LA NASCITA DELLA SCRITTURA

 L'EVOLUZIONE
DELLA SCRITTURA





Motti segni delle iscrizioni rinvenute nella tomba U-j compaiono anche nel Periodo dinastico; altri scompaiono, come il geroglifico a sinistra che raffigura un oritteropo. L'iscrizione dell'etichetta a destra può forse essere letta: «Moro è colui che percuote», nome di una fondazione che forniva alla corte prodotti preziosi. Queste iscrizioni sono state scoperte
ad Abydos dall'archeologo tedesco G. Dreyer e dalla sua équipe di ricerca.




 

La scrittura
geroglifica

L'«alfabeto»
geroglifico






Dal segno alla scrittura
Dai cacciatori preistorici ai primi contabili


Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo.

I primi geroglifici
La scoperta di geroglifici risalenti a più di 5000 anni fa rivela che gli Egizi avevano elaborato una delle più antiche scritture già prima del costituirsi dello Stato faraonico
Pascal Vernus

II progresso delle conoscenze in numerose discipline, come in paleontologia, in geologia e in astrofisica, è indissolubilmente legato alla scoperta e all'interpretazione di nuove acquisizioni. Così è anche in epigrafia, la scienza della scrittura monumentale, e in particolare così è nel caso dell'Egitto antico.
Recenti scoperte compiute ad Abydos, un importante sito archeologico situato nella parte centro-meridionale dell'attuale Stato egiziano, gettano nuova luce sui primordi della scrittura egizia, nonché sull'origine della scrittura in generale. Abydos è uno dei siti classici dell'archeologia egizia. Già alla fine del XIX secolo, sull'altipiano desertico che succede improvvisamente ai fertili campi coltivati, a ovest dello splendido tempio di Sethi I, uno dei gioielli dell'arte egizia della Fine del Nuovo Regno, archeologi inglesi e francesi avevano riportato alla luce necropoli antichissime, risalenti non soltanto al tempo delle prime due dinastie egizie - il periodo dello «Età tinita» (da Tini, un sito nelle vicinanze non ancora identificato che fu la capitale di questi faraoni), che va dal 3000 al 2635 a.C. circa - ma addirittura a periodi anteriori: il Predinastico (fra il 4000 e il 3000 a.C.) e la sua ultima parte, ovvero l'Età prototinita, o Protodinastico (circa 3150-3000 a.C.). Nella seconda metà del XX secolo furono ripresi gli scavi nel sito, questa volta condotti con rigoroso metodo scientifico. Quelli dell'Istituto archeologico tedesco al Cairo, fra gli altri, hanno dato risultati spettacolari: in particolare la scoperta, nel settore di Umm el-Ga'àb («La Madre delle coppe», così detta in arabo per i numerosi cocci presenti sul suolo), di una tomba arcaica denominata U - j.
La tomba ha la forma di un edificio rettangolare, lungo un po' più di una decina di metri per circa cinque metri di larghezza. L'interno era strutturato probabilmente a imitazione di una dimora nobiliare, con otto stanze attigue a un grande salone posto a sud, dove era stata collocata la sepoltura vera e propria, con annessa una camera verso est. Nonostante sia stata in parte saccheggiata, la tomba ha restituito abbondante materiale, che vi fu deposto per essere a disposizione del defunto: un altissimo personaggio, probabilmente addirittura un re, a giudicare dal rinvenimento di uno scettro. Una parte di questo materiale era dotata di marchi, che gli archeologi raggruppano in tre categorie:
 
Impronte di sigilli, ottenute facendo ruotare su argilla fresca un sigillo cilindrico intagliato (generalmente di pietra, che veniva portato appeso al collo); questi marchi si trovano su vasi importati. Un esempio è mostrato qui a fianco.
Schizzi tracciati con inchiostro nero su vasi dal bordo ondulato; qui a lato, il disegno di un mollusco, la Lambris troncata.
Iscrizioni incise su placchette d'avorio o d'osso, di dimensioni che vanno da 1 a 3,5 centimetri di lato e provviste di un foro attraverso il quale passava una cordicella per appenderle a mo' di schede a bastoni orizzontali, o per attaccarle a un oggetto come etichette: qui a lato il geroglifico . di una cicogna del Senegal, b, (si legga «ba»), accanto a due altri segni (il significato di tutto l'insieme non è ancora chiaro).

Contesto e analisi interna dei segni

Qual è il significato di questi marchi? Non è sicuro che possano rappresentare esempi di «scrittura» nel senso proprio del termine, cioè di «un codice che fissi visivamente gli enunciati verbali di una lingua». Troppo spesso si è creduto di trovare esempi di scrittura in ciò che non era se non simbologia di diverso tipo: marchi di fabbrica di artigiani, emblemi di corporazioni o di classi sociali, sigle... Tuttavia, nel caso della tomba U-j, se i motivi dei sigilli (categoria 1) si presentano come puramente iconografici, gli schizzi a inchiostro e le etichette sono certo segni di scrittura. E per due ragioni: da una parte, il contesto è proprio quello in cui ci si può attendere un'indicazione scritta; dall'altra - e soprattutto - l'analisi interna di questi motivi dimostra che si è davvero in presenza di scrittura. Infatti: a) questi segni sono generalmente figurativi; essi raffigurano gli elementi dell'universo egizio, come accadrà più tardi con i geroglifici del Periodo dinastico; b) questi segni osservano le norme di ‹‹livellamento», ovvero lo spazio rispettivo che ciascun segno occupa non è proporzionale alle dimensioni reali del modello naturale: il segno che rappresenta la cicogna del Senegal, per esempio, ha le stesse dimensioni di quello che raffigura un elefante, ora, nella scrittura geroglifica posteriore il livellamento è una delle regole che permettono a un'immagine di funzionare come segno; c) questi segni rispettano le norme di orientazione: tutti i segni di uno stesso gruppo grafico che raffigurano soggetti reali sono rivolti nella medesima direzione; per esempio, l'elefante e la cicogna guardano entrambi verso destra, oppure tutte e due verso sinistra, quando appaiano in uno stesso gruppo - e proprio la norma della pari orientazione è una delle caratteristiche specifiche degli elementi grafici figurativi della scrittura geroglifica «classica»; d) se taluni di questi segni non hanno corrispondenti nel repertorio dei geroglifici del Periodo dinastico - quali il segno che raffigura il mollusco Lambris troncata, o ancora quello che rappresenta un curioso mammifero, l'oritteropo - altri invece sono immediatamente identificabili con geroglifici più tardi, tenuto eventualmente conto di un'inevitabile evoluzione nel tracciato. Per esempio, oltre l'elefante e la cicogna, sono ben riconoscibili come geroglifici «classici» l'uomo che porta un arco,  (in una variante grafica già nota della forma standard), il canide, il falco sulla barca, l'ibis crestato , il cobra, lo scorpione, il tempio arcaico con un frontone di giunchi intrecciati.
In qualche caso, si può perfino azzardare una possibile interpretazione dei segni basandosi sulle consuetudini grafiche posteriori. Cosi, l'airone appollaiato sulla facciata di un santuario è con ogni probabilità l'ideogramma che in seguito designerà il luogo sacro di Db'wt (si legga «gebàut»), nelle vicinanze della città di Buto, nel nord del Delta. Questo geroglifico è attestato in età tinita e, più tardi, nei Testi delle piramidi, formule magiche per il faraone defunto scolpite sulle pareti interne delle piramidi a partire da quella del faraone Unas (circa 2300 a.C.). Ancora, su un'etichetta si distinguono i due segni , che compongono il nome di B3st (si legga «baset»), la città nota in epoca greca come Bubasti, nel Delta orientale. Quest'ultima scrittura non è ideografica, ma puramente fonetica, in quanto i due segni sono utilizzati indipendentemente dal loro significato figurativo, come in un moderno rebus: di essi valgono soltanto le consonanti, che vengono accostate per formare lo scheletro di una terza parola, diversa dalle singole due (B3 + st).


A quando risale la scrittura di U-j?


La tomba U-j ha in tal modo fornito indiscutibili attestazioni di una scrittura geroglifica pienamente sviluppata, che impiegava tanto ideogrammi quanto fonogrammi, ivi compresi i complementi fonetici: da ciò l'estrema importanza di una sua datazione precisa. La posizione della tomba nella necropoli arcaica e il suo arredo denotano una sicura appartenenza al periodo detto di «Naqada Illa2», datato a circa un secolo e mezzo prima dell'inizio della I Dinastia.
Se la datazione relativa è abbastanza sicura, la datazione assoluta presenta i soliti problemi connessi all'incertezza delle date per tutto il periodo antico dell'Egitto. Secondo la cronologia egiziana «standard», la tomba risalirebbe a circa il 3150-3200 a.C., con un margine di errore di ± 50 anni; ma G. Dreyer, sulla base di analisi col metodo del carbonio 14, propone di retrodatare gli inizi della I Dinastia di 150 anni, il che la farebbe cominciare verso il 3150 a.C.: e allora la tomba U-j risalirebbe al 3300-3350 a.C. Sono note le incertezze dei risultati delle analisi col C14 per tutte le datazioni «recenti», e così risulta controversa anche una simile data per la tomba U-j. Tuttavia le conseguenze di una datazione precisa, una volta assicurata, sarebbero notevoli: non vi è in gioco solo l'apparizione della scrittura in Egitto, ma anche l'invenzione della prima scrittura al mondo. In effetti finora si riteneva che le scritture del Medio Oriente, cioè quella mesopotamica (poi divenuta «cuneiforme») e forse quella dell'altipiano elamita (nel sud-ovest dell'attuale Iran), fossero più antiche della scrittura egiziana. La datazione al 3300-3350 a.C. della scrittura già evoluta sui reperti della tomba U-j presupporrebbe l'invenzione precedente di una scrittura in Egitto, e ciò rimetterebbe in causa l'anteriorità dei sistemi mesopotamici, finora data per assodata. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze questa ipotesi rimane fragile, dato che altri dati archeologici, quali l'arte di intagliare la pietra e l'osso e il repertorio iconografico, mostrano una indiscutibile influenza culturale esercitata dalla Mesopotamia e dall'Elam sull'Egito verso la fine dell'epoca di Naqada II e l'inizio di quella di Naqada III, e non in senso inverso. Tale influenza avrebbe ben potuto suggerire l'idea della scrittura nella Valle del Nilo. Pur con queste cautele, tuttavia, i ritrovamenti di Abydos confermano che, fin dalle più antiche attestazioni, la scrittura egiziana non lascia intravvedere alcuna parentela specifica con le scritture dell'Oriente.


L'Egitto faraonico e i primi alfabeti


Si comprende bene come il sistema grafico di una civiltà che ha esercitato un'enorme influenza nel corso di 3000 anni abbia influenzato altre scritture. Sono noti almeno due casi specifici in cui i geroglifici egizi sono stati all'origine di sistemi grafici concepiti per lingue diverse dall'egiziano: la scrittura meroitica e, in precedenza, la scrittura proto-sinaitica.
La civiltà meroitica, sintesi fra la civiltà egizia e le culture africane, fiorì nel Sudan dalla metà del I millennio a.C. fino alla metà del I millennio d.C. In questa cultura fu elaborato, verso la fine del M secolo a.C., un sistema grafico specifico per notare la lingua locale. Si tratta di un sillabario semplificato, in quanto la maggioranza dei suoi segni esprime sillabe costituite da consonante + vocale, e dove, se necessario, il timbro della vocale può essere esplicitato da un altro segno. In pratica tutti i caratteri impiegati nella scrittura meroitica provengono da segni, o da gruppi di segni, della scrittura egiziana. Questi segni egizi, da parte loro, appartengono sia alla scrittura geroglifica - e hanno dato origine allo stile «monumentale» della scrittura meroitica, di uso limitato - sia alla posteriore scrittura corsiva «demotica» - e hanno dato origine allo stile più comune della scrittura meroitica. In entrambi i casi i valori fonetici espressi da questi segni derivano dai loro valori originari egiziani.
La manovalanza di origine semitica che lavorava al servizio degli Egizi nelle miniere di rame e di turchese del Sinai elaborò - in un momento non ben stabilito fra i secoli XVII, XVI e XV a.C. - una scrittura particolare. Fu così stabilito un sistema di segni «alfabetici», in quanto ogni carattere esprimeva una sola specifica consonante. Ogni segno aveva la forma di un geroglifico egiziano ma, a differenza della scrittura meroitica, il valore attribuitogli non proveniva dal valore originario nella scrittura geroglifica: dipendeva invece dalla prima consonante del nome semitico dell'oggetto che il segno raffigurava - secondo il principio detto dell'«acrofonia». Così nella scrittura proto-sinaitica il geroglifico - con il significato di «bove» e «toro», e con le letture jh (si legga «ih» o «jeh») e rispettivamente k3 (si legga «ka») in egizio - rappresentava la consonante semitica convenzionalmente resa in traslitterazione come «"», che corrisponde all'«attacco duro» delle lingue germaniche e che è descritta foneticamente come un'occlusiva laringale sonora; e ciò perché questa consonante - che in arabo prende il nome di alif era la prima consonante della parola per «bove» («alp», struttura consonantica: (I p») nella lingua semitica che questa scrittura veicolava. Allo stesso modo il geroglifico, con il significato di «testa» e con le letture tp (si legga «giagia») in egizio, notava la consonante «r» perché, nelle lingue semitiche, la parola per «testa» è costruita su una raffice che inizia con la consonante «r».


Che cos'è un alfabeto?


Per evitare equivoci o indebiti ampliamenti del concetto, è bene definire preliminarmente cosa si intenda per «alfabeto».
1. Nel caso delle scritture semitiche si può parlare di alfabeto nella misura in cui ciascuno dei segni del sistema di notazione utilizzato rende il suono di una ben precisa consonante e di una sola, e non una sede di consonanti, come nel caso di certi fonogrammi egizi, ovvero non una sillaba, come fanno molti sistemi sillabici; e neppure se il segno può essere impiegato per esprimere una parola o un concetto suscettibili di essere attualizzati in diversi contesti come parole diverse, qual è il caso degli ideogrammi.
Tuttavia bisogna tener conto del fatto che le vocali non sono espresse in questo tipo di scritture. Ciò è dovuto alla struttura stessa delle lingue semitiche, nelle quali i concetti semantici sono veicolati da radici puramente consonantiche. Per illustrare una simile struttura, paragoniamo tre parole che rientrano nell'ambito semantico della «scrittura» in arabo e in italiano:

 

Italiano                          Arabo
 

libro                             KiTàB

scrittore                        KàTiB

biblioteca                     MaKTaBa


Mentre le tre parole italiane non hanno fra loro alcun rapporto etimologico, si nota invece in arabo il ricorrere della medesima serie di consonanti - la «radice», appunto - «ktb». In linea di principio, in una lingua semitica basta scrivere le consonanti di un enunciato, in quanto i suoi fruitori, per la loro conoscenza della lingua parlata, saranno in grado non solo di comprendere il senso dello scritto, ma anche di ricostituire l'enunciato vocalizzato. D'altronde, è proprio quello che avviene ancora oggi sui giornali e sui libri in arabo e in ebraico, in cui sono indicate soltanto le consonanti e le vocali lunghe.
2. L'egiziano antico non è, propriamente, una lingua semitica, ma appartiene a un ramo della stessa famiglia, detta «camito-semitica» o «afro-asiatica». Non deve dunque sorprendere che i fonogrammi della scrittura geroglifica segnino solo le consonanti. Ma fra questi fonogrammi alcuni, fin dalle più antiche attestazioni, comprendono una sola consonante. Tali segni sono perciò detti «alfabetici», e in tal senso la scrittura egiziana ha conosciuto e utilizzato il principio alfabetico ben prima delle scritture semitiche.
Di più, nella Bassa Epoca (712-332 a .C.) la cultura templare impiega un «ordine alfabetico» per classificare le parole in liste tematiche di gusto «enciclopedico», destinate a mostrare il sapere dei sacerdoti, e tale prassi dimostra una completa padronanza dell'analisi delle unità fonetiche minime della lingua. Nonostante ciò, gli Egizi antichi non sfruttarono mai appieno le potenzialità di un tale principio alfabetico, anche se l'evoluzione interna della loro scrittura avrebbe permesso teoricamente di scrivere in modo completamente alfabetico. Al contrario, fino all'estinzione della scrittura geroglifica, nel IV secolo d.C., essi si mantennero fedeli a un sistema basato sull'impiego congiunto di differenti categorie di grafemi: fonogrammi, ideogrammi e determinativi. E questo non per puro conservatorismo, ma perché l'evidente complessità di un tale sistema era solo la controparte di ricchissime potenzialità grafiche. Grazie a tali potenzialità la scrittura geroglifica poteva aggiungere alla sua capacità semantica di denotazione delle parole anche una capacità di connotazione, variando le rappresentazioni grafiche di una stessa parola su edifici, statue, stele, iscrizioni, ed entrando in rapporto dialettico con le raffigurazioni che accompagnava; soprattutto in epoca tolemaica si moltiplicarono i modi di scrivere lo stesso concetto; si caricarono i testi di connotazioni evocative, fino a condurre un discorso a livello puramente grafico parallelo agli enunciati verbali del testo. Se si giunse fino a un tale livello di sfruttamento di tutte le potenzialità implicite nel sistema grafico geroglifico, fu perché il pensiero faraonico utilizzava la scrittura geroglifica come un mezzo di conoscenza del mondo e come un'attività «filosofica».
In effetti, dato che i geroglifici sono, in quanto immagini, altrettante rappresentazioni diverse, variare i testi attraverso la moltiplicazione quasi allucinatoria delle possibili grafie, inventariare, mediante incroci di iscrizioni, le analogie e le omologie che uniscono le parole al di là della diversità apparentemente irriducibile del loro significato, vuol dire andare in traccia e snidare le innumerevoli corrispondenze che, in una rete dalle maglie invisibili ma fittissime, trattengono tutti gli elementi dell'universo. Così si svelano queste corrispondenze, che vengono poi quasi congelate perennemente sui monumenti in pietra o in altri materiali duraturi. Così si agisce anche sul mondo reale, creando, nelle regole dell'«arte», cioè in ultima analisi dell'ideologia, ricettacoli in grado di catturarne l'essenza.


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