELLA SCRITTURA




Iscrizione sudarabica in bronzo, proveniente da Himyar.
In questo testo, che risale al I secolo d. C., le lettere
presentano ancora una forma geometrica semplice.

 

La tradizione araba

Resoconto di al-Balàdhuri (grande storico iracheno, morto nell'892) nella sua Storia delle conquiste:

«Tre uomini di Tayyi', di nome Muràmir ibn Murra, Aslam ibn Sidra e Amir ibn Jadara, si riunirono a Baqqa e fissarono la scrittura: per le lettere dell'arabo, presero come modello quelle del siriaco. Alcuni abitandi di al-Anbàr le appresero con loro, poi alcuni abitanti di al-Hìra le appresero da quelli di al-Anbàr. Bishr ibn `Abd al-Malik, fratello di Ukaydir ibn 'Abd al-Malik ibn 'Abd al-finn it Kindita del clan di al-Sakùn, maestro di Dùmat al-Jandal, venne ad al-Hìra e vi risiedette all'epoca; era un cristiano. Bishr apprese la scrittura araba dagli abitanti di al-HTra, poi venne a Makka [La Mecca] per un certo affare che lo riguardava. Sufyàn ibn Umayya ibn 'Abd Shams e Abili Qays ibn 'Abd Maria ibn Zuhra lo videro scrivere e gli chiesero di insegnare loro a scrivere. Fu allora che Bishr, Sufyàn e Abù Qays vennero ad al Tà'if per commerci, accompagnati da Ghaylàn ibn Salama il Thaqffita, che imparò da loro la scrittura. Bishr li lasciò, per recarsi a Diyàr Mudar; 'Amr ibn Zuràra ibn 'Udas apprese da lui la scrittura e fu chiamato «Amr lo scriba». Allora, Bishr venne in Siria e alcuni di là impararono la scrittura da lui. Un uomo di Tàbikha di Kalb apprese pure la scrittura dai tre Tayyi'iti, e la insegnò a un uomo che abitava nel wàdì l-Qurà; dovette ritornare nel wàdì, vi soggiornò e insegnò la scrittura ad alcuni suoi abitanti.»

Una seconda versione si trova in Ibn al-Nadìm (morto nel 995 o 998), nel Fihrist. A proposito dell'origine della scrittura, Ibn al-Nadìm cita, fra tradizioni di ogni sorta, quella che viene tramandata sotto l'autorità di Ibn Abbàs, il grande esegeta delta prima generazione dell'Islam (morto nel 687-688). Essa assomiglia molto al resoconto di al-Balàdhuri:

«I primi a scrivere in arabo sono tre uomini di Bawlàn, una tribù che abitava al-Anbàr. Essi si riunirono e fissarono le lettere isolate e legate. Erano Muràmir ibn Murra, Aslam ibn Sidra e Amir ibn Jadar, ma si dice anche Murwa e Jadala. Muràmir, da parte sua, fissò i disegni; Aslam separò e raggruppò, e Amir stabilì i segni diacritici. Se si domanda alle genti di al-Hìra "da chi avete imparato l'arabo?" essi rispondono: "dalle genti di al-Anbàr"».

Si potrebbero citare altre tradizioni. Certe mostrano che la pratica della scrittura era ampiamente diffusa a Medina, all'arrivo di Muhammad (Maometto). Queste tradizioni contraddicono evidentemente quelle che fanno della Mecca il centro di diffusione della scrittura araba, dopo al-Hìra. Si intuisce qui un conflitto di prestigio tra le due città, che porta a relativizzare il ruolo di La Mecca. Il grande dotto magrebino Ibn al-Khaldun (morto nel 1378-1379) procede in modo diverso. Egli fonda le proprie conclusioni sull'idea che la scrittura venga necessariamente da quei popoli che hanno la civiltà più sviluppata:

«La cosa più plausibile è quindi che l'arte della scrittura sia passata dagli Himyariti ai Tubba' [nome dei sovrani himyariti che estesero il loro dominio sull'Arabia centrale], da costoro alle genti di al-Hìra e, infine, agli abitanti di Hijàz.»

Si noti il legame che Ibn Khaldùn stabilisce tra la scrittura e la-vita nella città:

«È l'insegnamento che permette di passare dalla teoria alla pratica. La sua importanza in una città dipende dall'organizzazione sociale, dal grado di civilizzazione e del lusso, e dalla domanda: questo perché la scrittura è un'arte. E si è visto come le arti seguano la civilizzazione. Questo è il motivo per cui quasi tutti i beduini sono illetterati, e non sanno né leggere né scrivere. Quelli che sono in grado di farlo, hanno una scrittura grossolana e una lettura assai penosa.»



Iscrizione a mosaico rinvenuta nella chiesa di Kaiano sul Monte Nebo ('Ayoun Mousa) in Giordania, risalente ai tempi del vescovo Ciro di Madaba ( VI secolo d.C.)
Il testo, in lingua aramaica, usa caratteri paleo-estrangelò, affini all'arabo antico.






Dal segno alla scrittura
Dai cacciatori preistorici ai primi contabili


Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo.

La scrittura araba
Nasce nel deserto della Siria verso la fine del V secolo e soppianta in Arabia una scrittura alfabetica antica di 1600 anni
Christian Robin

Risalire alla formazione dell'alfabeto arabo non è impresa facile. La stessa cosa si può dire, d'altronde, per tutte le scrittura dell'antichità. I racconti - quando esistono - relativi agli inventori e alle loro motivazioni sono sempre posteriori all'avvenimento e hanno generalmente poco valore storico, nella misura in cui essi mirano a legittimare le istituzioni e l'ordine sociale. In mancanza di fonti che spieghino come una scrittura sia nata, il ricercatore può seguire due strade. La prima, che chiamerò «paleografica», postula che ogni scrittura si sviluppi a partire da un modello e dia origine ad altri sistemi grafici. Di conseguenza, seguendo questa strada, si cerca di situare la scrittura studiata in un percorso evolutivo continuo che viene spesso rappresentato attraverso alberi genealogici, evidenziando antenati e discendenza. Dopo aver ordinato nel tempo le manifestazioni successive della scrittura studiata, è poi opportuno vedere, prendendo i caratteri uno per uno, come essi si evolvano a partire dal modello presupposto. Per carattere, occorre intendere il simbolo grafico, ma anche il suono che esso rappresenta. L'ordine e il nome delle lettere (o dei simboli utilizzati) possono apportare informazioni complementari. Nelle scritture che legano i caratteri e nelle quali ogni parola forma un'unità grafica, occorre anche tenere in conto le legature e, in certi casi, il posizionamento sulla riga.
La seconda strada , che definirò «storica» si preoccupa in primo luogo delle condizioni sociopolitiche che creano i presupposti di un nuovo sistema grafico. L'apparizione di una scrittura si accompagna spesso a cambiamenti profondi in seno alla società. Qui è possibile individuare alcune regole generali. La scelta di una scrittura (ma anche di una lingua) non risponde in prima istanza a esigenze di ordine pratico, ma a fattori politici e sociali. Può essere, per esempio, il desiderio di affermare l'appartenenza a una confessione religiosa.
Per dirla con il linguista Marcel Cohen, «la scrittura segue la religione», il che significa che gli adepti di una religione hanno la tendenza a scrivere con l'alfabeto del Libro che ritengono sacro. Si può allo stesso modo osservare che l'evoluzione non è regolare e continua, contrariamente a ciò che suggeriscono le tabelle compilate dai paleografi, subisce
brusche discontinuità correlate ai rivolgimenti storici. Lo sviluppo della scrittura araba esemplifica bene le difficoltà che i ricercatori si trovano ad affrontare, e i metodi che possono essere applicati per superarle.

L'Arabia antica

Prima dell'avvento dell'Islam, le popolazioni d'Arabia non scrivevano con l'alfabeto arabo, bensì con scritture loro proprie, «arabiche». Queste scritture, apparse verso la fine del II millennio a.C., si suddividono in sei varianti principali, di cui la forma più affermata, detta «sud-arabico», è dello Yemen. Le altre sono proprie del deserto di Siria, della costa araba del Golfo Persico e delle oasi dell'Arabia occidentale.
La scrittura arabica, utilizzata inizialmente da popolazioni stanziali, ma anche dai gruppi nomadi che entravano in contatto con esse, cessa di essere usata verso l'inizio dell'era cristiana in Arabia orientale; tre o quattro secoli più tardi in Arabia occidentale e nel deserto di Siria, ma sopravvive nello Yemen fino alla conquista islamica. Questa scrittura, i cui antecedenti sono rintracciabili nel Vicino Oriente (in particolare a Ugarit, in Siria), ha un'unica discendenza: l'alfabeto sillabico etiopico, tuttoggi in uso.
La scrittura dello Yemen antico è costituita da 29 consonanti: le stesse dell'arabo (che sono 28) più una sibilante laterale (un suono vicino alla s, che viene articolato emettendo l'aria in modo asimmetrico. Non vi è alcun simbolo che segnali il raddoppio delle consonanti; le vocali brevi non sono annotate e quelle lunghe lo sono solamente in posizione finale, In questo caso, esse vengono scritte per mezzo di due cosiddette matres lectionis («madri di lettura», la w e la y, e più raramente con una terza: la h).
Nella scrittura monumentale, le lettere hanno una forma geometrica semplice, inscrivibile in un rettangolo. Nella scrittura corsiva, esse si inclinano e sono munite di piccole appendici che seguono la linea inferiore. L'assenza quasi totale di annotazione delle vocali rende la lettura molto scomoda. Al fine di evitare una difficoltà supplementare, le parole sono separate chiaramente da una barra verticale.
Le iscrizioni in scrittura sudarabica trascrivono sei lingue diverse, che di solito prendono il nome dalle popolazioni o dai regni che le utilizzavano. La lingua più importante e meglio conosciuta è il sabeo, che prende nome dal Regno di Saha. Un'altra è l'arabo, le cui più antiche attestazioni si trovano nell'oasi di Qaryat al Fàw (280 chilometri a nord ovest di Najràn).
La caratteristica più sorprendente della scrittura sudarabica è data dalla perfetta stabilità della forma delle lettere per un periodo di circa 1300 anni. Le sole evoluzioni si limitano a ornamenti che vengono aggiunti o a tratti leggermente deformati. La medesima stabilità si constata nell'annotazione delle vocali, o per meglio dire nella sua mancanza, mentre le scritture del Vicino Oriente trovano soluzioni per annotare le vocali più necessarie e così distinguere le parole omografe. La scrittura sudarabica appare quindi sacralizzata, non suscettibile di evoluzione.

Gli Arabi del deserto di Siria

Durante gli anni appena precedenti all'Islam, le potenze che contano nella penisola arabica sono l'Impero himyarita (nello Yemen e in gran parte dell'Arabia centrale e occidentale); l'Impero sassanide (nel Golfo persico e in Oman) e l'Impero bizantino (nelle frange nord occidentali). Ognuno di questi imperi tenta di consolidare le proprie posizioni sostenendo un piccolo Stato arabo vassallo: Kinda per l'impero Himyar, Lakhm per la Persia sassanide e Ghassàn (solo nel VI secolo) per Bisanzio.
Himyar, i cui re si convertono al giudaismo verso il 380 d.C., attraversa una serie di crisi religiose che culminano nel novembre del 523 con la persecuzione dei cristiani himyariti di Najràn da parte del re di religione ebraica Giuseppe. Bisanzio vede allora l'occasione opportuna per estendere la propria zona di influenza: aiuta il re d'Abissinia ad allestire una spedizione che si conclude con la conquista dello Yemen, verso il 525-530. È allora che Bisanzio accorda un titolo ufficiale, quello di «patrizio», ai sovrani di Ghassàn, con l'obiettivo di controllare il Mar Rosso e la sua sponda orientale, al fine di incanalarvi il commercio indiano e cinese appoggiandosi a una rete di Stati vassalli.
Le prime iscrizioni in scrittura araba sono contemporanee a tali eventi. Questa scrittura è detta «araba» in quanto antenata dell'alfabeto che sarà adottato dalle popolazioni dell'Arabia occidentale e sarà largamente diffuso grazie alle conquiste dell'impero arabo-musulmano.
L'iscrizione più antica è un testo brevissimo che è stato rinvenuto a Zabad (una sessantina di chilometri a sud est di Aleppo, in Siria). Essa consiste in una sola riga, incisa in modo maldestro, aggiunta a un'iscrizione bilingue in greco e siriaco sull'architrave di un martyrion (un edificio contenente la tomba di un martire). L'iscrizione bilingue indica che la costruzione del martyrion ebbe inizio nell'823 dell'era seleucide, ovvero nel 512 dell'era cristiana. È plausibile che il testo arabo, che elenca i nomi di alcuni donatori supplementari, sia contemporaneo ai testi greco e siriaco: la distribuzione dei tre testi e delle croci lascia pensare che il tutto sia stato composto in un'unica soluzione.
L'analisi dell'iscrizione di Zabad suscita un'osservazione e una domanda. L'osservazione è che la scrittura utilizzata doveva essere comprensibile per almeno una parte della popolazione locale: la codifica di questa scrittura è quindi probabilmente anteriore di qualche decennio al 512. Ma quale popolazione di lingua araba utilizzava questa scrittura? Si trattava di una popolazione autoctona o di rifugiati dalla guerra bizantino-persiana del 502-506? Dirimere la questione sarebbe comunque un elemento importante per determinare in quale regione la scrittura araba sia stata elaborata e codificata. Il fatto che il martyrion di Zabad sia dedicato a san Sergio conferma la venerazione di cui godeva questo santo presso gli Arabi, senza tuttavia chiarire perché.
La seconda iscrizione araba si trova su una roccia di Jabal Usays (un centinaio di chilometri a est di Damasco). Essa fu incisa nel 528 da un certo Ibrahim, al servizio del re al-Hàrith. Il nome Ibrahim suggerisce che l'autore sia di religione ebraica o cristiana. In quanto al re al-Hàrith, si tratta del sovrano del principato di Ghassàn, cui l'imperatore Giustiniano accorda poco più tardi la dignità di «patrizio».
Una terza iscrizione, scoperta ad Harran, un piccolo villaggio del Lijà, a sud di Damasco, risale al 568. Ne è autore il capo di una tribù araba che aveva costruito un martyrion in onore di san Giovanni. Questa iscrizione presenta meno difficoltà rispetto alle precedenti, dal momento che è accompagnata da un testo greco.
Due iscrizioni trovate in Giordania (a Umm al-Jimàl e nel wàdi Ramm) utilizzano la medesima scrittura, ma non sono datate e per questo la loro importanza storica è difficile da stabilire.
Un ultimo documento, di cui non abbiamo che la trascrizione trasmessa da due dotti arabi del Medioevo, sarebbe stato copiato a al-Hira, la capitale del principato di Lakhm, nel Basso-Eufrate. Esso commemora la costruzione di una chiesa. Sua autrice è una principessa cristiana di Kinda, Hind, che aveva sposato un re di Lakhm. I personaggi citati nel testo permettono di datarlo attorno al 560.
La scrittura di questi primi documenti arabi (vale a dire in lingua e scrittura araba) presenta particolarità notevoli. Essa è corsiva, con lettere attaccate che presentano una forma differente a seconda che si trovino in posizione iniziale, finale o intermedia nella parola. Per annotare i 28 fonemi consonantici, essa non prevede che 15 simboli (per le consonanti in posizione iniziale e intermedia) e 17 (per quelle in posizione finale). Le vocali brevi non sono scritte; due delle lunghe (i e ù) sono annotate per mezzo di due simboli (w e y), e la terza (à) non viene normalmente scritta. Questa scrittura presenta enormi difficoltà di lettura, dal momento che uno stesso simbolo può rappresentare due, tre o anche cinque fonemi (così b, t, th, n e y in posizione finale o intermedia si scrivono allo stesso modo). La sua decifrazione esige di conoscere in anticipo il contenuto del testo.
Dal punto di vista geografico, tutti i documenti che ci sono pervenuti vengono dalla Siria, al confine con il deserto. Cronologicamente, si situano in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 912 e il 568. Infine, quasi tutti sono certamente (Zabad, Harran, alHira) o probabilmente (Usays e Umm al-Jimàl) cristiani; per uno solo, il graffito di wàdi Ramm, non abbiamo alcuna indicazione.

Le origini della lingua araba

Qual è l'ambiente che ha visto nascere queste iscrizioni e perché una scrittura di questo tipo è stata inventata? Per quanto riguarda l'ambiente, il migliore candidato è il piccolo principato di Lakhm, celebre in quanto primo Stato puramente arabo, e, più in particolare, la sua capitale al-Hirà. Questo principato, tollerato dai Sassanidi a cui serve come scudo contro le incursioni provenienti dal deserto, conosce, schematizzando un po', tre periodi di prosperità ripartiti su tre secoli: all'inizio del IV secolo, nella prima metà del V secolo e durante tutto il VI secolo. Sono periodi in cui i sovrani di Lakhm svolgono un ruolo notevole sulla scena regionale.
Lo Stato di Lakhm accoglie i manichei perseguitati nell'Impero sassanide, ma soprattutto i cristiani cacciati dall'Impero bizantino in quanto non aderenti al credo ufficiale: al-Hirà conta numerosi conventi e chiese. Anche un sovrano e alcuni membri della famiglia reale aderiscono apertamente al cristianesimo.
Le lingue utilizzate localmente sono il siriaco, che ha la sua propria scrittura, e l'arabo (che non si sa come fosse scritto all'origine). Un'ipotesi plausibile da un punto di vista storico è che la scrittura araba sia stata creata ad al-Hirà nel V secolo, per le esigenze della cancelleria reale e poi portata in Siria da cristiani in fuga dall'Impero sassanide all'inizio del VI secolo; questa ipotesi sarebbe in accordo con le testimonianze della tradizione araba musulmana.
Un secondo candidato per l'invenzione della scrittura araba potrebbe essere la Chiesa araba di Siria. Alcune indicazioni suggeriscono che l'autonomia degli Arabi in seno all'impero bizantino vada aumentando nel corso del IV secolo. Ma si tratta di una Chiesa fatta di tribù, che non possiede alcun centro identificabile fino alla formazione del principato di Ghassàn, dopo il 520; anche in seguito, durante i 60 anni di esistenza di questo principato, non vi è una capitale stabile. Così al-Jàbiya (Gbìta in siriaco), è un semplice colle sul quale al-Hàrith ha installato il campo. La chiesa araba siriana non sembra avere intrapreso traduzioni in lingua araba della Bibbia prima dell'islam. Solo un frammento di una traduzione dei salmi, scritta in caratteri greci, potrebbe risalire all'epoca pre-islamica. Tenuto conto di questo, non si vede che cosa potrebbe avere spinto questa chiesa a creare un proprio sistema di scrittura: essa non rappresenta quindi un candidato molto convincente.
L'approccio paleografico può allo stesso modo aiutare a determinare l'origine della scrittura araba. Qui vi sono due scuole di pensiero in opposizione. La prima, che difende l'origine nabatea dell'alfabeto arabo, ritiene che la forma di ciascuna delle lettere dell'alfabeto arabo sia l'esito di un'evoluzione che prende le mosse dall'alfabeto nabateo classico (esemplificato da numerose iscrizioni in Giordania, in Siria del sud e nell'Arabia nordoccidentale) e può essere seguita senza soluzione di continuità lino alla sua conclusione araba.
Questa tesi ha riscosso inizialmente il consenso generale. Ma, a partire dalla fine degli anni sessanta, molti ricercatori francesi (in primo luogo il semitista Jean Starcky e, più recentemente Gérard Troupeau dell'Ecole pratique des hautes études e Francoise Briquel-Chatonnet, del Laboratoire des études sémitiqucs ancicnnes) hanno espresso dubbi sulla sua validità. Hanno proposto un altro schema, che prevede un'origine siriaca dell'alfabeto arabo. La loro principale argomentazione deriva dalla disposizione della linea di scrittura: in arabo, come in siriaco, essa poggia sulla linea inferiore, mentre in nabateo è «appesa» a quella superiore. Questi studiosi chiamano in causa anche la testimonianza di un grande storico arabo, al-Balàdhuri (morto nell'892) che riferisce di una tradizione la quale indica il siriaco come modello dell'arabo e il Medio-Eufrate come sua culla.
È difficile privilegiare una di queste due tesi basandosi su argomentazioni puramente epigrafiche o paleografiche. Se la tesi nabatea spiega meglio l'evoluzione di certi caratteri, il passaggio dal nabateo all'arabo richiede che un'istituzione (o quantomeno alcune persone) abbia preso l'iniziativa di codificare la nuova scrittura. E, in effetti, era ad al-Hirà che il bisogno di una nuova scrittura doveva essere più sentito da parte della cancelleria reale, dei monasteri e dei poeti.
In ogni caso, è chiaro che all'alba del VI secolo gli Arabi dispongono per la prima volta di uno strumento autonomo per la propria lingua. Questa scrittura deriva da una aramaica della Siria: tnrse dal nabateo o dal siriaco. Essa è ancora molto imperfetta, e ciò dimostra che non è stata scelta per le sue caratteristiche di chiarezza o di comodità. Risponde senza dubbio al bisogno di un'affermazione di identità degli Arabi, che è già manifesta nell'organizzazione politica e religiosa del Vicino Oriente.

Il ruolo del Profeta

Muhammad (Maometto), la cui riforma religiosa è stata rifiutata alla Mecca, riceve una buona accoglienza a Medina, dove fonda un principato musulmano nel 622. Il Profeta muore nel 632, quando già una gran parte della penisola arabica si è convertita al suo messaggio. La capitale dell'impero musulmano resta a Medina, sotto i primi quattro califfi; successivamente è trasferita a Damasco, con l'ascesa al potere della dinastia omayyade, nel 661.
Non vi sono dubbi sul fatto che, fin dai suoi esordi, lo Stato musulmano di Medina abbia utilizzato la scrittura araba. È stato rinvenuto in Egitto un papiro bilingue, scritto in arabo e in greco, di pochissimo posteriore alla conquista musulmana, dal momento che è datato all'anno 22 dell'Egira (643 dell'era cristiana), vale a dire 22 anni lunari dopo il 622. Nella stessa Arabia, il più antico documento è un'iscrizione rupestre, scoperta nel 1999 dal saudita 'Ali Ghabbàn nei dintorni di al-Taymà; esso è datato all'anno 24 dell'Egira (644-645 dell'era cristiana).
Attraverso quali percorsi la scrittura araba è passata dal deserto della Siria a Medina? Per rispondere a questa domanda si avrebbe bisogno di conoscere qualcosa di più sulla situazione nel 622. Si possono intravedere tre ipotesi: che la scrittura araba fosse già largamente diffusa e utilizzata in tutta l'Arabia occidentale; che essa non fosse utilizzata se non a La Mecca, per poi essere portata a Medina da Maometto e dai suoi compagni; che essa non fosse conosciuta che a Medina, dove Maometto l'avrebbe scoperta.
Due documenti della tradizione araba, abbastanza confrontabili, danno un abbozzo di risposta. Il primo è citato da al-Balàdhuri, già menzionato, nella sua Storia delle conquiste. Il secondo si trova nel Fihrist, un compendio delle opere in lingua araba disponibili alla fine del X secolo dell'era cristiana scritto da lbn al-Nadim.
Da questi documenti si traggono due indicazioni che appaiono plausibili. Da una parte, la scrittura araba è stata diffusa in Arabia a partire da al-Hira. Dall'altra, questa diffusione risale alla giovinezza di Maometto, anche se ben poche dovevano essere le persone in grado di padroneggiare questa scrittura in Arabia occidentale al momento dell'Egira (l'anno 622 d.C.). Sulle modalità della diffusione, è difficile dire se la Mecca sia servita da «ripetitore» oppure no.
Occorre anche interrogarsi sulle ragioni che hanno portato gli Arabi da Hijàz (la regione dell'Arabia occidentale nella quale si trovano la Mecca e Medina) a utilizzare la scrittura araba. Per farlo, conviene richiamare il contesto: si scriveva a Hijàz nel VI secolo e, se sì, con quale/i scrittura/e?
Sembra accertato che la scrittura fosse utilizzata a Hijàz dall'epoca pre-islamica. La penisola arabica si segnala in modo particolare per l'abbondanza del suo corpus epigrafico: iscrizioni monumentali su pietra e su bronzo, graffiti rupestri e testi in scrittura corsiva su gambi di palma e bastoncini. Questi documenti si contano a decine di migliaia. Questo corpus immenso mostra come la pratica della scrittura fosse diffusa soprattutto nell'Arabia sudoccidentale e nordoccidentale in tutte le epoche (a partire dal X secolo a.C.) e indipendentemente dalle abitudini di vita, nomadi o sedentarie.
La scrittura più comune, in Arabia occidentale come altrove, era l'alfabeto arabico. È dunque verosimile che tutte le popolazioni dell'Hijàz avessero conosciuto e praticato questa scrittura, almeno fino ai primi secoli dell'era cristiana.
Ma qual era la situazione ad Hijàz nel periodo che precede immediatamente l'Islam? L'ultimo documento epigrafico preislamico datato, una iscrizione di Taymà' in scrittura nabatea, risale al 356 dell'era cristiana. Le fonti manoscritte non fanno che rare allusioni a documenti scritti anteriori all'Islam. I resoconti siriaci relativi alla persecuzione dei cristiani di Najran menzionano missive indirizzate dal sovrano himyarita Giuseppe al re di al-Hira nel 524, ma senza nulla dire sulla lingua e la scrittura utilizzate. Sono più espliciti quando evocano i «documenti che sono stati letti... (scritti) in lingua najrànita», dal momento che sottolineano l'uso di una lingua locale.
Cosi, concretamente, quando gli Arabi di Hijàz volevano scrivere un documento, potevano scegliere tra la scrittura sudarabica che dominava nello Yemen, l'ebraico utilizzato dagli ebrei, il greco dei cristiani di obbedienza bizantina e le diverse varietà di aramaico usate nelle frange dell'Arabia settentrionale. Essi non avevano più una scrittura specifica. In pratica, la scelta cadeva soprattutto fra il sudarabico, il nabateo e il siriaco.
Perché gli Arabi hanno finito con l'abbandonare queste scritture a favore di una nuova, derivata da una variante di aramaico (nabateo o siriaco)? Le motivazioni non sono conosciute, ma si possono immaginare. La scrittura sudarabica presentava il vantaggio di comprendere un numero di consonanti perfettamente adeguato alla trascrizione della lingua araba. Tuttavia, gli inconvenienti erano concreti. Il primo era di natura politica: si trattava della scrittura di Himyar, una tribù potente che aveva imposto la propria dominazione in Arabia centrale e in crisi alla fine del VI secolo, lacerata dai conflitti tra ebraizzanti e cristiani e passata sotto dominazione abissina (dopo il 525) per poi perdersi del tutto (dopo il 570). 11 secondo inconveniente era che questa scrittura non aveva acquisito lo status di scrittura liturgica, né per la religione ebraica, né per quella cristiana: si sa che in Arabia meridionale la Bibbia non è stata tradotta in lingua locale, ed è plausibile che i riti della sinagoga o della chiesa utilizzassero l'ebraico, il siriaco, il greco o forse anche il ge'ez durante la dominazione abissina.
La scrittura elaborata dagli Arabi del deserto di Siria era senza dubbio scomoda, ma era specificamente araba. Si rammenta che il Corano insiste molto sul fatto di essere un messaggio in lingua araba pura, in opposizione ai libri sacri degli ebrei o dei cristiani, tutti in lingue straniere: gli Arabi aspiravano ad affermare la loro autonomia e la loro identità. Inoltre, la scrittura araba presentava senza dubbio il vantaggio della flessibilità, mentre le scritture delle vecchie civiltà erano stereotipate e intangibili.

L'Islam e la rielaborazione della scrittura araba

La scrittura araba delle iscrizioni preislamiche di Siria è quasi incomprensibile quando si ignora a priori il contenuto del testo. Essa era inadatta alla gestione di un impero, in particolare per quanto riguarda la corrispondenza tra il centro e le province. Essa non permetteva più di annotare il testo sacro - il messaggio trasmesso da Muhammad - senza ambiguità. Da ciò, non stupisce che miglioramenti importanti siano stati introdotti fin dagli esordi dell'islam.

Prima innovazione: l'introduzione di segni diacritici che permettessero di distinguere le consonanti della stessa forma. Viene elaborato un sistema coerente che non verrà più modificato. È già impiegato nei documenti islamici più antichi, come il papiro di Egitto già ricordato che risale all'anno 22 dall'Egira o nelle più antiche iscrizioni rupestri (le più significative datate al 24 e al 58 dall'Egira).
Una seconda innovazione di importanza capitale interviene agli esordi dell'Islam: l'utilizzazione della prima lettera dell'alfabeto (che aveva fino ad allora valore di attacco vocalico) per annotare la vocale lunga à. La prima attestazione si ritrova in un papiro di Nessana (presso Gaza), datato 54 dall'Egira.
Questa profonda riforma della scrittura araba ne permette l'uso nell'amministrazione e nelle scienze religiose. Essa viene messa in atto prima che il califfato si sposti da Medina a Damasco, sotto gli Omayyadi. Questa riforma è sottostimata, se non totalmente ignorata, dagli specialisti dell'Islam nascente, dato che i miglioramenti introdotti non sono impiegati sistematicamente negli scritti che sono giunti fino a noi. Ora, non è l'adozione generalizzata della scrittura araba riformata (nel corso del IX secolo dell'era cristiana) che mi pare significativa, bensì il momento in cui lo strumento è elaborato.
I manoscritti più antichi del Corano apportano un ulteriore chiarimento. Di norma, le copie del Libro sacro non sono datate, e ciò costringe a fare uso di tecniche diverse (l'evoluzione della scrittura e dell'ortografia; l'evoluzione dell'impaginazione; l'analisi fisico-chimica degli inchiostri, dei supporti e delle rilegature) per situarle nel tempo.
Un utile criterio per la datazione è rappresentalo dall'eventuale utilizzazione di una scrittura calligrafica estremamente curata con la ricerca evidente di un effetto estetico. La formazione di una tale scrittura sembra risalire agli anni 70 delll'Egira (ultimo decennio dell'era cristiana) se ci si basa su iscrizioni come il celebre fregio epigrafico della Cupola della Roccia a Gerusalemme, datato al 72 dell'Egira (691 dell'era cristiana) e sulle pietre miliari.
All'epoca regna `Abd al-Malik (685-705), il quinto califfo della dinastia omayyade. Questo sovrano ha intrapreso la riorganizzazione dell'impero, affermando un'identità araba e musulmana. In questo disegno, l'arabo è stato dichiarato sola lingua ufficiale, e sono stati lanciati importanti progetti architettonici. L'Islam istituzionale inizia a prendere la forma che noi conosciamo: colpisce a questo riguardo che la prima menzione di Muhammad in un documento musulmano risalga a quest'epoca, nell'iscrizione appunto della Cupola della Roccia.
Se si ammette che l'introduzione della scrittura calligrafica nel Corano sia più o meno contemporanea a quella della stessa scrittura calligrafica nelle iscrizioni e sulle monete, ne risulta che i primi corani - la cui scrittura non è minuziosamente codificata, ma lascia ancora riconoscere la mano del copista - siano probabilmente anteriori all'ultimo decennio del VII secolo. In questi corani, le lettere con un'asta sono spesso inclinate, da cui il nome di scrittura «pendente» (in arabo mà'il) che talvolta si incontra (la scrittura è anche detta hijàzita).
Sui corani hijàziti, le vocali brevi non sono annotate. Esse appaiono piuttosto tardivamente, con lo sviluppo della calligrafia sotto il regno del califfo `Abd al-Malik, a quanto pare. Il primo sistema di annotazione delle vocali fa ricorso a grandi punti rotondi di colore. Nella misura in cui le vocali utilizzano un altro inchiostro rispetto al testo, non si può escludere che esse siano un'aggiunta posteriore al lavoro di copiatura del testo. In questi manoscritti, appare solo un piccolissimo numero di vocali, quasi sempre per evitare un'ambiguità di lettura, ma non sempre. L'annotazione delle vocali dell'arabo classico, che si serve di trattini e di un ricciolino, non sembra anteriore al IX secolo dell'era cristiana (III secolo dell'Egira).
Le consonanti omografe, come nei papiri e nelle iscrizioni, possono ricevere segni discriminanti. Tuttavia, nel Corano, si usano trattini e non puntini, dal momento che il punto è usato per le vocali. Questi segni non appaiono che in piccolo numero, e a una data relativamente tarda, come tutti i punti-vocali.
L'ortografia è pure piuttosto diversa da quella dell'arabo classico, utilizzato ancora ai giorni nostri. La principale differenza consiste nell'assenza di notazione della vocale lunga à in diverse parole.

Sacralizzazione e disaccordi

Complessivamente, la forma di questi corani più antichi induce a curiose constatazioni. Si osserva una tendenza molto forte a conservare il testo in modo quanto più rigoroso e preciso possibile, senza alterazione, senza aggiunte e senza omissioni. È chiaro che la comunità musulmana ha fissato un canone coranico intangibile a partire da una data molto antica, certamente anteriore al 70 dell'Egira, vale a dire meno di 60 anni dopo la morte di Muhammad.
Tuttavia, la sacralizzazione del testo non impedisce di apportare modifiche formali di una certa entità. Esse riguardano inizialmente la normalizzazione dell'ortografia con, in particolare, l'aggiunta di lunghe in numerose parole dove queste lettere mancano. Le modifiche riguardano ugualmente la differenziazione delle consonanti con l'aggiunta sporadica di tratti diacritici, nonché l'apparizione, altrettanto sporadica,di punti per identificare le vocali brevi.
Aggiungerò che la sacralizzazione del testo non si accompagna, come ci si potrebbe attendere, a uno sforzo sistematico per fare scomparire l'ambiguità della grafia quando tutti gli strumenti necessari (diacritismo per distinguere le consonanti omografe e annotazione delle vocali) già esistevano. È come se i musulmani del I secolo dell'Egira si fossero rifiutati di definire un testo univoco, per conservare la possibilità di doppie letture e interpretazioni.
Come pensa F. Deroche, questa situazione paradossale potrebbe riflettere i disaccordi che opponevano i musulmani in merito alla lezione del Corano che doveva essere considerata canonica. Da un lato, si voleva fissare il testo in maniera definitiva e intangibile, ma dall'altro, per pragmatismo, si lasciava la possibilità di varianti nella lettura delle parole il cui scheletro consonantico era fissato.
In fin dei conti, la lingua araba non assume la sua forma definitiva - quella che noi conosciamo - in termini di ortografia, di vocalizzazione e di punteggiatura, che assai tardivamente, nel IX secolo dell'era cristiana (III secolo dell'Egira) sotto l'influenza dei grandi grammatici del sud dell'Irak, ma anche della cancelleria del califfato. Le tappe possono essere seguite grazie a fonti arabe. Il processo giunge a termine con Ibn Qutayba (morto nell'889), che nel suo Adab al-ICatib fornisce uno dei primi dotti contributi alla definizione di un'ortografia canonica.
Così l'Arabia antica, pur padroneggiando l'alfabeto, non avrebbe sviluppato una vera civiltà della scrittura, paragonabile a quelle del Vicino Oriente o del Mediterraneo, contrariamente a quanto potrebbe far credere l'ampiezza del corpus epigrafico. I testi che ci sono pervenuti sono semplici promemoria, redatti con formule stereotipate. E' mancato uno strumento adeguato perché fossero registrati i progressi delle conoscenze e perché si sviluppasse una vera letteratura. Questa assenza di libri, che segna un divario con le popolazioni vicine, è alla base dell'ipotesi - eccessiva - di un'Arabia priva di tradizione scritta, in cui predominava la tradizione orale.
La situazione cambia radicalmente con la fondazione dello Stato musulmano di Medina, nel 627 dell'era cristiana. Questo adotta la scrittura araba apparsa 110 anni prima nel deserto di Siria, e già conosciuta in Arabia occidentale. Questa scrittura. molto imperfetta, non risponde granché alle necessità, dimodoché viene immediatamente riformata così da renderla adeguata ad annotare la lingua araba senza dar luogo a seri equivoci.
Curiosamente questa riforma non si impone se non con grande lentezza, il che ha condotto numerosi ricercatori a fare l'ipotesi, di nuovo, di una preponderanza dell'oralità nel corso dei primi tre secoli dell'Islam: se gli scritti presentano una forma così carente, si deve pensare che il sapere fosse trasmesso innanzitutto attraverso l'insegnamento orale, e non attraverso l'intermediazione di testi redatti. Ora, un sapere basato sulla trasmissione orale risente delle falle della memoria e si presta più facilmente a modifiche e a manipolazioni: è dunque relativamente poco affidabile.
Numerose fonti che dimostrano l'utilizzazione di documenti scritti contraddicono questa teoria. Poter disporre di uno strumento che permettesse di annotare il discorso in modo rigoroso era sicuramente di vantaggio per i califfi di Medina. È quindi probabile che l'Arabia abbia conosciuto una tradizione manoscritta a partire dagli esordi dell'Islam, in primo luogo per la trasmissione del testo coranico. Gli storici devono ormai tenere conto di questo nuovo dato.


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