| LA NASCITA DELLA SCRITTURA |
L'EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA I siti della cultura di Harappa sono stati identificati in un'area che copre buona parte del Pakistan e dell'India occidentale. Le grandi città di questa cultura sono Mohenjo-Daro e Harappa. Alcuni pittogrammi sono qui presentati assieme a talune forme di combinazione. Nella riga in alto, da sinistra a destra, i segni per «arco», «freccia», «uomo» e la combinazione «arciere». Nella seconda riga: «pettine», una figura umana formata da semplici linee che regge un pettine (combinazione che sembra significare «scriba»), una figura umana con «corna», una figura umana con un'acconciatura complessa («donna») e un'altra figura lineare che porta sulle spalle un bilanciere a cui sono appesi due vasi (combinazione che forse indica «guardiano»). Netta terza riga, da sinistra a destra: una «lancia» e l'abbreviazione per «lancia», cioè «punta» (in colore), una formula di rispetto, un «intreccio di tessitura» con braccia umane, una seconda formula di rispetto riservata a chi detiene il governo, e i due segni combinati. Nella quarta riga due culmi di cereali (entrambi i segni hanno il significato intercambiabile di «cereale» o «mese»), un segno con il significato di «fiume» o «acqua» e una spirale con il significato di «cingere» o «dintorni». Nella riga in basso cinque pittogrammi astronomici: da sinistra verso destra il Sole, la Luna, l'alba o il tramonto, la falce di Luna e una stella.
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Dal segno alla scrittura Dai cacciatori preistorici ai primi contabili Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo. La scrittura della civiltà di Harappa Una fra le quattro più antiche civiltà del mondo ha una scrittura che ha resistito da sempre a ogni tentativo di decifrazione. Oggi, sulla base della documentazione archeologica, si comincia a interpretarla Walter A. Fairsevis, Jr. Le civiltà più antiche sono quelle di Sumer, dell'Egitto, della Cina e della Valle dell'Indo, nella parte nordoccidentale del subcontinente indiano. Gli scritti delle prime tre civiltà nominate possono essere letti, mentre le iscrizioni della civiltà della Valle dell'Indo rimangono in gran parte enigmatiche. Quanto sappiamo di questa civiltà deriva perciò dagli oggetti materiali portati in luce dagli archeologi ed è curioso che, in una parte del mondo famosa per l'antichità della sua letteratura, neppure i testi più antichi contengano riferimenti validi alla prima grande cultura là fiorita. La cultura della civiltà della Valle dell'Indo è nota come cultura di Harappa, da una delle sue due grandi città: Harappa e Mohenjo-Daro. Le difficoltà che si pongono per decifrare la scrittura di Harappa sembrano quasi insuperabili, dato l'uso limitato che di essa facevano gli abitanti della regione. I loro «testi» consistono quasi solo in brevi iscrizioni su sigilli e in graffiti su ceramiche. Nessuna iscrizione nota consta di più di 21 segni, e in media ve ne sono solo cinque o sei. La brevità delle iscrizioni, unitamente al fatto che molti fra i segni usati sono pittografici, ha sciolto le briglie all'immaginazione di molti studiosi. Sono stati compiuti però tentativi seri di stabilire relazioni fra la scrittura di Harappa e quella delle civiltà minoica, cananea, ittita e persino con la peculiare «scrittura» dell'Isola di Pasqua. Studi recenti basati sulla documentazione archeologica consentono ora di impostare in modo più efficace il problema della decifrazione. Nei decenni trascorsi dopo la scoperta delle due grandi città della cultura di Harappa, avvenuta negli anni venti, in India e nel Pakistan si è individuato un migliaio di altri siti della stessa cultura. Essi sono dispersi su un grande arco che si estende dall'India occidentale, in prossimità del fiume Narmada, verso nord attraverso i distretti di Gujarat e di Kutch, passando poi per le regioni pakistane del Sind e del Panjab occidentale, fino a pervenire nel Rajasthan indiano e nel Panjab orientale in prossimità di Delhi. Altri insediamenti sono stati portati in luce lungo la costa del Mare Arabico quasi fino al confine con l'Iran e nel Belucistan; una missione francese ha scoperto un insediamento addirittura nei pressi del fiume Oxo (Amu Darya), nel cuore dell'Asia centrale. La maggior parte dei siti della cultura di Harappa sono poco estesi, avendo una superficie compresa fra 0,8 e 2 ettari, e si trovano presso fiumi o corsi d'acqua. Pare che ci siano state tre fasi distinte di insediamento. I siti della fase più antica si trovano nei territori di confine fra il subcontinente e l'Iran o nelle aree limitrofe. Quelli della fase matura sono molto più dispersi: per lo più si trovano nella Valle dell'Indo, ma includono anche siti lontani, come quelli del Belucistan e quello in prossimità dell'Oxo. Gli oggetti trovati in questi siti più tardi indicano che la cultura di Harappa si stava fondendo con popolazioni pastorali e agricole locali; queste scoperte fanno pensare che essa non abbia avuto termine in modo brusco, ma abbia avuto un ruolo importante nello sviluppo dell'attuale vita di villaggio. Le testimonianze archeologiche Che cosa ci dicono i reperti archeologici sulla vita nei siti della cultura di Harappa? In primo luogo, sappiamo che la risorsa principale era l'agricoltura: si coltivavano cereali e ortaggi e l'allevamento dei bovini era il cardine dell'economia. La cultura materiale di quella popolazione era semplice ma non povera: gli Harappani usavano rame e bronzo per fabbricare utensili e armi e a volte lavoravano l'oro e l'argento per produrre perline per collane, che erano i loro ornamenti più comuni. La maggior parte dei manufatti era però di legno e osso, di conchiglia, selce e argilla, tutti materiali che abbondavano nella regione. Fra le perline, alcune erano ottenute con grande abilità da pietre semipreziose, come l'agata, la corniola e il lapislazzuli. (Il sito presso il fiume Oxo era vicino ad antiche miniere di lapislazzuli.) Un altro aspetto sorprendente della vita nella civiltà di Harappa era la grande importanza della standardizzazione. In architettura, i mattoni erano prodotti in formati ben precisi e messi in opera secondo canoni fissi. I sistemi di drenaggio e di eliminazione delle acque di scarico seguivano un modello invariabile. Le abitazioni avevano dimensioni costanti e talune strutture (forse pubbliche) erano ubicate rispetto a quelle private secondo una planimetria immutabile. In questo quadro generale rientrano pesi e misure standard, vasellame dalla forma e dall'ornamentazione sempre uguali e manufatti di aspetto unificato, come mestoli, pesi per telaio e anche carri-giocattolo. Al tempo stesso, taluni aspetti della vita di Harappa, per esempio l'uso di acconciature tipiche e di molteplici braccialetti e collane e anche lo stile delle statuine, sembrano preannunciare la posteriore cultura dell'India. Tanto basti per un elenco sommario di quanto ci è noto; ma anche quanto non sappiamo può essere significativo. Non ci sono indizi di rivalità fra Stati, di guerre, di commerci internazionali consistenti, di re e corti e dei grandi complessi di templi, che sono così tipici delle altre antiche civiltà del Vecchio Mondo. La documentazione archeologica non ci rivela quasi nulla sulla religione o sull'organizzazione politica e sociale della civiltà di Harappa, benché essa abbia avuto grande importanza per le civiltà che le fecero seguito. I cittadini di Harappa coltivarono il cotone e forse il riso, addomesticarono i polli e forse inventarono il gioco degli scacchi e una delle due grandi fonti di energia non muscolare dell'antichità: il mulino a vento. (L'altra fu la ruota idraulica.) Quando fiorì questa civiltà enigmatica? Benché su questo punto non manchino controversie, pare che la fase matura si sia estesa press'a poco dal 2200 al 1700 a.C. La maggior parte dei siti fu presumibilmente occupata per non più di 200 anni e dà l'impressione di uno sviluppo effimero caratterizzato da una solida organizzazione di gruppo e da rapporti regolari fra insediamenti contemporanei. I sigilli di Harappa Il compito di «leggere» le iscrizioni della cultura di Harappa è così difficile che molti studiosi lo giudicano irrealizzabile. La prima difficoltà deriva dal fatto che esse rappresentano la scrittura ignota di una lingua ignota per la quale non si conoscono testi bilingui come la Stele di Rosetta per l'antico Egitto. Una seconda difficoltà consiste nell'assenza di testi lunghi. L'intero corpus degli scritti consta di circa 4000 sigilli, impronte di sigilli e graffiti su vasellame; molti fra i sigilli sono danneggiati e molti graffiti sono interrotti per rotture. Una terza difficoltà deriva dal fatto che la civiltà di Harappa fu non solo geograficamente lontana dalle altre civiltà del suo tempo, ma anche storicamente remota rispetto ai posteriori sviluppi culturali nel subcontinente indiano. Per fortuna, i sigilli di Harappa presentano caratteri scritti e immagini, e i motivi figurati possono fornire indizi sul significato delle iscrizioni. l sigilli sono per la gran parte pezzi quadrati o rettangolari di steatite, un materiale che si presta molto bene a essere inciso. Sul retro essi presentano per lo più una sporgenza forata attraverso cui doveva passare una cordicella; la parte anteriore ha una figura in negativo e un'iscrizione. Figura e caratteri incisi identificavano presumibilmente il proprietario, cosicché, quando il sigillo veniva premuto su argilla molle, l'impronta serviva come riconoscimento. La maggioranza dei sigilli di Harappa presenta l'uno o l'altro di due motivi figurati distinti: il primo è un animale, di solito un toro dalle lunghe corna; ma sono rappresentati anche zebù, bufali indiani, capre, tori dalle corna corte, rinoceronti, tigri, gaviali (i coccodrilli dei fiumi indiani) ed elefanti. Indipendentemente dal tipo di animale, dinanzi a esso era raffigurato un oggetto: quello associato ad animali selvaggi o pericolosi è simile a un piatto; quello raffigurato con gli animali domestici è o un cesto o (soprattutto dinanzi al toro dalle lunghe corna) un emblema in forma di «fusto», che compare anche in raffigurazioni di processioni. Alcuni sigilli raffiguranti animali a gruppi. Un esemplare ben noto ha in centro una figura antropomorfa, chiamata talvolta «Signore delle bestie», seduta con le gambe incrociate; sul capo ha un'acconciatura caratterizzata dalle lunghe corna del bufalo indiano. Alla sua destra sono visibili un elefante e una tigre, a sinistra un rinoceronte e un bufalo indiano. ll sigillo è danneggiato, ma in basso, sotto la figura centrale, vi è una capra che guarda verso l'alto, e subito a destra si notano quelle che potrebbero essere le corna di un'altra capra disposta in modo speculare, con la restante parte del corpo perduta. Un sigillo meno elaboralo presenta al centro un pipai o fico sacro (Ficus religiosa); dal suo tronco spuntano le teste di due tori dalle lunghe corna. Un'altra raffigurazione di un «gruppo di animali» appare su un sigillo prismatico. (Alcuni sigilli della cultura di Harappa avevano questa forma; pochi altri erano cilindrici.) Su una delle sue tre facce sono raffigurati, in fila, un elefante, un rinoceronte e una tigre; una quarta figura è troppo consunta per essere identificabile. Presumibilmente è la faccia del sigillo dedicata agli «animali selvaggi». Sulla seconda faccia è rappresentata un'altra processione di quattro animali, nessuno dei quali a quanto pare è «selvaggio». Su entrambe le facce, però, al di sopra della processione di animali è raffigurato un quinto animale: un gaviale, che evidentemente fa parte del gruppo degli animali «selvaggi». Sulla faccia del sigillo riservata a questi animali, il gaviale è raffigurato con un pesce davanti al lungo muso e con quello che potrebbe essere un pesce dietro la coda. Sulla seconda faccia non appare alcun pesce riconoscibile. Un ulteriore sigillo, ancora più elaborato di quello del «Signore delle bestie», introduce un elemento di «venerazione». Esso ripete la figura del fico sacro, e questa volta nell'angolo a destra in alto. Fra i rami c'è una figura antropomorfa munita di corna, di fronte alla quale si nota una figura inginocchiata; questo personaggio indossa una gonna ed è quindi presumibilmente di sesso femminile; a sinistra della figura inginocchiata c'è una grande capra. Sette personaggi che indossano gonne occupano la metà inferiore del sigillo; i loro capelli sono raccolti in una sorta di lunga «coda di cavallo». Una scena drammatica, su un altro sigillo, presenta varie figure acconciate in modo simile (una delle quali porta una gonna) e attaccate da un bufalo indiano. Questi motivi danno qualche indizio sull'organizzazione sociale della civiltà di Harappa: gli individui possessori dei sigilli appartenevano a gruppi che trascendevano i normali lignaggi familiari. Per esempio, tutti gli individui sul cui sigillo appariva un rinoceronte dovevano avere un legame sociale in comune, che poteva consistere nell'appartenenza a un gruppo sovrafarniliare, come un clan o un'associazione. La raffigurazione su alcuni sigilli di scene di processione, dove pare che effigi di animali venissero portate come stendardi, conferma questo concetto di gruppi sovrafamiliari. Questi gruppi, a loro volta, potevano rientrare in un raggruppamento più ampio, bipartito, come viene suggerito dal motivo del «Signore delle bestie» da un lato e da quello dei «veneratori della divinità del fico sacro» dall'altro. Una simile struttura è ben nota agli antropologi nella forma di una società dualistica, caratterizzata dalla classificazione di clan (o di organizzazioni sussidiarie simili) in due gruppi, o «metà», fra i quali avvengono di solito i matrimoni. Se si accetta l'ipotesi che il materiale figurativo dei sigilli serva a identificare il portatore in funzione del clan e della «metà» del gruppo sociale più ampio a cui appartiene, ne consegue che la parte dedicata all'iscrizione potrebbe identificare il portatore del sigillo come individuo. L'iscrizione potrebbe fornire, per esempio, il suo nome, la sua occupazione, il luogo di residenza, il rango o titolo, e informazioni analoghe. A sostegno di una simile interpretazione, lo studio dei testi dei sigilli rivela una notevole varietà nella sequenza dei singoli segni e, al tempo stesso, una frequente ripetizione di alcuni di essi. Quest'ipotesi fornisce all'ipotetico decifratore una base su cui procedere. Come Michael Ventris sapeva che almeno alcuni fra i testi in Lineare B trovati a Creta erano inventari di oggetti, così chi tenta di decifrare le iscrizioni della cultura di Harappa può procedere in base al presupposto che si tratti di cercare nomi propri ed epiteti elogiativi o altre formulazioni atte all'identificazione dell'individuo. Che cosa ci dicono i sigilli Già negli anni trenta, lo studioso britannico G. R. Hunter aveva identificato un totale di 396 segni distinti. Ricerche più recenti ne hanno aggiunti diversi altri, cosicché oggi sappiamo che la scrittura della cultura di Harappa comprende 400-450 segni. Di essi, 113 sono presenti solo una volta, 47 compaiono due volte e 59 ricorrono meno di cinque volte. Ciò significa che i restanti 200 segni erano d'uso generale, e la loro analisi dimostra che, per una buona metà, essi sono combinazioni dell'altra metà. Queste scoperte dimostrano che la scrittura della civiltà di Harappa non era né alfabetica, come il deraganari per il sanscrito, né logografica (ossia con un carattere per ciascuna parola), come il cinese. Essa si colloca nella categoria nota come logo-sillabica: ciò significa che alcuni segni rappresentano parole, mentre altri hanno un valore puramente sillabico o fonetico. Altri esempi di scritture di questa categoria sono i geroglifici egizi, gli antichi ideogrammi sumerici e il giapponese moderno. Il fatto che, per metà, i segni di uso comune Cossero combinazioni di altri segni usati abitualmente fa pensare che chi scriveva si servisse di tali combinazioni per esprimere sia idee (come fanno i Cinesi quando accoppiano i caratteri per Sole e Luna per rappresentare la parola «luminosità») sia suoni sillabici, allo scopo di indicare la «pronuncia» di una parola. Una parte fondamentale in ogni sistema di scrittura è la serie di mezzi usati per indicare il genere, per distinguere fra singolare e plurale, per stabilire il tempo di un verbo e cosi via. L'identificazione di questi mezzi è molto importante per accertare le relazioni che esistono fra i grafemi, o singoli componenti, delle parole e la lingua che i grafemi rappresentano. I testi della cultura di Harappa presentano un accoppiamento regolare di certi segni, un po' come avviene nelle lingue occidentali per certi titoli: per esempio «Sua maestà» o «Vostro onore». E' anche degno di nota il fatto che certi segni appaiano a metà di un testo ma raramente al principio o alla fine, mentre per altri segni vale l'inverso. Introducendo i testi nella griglia si vede subito che certi segni appaiono regolarmente nella maggior parte delle iscrizioni. Consideriamo i segni «vaso» nella colonna 5, «intreccio di tessitura» nella colonna 8 e «due tratti» nella colonna 10. Quando in uno stesso testo appaiono due di questi tre segni (come nelle righe b, e, h e p), essi sono sempre nello stesso ordine da destra a sinistra, indipendentemente da quali altri segni siano inclusi nell'iscrizione. Le loro relazioni sono evidentemente governate da una regolarità di posizione. Perciò, nella costruzione della griglia, essi sono posti nelle colonne sopraindicate, anche quando in un certo testo ne appare uno solo. E' emerso chiaramente da questa operazione che i segni citati sono i più numerosi fra quelli presenti nei 17 testi prescelti. Il segno del vaso, riportato nella colonna 5, compare 10 volte, e tre sue varianti appaiono in altre due colonne. Il segno dell'intreccio di tessitura della colonna 8, varianti comprese, si presenta sei volte, e i due brevi tratti verticali della colonna l o, incluse le varianti, ricorrono 000 volte. Certi altri segni che utilizzano tratti verticali non hanno posizioni relative altrettanto fisse. Mentre il gruppo costituito da uno o due brevi tratti singoli può essere sistemato nella colonna lo, i gruppi formati da uno, due, tre o più tratti più lunghi non trovano posto nelle colonne centrali della griglia. A questo punto, dopo essersi familiarizzato con l'aspetto di un cinquantina di segni, quali appaiono nella griglia analitica, il lettore potrebbe chiedersi in quale direzione debbano essere «letti». Se dovessimo basarci sulle sole iscrizioni dei sigilli, sarebbe difficile stabilirlo. Per fortuna, i graffiti incisi sul vasellame hanno fornito una risposta: studi eseguiti da B. B. Lal e da I. Mahadevan dell'Archaeological Survey of India hanno dimostrato che alcuni graffiti presentano tratti in parte sovrapposti. La sovrapposizione indica che la direzione della scrittura era da destra a sinistra. Ecco perché la colonna 14 della griglia appare al margine di sinistra e la colonna I al margine di destra. L'inversione dell'ordine dei segni permette di disporli nell'ordine di lettura a noi più familiare, cioè da sinistra a destra La lingua di Harappa Veniamo ora alla parte più complessa del problema della decifrazione: qual era la lingua della cultura di Harappa? Quando Ventris identificò la lingua del Lineare B come greco, superò la maggiore difficoltà. La documentazione archeologica della regione in esame offre qualche appiglio a coloro che si sforzano di identificare la lingua della cultura di Harappa. Per esempio, i reperti archeologici dimostrano che tale civiltà non si sviluppò in modo subitaneo; essa ebbe una lunga fase preparatoria nel territorio di confine indo-iranico, si diffuse su un'area molto estesa e infine diede un contributo all'emergere dell'India dei villaggi. Questa sequenza suggerisce che la lingua parlata dalla popolazione della civiltà di Harappa non può essere svanita dal subcontinente. Se accettiamo questo assunto, quale delle tre principali famiglie di lingue parlate nella regione potrebbe essere legata alla civiltà di Harappa? Fra le famiglie linguistiche prese in considerazione vi è quella munda (una famiglia di lingue parlate in gran parte nell'India orientale), che avrebbe affinità con certe lingue dell'Asia sudorientale. Pare, tuttavia, che nel vocabolario delle forme più antiche di queste lingue vi sia ben poco che si concili con ciò che l'archeologia ci dice sulla cultura di Harappa. Altro candidato è l'indoeuropeo, una famiglia di lingue giunta in India alla metà del II millennio a.C. L'espressione letteraria più antica dell'indoeuropeo, il Rigreda, descrive però una cultura del tutto diversa da quella di Harappa. Il terzo candidato è il dravidico, una famiglia di lingue parlate attualmente per lo più nell'India meridionale e sudorientale, ma che persiste anche in talune sacche dell'India settentrionale e del Belucistan. Una quarta possibilità è, ovviamente, che la lingua della cultura di Harappa non abbia rapporto con nessuna delle famiglie linguistiche citate. Vale nondimeno la pena di considerare la candidatura del dravidico con maggiore attenzione di quella riservata alle famiglie linguistiche munda o indoeuropea. Oltre alle forme settentrionali (Kurukh, Malto e Brahui), oggi sono ancora parlate 25 lingue dravidiche, e le famiglie principali (tamil, malayalam, kannada e telugu) sono usate da più di 100 milioni di persone. Grazie, anche in questo caso, alla documentazione archeologica, non è però necessario accettare ciecamente la candidatura del dravidico. Nel 1974, scavi condotti nel sito di Allandino, nei pressi di Karachi, riportarono in luce un frammento di avorio dalla sezione semicircolare. Su un lato c'erano fori, a quanto pare praticati per infilarvi bastoncini, sull'altro c'erano due solchi paralleli longitudinali. L'oggetto è simile a un gran numero di piccole verghe d'avorio portate in luce negli anni trenta da E. J. H. Mackay a Mohenjo-Daro. Questi avori non erano - com'è stato asserito - semplici pezzi di un gioco. Per esempio, uno di essi, dalla sezione quadrata, presentava una serie di cerchi e semilune alternati, incisi su una faccia. Su alcuni avori di Mohenjo-Daro è presente uno dei segni rappresentati nella griglia (colonna 6, riga c), associato a un altro segno che ricorda una pianta. In vari testi di sigilli questi due segni si accompagnano a tratti verticali, in numero da uno a sette, e ad altri cinque segni (due dei quali appaiono nella griglia alla colonna 7, riga c, e alla colonna 11, riga q). Come il secondo segno sugli avori di MohenjoDaro, il segno alla colonna 6, riga c, sembra rappresentare una pianta, probabilmente il culmo di un cereale. Se si considera l'associazione dei due segni presenti nelle iscrizioni dei sigilli con quelli che sembrerebbero essere numeri, e l'incisione su uno degli avori di cerchi e semilune che si avvicinano per numero a un mese lunare (semiluna) di 30 giorni solari (cerchi), i due segni di piante potrebbero essere interpretati come rappresentanti una parola che significa sia cereale sia mese (o luna). Inoltre, i tratti verticali associati a entrambi i segni non sono mai più di sette, facendo pensare che, per esprimere il numero otto, fosse usato qualche altro segno e, forse, che il sistema numerico della civiltà di Harappa fosse in base otto. Quale lingua possiede, per un cereale, una parola che significa anche mese o luna ed è associata a un sistema numerico in base otto? La parola nel significa «riso» in cinque lingue dravidiche, e ;lila o pela significa «luna» in tre delle stesse cinque lingue e in altre cinque. La medesima parola significa in alcune delle stesse lingue anche «mese». Inoltre Kamil V. Zvelebil ha fatto notare che il sistema numerico dravidico originario era, probabilmente, in base otto; il conteggio fino a 10, usato in conformità col sistema numerico attuale, procede letteralmente così: «uno», «due», «tre», «quattro», «cinque», «sei», «sette», «numero», «molti meno uno» e «molti». II principio di omofonia Nel corso degli anni gli studiosi hanno rilevato la presenza nel dravidico di un certo numero di omòfoni: parole che hanno lo stesso suono ma significati diversi. Per esempio, la parola per designare il bilanciere - la pertica usata per il trasporto di coppie di recipienti appesi alle estremità - è ka. La stessa parola significa anche guardiano o protettore. La parola comune per pesce è min, che è anche la parola per stella. La parola per 100 è nuru, che significa anche macinare o polverizzare. Il principio dell'omofonia, o del rebus, si trova in varie scritture antiche, compresi i geroglifici egizi. Il suo elemento chiave consiste nella ricerca di un equivalente sillabico anziché nell'uso di un segno semplicemente come immagine di una cosa. Per esempio, un antico sovrano egizio, N`r-mr, era rappresentato nei geroglifici dal segno di un pesce gatto (dr) e dal segno di uno scalpello (mr). Ciò non significa che egli si chiamasse «pesce gatto-scalpello», ma solo che il suo nome aveva un suono simile a questo. Tutto ciò ci fornisce una base per tentare di ricostruire un sillabario della cultura di Harappa? Cercherò di verificare quest'ipotesi, avvertendo che la prova del fuoco di qualsiasi tentativo di decifrazione è la sua coerenza interna. Se si stabilisce che un certo simbolo è l'equivalente di un certo suono o di un certo significato, non sarà lecito usarlo poi per rappresentare un altro suono o significato. Una logica interna è essenziale a tutti i sistemi di scrittura; quando i decifratori modificano arbitrariamente i valori dei simboli per adattarli al modello che preferiscono, il loro lavoro è destituito di ogni valore. Consideriamo innanzitutto il segno rappresentato nella colonna 7, riga h. Pittograficamente esso potrebbe essere interpretato come la rappresentazione di un mortaio e di un pestello. Ricostruzioni linguistiche indicano che, in dravidico, quest'utensile aveva il valore sillabico nuru: come abbiamo visto, è anche il suono del verbo macinare o polverizzare e il nome di «100». Consideriamo poi il segno che figura nella colonna 5 della griglia. Alcuni anni fa, Mahadevan ipotizzò che questo segno, che appare per lo più alla fine dei testi sui sigilli, fosse una rappresentazione pittografica di un recipiente con manici. Rilevò, inoltre, che varie parole dravidiche per questo recipiente erano omòfone con parole che significano maschio, comprendenti anche il comune suffisso onorifico au usato con nomi di persona maschili almeno a partire dall'inizio dell'era cristiana. Il fatto che un tale segno si trovi alla fine di testi sui sigilli, per i quali è legittima l'ipotesi che contenessero nomi di persona, conferma questa congettura. Un altro dei segni finali sulla griglia (colonna 5, riga 11 è un pittogramma di una figura umana che porta sulle spalle un bilanciere con un recipiente appeso a ciascuna estremità. Come abbiamo visto, la sillaba per bilanciere, ka, è omòfona con parole dravidiche significanti «fare la guardia» o «proteggere». Inoltre una parola dravidica comune per uomo è al. La combinazione di queste sillabe consente di ricostruire il segno della colonna 5, rigai: come parola bisillabica ka-al. Nelle lingue dravidiche, per ragioni eufoniche, due vocali consecutive sono separate da una consonante, una e o una y. La parola così ottenuta, kaval, potrebbe essere tradotta «colui che fa la guardia o protegge», una formulazione di identità personale adatta a un sigillo privato. Per dare altri due esempi, prima di tentare la lettura di alcuni testi di sigilli riportati nella griglia, due fra i segni «numerici» - quello nella colonna 12, riga k. che significa presumibilmente tre, e un secondo segno formato da quattro tratti verticali, che significa presumibilmente quattro - hanno anch'essi omòfoni plausibili. 11 primo, mu(n), è uguale alla parola dravidica che significa «primo, il più ragguardevole» (mun): il secondo omòfono, nal, è uguale alla parola che significa «buono» (nal): due aggettivi che si prestano a specificazioni di rango. I testi decifrati Consideriamo ora due testi di sigilli brevi e due più lunghi fra quelli riportati nella griglia. Il testo designato come Mohenjo-Daro 31 46 (riga g) è composto da tre segni, che si presume rappresentino uno strumento musicale, una lancia e un pettine. I valori sillabici dravidici assegnati sono, nello stesso ordine, pan, are ki(r), che tradotti corrispondono alla parola «canto», a una espressione onorifica in terza persona e alla parola «segno»; la parola completa viene letta come Panar-ki(r). La traduzione proposta è «sigillo di Panar» o, letteralmente, «il segno del cantore». Il testo designato come FEMD 590 (riga e) è formato da quattro segni. Il primo, che ha la figura di un rombo, ha il valore trisillabico ara-man; il secondo, costituito da due brevi tratti verticali, ha il valore i(1); il terzo, un «intreccio di tessitura», ha il valore trisillabico pi-ri(kcy), e il quarto è la stessa espressione onorifica ar del testo precedente. Questo testo viene letto Ara-man-i(l) pirikeyar, e per esso viene proposta la traduzione «appartenente alla nobile casa (del) Pirikeyan> («pin» e «pirikey» sono capi). Il terzo testo, Harappa 72 (riga d), è composto da sette segni: esso si apre con una spirale (cur), a cui seguono un ovale che racchiude un breve tratto verticale (pata), una foglia di pipal e una freccia combinate assieme (ambra), un breve tratto verticale da solo (a), un intreccio sormontato da una punta (arapirikey), combinati col segno del sole (patu-karu), e, come segno finale, il vaso con manici (an). Si ottiene una frase piuttosto lunga: Cur patambara-a ara-pirikey patu-karan. La traduzione proposta è «Patukaran, potente (nobile) capo degli insediamenti circostanti». Il quarto testo, FEMD 111 (riga k), è fra le più lunghe iscrizioni di sigilli tradotte ed è formato da nove segni. Per brevità si indicano solo le sillabe e la traduzione proposta: Munala-i(1) nuru caruvara amban aroru malya, ossia «appartenente a Munala, padrona di 100 campi arati, nobile primadonna». Finora sono stati assegnati valori sillabici a quasi 100 segni contenuti in sigilli e in iscrizioni su vasellame; per ciascuno sono stati trovati appropriati omòfoni dravidici. Sono state proposte, inoltre, per più di 100 iscrizioni su sigilli, traduzioni come quelle riportate qui e che vanno da espressioni semplici come «recipiente per acqua» (probabilmente un nome proprio) ad ampollosità come «Arasamban, grande capo (dei) capi del sudovest, stirpe della Luna». Ciò che tali testi dimostrano è che un certo numero di individui della civiltà di Harappa (fra cui Arasamban) faceva risalire la propria stirpe a figure importanti del cosmo, come il Sole, la Luna e le stelle e forse anche la pioggia monsonica. Queste potrebbero essere distinzioni all'interno di ciascun clan. I capi erano associati ad aramani, case di capi, che forse avevano funzioni sia residenziali sia amministrative. C'era inoltre un luogo elevato (le «cittadelle» identificate dagli archeologi?) che assolveva una funzione speciale, finora non identificata. Un'area destinata a riunioni - un cortile aperto o una sala con colonnato (esempi di entrambi questi spazi sono stati riportati in luce dagli archeologi) - permette di ipotizzare che un'assemblea di capi fosse elemento essenziale dell'organizzazione politica di Harappa. Fra gli altri tipi di capi, che conosciamo dai sigilli, c'erano capi di associazioni (corporazioni?), come quelle dei ramai, degli ispettori ai magazzini, dei supervisori all'irrigazione e dei proprietari di terreni, una categoria che, come abbiamo visto, includeva anche donne. Sono invece scarsi i riferimenti religiosi. C'è forse una «divinità con corna», designata come «quello di rame» o «il rosso», e forse una «Dea madre», ma per il momento si attendono conferme. Fra le figure minori c'erano suonatori di tamburi e cantori: è probabile che i primi convocassero le assemblee e i secondi intrattenessero le persone convenute o cantassero durante le cerimonie. I sigilli attestano inoltre l'esistenza di una classe di scribi, di persone incaricate di sovrintendere ai pesi e alle misure e di ispettori alla distribuzione delle merci, alla macinazione dei cereali e probabilmente a operazioni di caccia. C'erano anche capitani di imbarcazioni e custodi del fuoco. Molti sigilli contengono il segno ka, che si riferisce alla funzione di guardia, non in senso militare ma piuttosto nel senso di una responsabilità relativa alla cura di raccolti e alla protezione delle mandrie e delle greggi. Una fra le conferme più incoraggianti che le decifrazioni stanno procedendo nella giusta direzione proviene dal sigillo prismatico in cui si osserva due volte un gaviale al di sopra di una serie di animali di «clan». Nel dravidico la parola per coccodrillo e tnutalai. La parola dravidica per primo capo, mutali, è un omòfono molto simile. Prestiti da altre lingue Pare dunque che la lingua di Mohenjo-Daro e di Harappa, circa 4000 anni fa, fosse un'antica lingua dravidica e che gli scribi della cultura di Harappa si sforzassero di tradurla in forma grafica, come metodo per identificare l'élite della civiltà della Valle dell'Indo. La civiltà di Harappa aveva però una tale diffusione geografica che nella lingua deve essere entrato un certo numero di parole non dravidiche, esattamente come parole dravidiche furono in seguito prese a prestito da popolazioni che parlavano l'indoeuropeo. Una grande mole di lavoro di decifrazione rimane ancora da compiere, e senza dubbio si troverà che quanto è stato qui esposto non è senza pecche. Il compito che attende i decifratori è ancora più affascinante, poiché dovrebbe condurre a un risultato che fino a poco tempo fa sembrava irraggiungibile: fornire informazioni coerenti sulla forma statale, sull'organizzazione sociale e sull'ideologia della civiltà di Harappa, e forse anche prove più attendibili del fatto che la cultura di Harappa, essendo all'origine dell'India dei villaggi di oggi, non è mai del tutto scomparsa. |
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