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Appena pubblicati nel 1549 da Jean du Tillet, dopo secoli di silenzio, i Libri Carolini, diventano subito una delle fonti di ispirazione di Calvino. Calvino ritiene illecita la rappresentazione di Dio sotto forma visibile e d'altra parte abolisce il culto dei santi. Dalle immagini non si può imparare nulla, «tutto ciò che gli uomini apprendono di Dio attraverso le immagini è frivolo e anche abusivo». |
La reazione occidentale: i «Libri Carolini» Gli atti del secondo concilio di Nicea, scritti in greco, giunsero a Roma, dove il papa Adriano I ne ordinò una traduzione in latino. Non sappiamo se arrivarono in forma di resoconto o integrali (Gero 1973: 9-14), né conosciamo il nome del traduttore, del quale l'unico dato certo è la poca dimestichezza con la lingua greca. La traduzione infatti non coglieva la differenza tra proskynesis e latreia e indicava come adoratio sia quella dovuta a Dio (adorazione), sia quella riservata alle immagini (venerazione). Un piccolo errore di traduzione che ebbe grandi conseguenze: quando, tra il 789 e il 790, il testo latino arrivò alla corte carolingia, che era rimasta esclusa dal concilio di Nicea, Carlo Magno colse l'occasione per ergersi a difensore della vera fede contro gli errori dei "Greci", che evidentemente i legati del papa non erano stati in grado di correggere. Confondendo Hieria e Nicea, Carlo chiede agli intellettuali della sua corte la stesura di un testo che confuti sia l'eresia idolatra (l'adoratio dovuta alle immagini), sia quella iconoclasta (la proibizione delle immagini). Nonostante per lungo tempo si sia visto in Alcuino (ca 735-804) il probabile autore di quelli che sono stati chiamati i «Libri di Carlo», i Libri Carolini, la critica è oggi concorde nell'attribuirne la stesura al vescovo di origine visigota Teodulfo d'Orléans. Teodulfo (dal gotico thiuda-wulfs, «popolo di lupi»), nato nel Nord della Spagna intorno al 750 e morto ad Angers nell'821, ha incontrato Carlo Magno forse in Italia ed è stato chiamato alla sua corte con molti altri intellettuali. Era sposato e non un monaco, tuttavia nel 797 fu nominato vescovo di Orléans e abate di Fleurv a Saint-Benoît-surLoire. Per Carlo si occupò soprattutto della riorganizzazione del sistema scolastico e della disciplina ecclesiastica, fu anche incaricato di studiare la questione del Filioque per controbattere alla Chiesa orientale. Scrisse opere di teologia, di regole per gli ecclesiastici, di cronache e di poesia. Dopo la morte di Carlo (814) subì accuse e tradimenti, e morì in esilio. Un interessante capitolo a parte su Teodulfo e la questione delle immagini è costituito dai mosaici della chiesa di Germigny-desPrés, nei pressi di Saint-Benoit-sur-Loire, dove si fece costruire il palazzo episcopale. La chiesa, raro modello di architettura carolingia, è ornata da mosaici che sono stati ritrovati per caso nel 1820 e che costituiscono l'applicazione pratica dei contenuti dei Libri Carolini: su uno sfondo d'oro si vede l'Arca dell'Alleanza (res sacrata) protetta dai due cherubini di Esodo 25, 17-20. Sopra l'Arca, in un cielo stellato si stagliano le figure di due angeli adoranti, e tra loro la mano di Cristo che benedice l'Arca attraverso un arcobaleno, segno a sua volta dell'alleanza tra Dio e il suo popolo. Lo stile del mosaico è bizantino, ma le figure rispondono alle regole dei Libri Carolini: non bisogna rappresentare né Cristo né i suoi santi, solo una «cosa sacra» che ricordi la storia del popolo di Dio e della sua alleanza (cfr. Freeman e Meyvaert 2001). Per i Libri si è anche concordi nel pensare a una squadra di aiutanti di Teodulfo e a una supervisione di AIcuino, che per il ruolo svolto nella scuola palatina non poteva certo non essere al corrente e non approvare un lavoro di tale entità teologica e politica. A favore di una collaborazione a più mani gioca anche la velocità di composizione: già sull finire del 790 pare fosse pronta una bozza del lavoro, che Carlo più tardi inviò ad Adriano e questi restituì nel 792 o 793 con una lettera in cui erano esposte le proprie obiezioni punto per punto. Accadde così che contemporaneamente, nel 793, Teodulfo terminasse il lavoro e ricevesse l'approvazione del re e della sua corte, e presso la stessa corte arrivasse una lettera del papa che confutava per intero i contenuti dei Libri Carolini. Carlo Magno non poteva certo non considerare una lettera papale indirizzata a Iui personalmente e così i Libri Carolini, da poco conclusi, vennero tolti dalla circolazione. Appena citati nei manoscritti coevi, restarono sepolti in qualche biblioteca e dimenticati per quasi otto secoli, fino al 1549, quando Jean du Tillet, futuro vescovo di Saint-Brieux e poi di Meaux, dopo aver rinvenuto il manoscritto, lo pubblicò a Parigi con lo pseudonimo di Elias Philyra (PL XCVIII, 990-1248). I Libri Carolini vissero allora vita nuova negli scritti di Calvino, che li utilizzò come base teorica contro il culto delle immagini. Furono invece posti all'indice dalla Chiesa cattolica fino all'inizio del secolo scorso. Nel Novecento sono stati oggetto dell'attenzione degli studiosi con diversi intenti: restituirne l'integrità filologica e insieme studiarne il senso politico e teorico all'interno del mondo carolingio, considerando che furono scritti a sette anni dall'incoronazione romana come imperatore di Carlo Magno da parte del pontefice Leone III. Un ultimo dato. Nel 794, probabilmente con in mano già la lettera di Adriano, Carlo convoca un concilio a Francoforte con vescovi provenienti da tutto il regno franco: lo scopo è quello di condannare l'eresia adozionista. I Libri Carolini non vengono nominati, ma il secondo canone del concilio riguarda le immagini e li cita quasi testualmente: «Si tenne nell'assemblea una discussione riguardo al sinodo dei Greci, che era stato convocato a Costantinopoli per decretare l'adorazione (adoratio) delle immagini» (come si nota non viene nominata Nicea e ancora si sovrappone il concilio di Nicea a quello di Hieria). In questo concilio «di Costantinopoli» si era stabilito di scagliare l'anatema «contro coloro che non avessero offerto servitù (servitium) e adorazione (adorano) alle immagini dei santi così come si tributa alla Trinità divina». Naturalmente i padri del concilio di Francoforte «hanno disdegnato risolutamente questa adorazione e questa servitù e le hanno condannate all'unanimità» (Canone 2 in Mansi XIII, 909 D). I carolingi avevano infatti creduto di trovare negli atti di Nicea la richiesta di una medesima adorazione per le immagini sacre e per la Trinità, e questo fa comprendere anche perché gli Annales regni Francorum nel raccontare Gentilly avevano detto che era stato un incontro «de sancta Trinitate vel de sanctorum imagine», «sulla santa Trinità e sull'immagine dei santi»: l'errore dei carolingi ritorna anche nella loro descrizione di fatti avvenuti sotto Pipino, quando non si era discusso certo del dogma della Trinità, ma delle immagini. E nei Libri Carolini si ritrova questa pretesa proposta di Nicea, lo stesso genere di adorazione per le immagini e per la Trinità (McCormick 1994: 144). LETTERATURA-STORIA-FILOSOFIA-LIBRI FAMOSI |
I Libri Carolini rappresentano in definitiva il manifesto culturale del regno carolingio, la vittoria dell'escgesi della parola, scritta oppure orale, contro il presupposto valore delle immagini, il conferimento di un potere assoluto ai litterati, ossia agli uomini della corte di Carlo e a coloro che, in suo nome, per tutta Europa in cominciavano a organizzare scuole dove si studiavano il trivium e il quadrivium. Alcuino, promotore di questo programma culturale, non mancò mai di sottolineare la funzione delle arti liberali nella ricerca della verità, quindi nella comprensione delle Scritture. Cassiodoro, Marziano Capella (secolo IV-V), Isidoro da Siviglia divennero autori di riferimento, anche se fra tutti ebbe sempre un ruolo privilegiato Agostino d'Ippona, che garantì al Medioevo una chiave di lettura per il mondo materiale: questo ha valore e va studiato perché anch'esso è indispensabile alla comprensione delle Scritture. E’ vero che nel De Trinitate Agostino sottolineò anche un rapporto di somiglianza tra Dio e il mondo, rintracciando in questo le vestigia divine lasciate al momento della creazione (nella costituzione ternaria dell'interiorità dell'uomo ma anche nella struttura numerica delle leggi naturali), ma i carolingi,preferirono limitarsi alla somiglianza tra verbum umano e Verbum divino, lasciando alla materia solo il ruolo di promemoria e di decoro. Paradossalmente, da qui derivò lo sviluppo di una civiltà dell'immagine, dove l’immagine è sempre però accompagnata dalla scrittura e dal discorso degli uomini di lettere, gli interpreti deputati: liberalizzare l'immagine per mantenere il potere, così si potrebbe definire l'intento della corte palatina. Il pittore deve saper fare bene il suo lavoro, occuparsi dei colori e della composizione della sua opera. Spetterà invece all'uomo colto, al chierico che sa leggere e scrivere, il compito di scegliere i soggetti e di indicare le scritte da aggiungere all'opera, per evitare le cattive interpretazioni. |