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La filosofia postaristotelica

Quello della felicità e dell'obietivo etico è un problema che ritorna con incredibile frequenza nelle filosofie dell'età ellenistica:

stoici-scettici-cinici

Alla ricerca di un'intima perfezione morale e di un affinamento della propria personalità, aperta alla solidarietà con tutti gli uomini colti al di fuori della politica e al di fuori in particolare dell'antica contrapposizione fra elleni e barbari. Imperniata su questo problema di elevazione degli animi, la filosofia acquista nuovi compiti: quello, anzitutto, di sostituire le antiche religioni popolari, cadute sempre più in discredito fra le persone di qualche istruzione. Attira pertanto a sé schiere via via più folte di individui, desiderosi non già di approfondire le questioni teoretiche generali, ma di trovare negli studi filosofici una guida per la vita.
Lo stesso specializzarsi delle ricerche scientifiche favorisce questo processo : le scienze non hanno più bisogno della filosofia, e questa si disinteressa via via maggiormente dei progressi da esse conseguiti. Ciò che le sta a cuore è unicamente l'interiorità, non il mondo fenomenico, di cui si occupano i singoli scienziati. Il distacco della filosofia dalla scienza assume anche un aspetto geografico : il centro degli studi scientifici è la nuova città di Alessandria; il centro di quelli filosofici resta la vecchia città di Atene. La mutata situazione culturale dà luogo al sorgere di tre indirizzi filosofici assai differenti fra loro ma egualmente orientati a considerare il sapere non più come fine supremo dell'uomo, bensì come mezzo idoneo ad un più sicuro orientamento della vita. Essi sono : lo scetticismo, l'epicureismo e lo stoicismo, il primo dei quali giunge a ritenere che il miglior fondamento dell'etica possa venire offerto da una critica spregiudicata di tutta la scienza. Sebbene gli altri due non condividano questo punto di vista così radicale, certo è che nemmeno essi svolgono le loro pur acute e interessanti trattazioni intorno alla natura con intenti propriamente teoretici, e quindi nemmeno essi cercano di collegarsi alle ricerche specialistiche degli scienziati; l'unico vero motivo dei loro interessi naturalistico-scientifici è la convinzione che l'uomo sappia meglio orientarsi nel problema fondamentale della vita una volta reso consapevole di ciò che è effettivamente il mondo e quindi reso libero da tante paure e speranze illusorie.
Lo scetticismo e lo stoicismo (non però, l'indirizzo epicureo) confluiranno," più tardi, in una filosofia eclettica, che cercherà di smussare gli antagonismi teoretici per raggiungere una più larga unità nel campo pratico. Questo nuovo orientamento troverà un appoggio particolarmente valido nell'ambiente romano che, verso il I secolo a.C., comincerà a far sentire il suo peso via via crescente anche nel campo della cultura.

 

Scetticismo
Atteggiamento volto a non “cristallizzare” la conoscenza acquisita (come se fosse qualcosa di proveniente direttamente da un cielo metafisico), bensì a farne buon uso a proprio ed altrui vantaggio.
Posizione filosofica fondata sull’analisi critica di quella conoscenza e di quelle percezioni che in un certo momento vengono ritenute vere, e sulla questione della possibilità di ottenere una conoscenza assolutamente vera;

Lo scetticismo non rappresenta una scuola filosofica nel vero senso della parola, ma un indirizzo di pensiero che affermò la propria influenza in ambienti molto vasti, riuscendo a conquistare in un certo momento la stessa Accademia platonica. La radice del termine (« scetticismo » — che deriva dal verbo sképtomai, cioè « mi guardo intorno », « indago » — esprime l'atteggiamento di rigorosa indagine critica su cui gli scettici intendono basare la propria filosofia. Orbene, il sorgere di tale atteggiamento alla fine del IV secolo fu la conseguenza naturale del profondo disagio, diffusosi in larghi strati di studiosi, per l'impossibilità di risolvere le gravi divergenze tra scuola e scuola intorno ai massimi problemi della filosofia. Di fronte all'insuccesso dei tentativi di trovare in rerum natura una verità assoluta, gli scettici spostano la propria indagine dall'oggetto al soggetto, per cercare nella struttura stessa dell'umana conoscenza la ragione ultima dei suoi limiti.
 
Gli scettici
Gli scettici greci si opponevano in particolare a quello che ritenevano essere il “dogmatismo” degli stoici, basato sulla forza della logica.
Per gli scettici, l’argomentazione logica, volta a stabilire la verità di una certa affermazione, è a tal fine inutilizzabile, in quanto, in ultima istanza, ogni proposizione logica si basa sulla validità (verità) di altre proposizioni, che andrebbero a loro volta verificate, e così all’infinito. Gli scettici ritenevano dunque la logica uno strumento inadeguato ad individuare la verità.
Lo scetticismo classico si usa far risalire a Pirrone, nato ad Elide, nel Peloponneso, nel IV° secolo a.C. Grazie alla spedizione di Alessandro, alla quale partecipò, venne a contatto con la filosofia orientale. In India rimase particolarmente colpito dalle pratiche ascetiche dei maestri gimnosofisti (maestri yoga). Ammirato da Epicuro ed onorato in patria sino ad essere eletto sommo sacerdote, tutto ciò che sappiamo della sua filosofia ci è tramandato dai suoi discepoli, egli non lasciò nulla di scritto se non un poema in lode di Alessandro.
Le sue tesi furono riproposte nel II° secolo a.C. da Carneade di Cirene, che ammetteva che i giudizi di merito potessero essere accettati, ma solo a livello soggettivo. Dal I° secolo a.C. al II° secolo d.C. il pensiero scettico rifiorisce e acquista grande notorietà, grazie a un gruppo di pensatori quali Enesidemo di Cnosso, Agrippa, ma soprattutto, Sesto Empirico. Saranno questi pensatori a formulare i tropi.

1. Lo scetticismo di Pirrone

Pirrone, similmente ai sofisti prende atto del fatto che ad ogni tesi corrisponde sempre una antitesi, ad ogni verità una verità contraria, e che entrambe queste posizioni contrapposte hanno egual peso ed egual valore ("A ogni ragione si oppone una ragione di eguale valore").

Ma qual è il motivo di questa affermazione? Pirrone introduce nella filosofia greca elementi orientali e in particolar modo indiani: egli afferma che la verità, l'essenza vera delle cose che non mutano, il loro restare ferme nell'eternità della beatitudine, non si trova nel mondo sensibile, ma nel profondo dell'anima dell'uomo (per i Veda tale concetto è l'Atman, il sé profondo dell'uomo, che coincide, nella sua perfetta immutabilità eterna, con Dio).

Dunque anche Pirrone si riferisce all'Uno immutabile, similmente a Parmenide e a Plotino: tale punto fermo fa si che egli consideri le opinioni degli uomini attorno alle cose del mondo né vere né false, in quanto il mondo sensibile è illusorio.

La verità non si trova nel mondo sensibile, questo porta a definire l'atteggiamento autentico del sapiente, il quale non avrà alcuna opinione attorno alle cose sensibili (atarassia=imperturbabilità), non avrà alcuna opinione da comunicare (afasia=l'assenza di voce), non si appassionerà alle cose del mondo e non si concederà alle emozioni (apatia=assenza di passioni) e sospenderà il suo giudizio sulle cose (epoché=sospensione del giudizio). La figura del sapiente si avvicina quindi a quella dell'asceta orientale, per il quale il mondo è cosa lontana dal proprio sé (E' evidente poi l'analogia dello scetticismo con aspetti dell'epicureismo e dello stoicismo, soprattutto per i concetti di assenza).

2. Lo scetticismo di Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico

La seconda fase dello scetticismo, pur riprendendo l'idea di fondo di Pirrone, esclude dalla sua formulazione il lato trascendentale (per cui la verità è oltre-sensibile) per concentrarsi solamente sulla negazione che possa esistere una qualsiasi verità.

Nessuna delle filosofie precedenti allo scetticismo ha mai trovato realmente (provato in modo incontrovertibile) la verità: si impone così la sospensione del giudizio (epoché). "Il senso della verità, evocato una volta per tutte dal pensiero filosofico, resta fermo anche nello scetticismo: solo che quest'ultimo, a differenza delle filosofie non scettiche, crede di poter constatare che quel senso, nonostante le apparenze, non ha preso corpo e quindi si impone, per chi pensa, la sospensione del giudizio". (E. Severino, La filosofia antica).
La critica maggiore che si rivolge a questa forma di scetticismo è che la negazione che ogni verità sia stata raggiunta costituisce essa stessa una verità, il che contraddice la prima affermazione.

Le critiche dei tre filosofi scettici si raggruppano in tropi (modi). I tropi sono i diversi modi per cui si arriva alla sospensione del giudizio un tropo è un enunciato nei quali appaiono quelle contraddizioni che favoriscono e rendono evidente la tesi scettica. Enesidemo ne enumerava dieci, Agrippa ne aggiunse cinque e infine Sesto Empirico ne aggiunse altri due.

I tre tropi più importanti sono:

1. (di Enesidemo). Ogni cosa, isolata dalle altre, non ha più senso. Ogni cosa ha significato solo in rapporto alle altre. E' una tesi che prefigura il tema del divenire, del rapporto dialettico nel quale sono tutte le cose, che rimanda ad Eraclito e Hegel.

2. (di Sesto Empirico). Non esiste alcuna garanzia che i fenomeni che ci appaiono nella loro evidenza sensibile corrispondono realmente alle cose in sé, come realmente sono. Questa è una tesi dove si percepisce chiaramente la tematica kantiana. 
Sesto Empirico

3. (di Agrippa). Ogni verità è provata da teoremi, i quali sono provati da altri teoremi, e questi a loro volta da altri. Nulla prova che un teorema che si pone come principio non possa in realtà avere alle sue spalle un altro teorema. In questo tesi si evidenzia come il processo dei passaggi logici possa in realtà essere infinito (similmente al problema aristotelico della catena infinita di cause e a quello, in un certo senso, della divisibilità infinita delle cose).

"Io scettico, ne dubito!"