| LA NASCITA DELLA SCRITTURA |
L'EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA
Qualche esempio di carattere di origine pittografica. Il senso di questi
caratteri è difficile, per non dire impossibile, da individuare basandosi
unicamente sulla loro forma. Ciò dimostra che questi caratteri non sono più
pittogrammi, ma rappresentano parole. |
Dal segno alla scrittura Dai cacciatori preistorici ai primi contabili Come nacquero i primi alfabeti.Tutte le scritture del mondo. La scrittura cinese: mito e realtà Considerata a torto come ideografica, la scrittura cinese ha conosciuto a partire dalla sua origine evoluzioni analoghe a quelle della scrittura cuneiforme, ma questo processo si è arrestato prima di raggiungere lo stadio alfabetico Michel Grenié e Agnès Belotel-Grenié L'espressione «per me è cinese» testimonia come questa lingua, nell'immaginario collettivo occidentale, sia considerata estremamente complicata. Questa immagine si spiega senza dubbio perché, nella sua storia e nella sua struttura, questa lingua differisce notevolmente dalle lingue europee a noi familiari. I miti a essa relativi, ancora molto vivi ai nostri giorni, risalgono ai resoconti dei missionari occidentali a partire dal XVI secolo. Nella realtà, quando un bambino pechinese apprende la propria lingua madre, incontra né più né meno le stesse difficoltà di un bambino italiano o tedesco che apprenda la propria. L'apprendimento di tutte le lingue del mondo ha la stessa difficoltà per un parlante nativo. Non è la stessa cosa per gli stranieri, evidentemente, e per quanto riguarda il cinese la difficoltà maggiore consiste senza dubbio nell'apprendimento della scrittura. Malgrado le apparenze, e a rischio di sconcertare tutti coloro che si ostinano ad assimilare la scrittura cinese a una scrittura ideografica che annoterebbe idee indipendentemente dalla forma sonora della lingua parlata, i lavori più recenti confermano che la scrittura cinese ha conosciuto, fin dall'origine, evoluzioni analoghe a quelle della scrittura cuneiforme. Questo processo, però, si è arrestato allo stadio di scrittura sillabica, senza mai raggiungere la decomposizione delle sillabe in fonemi grazie a un alfabeto. Lo studio della scrittura cinese e della sua evoluzione aiuta a comprendere meglio non solo la natura del linguaggio umano e dei processi a esso sortesi, ma anche i fattori sociali e politici che nel tempo hanno operato. Quando si parla del cinese, occorre distinguere la lingua parlata dal sistema grafico. La scrittura è una rappresentazione di una lingua per mezzo di segni grafici. È' un codice di comunicazione secondario in rapporto alla lingua parlata, ma indissociabile da quest'ultima. Per il cinese, i rapporti tra lingua parlata e lingua scritta sono complessi, e dipendono dal posto riservato allo scritto nella storia cinese e alla diversità del territorio. I testi moderni sono scritti in uno stile vicino alla lingua parlata oggi, ma non è sempre stato cosi. Una grammatica ancestrale Tra il periodo cosiddetto delle Primavere e Autunni (770-476 a.C.) e l'epoca degli Han orientali (25-220 d.C.) sono stati fissati la grammatica e il lessico della lingua cinese classica, o wényàn. Derivata dai classici cinesi, essa si è imposta come una lingua che non si parlava, ma che serviva per tutti gli scritti di carattere ufficiale, storico o filosofico. Permettendo una lettura dei decreti imperiali e di altri documenti amministrativi in tutta la Cina, era il fondamento stesso del sistema imperiale. La sua padronanza era riservata a letterati e funzionari. Appannaggio di una minoranza ristrettissima, limitata a un uso amministrativo e letterario, questa lingua si distingueva dal cinese arcaico, parlato a quell'epoca nelle province, per la sua sintassi concisa e il lessico specifico in gran parte monosillabico. La lingua cinese classica, nel corso di oltre 20 secoli, ha assunto lo stesso ruolo che aveva il latino in Europa alla fine del Medioevo. Essendo dissociata da qualsiasi forma orale, si è evoluta in misura assai limitata. Per la comunità dei letterati e dei funzionari distribuiti sull'immenso territorio cinese - caratterizzato da una grande diversità delle lingue parlate -questa lingua solo scritta costituiva un indispensabile strumento di comunicazione e aveva il vantaggio di rendere accessibile il patrimonio letterario accumulato nei secoli. Si dovrà attendere l'epoca Tang (618-907) e più ancora quella Song (960-1279) perché si sviluppi una produzione letteraria scritta in lingua vernacolare basata su una forma di cinese parlata nel nord, o Minuti, che servirà a esprimere generi letterari popolari (letteratura orale, romanzi, pièce di teatro). Queste produzioni non erano molto apprezzate dai letterati cinesi, che a esse preferivano le opere in cinese classico. Il moto insurrezionale del 4 maggio 1919 condurrà all'abbandono della lingua classica in favore della trascrizione in caratteri della lingua parlata nel Nord. Nel 1956, le autorità comuniste confermeranno questa scelta decidendo di adottare come lingua standard, o pùtònghuà, uno dei dialetti del cinese mandarino (quello di Pechino, o Beijing), sia nella forma orale sia in quella scritta. Se per oltre 2000 anni i letterati cinesi erano riusciti a leggere gli scritti dei loro predecessori. ciò non era avvenuto per una virtù intrinseca dei caratteri cinesi, ma solo perché la lingua classica era stereotipata. Un contemporaneo che sappia leggere il cinese attuale, ma c'ne non abbia preliminarmente appreso la lingua classica, si ritrova di fronte a un testo scritto in wényàn nella stessa situazione di un italiano o un francese che leggano un'iscrizione in lingua latina senza avere mai studiato il latino: riconosce alcuni caratteri, ma non comprende il testo, poiché ignora la sintassi e l'essenziale del lessico. Se Confucio dovesse insegnare nella Cina dei nostri giorni, nessuno potrebbe intrattenersi con lui. La lingua parlata dal grande saggio del VI secolo a. C. si è notevolmente evoluta. Di fatto, il cinese non è una lingua, ma un ramo della famiglia delle lingue sino-tibetane. Questo ramo comprende otto lingue («dialetti», secondo la terminologia ufficiale cinese) che si distinguono principalmente per la pronuncia e - in misura minore - per il lessico e la grammatica. Queste otto lingue sono parlate da circa il 93 per cento della popolazione cinese attuale, vale a dire da coloro che appartengono alla nazionalità cinese Han. Il restante 7 per cento comprende le 55 minoranze linguistiche conosciute, che parlano altrettante lingue differenti, 22 delle quali possiedono un sistema di scrittura proprio, non cinese. La differenza tra il mandarino e il cantonese è dello stesso ordine di quella tra l'italiano e il portoghese: sono due lingue mutuamente quasi inintelligibili. Il mandarino, che prende nome dal titolo usato dagli Occidentali per designare i funzionari imperiali (i quali usavano una lingua ufficiale basata sulla parlata di Pechino), sopravanza di gran lunga le altre lingue. Lingua madre del 70 per cento degli Han, si suddivide in quattro dialetti le cui differenze sono paragonabili a quelle tra l'inglese parlato in America, in Australia e in Gran Bretagna. In una Cina così vasta e così popolata, l'idea di una lingua comune ha attinenza più con il mito che con la realtà. Da questo punto di vista, la situazione linguistica della Cina è eccezionale. Non esiste un altro esempio nella storia dell'umanità di un paese che abbia mantenuto una così lunga continuità politica integrando una tale diversità linguistica. La distinzione tra lingue e dialetti merita di essere precisata. Per la linguistica occidentale, un dialetto si caratterizza per la relazione genetica che conserva con un altro sistema linguistico considerato come una lingua e per uno statuto culturale e sociale inferiore a quello di cui beneficia quest'ultima. I dialetti imparentati a una lingua sono mutuamente intelligibili, almeno in parte. Mentre il dialetto non serve ormai che in certe situazioni della vita quotidiana, la lingua serve in tutte le situazioni di comunicazione. Per la loro mutua inintelligibilità, le varietà geografiche del cinese sono assimilabili a lingue, ma dato che solo il mandarino vanta una tradizione scritta sviluppata, il loro statuto è quello di dialetti. Se la produzione letteraria scritta in dialetti cinesi del sud si limita a qualche canzone o storia folcloristica, o comunque a generi prossimi alla lingua parlata, questo non è dovuto solamente al fatto che alcune parole sono difficili da trascrivere in caratteri cinesi, ma anche al fatto che questo tipo di scritto era disprezzato e giudicato inadatto alle comunicazioni ufficiali. Questa situazione, retaggio di un'epoca in cui la lingua classica assicurava l'unità politica del paese, si è poco evoluta a partire dall'abbandono della stessa lingua classica. Ai nostri giorni, le produzioni scritte nei vari dialetti sono rare, e per trascrivere i dialetti non è stato messo a punto alcun sistema basato sull'utilizzazione specifica dei caratteri cinesi o su quella di un alfabeto fonetico. La posizione ufficiale cinese si basa su argomenti più politici che linguistici per giustificare la scelta del termine «dialetto». Quelli parlati dagli Han sono dialetti di una lingua cinese unica: non deve esserci che una sola lingua e una sola scrittura, perché politicamente e culturalmente non esiste che una sola Cina. Per tutti coloro che non hanno il mandarino come lingua madre, l'accesso allo scritto passa perl'apprendimento di questa lingua. Così, un cantone-se non dovrà solo imparare la pronuncia dei caratteri in mandarino, ma anche diverse nozioni di grammatica. Per esempio, la sintassi del mandarino introduce il complemento indiretto prima di quello diretto con l'aiuto di preposizioni, mentre in cantonese il complemento indiretto viene dopo quello diretto. Questo apprendimento non è automatico e ciò spiega come mai, a dispetto degli sforzi delle autorità cinesi, il tasso di analfabetismo continui a essere alto in Cina se raffrontato a quello dei paesi sviluppati. L'invenzione della scrittura Secondo la tradizione cinese, fu durante il regno di Huang Di, l'Imperatore Giallo (2697-2598 a.C.), che uno dei suoi ministri, di nome Cang Jie, inventò la scrittura. Osservando le impronte lasciate sul suolo da oggetti naturali piuttosto che da uccelli o altri animali, egli constatò che le tracce erano sempre ben distinguibili, e finì così con il concepire un sistema di scrittura. Questa leggenda testimonia il legarne originale che la cultura cinese stabilisce tra i segni visibili della natura e quelli della scrittura. I segni scritti sono investiti di un potere che deriva dalla relazione diretta che essi intrattengono con l'universo. Questa relazione rimarrà al cuore di tutte le forme di espressione scritta che si svilupperanno in Cina, in particolare la poesia e la calligrafia. La scrittura cinese non è mai stata percepita come la traccia su carta di una lingua orale. Alla lingua parlata si è assegnato il ruolo di strumento per la vita quotidiana, mentre lo scritto era pensato come un mezzo per organizzare l'ordine sociale a tutti i livelli della società. D'altronde, spettava all'imperatore, in quanto responsabile dei rituali e dei sistemi simbolici, creare periodicamente nuovi caratteri. Egli doveva, in particolare attraverso il compito di attribuzione dei nomi, dare a ognuno la propria collocazione nel mondo e fornirgli emblemi a partire dai quali costruire l'ordine sociale. I nomi dei regni, i nomi delle ere e i caratteri tabù erano fissati dall'imperatore. Le più antiche tracce di scrittura cinese sono state trovate in quella che attualmente è la Provincia di Henan, nella città di Anyang, il sito dell'ultima capitale della dinastia Shang (1500-1028 a.C.). su piastre di carapace di tartaruga e su scapole di bovini incise con stili di ferro. Questi oggetti destinati alla divinazione erano utilizzati nel corso di cerimonie sacrificali offerte agli antenati reali. In tali cerimonie, gli aruspici cercavano di ottenere una risposta a una domanda specifica bruciando la superficie del carapace o dell'osso, per poi interpretare le spaccature provocate dal fuoco come il responso celeste alla questione posta. Quando l'imperatore voleva assicurarsi che il momento fosse propizio per intraprendere una data azione, interrogava così i propri antenati o le divinità e regolava la propria condotta in base al responso. Sono stati rinvenuti circa 100.000 di questi scritti: essi presentano 4600 caratteri di versi, di cui 1300 sono stati interpretati semanticamente in modo preciso. Molte iscrizioni riguardano il modo di intraprendere una battuta di caccia, l'esito di una spedizione o la ripartizione di terre. Un certo numero di pezzi presenta la domanda posta e, a lato, la risposta che risulta dall'interpretazione delle screpolature effettuata dall'aruspice. L'annotazione permetteva di memorizzare le questioni poste e i responsi ottenuti, al fine di farvi riferimento in seguito, per verificare se si fossero avverati. Tutti questi pezzi venivano archiviati con molta cura. Molti di essi presentano una decina o una ventina di segni grafici: il più ricco ha 128 caratteri. Iscrizioni sono state pure ritrovate su vasi rituali in bronzo, che risalgono a 1200 anni prima della nostra era. Quando un avvenimento importante, come una nascita, il conferimento di un titolo o di un territorio, segnava la vita di una famiglia, lo si annunciava agli antenati fondendo un bronzo. Il fatto che la scrittura cinese sia posteriore di 1700 anni a quella sumerica ha condotto a supporre che i Cinesi avessero mutuato l'idea di un sistema di scrittura dai Sumeri o da un'altra civiltà situata a ovest della Cina. Oggi questa ipotesi non è più dimostrata di quella che difende un'invenzione strettamente locale e originale della scrittura. Anche se la decifrazione di queste iscrizioni rimane difficile, è evidente che non si tratta semplicemente di annotazioni mnemotecniche, bensì di parole di una lingua poco distante dal cinese arcaico. Nella misura in cui i reperti di epoca Shang che recano caratteri attengono unicamente ad attività rituali o divinatorie, ci si può domandare se la scrittura cinese avesse, ai suoi esordi, una funzione puramente religiosa. Alcune indicazioni che lasciano supporre che il pennello fosse già impiegato all'epoca Shang conducono certi specialisti a pensare che altri tipi di testi, ispirati alla vita quotidiana, potrebbero non esserci pervenuti in quanto scritti su supporti deperibili, conte bambù o bastoncini di legno. Per quanto le forme dei caratteri cinesi attuali siano lontanissime da quelle dei caratteri alfabetici con cui si scrivono le lingue occidentali, la scrittura cinese è stata inventata e si è evoluta secondo uno schema non dissimile da quello relativo all'evoluzione del cuneiforme mesopotamico e del geroglifico egizio, che ha avuto come esito il nostro alfabeto. Questo schema distingue tre stadi di formazione dei caratteri che sono attestati nelle iscrizioni «oracolari»: inizialmente l'utilizzazione di caratteri di origine pittografica; poi l'impiego di questi caratteri per designare altre parole omofone o quasi omofone; infine l'introduzione nei caratteri di indici fonetici o semantici al fine di ridurre le ambiguità legate alla moltiplicazione dei caratteri omofoni. L'idea diffusa secondo cui la scrittura cinese è pittografica è foriera di confusione. In una scrittura pittografica, l'accesso al senso del carattere si fonda sull'analogia che esiste tra la rappresentazione grafica e la cosa rappresentata, senza riferimento a una qualsivoglia forma sonora. Un pittogramma è dunque un'unità di significato che non rimanda ad alcuna parola della lingua. I disegni stilizzati che, negli aeroporti del mondo intero, indicano per esempio il luogo dove si ritirano i bagagli sono esempi di pittogrammi. Un viaggiatore, quale che sia la sua lingua madre, identificherà senza alcuna difficoltà il valore semantico di queste rappresentazioni grafiche. Se si osservano i caratteri dell'illustrazione in questa pagina, sembra difficile identificarne direttamente il senso facendo riferimento solo alla loro forma. Molto plausibilmente, questi caratteri hanno un'origine pittografica, ma non fungono più da pittogrammi. Solo dopo avere preso conoscenza della parola alla quale il carattere rinvia riusciremo a identificare senza ambiguità il senso del carattere stesso. Purtroppo, dal momento che non è stata trovata alcuna denominazione soddisfacente per designare questi caratteri di origine pittografica che fungono da parole, continua a essere utilizzato impropriamente il termine «pittogramma». È' facile comprendere come questo meccanismo di creazione dei caratteri raggiunga rapidamente i propri limiti: è inadatto a esprimere nomi propri, relazioni tra oggetti e concetti di tipo astratto. I prestiti fonetici Per completare il sistema grafico e rispondere alla necessità di scrivere testi sempre più complessi, la seconda tappa è consistita nell'effettuare prestiti fonetici: i caratteri di origine pittografica sono usati per annotare unità linguistiche la cui pronuncia è identica o simile, senza che esse abbiano necessariamente un legame semantico con il valore originale del carattere. Molti documenti posteriori all'epoca Shang, ma anteriori ai primi sforzi di standardizzazione dei caratteri, attestano la frequenza di tali prestiti. È' molto probabile che coloro che hanno scopeno il principio del prestito fonetico abbiano allo stesso modo esplorato la pista del prestito semantico, ossia l'impiego di uno stesso carattere per designare unità dal significato simile, ma dalla pronuncia differente. Quest'ultimo tipo di prestito è nondimeno più difficile da provare rispetto all'introduzione di indici fonetici nella tappa successiva. L'aumento del numero dei prestiti fonetici ha condotto a voler distinguere i caratteri omofoni aggiungendovi indici fonetici o semantici attinti nel pool limitato di caratteri di origine pittografica. Questo meccanismo di creazione è stato molto sfruttato, in particolare per aumentare il repertorio di caratteri disponibili nei due millenni seguiti al periodo Shang. Il vantaggio del procedimento è che esso permette di creare e di distinguere un enorme numero di caratteri a partire da quelli già disponibili, aumentando la ridondanza del sistema. È' plausibile che la scrittura cinese abbia continuato a utilizzare sempre più caratteri di origine pittografica a fini fonetici, invece di incorporarli come determinanti fonetici nei caratteri esistenti. Insomma: la scrittura si sarebbe evoluta verso un sistema totalmente fonetico. La classificazione classica cinese aggiunge alle tre classi precedenti gli indicatori semplici e gli indicatori composti. Gli indicatori semplici indicano idee astratte: è il caso dei caratteri che indicano «uno», «due», «tre», oppure «sopra» e «sotto». i caratteri appartenenti alla classe degli indicatori composti sono costruiti attraverso la combinazione di almeno due altri caratteri: il senso a essi attribuito risulta dall'associazione di senso delle parti. Un'analisi erronea fatta dai missionari occidentali sul funzionamento dei caratteri di queste due classi ha contribuito a diffondere l'idea che quella cinese fosse una scrittura ideografica, ossia che annotasse direttamente il significato di idee concrete o astratte senza riferimento alle forme sonore della lingua. La messa a punto di un sistema di scrittura ideografica dovrebbe descrivere tutte le parole di una lingua a partire dalle qualità possedute dal referente. E' un approccio affascinante, ma impraticabile dato che il numero di primitivi fisici identificabili e memorizzabili sarà sempre insufficiente rispetto ai semantemi (unità minime di senso) richiesti perché la lingua funzioni correttamente. L'idea che i segni grafici si possano analizzare, scompone (la parola «bene, buono» si presenta come l'associazione di «bambino» e «donna») senza neppure dover conoscere la lingua cinese genera spesso etimologie fantasiose. Di fatto, i caratteri cinesi non rappresentano idee extralinguistiche, ma il loro senso quale viene analizzato attraverso la lingua cinese. La semantica di una scrittura risulta dalla semantica della lingua che viene messa per iscritto e non da un'analisi semantica del mondo esterno al linguaggio. La proporzione di indicatori composti è diminuita in modo notevole e continuo a partire dalla dinastia Shang. In tutti i casi, i meccanismi messi in gioco nel corso della genesi della scrittura cinese hanno avuto come esito un sistema che permetteva di annotare tutte le unità di significato della lingua. Ogni carattere, quale che sia la sua struttura, rappresenta una sola sillaba, e ciascuna sillaba corrisponde a un semantema. Per quanto moltissime parole siano monosillabiche, ne esistono anche di polisillabiche, corrispondenti all'associazione di tanti semantemi quante sono le sillabe. Il monosillabismo non rappresenta una costrizione assoluta né della lingua orale né di quella scritta. In compenso, la regola che associa «un carattere-una sillaba-un semantema» è inviolabile. Dato che la scrittura cinese non è pittografica né ideografica, come è possibile caratterizzarla? Per il sinologo statunitense John DeFrancis, ciò che la rende peculiare è la stretta embricazione di informazioni fonetiche e semantiche. Questo ricercatore individua un 3 per cento di caratteri che non contengono indici semantici, mentre il 97 per cento combina un indice semantico e un indice fonetico. Tra questi ultimi, l'indice semantico ha un legame con il senso del carattere nel 50 per cento dei casi, mentre l'indice fonetico apporta, per il 64 per cento dei caratteri, un'informazione sulla pronuncia. Per questo l'aggettivo «semosillabico» o «sillabo-semantico» sembra meglio attagliarsi al cinese. Significa che ogni carattere annota non solamente un'unità di senso, ma anche una sillaba il cui carattere fornisce spesso indicazioni relative alla pronuncia. Durante la dinastia Zhou (1028-221 a.C.) la scrittura si estese a domini esterni alle pratiche rituali, e cominciò a utilizzare seta e pennello. Quando l'imperatore Qin Shihuang (221-206 a.C.) si accinse a unificare la Cina e a sostituire all'organizzazione feudale il modello imperiale, dispose un gigantesco autodafé di libri e affidò al suo ministro Li Si il compito di normalizzare i caratteri. Questi due atti testimoniano una preoccupazione che diverrà una costante della storia cinese: il controllo dello Stato sulla produzione scritta e sull'inventario dei caratteri, al fine di evitare l'alterazione dei documenti ufficiali. Una delle principali funzioni del controllo da parte dei mandarini fu di imporre la conoscenza del tracciato esatto dei caratteri e delle forme inventariate nei dizionari ufficiali. Li Si soppresse i caratteri obsoleti e compilò una lista ufficiale di 3300 caratteri di cui soppresse le varianti e semplificò la grafia. Sostituì in particolare le linee sinuose dello stile «grande sigillo», dàzhùan, in vigore nel periodo Zhou con lo stile «piccolo sigillo», riaozhaan, caratterizzato da tratti rettilinei, curve ben arrotondate e angoli retti. Questo stile ha contribuito a stilizzare i tracciati e ad allontanarsi dai pittogrammi originali. Ormai, tutti i caratteri si inscrivono in quadrati di dimensioni uguali, e l'effetto complessivo è quello di una maggiore leggibilità. Lo stile «piccolo sigillo» che aveva tratti di spessore costante dovuti alle limitazioni tecniche dell'incisione su pietra, verrà semplificato sotto la dinastia Qin per dar luogo allo «stile dei funzionari», adatto al pennello. A partire da quest'ultimo verrà elaborato lo «stile regolare», kàishù, che resta il più frequentemente usato. Sotto gli Han orientali (25-220) appariranno lo stile «corsivo» ringshú, via via impostosi come quello della scrittura corsiva rapida, e lo «stile d'erba» ctioshrt che presenta tratti legati ed è adatto per le minute. L'aumento del numero dei caratteri Il numero dei caratteri non ha cessato di aumentare. Tuttavia, un'analisi statistica delle pubblicazione in cinese moderno mostra che una padronanza dei 163 caratteri più frequenti permette il riconoscimento del 50 per cento dei caratteri incontrati. La conoscenza dei 2400 caratteri più frequenti assicura una copertura al 99 per cento dei caratteri incontrati. In Cina, il grado di alfabetizzazione di una persona si misura dal numero di caratteri che conosce. Gli studenti padroneggiano 2500 caratteri alla fine del ciclo scolastico primario e 3500 alla fine di quello secondario. Nel 1988, le autorità cinesi hanno pubblicato una lista dei 2500 caratteri più frequenti completata da un'altra di un migliaio di caratteri. Quando Xu Shen compose nel 120 d. C. il suo dizionario di 9354 caratteri, li classificò secondo 540 chiavi semantiche. Nel 1716, sotto il regno dell'imperatore Kang Xi, viene compilato un monumentale dizionario di 47.043 caratteri classificati secondo 214 chiavi semantiche che, più o meno, sono le stesse dei dizionari contemporanei. Tutti i caratteri che possiedono la stessa chiave sono semanticamente imparentati. Il termine «radicale» è spesso utilizzato come sinonimo di «chiave», il che non è appropriato, dato che i caratteri cinesi non conoscono derivazione. Gli elementi grafici che indicano il legno, il fuoco, la terra, il metallo e l'acqua costituiscono le chiavi più frequenti. Ogni carattere occupa un quadrato immaginario di dimensioni fisse ed è formato da una combinazione determinata di un certo numero di tratti di base. La scrittura di un carattere si effettua tratto per tratto, secondo una sequenza obbligata soggetta a regole precise che, per esempio, impongono di procedere da sinistra a destra, dall'alto in basso e dall'esterno all'interno. Per facilitare l'apprendimento della scrittura e ridurre il tasso di analfabetismo, le autorità della Cina Popolare hanno promulgato nel 1958 un sistema di trascrizione fonetica denominato pìnyìn, che si basa sull'alfabeto latino (è in questo sistema, i cui numerosi segni diacritici indicano il carattere tonale della lingua cinese). Il pìnyín è sistematicamente insegnato per accompagnare l'apprendimento della lingua standard, sia nella forma orale, sia in quella scritta. Tutti i dizionari associano ormai questa trascrizione fonetica ai caratteri, sicché con una buona padronanza del pìnyín si può conoscere la pronuncia standard di ogni parola del dizionario. Tuttavia, l'idea di scrivere direttamente il cinese in caratteri latini, avanzata negli anni cinquanta, non è più attuale. D'altro canto le autorità hanno proceduto, nel 1956, 1964 e 1977, alla semplificazione di un certo numero di caratteri per ridurre il numero dei tratti. Queste riforme non hanno interessato Taiwan, Singapore e Hong Kong. Si può tuttavia constatare che da qualche anno a questa parte i caratteri complessi sono ritornati di moda. Ormai, grazie al codice internazionale Unicode, più nulla si oppone all'uso informatico di diverse decine di migliaia di caratteri cinesi differenti. |
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