LA NASCITA DELLA SCRITTURA

 L'EVOLUZIONE
DELLA SCRITTURA




Ecco gli elementi di base della scrittura cuneiforme. Il «cuneo» si presenta in modo diverso a seconda dell'orientazione del calamo (stelo di giunco tagliato a scalpello) che serve a imprimere i segni: può essere quindi verticale, orizzontale oppure obliquo. Quanto più il calamo è affondato nell'argilla, tanto più pronunciata è la testa del cuneo.
 



 

La tacca e il cerchio, fondamenti
della scrittura cuneiforme, non hanno bisogno di alcun precedente.
La scrittura cuneiforme ha una base molto semplice.








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Le fonti scritte più antiche che si conoscano (circa 3400 a.C.)
provengono da Susa (a), da Habuba Kabira (b), da Jebel Aruda (c),
da Uruk (d) e da Tell Brak (e). A quest'epoca, si nota che i sistemi
numerali non riportano ancora le quantità
per riduzione all'unità superiore
(vi sono altrettanti segni numerali quante sono le grandezze da annotare)
e che i primi esempi di scrittura non si limitano a riportare i numeri.
(I disegni sono più o meno in scala 1:1.)





Esempi di segni primitivi: un pesce, una barca, un aratro, una testa d'uomo (per indicare un individuo maschio),
una mano (per indicare una parte del corpo umano). La metonimia fa già la sua parte: i segni BAR e MASH sono astratti, e il secondo permette di scrivere sia «metà» sia «caprino».




Esempi di segni derivati. ll segno primitivo UD e la sua immagine speculare indicano rispettivamente mattino e sera; il segno DUG tratteggiato, da leggere KASH, indica la birra; UD può formare
un nuovo segno, È, che significa «uscire»; AB nel quale è inscritto il segno KU si legge NANSHÉ e indica una divinità





Dal segno alla scrittura
Dai cacciatori preistorici ai primi contabili


Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo.


L'invenzione della scrittura cuneiforme
Circa 5400 anni fa i Sumeri realizzarono una scrittura dotata di grammatica e sintassi proprie
Jean-Jacques Glassner


In Mesopotamia meridionale (la parte sud dell'attuale Iraq), nella seconda metà del IV millennio a.C., i Sumeri furono i primi a esprimere le parole di una lingua parlata con segni visivi, inventando la scrittura poi definita cuneiforme. Essa deve il suo nome alla forma dei segni che la compongono, che assomigliano appunto a cunei. Ma come nacque la scrittura? Le opinioni si dividono su due tesi. Secondo la prima, che ha le sue origini in Aristotele e nei filosofi del XVIII secolo, l'uomo avrebbe cominciato a mettere a punto un sistema di comunicazione visiva inizialmente privo, o quasi, di rapporti con il linguaggio: esso ricorreva, per esprimersi, a immagini di oggetti o di esseri viventi del mondo circostante, veri e propri disegni figurativi o pittogrammi, che riproducevano, riducendolo ad alcuni dei suoi dati essenziali, il contenuto di un messaggio; si trattava, in un certo senso, di un promemoria, che evolvette verso una vera scrittura solo nel momento in cui divenne fonetico. La seconda tesi, che ha come principale sostenitrice Denise Schmandt-Besserat propone che la genesi della scrittura sia da ricercare nelle tecniche contabili, e più esattamente nei gettoni tridimensionali utilizzati da tutte le società del Vicino Oriente fin dall'epoca neolitica allo scopo di contabilizzare e simboleggiare vari beni. Queste due tesi sono nate in un'epoca in cui l'accesso alle fonti mesopotamiche più arcaiche era difficile o impossibile per carenza di pubblicazioni, e non si basano su un'analisi dei dati di fatto. Oggi, grazie ai lavori di un gruppo di archeologi e assiriologi riunitisi presso la Freie Universitàt di Berlino sotto la guida di Hans Nissen, l'accesso alle fonti è divenuto possibile. Con l'aiuto di questo corpus, costituito da circa 5000 testi sumerici della fine del IV millennio provenienti per lo più dalla città di Uruk, si può quindi affrontare il problema dell'invenzione della scrittura mediante una descrizione sia dei segni sia dei procedimenti alla base della loro creazione. Vedremo come l'invenzione della scrittura abbia richiesto la messa a punto di un sistema elaborato di segni che viene costituendosi in tre fasi: creare i segni, renderli significanti, utilizzare l'analogia per aggiungere significati. L'esame di questi procedimenti e l'analisi della struttura di questi fenomeni rivelano la precisa volontà di costruire un sistema coerente.


Le buste - involucro

Per affrontare il problema dell'origine, ci porremo una domanda preliminare: le testimonianze più antiche della scrittura sono contemporanee alla sua invenzione? Alcuni ritengono che scritti precedenti alle tavolette d'argilla siano esistiti ma, vergati su supporti deperibili come legno, corteccia, cuoio o papiro, abbiano finito con lo scomparire. Grazie all'archeologia, disponiamo però di un elemento non trascurabile che contrasta con questa teoria. Nel corso della prima metà del IV millennio, i mesopotamici inventarono la busta-involucro in argilla entro la quale si raggruppavano sassolini per memorizzare quantità. La scrittura non apparve che più tardi, assieme al suo supporto, la tavoletta in argilla. Solo a partire da questo momento le buste-involucro cominciano a essere a loro volta coperte di iscrizioni. Se i mesopotamici avessero scritto su supporti deperibili precedentemente all'invenzione della tavoletta, non si vedeperché non dovessero fare la stessa cosa con le buste-involucro.
Del resto, è logico separare la data dell'invenzione della scrittura da quella della sua prima comparsa, supponendo un periodo di gestazione che separerebbe il momento dell'invenzione da quello del primo uso pratico? La scrittura deriva da un lavoro concettuale che non può essere dissociato dalla sua applicazione, se non a rischio di essere svuotato di significato. Invenzione e prima attestazione devono essere necessariamente simultanee, dato che la seconda non è altro che la messa in atto della prima.
Partendo da questa osservazione, non si può quindi supporre che vi sia stata una pre- o una proto-scrittura. Tuttavia, si possono individuare segni premonitori dell'invenzione? O ci si trova di fronte alla comparsa repentina di uno strumento nuovo e originale? In un arco di tempo relativamente breve, i mesopotamici inventarono due sistemi semiologici differenti e attribuirono all'uno la qualifica di scrittura, mentre l'altro è il repertorio iconografico dei sigilli cilindrici. Questa scelta si impone senza consentirci di decifrare né i motivi né i criteri su cui venne fondata. Il fatto è tanto più sorprendente in quanto il mondo sumerico e, più in generale, quello della Mesopotamia meridionale si era mostrato particolarmente carente di segni a paragone con i suoi vicini. La ceramica, priva di decorazioni, è uniformemente grigia. La glittica e l'arte sono pressoché ignorate. Sembra quindi che le due innovazioni non abbiano alcun precedente diretto in questa regione.
Basandosi sulla documentazione attuale, è difficile capire se la scrittura venne inventata in una o in due tappe, di cui la prima non comprendeva altro che segni numerali, mentre la seconda includeva la notazione delle altre parole della lingua. La documentazione che permetterebbe di abbandonare il campo delle ipotesi manca, ma la prima soluzione non sembra accettabile, come mostrano le sette tavolette più antiche conosciute, nelle quali figurano già segni non numerali. Del resto, tutto si gioca in un arco di tempo molto breve: un secolo al più.
Viceversa, è accertato che la scrittura venne inventata in un'area geografica in cui si parlavano molte lingue assai differenti: il sumerico, una lingua semitica (forse già l'accadico) e, verosimilmente, lo hurritico. Non si può escludere anche la presenza di lingue sconosciute mai messe per iscritto. La scrittura sumerica era dunque poliglotta? Scribi professionisti, formati forse nell'ambito di esperienze linguistiche diverse, potevano utilizzare la stessa grammatica, che, per usare la definizione dell'antropologo Dan Sperber, costituiva il loro «sapere condiviso». Che individui in seno a società dove si parlavano lingue diverse potessero leggere gli stessi segni, ciascuno nella propria lingua, secondo norme fonetiche differenti, ma senza modificare il contenuto, è un fattore di estrema importanza.
Tuttavia, questo è vero solo nel contesto di un uso ristretto, perché la scrittura ha un rapporto privilegiato con una lingua rispetto a un'altra. La scrittura minimale è notevolmente adatta a una simile esperienza: anche se sono leggibili in primo luogo in sumerico, i segni logografici (un segno = una parola) lo sono anche in tutte le lingue; e anche i segni fonetici - alcuni dei quali potevano derivare da giochi grafici - non costituivano un ostacolo perché il meccanismo di apprendimento dei segni passava innanzitutto per l'identificazione delle parole e per l'apprendimento delle forme. Ora, la scrittura sumerica è fra quelle che si possono imparare per addizione; non è obbligatorio, per potersene servire, conoscere tutte le potenzialità che essa racchiude; è sufficiente aver imparato una certa quantità di segni e di valori.


Operazioni sapienti

Da quali sconvolgimenti culturali derivò questa invenzione? Purtroppo non possiamo fare altro che congetture. Il mondo mesopotamico è un universo incantato dove tutto è sacro; perciò, dato che nulla sfugge a questa sacralità, è difficile intuire quali proibizioni si dovettero superare per poter manipolare segni potenzialmente pericolosi.
L'identificazione del segno richiede di creare o di rendere disponibile una gamma di oggetti materiali e di utensili: il segno non può esistere senza un luogo fisico preparato per accoglierlo e senza uno strumento per tracciarlo. L'attività semiologica è illustrata inoltre da una pratica del corpo e della mano, nonché dalla presenza di uno specialista, lo scriba.
La scrittura non può esistere senza una superficie fisica di supporto. La grande maggioranza dei primi testi è tracciata su tavolette di argilla. Non se ne conoscono antecedenti e l'archeologia dimostra che vennero inventate contemporaneamente al corpus dei segni. Anche gli utensili sono ben conosciuti: per tutta la loro storia i mesopotamici si servirono per scrivere di uno stelo di giunco, o calamo. In un primo tempo questo strumento ebbe una forma appuntita, ma ben presto una delle estremità venne tagliata a scalpello mentre l'altra era cilindrica. L'adozione di questa forma, alla fine del IV millennio, costrinse lo scriba a tracciare solo segmenti di retta sull'argilla, un supporto poco adatto alle linee curve. Il calamo si tiene necessariamente in modo da formare un angolo ottuso con il supporto; l'estremità viene affondata obliquamente nell'argilla per mezzo di una leggera rotazione del polso e il segno ottenuto assomiglia a un piccolo chiodo con la testa più o meno triangolare. L'aspetto cuneiforme della scrittura risulta da questo incontro tra il calamo e l'argilla.


Il sistema de segni


Un sistema di segni definiti costituisce il nucleo irriducibile del concetto di scrittura. Un primo corpus di circa 600 segni, di cui una sessantina sono numerali, ci è noto fin dalla comparsa della scrittura. Alla fine del IV millennio venne considerevolmente rimaneggiato, e il caso vuole che anche del nuovo sistema conosciamo circa 600 segni. Sapendo che, verso il 2600 a.C., si compone di circa 800-900 segni, si postula che questo valore sia stato probabilmente quello massimo. Tre procedimenti presiedono alla formazione di questo sistema: una semiologia, un'ermeneutica e una scienza dell'analogia.
I Sumeri inventarono per prima cosa una semiologia. Considerati in sé, i segni sono forme puramente materiali e prive di senso. I Sumeri li chiamavano mul, gusum o santak, gli Accadi mihiltu o santakku. Gusum e mihiliu si riferiscono al concetto di impressione (il termine accadico deriva dalla radice MHS: «colpire», «stampigliare», «imprimere») del segno sulla superficie molle dell'argilla; sanlak e santakku, il cui significato primario è «triangolo», mettono l'accento sull'aspetto dei segni, facendo allusione alla loro capocchia triangolare, cioè «cuneiforme». Sul piano grafico, il sistema è di rara semplicità: alla sua base, gli inventori posero due segni, una tacca e un cerchio.
Consideriamo la sola notazione dei numeri, di cui sappiamo che è la più antica. A partire da questo nucleo primario di due segni semplici, giocando sulla loro dimensione e orientazione rispetto alla superficie del supporto e alle possibilità offerte dalla loro associazione o incastro, è possibile costruire un gran numero di segni: una tacca grande o una piccola, più o meno allungata o allargata, un cerchio grande o uno piccolo, una tacca con un cerchio inscritto, due cerchi concentrici; il lato arrotondato della tacca può essere orientato in vari modi, due tacche possono essere associate l'una contro l'altra in versi opposti; vi è anche la possibilità di sovrapporre altri marchi a questi segni, come un tratto unico o due tratti paralleli; si può giocare infine sulle posizioni dei segni l'uno rispetto agli altri nelle sequenze sintattiche in cui essi compaiono. Cosi facendo, si moltiplicano le capacità della scrittura e si arriva a un corpus di oltre 60 segni numerali.
A parte i numerali, i Sumeri usavano anche segni di vario genere. Alcuni di essi rappresentano oggetti concreti: parti del corpo umano, strumenti e manufatti, animali e vegetali. Queste rappresentazioni sono di tre tipi, a seconda che riproducano l'oggetto per intero, solo in parte o ne mostrino un'immagine stilizzata. I Sumeri tracciavano anche segni senza alcun rapporto con il reale e che si distinguevano per il loro alto grado di astrazione: espressione di convenzioni il cui significato non è per noi sempre evidente. In totale, nel corpus più antico della scrittura, questi segni «primitivi» sono circa 300.
Ma i Sumeri non si accontentarono di costruire segni primitivi; li manipolarono, associandoli in combinazioni multiple per formare altri segni, ottenendo così segni derivati che rappresentano oltre la metà del corpus a oggi conosciuto; sono almeno 120 i segni primitivi che vengono così reimpiegati nei procedimenti di derivazione. È sufficiente, per cominciare, cambiare la posizione di un segno, inclinarlo o coricarlo, per creare un segno nuovo. Vi è anche la possibilità di invertirlo specularmente. La semplice sovrapposizione di un tratteggio (gunà) è sufficiente a creare un segno nuovo. Altri segni derivati risultano dalla combinazione di parecchi segni primitivi. Certi segni semplici, come il rettangolo o il cerchio, servono da «cornice» all'interno della quale si può inscrivere uno o più segni che veicolano un significato; quest'ultimo procedimento permette da solo la creazione di più di un centinaio di segni.



Dare un significato ai segni


Il secondo procedimento che presiede alla formazione del sistema dei segni è l'ermeneutica. Il lavoro formale di costruzione di segni non può essere dissociato dall'aspetto semantico, perché non è la sostanza dei segni ciò che importa, ma il loro valore. I Sumeri inventarono dunque un'ermeneutica: l'insieme delle conoscenze e delle pratiche che permettono di attribuire un significato ai segni.
Un primo gruppo di caratteri, quello dei pittogrammi-segni, indica direttamente il relativo significato, che è immediatamente identificabile. Un secondo gruppo, quello dei «deictogrammi», è difficilmente separabile dal precedente, se non per il fatto che dà una forma visiva a tutto ciò che non è distintamente rappresentabile. Si osserva qui che un'esigenza primaria all'origine della scrittura porta a una estrema regolarità nella scelta dei significati. Inoltre la composizione dei disegni, anche dei più semplici, risponde già a un certo numero di criteri che si distaccano da una riproduzione banale perché, ben lungi dai disegni «riaiti, che probabilmente non sono mai esistiti, si entra subito nella sfera delle rappresentazioni cosiddette convenzionali. Si fa ricorso anche a sillogigrammi o aggregati logici, nei quali il senso non è più suggerito da un semplice segno, ma articolato in due o tre sottocaratteri.
Un altro aspetto della prima scrittura sumerica che si può individuare è il suo carattere fonetico. Fra i segni derivati vi sono, in effetti, i cosiddetti «morfofonogrammi», composizione di più sottocaratteri di cui l'uno ha funzione figurativa e l'altro ha un valore fonetico concepito per indicare la pronuncia di una parte della parola rappresentata. I vincoli di coerenza logica nella costruzione dei segni vengono meno, e l'associazione fra sottocaratteri finisce per compiersi fra un segno che non definisce alcun campo lessicale preciso e un segno fonetico. Un'altra tecnica della scrittura fonetica consiste nello scrivere una parola servendosi del segno di un'altra omofona: è il procedimento del rebus.
Un ultimo aspetto della scrittura sumerica è il suo carattere polisemico: la grande maggioranza dei segni, in effetti, serve a denotare, simultaneamente, diverse parole della lingua. Il ricorso al fonetismo ha soprattutto l'obiettivo di semplificare la lettura.



La scienza dell'analogia


Il terzo procedimento dei Sumeri nell'elaborare il loro sistema di segni è l'impiego della scienza dell'analogia. I principali legami che uniscono il segno grafico a ciò che rappresenta non sono né arbitrari né di rassomiglianza: il legame si basa su una relazione analogica. I Sumeri hanno dunque inventato una scienza dell'analogia che mescola, sovrapponendoli, i due registri dell'aspetto formale e dei contenuti. Giocando con procedimenti stilistici come la sineddoche e la metonimia, questa scienza lega i segni alle cose rappresentate; ma lega anche i segni fra loro, aiutando, per quanto possa apparire contraddittorio, ad allontanare il segno dalla sfera del reale e a integrarlo in quella della scrittura.
Tutto si basa sulle motivazioni che garantiscono la validità delle similitudini osservate. In altri termini, gli inventori, in generale, si sono interrogati non sui legami che uniscono il carattere al suo significato, ma sui motivi che fanno sì che esso designi ciò che significa. Nel caso di un pittogramma-segno, la motivazione è evidente. Più in generale, la ricerca della motivazione appare in maniera esplicita solo quando dà vita a un vero e proprio commento.
Un paio di esempi basteranno per illustrarlo. Il segno ABGAL, che designa un «esperto», è un derivato formato da due segni primitivi associati, NUN e ME; il primo esprime nobiltà o eccellenza, l'altro rimanda all'idea di una qualità propria a qualcuno o a qualcosa; insieme, essi commentano il concetto di abilità. Il segno GIBIL si scrive per mezzo dei due sotto-caratteri GI + NE. Si possono proporre due interpretazioni, delle quali l'una non esclude l'altra. GI è un sottocarattere di tipo fonetico che specifica la pronuncia dell'inizio della parola e NE è da leggere da solo GIBIL: il tutto è interpretabile come gigibil. Nel contempo, si riconosce in GI la traduzione visiva della parola «canna» e in NE, da leggere BIL in questo caso, quella del verbo «bruciare, incendiare». Il materiale infiammabile e il verbo bruciare sono associati, e si nota nel contempo che essi forniscono, insieme, una lettura fonetica della parola gi-bil. Il segno GIBIL serve per esprimere un nome divino, vale a dire quello di un dio del fuoco che è immaginato, come ci informano le fonti stesse, nell'aspetto di «colui che incendia il canneto». Si vede quindi che il nome può essere tradotto con l'espressione «canneto che brucia»; la scelta della grafia si rivela, ancora una volta, come un vero commento.



Afferrare il mondo



Queste ossetvazioni mostrano che l'elaborazione della scrittura sumerica non fu il frutto di una immaginazione sbrigliata e solitaria. Questa scrittura non venne costruita via via in base alle necessità o per caso. Deriva, al contrario, da uno sforzo deliberato di costruire un sistema coerente. Suppone un concetto, una rappresentazione mentale fatta a sua volta di altri concetti e di diverse operazioni e pratiche, e che è la condizione stessa della sua esistenza.
I caratteri del repertorio dei suoi segni obbediscono a determinazioni di sistema. Sono pensati solidalmente; presentano fra di essi un rapporto genetico evidente; si organizzano in una unità descrivibile e coerente; formano un tutto articolato, con molteplici combinazioni che permettono le loro associazioni; hanno ciascuno una forma propria che li caratterizza e, nello stesso tempo, si assomigliano e possono essere classificati; il loro uso ricorrente li mette spesso in grado di creare configurazioni nuove, che sono a loro volta memorizzate e integrate nel sistema fino a formare, a volte, vere e proprie famiglie; ciascuno di essi reca, nella propria struttura, nelle mediazioni attraverso le quali si è presentato al pensiero, nel suo modo di correlarsi agli altri caratteri, il segno della sua appartenenza allo stesso campo; il loro numero forma un insieme limitato, ma non finito.
Si possono identificare i motivi che portarono i Sumeri a inventare la scrittura? La sua stessa concezione mostra che essa consiste in un incremento di conoscenza, poiché l'elaborazione dei segni richiede un lavoro preliminare per motivarli. Ne risulta una migliore conoscenza della realtà, della natura e della cultura: la scrittura trasforma il rapporto dell'uomo con il mondo. Fin dagli inizi, prendono forma elenchi tematici, liste di titoli e di funzioni, di oggetti in metallo o in ceramica, di recipienti, di cereali, di pesci, di nomi di città eccetera; un'attività che manifesta, insieme, la volontà di classificare i segni e di classificare la realtà in tutti i suoi elementi per meglio conoscerla. Questa volontà si manifesta più in generale nel modo in cui sono costituite le famiglie di segni. Un esempio basta a dimostrarlo: quello del segno MASH, composto da due segmenti di retta incrociati; esprime soprattutto il concetto di metà ma, dato che un termine omofono indica un caprino in generale, designa anche questo animale. Da qui, i nomi dei vari tipi di caprini vengono scritti usando segni derivati da MASH, associati a volte a LAGAB, che non è altro che un cerchio privo di significato lessicale;.
La scrittura fornisce dunque un quadro classificatorio che migliora la percezione che l'uomo ha del mondo; essa implica un desiderio di conoscenze obiettive, un'attenzione continua verso le proprietà del reale, percorsi intellettuali variati e metodi di osservazione approfonditi. Al di là di questa volontà di classificazione, ci si può chiedere se la divinazione, il desiderio di decifrare i presagi e di penetrare il codice grafico proprio alla sfera divina non abbiano avuto un ruolo fondamentale nell'invenzione.
In conclusione, si assiste con la scrittura all'invenzione di una lingua scritta, separata dalle lingue orali diffuse in Mesopotamia, una lingua che dispone di una grammatica e di una sintassi proprie. Perché la scrittura non è votata alla duplicazione della lingua orale; non comincia e finisce con la sola notazione dei segni acustici. Bisognerebbe in realtà riscoprire la struttura intima del fenomeno. In teoria, esistono quattro possibilità: la lingua orale si identifica con la lingua, di cui quella scritta non è che una rappresentazione deformata; la lingua scritta si identifica con la lingua; la lingua è fondamentalmente di natura orale, e quella scritta dispone di una cena autonomia; la lingua esiste in due forme fra le quali non si postulano legami gerarchici o di dipendenza, ma di coordinazione. Le due ultime possibilità sembrano le più appropriate al caso sumerico, in cui lo scritto rivendica un'autonomia che però non nega l'esistenza di una relazione di reciprocità fra le due manifestazioni della lingua.


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