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Cinismo

I cinici (dal greco êýùí, "cane", soprannome di uno dei loro esponenti maggiori, Diogene) sono i seguaci della scuola filosofica di Antistene, una delle scuole socratiche minori, così chiamate per essere in qualche modo ispirate alla filosofia di Socrate. Il loro esponente più importante è Diogene di Sinope. Il nome sembra derivare o dal Cinosarco, l'edificio ateniese che fu la prima sede della scuola, o dalla parola greca per "cane", appellativo che fu dato in senso dispregiativo ai cinici dalle correnti filosofiche avversarie.

I cinici professavano una vita randagia e autonoma, indifferente ai bisogni e fedele al rigore morale. Dopo un periodo di declino per la scuola cinica, essa ebbe una ripresa in concomitanza alla corruzione del potere imperiale: si fece appello allora alla libertà interiore e all'austerità dei costumi.

L'interesse della scuola fu prevalentemente etico, e il concetto di "virtù" assunse un nuovo significato in una vita vissuta secondo natura; l'ideale era divenuto l'autosufficienza, portando alle estreme conseguenze il pensiero individualistico e utilitaristico proprio della sofistica.

Diogene di Sinope


1. L'autarchia

Per i cinici l'obiettivo unico e fondamentale della vita era il raggiungimento della virtù morale. Questa virtù si raggiungeva eliminando tutto il superfluo e mantenendo l'essenziale. Il superfluo erano gli agi e le comodità derivanti dall'incivilimento, l'essenziale la vita secondo natura, ovvero un ritorno alla vita animale (da qui il paragone con l'esistenza randagia e istintiva dei cani).

Dunque il cinico è per eccellenza l'archetipo del contestatore, dell'anarchico. Egli non crede che la civiltà, con le sue strutture giuridiche, religiose e sociali, possa in qualche modo essere di giovamento all'uomo.
Il cinico afferma che l'uomo ha già in sé tutto l'occorrente per vivere (l'autarchia), ogni sovrastruttura che non sia istintiva e naturale, cioè ogni aspetto dell'uomo che non sia già dato alla nascita, non può servire da fondamento a nessuna etica (forti analogie con il mito del buon selvaggio di Rousseau).

2. Diogene di Sinope

La figura più nota attribuita al cinismo fu, come già accennato, Diogene di Sinope.

Vissuto ad Atene dal 413 al 323 a.C., egli era il perfetto prototipo del cinico. La leggenda vuole che abitasse in una botte e girasse per Atene con una lanterna dicendo che cercava l'uomo. L'unica cosa che possedeva era un mantello logoro e una ciotola per bere.

Seguendo la filosofia del cinismo, egli preferiva l'esempio pratico alla teoria. Vivendo con il minimo di "comfort" possibile, eliminando ogni cosa che non ritenesse necessaria, conduceva una vita da randagio e derelitto, ai margini della società.
Di ciò non se ne curava. Sapeva che l'insegnamento ultimo della vita di Socrate era proprio questa ricerca dell'essenziale a scapito di qualsiasi altra considerazione.

Diogene aveva trovato l'essenziale nella vita stessa. Vivere gli bastava, nient'altro. Si dice che, avendo visto un cane abbeverarsi direttamente da una pozzanghera, abbia gettato via anche la ciotola che possedeva, perché si era accorto che non era più necessaria.

Questo e molti altri aneddoti ci sono pervenuti sul suo conto. Tra questi la leggendaria visita che gli recò Alessandro Magno. Trovatolo disteso per terra, il conquistatore gli domandò di cosa avesse bisogno, egli avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio. Diogene gli rispose di spostarsi perché gli faceva ombra.

"Gli Scettici si dedicarono in profondità al capovolgimento di tutte le dottrine dommatiche dei vari indirizzi filosofici, senza fare essi stessi alcuna dichiarazione di stampo dommatico, fino al punto di profferire soltanto i dommi degli altri e di discutere senza dare alcuna definizione". (Diogene Laerzio IX,74)

3. La vita come esempio

Il cinismo non lasciò nulla di scritto. Era contro l'essenza stessa del suo insegnamento. Tutto ciò che era incivilimento non interessava, tanto meno la scrittura, prodotto più alto della civiltà. Ai cinici non interessavano nemmeno l'indagine naturale, la logica, la scienza dei numeri, la politica, l'impegno civile. Forse gli animali ne facevano uso? Era necessario, tutto questo, per la sopravvivenza?

Ciò che interessava loro, o almeno a Diogene, era la messa in atto dell'insegnamento, vivere secondo ciò che si predicava. Se Socrate aveva messo sopra ogni cosa la ricerca attorno sé stessi, Diogene riteneva superflua ogni altra necessità, soprattutto l'affanno delle convenzioni e degli orpelli sociali.

Il cinismo si proponeva più come modo di vivere che come dottrina e dogma, non vi era nulla di accademico ed aulico, solo l'imperturbabile capacità di vivere seguendo l'istinto naturale alla sopravvivenza.