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L’ORATORIA

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Già nelle più antiche manifestazioni della civiltà greca all’oratoria è attribuita una doppia prerogativa : essa è un mezzo per la trasmissione del pensiero, ma è pure uno strumento potentissimo di persuasione, forse anche in conseguenza dell’idea primordiale che nella parola riconosce un fluido quasi magico, da cui il destinatario rimane avvinto e soggiogato.

I poemi Omerici conferiscono essenziale rilevanza alle assemblee dell’esercito e del popolo e ai consigli dei capi : in entrambi i casi la deliberazione è l’esito di un dibattito, dove prevale chi è più abile nell’eloquenza fiorita e serrata. Il giudizio comparativo fra l’arte oratoria di Menelao e di Odisseo in Iliade 212- 224, mostra una precisa consapevolezza della diversa efficacia che appartiene a differenti stili verbali.

Alle origini dell’oratoria

Anche nelle opere poetiche d’epoca successiva è frequente la presenza di discorsi, in cui si rileva una tecnica di argomentazione e di persuasione sempre più matura. La scena del giudizio nelle Eumenidi di Eschilo, per limitarsi a un esempio insigne, sembra non soltanto riflettere le procedure legali in uso ad Atene in un periodo di poco anteriore allo sviluppo dell’oratoria come genere letterario, ma anche anticiparne i moduli formali e gli atteggiamenti di pensiero. In effetti la letteratura oratoria non appare come un fenomeno improvviso e isolato , ma è un esito della situazione politica e giudiziaria che si produsse nella città nell’età successiva alle guerre persiane, e soprattutto nella metà del v secolo.

In Atene l’oratoria trova l’ambiente propizio alla propria fioritura nel clima di una partecipazione totale e paritaria alla vita pubblica, dove ogni deliberazione è sancita nell’assemblea dal voto della comunità, e in un’eguale dimensione collettiva trova risoluzione ogni controversia di carattere giuridico.

I tre tipi di oratoria

La tradizione antica ripartiva con rigorosa puntualità prodotti dell’oratoria secondo i temi e le occasioni dei singoli discorsi.

Nel tipo cosiddetto deliberativo rientravano le orazioni tenute in una sede con finalità specificamente politiche. Al genere giudiziario appartenevano i discorsi d’accusa e di difesa nei processi relativi a cause pubbliche o private. La terza forma era infine rappresentata dall’oratoria epidittica o dimostrativa, che includeva discorsi pubblici in occasione di cerimonie e festività, sia per commemorare persone defunte, sia per encomiare cittadini benemeriti, oppure per propagandare un’idea di interesse generale. Ma particolarmente in un’epoca più tarda, da questo tipo si sviluppò la conferenza di parata, come esibizione virtuosistica di abilità su temi a volte paradossali.

L’orazione giudiziaria

Le particolari esigenze e modalità dell’orazione giudiziaria ne imposero una marcata schematizzazione, che prevedeva una sequenza di quattro fasi fondamentali. La prima era rappresentata dall’introduzione (esordio), che aveva lo scopo di propiziare l’attenzione e il preliminare favore dei giudici. Ad essa seguiva la narrazione, in cui erano rappresentati i fatti che erano oggetto della controversia e lo sfondo in cui questi si erano svolti, sempre secondo la discussione propriamente giuridica, con l’eventuale interrogatorio dei testimoni. La parte conclusiva era la perorazione che, sulla base di quanto era stato esposto in precedenza, doveva definitivamente tenere il voto favorevole del collegio giudicante. Prerogative dell’oratoria giudiziaria erano soprattutto il ricorso ad argomenti di carattere generale e astratto, fondati su una logica rigorosamente deduttiva, e il proposito di suscitare un’approvazione a livello emotivo, mediante una sapiente valorizzazione del racconto degli eventi e della descrizione dei caratteri. Accadeva infatti che le prove indiziarie e testimoniali fossero facilmente soggette alla confutazione; e d’altronde il carattere elementare della legislazione e della giurisprudenza limitava l’impegno di discussioni tecniche fondate sulla fattispecie della legge o della procedura. A ciò s’aggiunge il fatto che il cittadino ateniese doveva esporre il caso in persona propria davanti alla corte. Tale obbligo presupponeva una certa attitudine oratoria; di gran lunga più diffusa era la consuetudine di rivolgersi ad un professionista dell’arte oratoria. Costui dietro compenso scriveva un discorso, che il cittadino convocato in giudizio imparava poi a memoria e recitava in prima persona. Gli autori di questi discorsi, che per tale prestazione venivano lautamente retribuiti erano detti “logografi”; ed occorre distinguere quest’uso del termine dell’impiego che ne veniva fatto a proposito dei primi scrittori in prosa, come Ecateo.

L’orazione politica ed epidittica

Meno condizionante da schemi formali e da vincoli di procedura erano naturalmente l’oratoria politica e quella epidittica che tendevano ad adattarsi di vota involta alla situazione e all’argomento sia nell’organizzazione strutturale, sia negli atteggiamenti del pensiero e dello stile. In questi settori, inoltre, acquista un particolare rilievo la personalità stessa dell’autore che, parlando in persona propria, si trovava ad essere coinvolto direttamente nelle decisioni che intendeva sollecitare, o nei programmi che suggeriva. Accade così che nel tono rovente e concitato di Demostene si esprima l’urgenza di una linea politica di immediata attualità, per di più esposta ad accanite controversie; e che, di contro, l’eloquenza distesa e solenne di Isocrate proponeva temi di più lunga, e a volte astratta, portata. Il primo aveva di fronte le vive passioni di un’assemblea chiamata a decidere le proprie sorti pressoché sull’istante; mentre Isocrate si rivolgeva ad adunanze raccolte in occasioni festive, che dal suo discorso attendevano soprattutto un richiamo ai grandi principi ideali, e per di più affidava la definitiva efficacia del suo messaggio alla futura divulgazione di un terzo scritto. Si tratta di sostanziali differenze, che in ultima analisi ripropongono ancora l’opposizione, decisiva per questo periodo della cultura greca, fra la parola “parlata” e quella scritta.

Un canone di origine ellenistica fissa a dieci gli eccellenti oratori Ateniesi: Antifonte, Andocide, Lisia, Isocrate, Demostene, Iseo, Licurgo, Eschine, Iperide, Dinarco.